Ogni giovedi la nostra comunità dello studentato teologico di Parma, si riunisce per un momento di formazione. Uno dei temi che abbiamo affrontato in questo primo semestre è stato quello del mondo affettivo e i suoi risvolti nella nostra vita. Abbiamo chiesto alla sorella saveriana Virginia Isingrini, per tanti anni formatrice in Messico e psicologa, di guidarci in una serie di 3 incontri. Volentieri vi condividiamo queste sue note. (M.L.)
Loro natura, loro senso, loro regalo
Siamo qui perché “non sappiamo”. Vi sono cose che io non so e che voi sapete. Cose che io so e che voi non sapete. In questo scambio ciascuno di noi cercherà di colmare un “non so”. Scopriremo poi che anche ciò che ci apparirà chiaro aprirà domande nuove, e così via. Non ci si può fermare e questo vale per qualsiasi altro campo: per il sapere umano, per il sapere teologico, biblico...
Ma vale soprattutto quando si cerca di capire noi stessi perché, oltre ad essere l’oggetto di questa ricerca, ne siamo allo stessso tempo i soggetti. Seppure siamo così intimi a noi stessi – chi più di noi sa quello che vive o sente? – allo stesso tempo scopriamo che siamo anche “altro”, quasi stranieri a noi stessi. Ciò che ci separa da un accettabile ed onesta conoscenza di noi stessi è una linea sottile come un capello, eppure a volte profonda come un abisso. Tant’è che è ben misero andare avanti negli anni e non avere fatto gran che per oltrepassare quel guado.
È vero che non basta conoscersi, occorre anche sapere perché farlo e cosa farne di quella conoscenza. Però è imprescendibile partire da lì.
Se poi è il mondo emotivo, affettivo, quello che intendiamo scandagliare, le cose si complicano non poco perché esso, per sua natura, tende a sfuggirci. È un mondo spesso temuto o, nel migliore dei casi, tenuto sotto chiave, cercando di non risvegliarlo troppo. Non sono lontani i tempi in cui si diffidava delle emozioni o, ancor peggio, le si considerava quasi la porta d’entrata al peccato. Responsabile di tutto ciò erano i sensi, erano loro che provocavano le reazioni emotive, da qui lo sforzo immane di non “farci caso”, di “sublimarle”, di offrirle a Dio, di purificarle... Cito solo alcune dei concetti più comuni e devo dire che queste tendenze non sono affatto scomparse, permangono in modo molto sottile nelle nostre prassi educative.
I più vecchi di noi non faranno fatica a ricordare quante volte sono state citate le parole di Dante: «L’affetto lo intelletto lega» (Paradiso XIII) inteso come un invito a diffidare dell’affetto, che per sua natura trae in inganno, condiziona l’intelligenza (che non era il senso originario attribuitogli da Dante, il quale, attraverso la parole di Tommaso d’Aquino, voleva invece invitare a non lasciarsi andare a giudizi affrettati perché possono portare a conclusioni errate).
D’altra parte è vero che abbiamo assistito, pensiamo al movimento romantico del secolo XIX, anche a una canonizzazione delle emozioni in quanto tali, considerate sempre “buone” perché istintive, genuine, autentiche. Forse non lo si afferma apertamente, ma di fatto siamo pronti a benedire ciò che “nasce spontaneo”, dal cuore. Tant’è che se facciamo qualcosa per dovere, ma non sentiamo nulla, o peggio, ci fa rabbia, finiamo subito per svalutare l’azione in questione. Frasi come: che senso ha se non lo senti davvero?le abbiamo dette e ascoltate più di una volta.
Ci ritroviamo il più delle volte ad oscillare tra la negazione, la repressione, e la libera espressione di quanto “nasce dal cuore” perché sarebbe peccato mortale tenerselo dentro e non assecondarlo. Vero è che spesso non sappiamo proprio cosa fare e non abbiamo un’idea precisa di che cosa significhi il complesso mondo emotivo di cui il Signore ha dotato l’essere umano. E spesso consigliamo semplicemente l’equilibrio, parola che vuol dire tutto e anche niente. Perché non si capirá mai in cosa consista e dove si trovi il giusto medio.
Se cerchiamo nella Bibbia, o nella tradizione, troviamo al riguardo poco o nulla. La teologia non ne tiene conto perché si preoccupa di verità definite in modo corretto; la Bibbia è interessata più alla salvezza, cioè ai fatti, che ai sentimenti. La spiritualità ne tiene conto seppure in modo non chiaro. La pastorale, e in parte la formazione, sono obbligate a farvi fronte. Le scienze umane hanno il compito di aiutarci in questa ricerca. Si può ben riaffermare, como già hanno fatto a suo tempo, che dopo Freud la teologia (e tutto ciò che ne consegue) non può più essere la stessa. La scoperta dell’inconscio sta alla teologia come il canocchiale sta all’astronomia: non ci è più permesso dire che il sole gira intorno alla terra.
Siamo quindi oggi molto fortunati e privilegiati ad affrontare questa dimensione così preponderante della nostra persona, non solo ai fini di conoscerla meglio ma, soprattutto di viverla come un regalo che può rendere migliore la vita e il Regno di Dio. “Può”, certo, se accolta nella libertà e nella responsabilità. Altrimenti farà i suoi danni.
Tanto per avere un testo di riferimento, mi servirò del libro di Anna Bissi Il battito della vita (Ed. Paoline 1999), anche se cercherò di allargare alcuni orizzonti lì contenuti.
È molto importante partire da una definizione comune di emozione, altrimenti ciascuno vi attribuirà il significato che vuole. Capiamo anche che non è un’operazione neutrale definire il campo della nostra ricerca perché dal modo di intenderlo nascono approcci e pedagogie diverse. Per esempio, si sente dire spesso che «al cuor non si comanda». È una affermazione pronunciata come una specie di dogma popolare, al punto che si fa fatica a metterla in discussione e la crediamo vera senza troppo pensare.
Noi tutti sperimentiamo dentro di noi delle forze dinamiche che ci spingono verso certe direzioni o lontano da altre, si fanno sentire, premono, si esprimono o vengono rimosse.
Un primo passo sarà dunque costituito dal prendere in considerazione la loro esistenza, che cosa le fa sorgere, cosa le fa manifestare in un senso piuttosto che in un altro. Non si tratta però di forze statiche che rimangono immutate nel tempo. Sono soggette a uno sviluppo, a una evoluzione, quindi a una crescita che riflette il cambio sperimentato lungo la nostra vita dell’immagine che abbiamo di noi stessi e del tipo di rapporto che stabilamo con gli altri.
Magda Arnold parla di tendenze sentite verso qualcosa che percepiamo come attraente, piacevole; lontano da qualcosa che percepiamo como spiacevole, non attraente.
Possiamo già dividere le emozioni in due grossi tronconi: quelle che spingono VERSO e quelle che spingono VIA DA.
Il primo momento è dato dunque dalla percezione di qualcosa, di qualcuno, di quanto accade, grazie agli organi di senso.
Un secondo momento è dato dalla valutazione, ovviamente intuitiva, immediata, che facciamo di quanto abbiamo percepito.
Solo dopo questi primi due momenti (che succedono in modo istantaneo), vengono delle reazioni fisiologiche corrispondenti (tremare, arrossire, sudare, sentirsi eccitati, piangere, ecc.). A loro volta, queste reazioni verranno valutate razionalmente in un modo o nell’altro, dando origine a un continuo alternarsi di percezioni, valutazioni, reazioni.
A questo riguardo ci è dato cogliere una notevole differenza tra le persone di fronte allo stesso stimolo, ed anche in noi stessi: ciò che in certi momenti della nostra vita è stato fonte di gioia, può diventare col tempo motivo di incertezza, di timore.
Un peso importante in questa valutazione viene dalla memoria affettiva. Nessuna emozione viene cancellata per sempre, seppure non ne conserviamo un ricordo cosciente. Più una emozione è ripetuta e il suo oggetto è fisso, più si generano dei sentimenti, cioè degli stati emotivi costanti e duraturi.
Se la memoria affettiva dipende dal nostro passato, l’immaginazione è invece ci porta a proiettare nel futuro qualcosa che non è ancora accaduto, diventa così una fonte di reazioni emotive “anticipate”. L’oggetto reale non c’è ancora, eppure l’emozione è sentita vividamente. La realtà virtuale, in cui siamo oggi immersi, ha molta attinenza con l’immaginazione, nel senso che ci fa sperimentare emozioni senza essere di fronte a una persona, a un fatto concreto. E dato che l’emozione è “reale” (tutto ciò che sentiamo è, in senso soggettivo, vero) esiste poi il pericolo di considerare reale anche l’oggetto che la provoca, dando vita ad autentiche scissioni, a mondi paralleli che potrebbero non incontrarsi mai.
Le emozioni, dunque, non sono forze statiche, date una volta per sempre. Crescono sia in quantità che qualità. La gamma delle emozioni si amplia sempre di più, si differenziano tra di loro con più chiarezza e si arricchiscono di maggiori sfumature a seconda delle situazioni vissute. Se questo non succedesse ci troveremmo di fronte a gravi problemi emozionali e a un forte handicap della persona.
Il mondo emotivo cresce soprattutto, anche se non esclusivamente, nell’alveo delle relazioni. Le condiziona e ne è condizionato a sua volta. Dire relazione e dire emozione/sentimento è un po’ la stessa cosa. Questo ci apre un orizzonte importante sull’alterità, sul modo di concepirla e di esprimerla.
L’importanza di conoscere, accogliere ed esprimere in modo adeguato le nostre emozioni nasce proprio dal peso che hanno nella construzione delle relazioni. Non è quindi un semplice esercizio psicologico o ascetico, è la condizione per essere capaci di relazioni sempre più mature e ispirate al vangelo.
La posta in gioco è molto alta, per questo è molto importante e al contempo faticoso crescere nella giusta maniera di sentire e di esprimere le nostre emozioni. Quando parliamo di emozioni/affetto, non ci limitiamo all’area solamente sessuale o a quanto in qualche modo gira attorno ad essa. Ci troviamo invece di fronte ad una gamma molto ampia di sentimenti che costituiscono il tessuto di ogni relazione importante della nostra vita. Sarebbe quindi riduttivo pensare all’affetto unicamente in ragione della sessualità. Lo sforzo che faremo sarà quello di allargare ed approfondire il più possibile il mondo affettivo, stupendo regalo di Dio.
Virginia Isingrini, mmx
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