Saluto del P. Generale ai Rettori delle Teologie

Saluto del P. Generale ai Rettori delle Teologie

  • Autore: Fernando Garcia sx
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  • Lingua: Italiano

«Il dono della vocazione per l’evangelizzazione dei non-cristiani»

VII Incontro dei Rettori delle Teologie

Roma, 8-13 Ottobre 2018

 SALUTO INIZIALE(P. Fernando GARCÍA)

 “Sia da tutti conosciuto e amato il nostro Signore Gesù Cristo”

Carissimi confratelli,

a nome della Direzione Generale (DG) vi do il più cordiale e fraterno benvenuto in questa casa che è la vostra casa. Grazie di essere qui per partecipare a questo incontro di formatori dell’ultima tappa della formazione di base, che è quella della Teologia, del discepolato (RFX 255-311).

Questo incontro si inserisce in un cammino iniziato tempo fa, e che dal 2014 si convoca ogni due anni. Questo dice l’attenzione che la nostra Famiglia saveriana dà a questa tappa della formazione. Sono giorni di condivisione, di ricerca, di approfondimento, di orientamenti… per sostenerci nel cammino che si sta facendo e per guardare con speranza e fede al futuro che ci sta davanti. Lo facciamo come fratelli tra fratelli.

Le quattro Teologie sono un’unica realtà formativa, sono parte dello stesso corpo. Non sono isole separate le une dalle altre, dove ognuna potrebbe fare il suo cammino senza preoccuparsi di ciò che le altre vivono. Per questo ci troviamo insieme. Per cercare di camminare mano nella mano, nello stesso progetto formativo saveriano che troviamo nella Ratio Formationis Xaverianae (RFX).

In questo momento, vorremmo sottolineare alcuni punti di questa tappa formativa nella nostra Famiglia saveriana. Non sono tematiche nuove, ma pensiamo che per la loro importanza meritino continuamente di essere prese in considerazione perché vengano approfondite, arricchite e quindi meglio assunte nella nostra pratica formativa missionaria.

  1. Il carisma saveriano, cioè il dono dello Spirito che abbiamo ricevuto nella Chiesa per una finalità ben precisa: “Nella Chiesa e per il Regno riceviamo dallo Spirito il dono di assumere, come impegno proprio ed esclusivo, il compito dell’evangelizzazione dei non cristiani. A questo ci dedichiamo con voto specifico che ci consacra totalmente al Padre e ci fa partecipi della missione del Figlio” (C 17).

Questo impegno proprio ed esclusivo lo viviamo in una modalità ben concreta e particolare: la consacrazione religiosa. “Per vivere ed esprimere più radicalmente la nostra consacrazione alla missione, ci mettiamo alla sequela di Cristo con i voti di castità, povertà e obbedienza. La vita apostolica e la vita religiosa sono per noi un carisma unico e inscindibile” (C 18).

Si tratta di vedere e di verificare come il carisma saveriano, cioè la missione ad gentes vissuta nella consacrazione religiosa, accompagna, integra, “dà un colore” particolare/speciale a questa tappa della formazione che noi chiamiamo ‘discepolato’. Concretamente ci chiediamo: quanto la missione ad gentes, è presente nel Progetto Comunitario di Vita, nello studio, nell’apostolato, nella preghiera, nelle scelte comunitarie, negli interessi e nelle preferenze particolari…di ciascuno dei nostri giovani? Nella nostra Famiglia missionaria, uno dei pericoli che ci accompagna e minaccia è il genericismo, cioè vivere, fare le cose « senza la specifica mediazione del proprio carisma » (VFC 46).

Per ciò che concerne la consacrazione religiosa, si tratta di vedere se la comunità in generale, e ogni saveriano in particolare, rispecchiano lo stile di vita che la caratterizza. Quando si parla di voto di castità, di obbedienza e di povertà, è chiaro cosa si vuole dire? È chiara la maniera propria saveriana di viverli? Quali sono i passi positivi che sono stati fatti, i “vantaggi” (dei voti) per il servizio della missione ad gentes, quali sono le difficoltà, le resistenze, le incomprensioni?... P. Marini diceva che il nostro metodo missionario è la consacrazione religiosa. Poiché la consacrazione religiosa è un dono dello Spirito, essa diventa criterio fondamentale di discernimento.

A questo bisogna aggiungere il nº 9 delle nostre Costituzioni: “Per il nostro carisma specifico siamo inviati a popolazioni e gruppi umani non cristiani, fuori del nostro ambiente, cultura e Chiesa d’origine. Fedeli alle preferenze di Cristo, ci rivolgiamo in particolare tra i non cristiani, ai destinatari privilegiati del Regno: i poveri, i deboli, gli emarginati dalla società, le vittime dell’oppressione e dell’ingiustizia”.

Un’attenzione particolare va data in questo punto alla relazione fra carisma saveriano e ministero presbiterale[1]. Il dono del ministero presbiterale[2], che si riceve nella famiglia saveriana, è al servizio del carisma ad gentes e va vissuto a partire, e quindi con “il colore e la forma”, della consacrazione religiosa.

  1. “Maturità culturale” del saveriano o la missionarietà del cuore (RFX 266ss). Per l’evangelizzazione ad gentes occorrono persone che conoscano allo stesso tempo la Parola di Dio e l’umanità alla quale si rivolgono. Persone che abbiano esperienza di Dio ma anche della realtà nella quale vivono e alla quale si rivolgono; che abbiano incontrato Dio in Gesù Cristo ma che continuino a cercarlo nelle donne e negli uomini ai quali sono inviati.

Per essere fedeli al dono della vocazione saveriana – portare il lieto annuncio a tutti i confini della terra – è necessario incoraggiare i nostri giovani a nutrire quella maturità culturale (o capacità di discernimento) intesa come abilità di illuminare i segni dei tempi con la Parola di Dio e come desiderio di cercare di essere in sintonia con gli enormi cambiamenti che stanno avvenendo nel mondo e, perciò, nella missione. Ci riferiamo qui a una maturità culturale non tanto riferita ai libri ma a una mentalità, a uno stile di vita e di relazioni propri di un credente (RFX 265).

Questa maturità culturale ha il suo fondamento nel cristocentrismo confortiano (RFX 274) ed è perciò strettamente parte della formazione alla maturità della fede. Ovviamente qui non ci riferiamo a un concetto libresco o puramente intellettuale di cultura ma ad una mentalità esistenziale. Infatti, si può essere laureati e, allo stesso tempo, culturalmente e missionariamente molto limitati. È una questione di sapienza ed esperienza di vita che il missionario acquisisce anche con lo studio, ma soprattutto attraverso uno stile di vita: immerso evangelicamente - a cuore aperto - nella realtà e nella storia, assumendosene le responsabilità; cioè disposto a pagarne il prezzo, come Gesù Cristo.

  1. Lo stile di vita saveriano. I giovani in formazione nelle nostre comunità di Teologia provengono da diversi paesi e continenti, concretamente da undici paesi e quattro continenti. Questo vuol dire che ognuno viene con la sua cultura, il suo modo particolare di capire la realtà, di situarsi nella società, con i suoi valori espliciti e sotterranei… Sono diventati saveriani perché si sentono attirati dal nostro carisma. È una cosa molto bella e molto ricca per la nostra Famiglia e per la Chiesa.

Ora, il tempo della formazione è fondamentale per acquisire e interiorizzare i valori propri di questo progetto saveriano. Quindi, si deve arrivare a creare una cultura saveriana, dove ogni confratello si senta al suo posto perché è il posto che Dio vuole per lui. Il che vuol dire sentirsi rispettato e amato nella sua particolarità, e allo stesso tempo aperto, e quindi arricchito, dai valori del vangelo e della consacrazione religioso-missionaria. Una attenzione speciale va data all’interculturalità.

Stile di vita saveriano vuol dire anche una maniera particolare di essere nella Chiesa fatto di collaborazione serena e attiva con tutti i membri del popolo di Dio, di partecipazione e gestione comunitaria nelle opere e attività a noi affidate… Viene quindi privilegiata una formazione alla collegialità, alla sinodalità, che vuol dire corresponsabilità, partecipazione di tutto il popolo di Dio, comunione. Questo implica fare attenzione e combattere se necessario una mentalità clericale, elitista[3].

Circa la piaga del clericalismo, questo modo anomalo e perverso di intendere l’autorità nella Chiesa, è necessario tener presente ciò che Papa Francesco sta ripetendo continuamente. L’ha definito come il male fondamentale della Chiesa[4].

Il missionario sacerdote, spesso fulcro e “prìncipe” della comunità, se non possiede una vera spiritualità evangelica, rischia di confondere il vero centro, Cristo, con sé stesso.

Nella nostra proposta formativa e nel discernimento, l’atteggiamento fondamentale resta quello della spoliazione, che significa abbracciare concretamente un lungo processo di de-clericalizzazione del nostro stile di vita, del nostro stile apostolico, incluso delle nostre strutture. In altre parole, guidare i nostri giovani nel cercare appassionatamente, ogni giorno, di imitare e assumere i sentimenti (Fil 2, 5) e lo stile di Cristo Signore, il quale svuotò se stesso (2,7).

  1. Autosostentamento materiale della vita comunitaria. Questo punto va unito all’anteriore che parla di stile di vita saveriano. Il giovane in formazione deve partecipare attivamente sin dall’inizio della formazione alla corresponsabilità della vita comunitaria. È normalmente ciò che si fa. Qui vorremmo aggiungere anche nell’aspetto materiale/economico della comunità.

Il giovane non è lì solo per ricevere ma anche per collaborare, cercare dei mezzi che aiutino il bilancio economico. Si deve finire, dove ancora c’è, con questa mentalità di “intanto i soldi ci sono”, “chiediamo alla Regione, alla DG”, dove quasi tutto è un diritto, dove è facile acquisire le cose materiali senza prima fare una riflessione e porsi la questione: ‘possiamo?’, ‘cosa apportiamo noi’? Un esempio: una comunità ha bisogno di comprare una macchina, un computer, un telefono, assumere un impiegato, fare una gita, ecc. La prima cosa che si deve fare è: cosa possiamo fare noi per cercare i soldi di cui abbiamo bisogno? Solo dopo possiamo chiedere al fondo della Circoscrizione o generale. È importante che il giovane confratello in formazione sia educato e formato in questa mentalità: la vita materiale/economica della mia comunità/circoscrizione dipende della mia partecipazione attiva nella ricerca dei mezzi che sono nella linea saveriana.

  1. La docibilitas. È il principio educativo fondamentale. Cioè tutto passa da lì. Riprendo, tale e quale, quanto dice la RFX ai nn. 87-88, sottolineando alcuni punti principali:
  • La formazione “è disponibilità costante ad apprendere quotidianamente ed aiuta a maturare nelle diverse circostanze e casi della vita” (VC 69). Io sono discepolo.
  • Perché ciò avvenga,
  • alla base ci deve essere una visione della vita come vocazione, (chiamata. Questo è ciò che Dio vuole per me. Non sono io il maestro)
  • la disponibilità a mettersi in discussione e a verificare continuamente la propria risposta,
  • il desiderio di progredire umanamente e spiritualmente per rendersi capaci del dono ricevuto, cioè, in altri termini, una retta intenzione vocazionale.
  • Senza queste disposizioni fondamentali ogni cambiamento non può che essere superficiale, non interiorizzato, forzato e di facciata”.
  • Normalmente il candidato possiede questi atteggiamenti solo in modo embrionale e intuitivo.
  • Compito della formazione sarà di farli diventare espliciti e vitali, attraverso un processo lungo e non sempre lineare, nella scoperta progressiva dell’azione sorprendente di Dio nella vita delle persone.
  • Diventa allora fondamentale l’apertura all’apprendimento e al cambiamento che permette di essere persone sempre in ascolto di Dio e delle Sue mediazioni, capaci di imparare e di crescere in ogni momento e circostanza della vita.

Sottolineiamo questa verità: la docibilitas diventa il primo principio educativo nel progetto saveriano di formazione, e allo stesso tempo il criterio fondamentale di discernimento[5].

  1. Personalizzare il percorso formativo. Da una parte questo punto corrisponde al principio educativo della gradualità e progressività (RFX 98-99). C’è il cammino comunitario e allo stesso tempo il cammino personale. Si tratta di accompagnare ognuno personalmente perché possa dare il meglio di sé stesso mettendolo al servizio del carisma saveriano, senza automatismi[6]. Questo richiede da parte dei formatori una conoscenza assai approfondita dei formandi.

Dall’altra parte, vorremmo sottolineare il fatto di saper intravedere nel giovane in formazione quello che lui potrebbe dare domani come servizio alla missione. Questo, tenendo conto delle sue qualità, dei suoi interessi, dei suoi sforzi, degli apporti ricevuti dai formatori e dagli insegnanti… e di quello che la missione ad gentes richiede come preparazione in questa epoca. Il domani incomincia a prepararsi oggi.

Ci aspettiamo quindi da parte dei formatori dei suggerimenti, delle indicazioni, degli orientamenti sui giovani confratelli in formazione per poter fare una buona programmazione.

  1. L’équipe formativa. Vorremmo qui sottolineare l’importanza dell’équipe formativa in quanto mediazione indispensabile del cammino formativo di ogni saveriano, come indicato nella RFX 138-156.

Dire équipe vuol dire lavorare insieme, vivere insieme. È per questo che abbiamo ritenuto importante aprire l’incontro così chiamato dei Rettori delle Teologie anche a un altro membro dell’équipe. È importante che il progetto formativo sia chiaro e allo stesso tempo assunto da tutto l’équipe.

Lo stile che deve caratterizzare lo svolgimento di questo servizio deve essere quello che ci viene indicato nei Vangeli circa il rapporto fra Gesù e i suoi discepoli. Alla base ci deve essere uno sguardo di amore, di considerazione, di stima, di fiducia, di rispetto verso ogni giovane confratello in formazione. Allo stesso tempo ci deve essere l’insegnamento, la formazione fatta con le parole ma soprattutto con la testimonianza della propria vita. È importante passare lunghi momenti insieme, fatti di dialogo, condivisione, ricerca comune, preghiera al Padre, lavoro, relax/tempo libero… Ci deve essere anche la correzione fraterna, indicare quando c’è l’errore, le scelte sbagliate…

Vi chiediamo quello che chiediamo a noi stessi: vivere la comunione fraterna perché il nostro Dio è comunione, e aggregare alla vostra comunione i giovani confratelli in formazione. Il servizio che svolgete non è un lavoro qualunque, è il lavoro di Dio. Ci fa bene ricordare qui le parole di papa Francesco: «La missione al cuore del popolo non è una parte della mia vita, o un ornamento che mi posso togliere, non è un’appendice, o un momento tra i tanti dell’esistenza. È qualcosa che non posso sradicare dal mio essere se non voglio distruggermi. Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo. Bisogna riconoscere sé stessi come marcati a fuoco da tale missione di illuminare, benedire, vivificare, sollevare, guarire, liberare. Lì si rivela l’infermiera nell’animo, il maestro nell’animo, il politico nell’animo, quelli che hanno deciso nel profondo di essere con gli altri e per gli altri. Tuttavia, se uno divide da una parte il suo dovere e dall’altra la propria vita privata, tutto diventa grigio e andrà continuamente cercando riconoscimenti o difendendo le proprie esigenze. Smetterà di essere popolo» (EG 273). Dire équipe quindi vuol dire vivere e lavorare in comunione.

  1. Per concludere. A nome della DG vi dico grazie del servizio che fate nella nostra Famiglia. È un servizio delicato ma alla nostra portata, purché non ci si dimentichi mai che chi forma è Dio. Coltiviamo la consapevolezza di essere “solo” suoi collaboratori, magari anche bravi! Ma non bisogna andare oltre. Grazie.

Che questi giorni ci aiutino ad amare e quindi servire di più la vocazione alla quale il Signore ci ha chiamato, concretizzata oggi nel servizio che ci è stato chiesto, e dare spazio allo Spirito affinché ascoltiamo con cuore generoso quello che vuole dirci (Gv 14,26). Buon incontro!

P. Fernando García, SX  Superiore Generale

Roma, 8 Ottobre, 2018

 

[1] Una semplice constatazione. Secondo lo Stato del Personale, all’inizio del 2018 su 701 saveriani viventi, 578 sono presbiteri, 28 fratelli professi perpetui, 95 studenti professi di cui circa 90 si preparano al presbiterato e 5 per essere saveriani fratelli. Inoltre, il nostro Istituto è riconosciuto dalla Santa Sede come Istituto clericale, (CDC can. 588, § 2).

[2] Come annunciato nella lettera d’invito, approfittiamo di questo incontro dei Rettori per approfondire alcuni contenuti che il magistero della Chiesa ci offre nella “nuova” Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis (RFIS - Dicembre 2016), che ha come titolo Il Dono della Vocazione Presbiterale.

[3] I nostri giovani, non sono affatto esenti da questo rischio e la cultura narcisista che intensamente pervade le nostre società, rende ancora più facile soccombere alla tentazione del clericalismo. Ma anche la cultura tradizionale e la storia di un paese hanno spesso un ruolo in questo fenomeno.

[4] Dice Stéphane Joulain, padre bianco e psicoterapeuta: «Ciò che il papa denuncia sono quei preti che mettono il loro potere e la loro autorità a proprio profitto; che, in quanto pastori, si riconoscono una sorta di superiorità che li mette su un piedestallo. Ritenere che, dato che si è stati ordinati, si ha diritto ad una forma di riverenza, è un errore, di cui certi non esitano ad abusare. … Quando una persona comincia a sentirsi speciale, è facilmente tentata di concedersi dei privilegi speciali …

Come sempre, bisogna unire prevenzione, sanzione ed educazione. Per prevenire, la prima cosa da fare è «inquadrare» il potere dei chierici, obbligarli a rendere conto del modo in cui usano la loro autorità. Un potere non «inquadrato» diventa dittatoriale e il rischio è ulteriormente accresciuto quando lo si ritiene di origine divina.…», in Clericalismo e abusi sessuali nella Chiesa, in http://www.settimananews.it/reportage-interviste/clericalismo-abusi-sessuali-nella-chiesa/

[5] Il termine docibilitas, appare nella RFIS al n. 45. Viene sviluppato in modo molto pratico ai numeri 46-47; e poi al n.107 per ciò che si riferisce alla Direzione Spirituale.

[6] Su questo aspetto, il n. 58 della RFIS afferma: «…Il raggiungimento dei traguardi formativi non deve essere necessariamente legato al tempo trascorso in Seminario e soprattutto agli studi compiuti. Non si deve, cioè, arrivare al sacerdozio solo in ragione del susseguirsi di tappe poste in successione cronologica e stabilite in precedenza, quasi “automaticamente”, indipendentemente dai progressi effettivamente compiuti in una complessiva maturazione integrale…».

Data

Lunedì, 08 Ottobre 2018

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