Tiziano Tosolini
L’UOMO OLTRE L’UOMO Per una critica teologica a transumanesimo e post-umano
Ma l’illusione dell’immortalità trasforma il sogno del post-umano in un incubo
di MAURIZIO SCHOEPFLIN
Filiazioni inquietanti di un titanismo connesso con la natura ferita dal peccato originale e, almeno in parte, incoraggiato dal progresso del sapere scientifico, il Transumanesimo e il Post-umano hanno ormai assunto le caratteristiche di veri e propri movimenti filosofici e culturali, aventi come scopo quello di trasformare e migliorare l’attuale condizione dell’umanità.
Tale trasformazione e tale miglioramento riguardano soprattutto il superamento dei limiti imposti all’uomo dalla sua dimensione fisica: «Il progetto transumanista e post-umano – scrive a questo proposito Tiziano Tosolini, direttore del Centro studi asiatico dei missionari saveriani di Osaka – ripone una speranza quasi illimitata nella scienza e nella tecnologia.
Sono queste ultime, infatti, che sono – e saranno sempre più – in grado di porre rimedio a tutti quei difetti che la natura, nel suo processo evolutivo, sta continuamente ripetendo e tramandando senza però mai emendare. E le carenze maggiori e più evidenti sono quelle della nostra caducità, della nostra corporeità e della nostra mortalità».
Il sogno – ma sarebbe meglio dire l’incubo – che viene riproposto è quello dell’immortalità: si tratta di un’illusione non nuova, ma che oggi, grazie agli sviluppi fatti registrare da alcune scienze tra cui la genetica, la nanotecnologia, la bionica e la neurofarmacologia, sembra a portata di mano. In questo contesto – sostiene Tosolini – la religione viene considerata un inutile residuo del passato e un ostacolo da rimuovere affinché, finalmente liberatosi di essa, l’uomo possa cancellare antichi timori e aprirsi a un futuro nel quale non avranno più posto la caducità e l’imperfezione, la fragilità e la paura.
Dinanzi a queste concezioni, che hanno le caratteristiche di miraggi terrorizzanti, la sapienza cristiana ha il dovere di alzare coraggiosamente la voce, ribadendo la sua secolare visione antropologica che considera la finitudine costitutiva dell’essere umano, che non può e non deve mai elevarsi a signore di se stesso, cercando di mettersi al posto di Dio.
Quella di voler andare oltre la dimensione creaturale, soprattutto tentando di superare i limiti connessi con la corporeità, è una pretesa tragicamente pericolosa, che ci fa perdere di vista la nostra autentica identità, che è strenuamente difesa dalla fede cristiana: «Ciò che la storia della rivelazione ci dimostra – afferma conclusivamente l’autore – invece è che, in Gesù Cristo, Dio ci viene incontro come un dono inaspettato, un dono tanto più radicale poiché il "Verbo si fece carne", dando così alla nostra debolezza e mortalità un significato spirituale, e introducendo nella relazione trinitaria la nostra condizione umana».
da Avvenire Ottobre 23, 2015
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