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Un compagno di viaggio

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La lettura della Lettera Testamento (LT) di san Guido, nostro padre fondatore, mi ha accompagnato a tratti nel primo periodo di interesse verso la Famiglia saveriana e poi soprattutto negli anni della formazione, specialmente nel noviziato. È un testo che mi fa piacere ricordare come “compagno di viaggio”, specialmente nei momenti di riflessione e di valutazione dell’esperienza missionaria in corso o in quelli di “ripartenza” verso una nuova comunità (che è poi la mia situazione attuale. Sono appena arrivato nell’ovest della Thailandia da tre giorni, dopo 4 anni passati a Bangkok). Alcuni passi di questo testo (soprattutto LT 7, 9 e 10) mi aiutano a tenere fisso il desiderio che Dio ha posto nel cuore a san Guido: quello di formare una famiglia di missionari consacrati a Lui per essere discepoli (LT 1), cercatori di Dio “in tutto” (LT 10), imitatori di Lui (LT 7) e tutti spesi per il primo annuncio del Vangelo. San Guido pensa a noi come persone mosse dallo Spirito “che ci faccia veder Dio, cercar Dio, amar Dio in tutto” (LT 10): espressione che ho sempre trovato profetica e secondo la quale tutti noi Saveriani dovremmo essere impegnati, in una ricerca costante ed inclusiva. Mi vien da dire che il fondatore non ci vede “proprietari” di insegnamenti che andiamo diffondendo, non ci pensa “protetti” da sicurezze teologiche ed economiche (cf. LT 4), non vuole che io mi ponga come “quello che sa”, ma come “quello che cerca” Dio insieme con l’altro, a partire dalla sua cultura e dalla sua fede. Quel “in tutto” è molto esplicito: non posso escludere nessuno e niente! Ovvio che ogni atteggiamento di pregiudizio, di critica distruttiva, di distanza e di superficialità nei confronti dell’altro disobbedisce a questa espressione che lascia spazio a una sola risposta: accogliere l’altro con la sua differenza e nella sua differenza tentare di vedere, cercare e amare Dio. “Io accolgo!”: da questa decisone passa il Vangelo. A proposito di questo, l’insistenza che san Guido ha nel parlare delle relazioni all’interno della Famiglia saveriana – in modo da formare una reale “unione di menti e di cuori” (LT 9) – mi fa poi sempre pensare al fatto che tutto quanto detto qui sopra va riferito innanzitutto alle relazioni tra noi nelle nostre comunità, come se fossero il nostro primo luogo di missione, esercizio di quella “carità a tutta prova” descritta nella LT (LT 10).

Nella LT, infatti, in più punti, Conforti ci richiama ad un alto senso comunitario, basato su un sincero slancio di “carità per noi e pei fratelli” (LT 9) e sul “sacrificio della volontà che noi facciamo a Dio” (LT 6).  Metto insieme queste due affermazioni perché mi sembra che il voto di obbedienza sia una questione di vita quotidiana e non solo nei momenti delle “grandi decisioni” con il Superiore Generale. In questi momenti speciali ho sempre sentito l’esigenza di esprimere chiaramente ciò che percepivo venire dalla coscienza e rendo grazie di aver potuto farlo e aver trovato persone disposte ad ascoltare anche le mie insistenze. Quello che però mi sembra emergere dopo questi primi quattro anni in Thailandia è che poi l’obbedienza si gioca nella vita di tutti i giorni. In Thailandia stiamo infatti insistendo su una vita comunitaria esigente, fianco a fianco con i laici (thailandesi e non) che in alcuni casi sono coinvolti nelle nostre dinamiche (a Bangkok parliamo di “comunità mista”) e che possono venire entusiasmati o allontanati dai nostri comportamenti. Mi sembra che, in questo senso, l’obbedienza vissuta in un dialogo franco nella vita quotidiana diventi qui via di evangelizzazione reciproca e quindi strumento per la missione. Non un’obbedienza per disciplina, ma un’obbedienza che viene da quella “carità di Cristo” che “regolerà tutti i rapporti scambievoli” (LT 9) e dall’amore per il contesto missionario in cui siamo immersi. Per “vita comunitaria esigente” intendo dire che a Bangkok le decisioni si prendono sempre insieme, il “lavoro pastorale” è diviso di volta in volta alternandoci, in modo da permettere un ampio respiro nelle relazioni specie con i più poveri e di non legare nessuno esclusivamente ad un componente della comunità. Tutto è in comune mantenendo, per quanto è possibile, la porta sempre aperta all’accoglienza di volontari, giovani e famiglie in cerca di un’esperienza di vita “missionaria”. È un aspetto che però ha come conseguenza un evidente adattamento di orari, spazi, tempi e quant’altro … Inoltre, la vita a stretto contatto con la realtà della baraccopoli, porta a dover essere pronti a trovare del tempo improvvisamente per discutere all’interno della comunità circa quanto appena successo ad un ragazzo o ad una famiglia per vedere come farci prossimi in una situazione di emergenza alla luce del Vangelo e della situazione concreta. Pronti a cambiare le priorità della giornata. L’obbedienza è quindi una questione di vita comunitaria quotidiana, che mi chiede di smussare i lati del mio carattere per lasciare abitare l’altro nella mia vita, lasciare spazio per cercare il cammino insieme. A volte tutto questo mi costa, ma poi vedo che dove c’è la pazienza di aspettare e di condividere rinunciando ad un “ruolo” e quindi ad un “potere” per includere gli altri, alternandoci e proponendo e suggerendo una strada da percorrere invece di imporla dall’alto di un “posto occupato”: questa dinamica fa crescere me e aiuta gli altri a crescere. Una dinamica comunionale è sempre una dinamica evangelica e io mi sento a servizio di questa comunione. Inoltre questa condivisione sincera mi aiuta a provare a vivere almeno in piccola parte il senso di quel voto di povertà, cosi come descritto dalla LT. Il frutto di questa scelta è la possibilità di poter lasciar emergere la bellezza del nostro carisma missionario con quella trasparenza e immediatezza unica che solo la vita fianco a fianco riesce a rendere viva. A patto che “le nostre azioni esteriori siano la manifestazione della vita interiore di Cristo in noi”! (LT 7). A volte mi accorgo di essere preoccupato di tante cose circa le attività da proporre ai bambini, l’aspetto organizzativo e l’”agenda” dei nostri incontri e poco preoccupato per il punto più importante che è quello che LT 7 appunto ci ricorda, forse perché mi sembra una “vetta” così alta da raggiungere… Eppure proprio questo punto, che Conforti sottolinea, porta dentro tutto il segreto per mettere in atto il primo annuncio del Vangelo, cioé “la grandezza della causa che ci stringe in una sola famiglia” (LT 11).

In Tailandia, il tentativo di attuare il “primo annuncio” passa tramite il farci prossimi agli ultimi, a coloro che sono ai margini – tutti di fede Buddhista, alcuni Islamica e alcuni ancora animista. Quello che amo della missione qui è che c’è in atto il tentativo di fare del primo annuncio del Vangelo il centro unico da cui dipendono tutte le nostre attività e sul quale siamo chiamati a verificarci. E questo primo annuncio è possibile se vivo tutto in funzione del mio essere discepolo nella mia comunità. Ecco che tornano sempre questi due elementi: vita consacrata e missione, i due elementi cardine della LT di san Guido (cfr. LT 2), che rappresentano il nostro essere Saveriani, cosi come pensato dal fondatore. A volte sento la responsabilità che abbiamo di seguire qui e bene il cammino tracciato da san Guido: in Tailandia siamo un gruppo di saveriani relativamente vicini di età, cosa che aiuta le nostre relazioni; quindi probabilmente siamo più facilitati nella dimensione comunitaria rispetto ad altri. Speriamo di non buttar via questa possibilità.

Concludo con una osservazione: mi piace come san Guido esprima nella LT una sapienza capace di scendere nella concretezza, una spiritualità diretta alla vita. Il Fondatore inserisce infatti diversi problemi che la nostra vita saveriana può incontrare e ne dà una chiave per poterli affrontare: per esempio alcuni suggerimenti “evitiamo l’ozio” (LT 5) o “nel momento dello sconforto ricorriamo a Dio colla preghiera, rinnoviamo i nostri propositi …” (LT 3) oppure ancora: ciascuno “comprima in se stesso l’egoismo individuale …” (LT 9). Non mi sembra che il Fondatore fosse uno che accettasse di rendere vano il suo tempo in vuoti intellettualismi: questo è di monito per tutti noi a cercare sempre una sapienza incarnata, tutta tesa a servire gli altri, la missione e la nostra Famiglia; cosa che anche negli anni di teologia era sempre una sfida. Possa il Signore aiutarci a trasformare ogni nostro sforzo in servizio alla missione e alla nostra Famiglia saveriana, a partire dagli anni dedicati allo studio.  Amen.

(p. Alessio Crippa, sx)

 


English

A travel companion

The reading of the Testament Letter of St. Guido, our founding father, accompanied me at the very beginning of my interest towards the Xaverian family and then especially in the years of formation, particularly in the novitiate. It is a text that I am pleased to remember as a sort of "travel companion," especially in moments of reflection and evaluation on my ongoing missionary experience or in those moments that require a "restart," like, for instance, a change of community (which is my present situation. I have just arrived in western Thailand, after 4 years spent in Bangkok). Some passages in this text (especially TL 7, 9 and 10) help me to keep fixed the desire that God has placed in St. Guido’s heart: to form a family of missionaries consecrated to him to be disciples (TL 1), seekers of God "in all" (TL 10), imitators of Him (TL 7) and all committed to the first proclamation of the Gospel. Saint Guido thinks of us as people moved by the Spirit "who makes us see God, seek God, love God in everything" (TL 10). I have always found this expression prophetic! According to that, all of us Xaverians should be always engaged, in a constant and inclusive search. It comes to my mind that the Founder does not see us as "owners" of teachings we spread, he does not think of us as "protected" either by theological or economic security (see TL 4); he does not want me to position myself as one "who knows", but as one "who search" for God together with the others, starting out from his culture and faith. That "in all" is very explicit: I cannot exclude anyone and anything! It is obvious that any attitude of prejudice, destructive criticism, distance and superficiality towards the other flouts that expression which requires only one answer: to welcome the other with its difference and in its difference to try to see, seek and love God. "I welcome!" From this decision passes the Gospel. By the way, St. Guido’s insistence on talking about relations within the Xaverian Family – in order to form a real "union of minds and hearts" (TL 9) – then makes me think that what I have just said above must be referred first of all to the relationships between us in our communities, as if these were our first place of mission, the first place where to practice that "full-proof charity" described in the Testament Letter (TL 10).

In fact, in several places of the Testament Letter, Conforti calls us to a high sense of community, based on a sincere impetus of "charity for us and for our brothers and sisters" (TL 9) and on the "sacrifice of the will we make to God" (TL 6).  I put these two statements together because it seems to me that the vow of obedience is a matter of daily life and not only of moments of "great decisions" with the Superior General. In these special moments, I have always felt the need to express clearly what I perceived as coming from my conscience and I give thanks for having been able to do so and having found people willing to listen to my insistence as well. But what seems to emerge from my first four years in Thailand is that real obedience, as it were, is played out in everyday life. In Thailand we are in fact insisting on a demanding community life, side by side with the laity (Thai and non-Thai) who in some cases are involved in our dynamics (in Bangkok we talk of a "mixed community") and who can be either excited or turned away by our behaviour. In this sense, it seems to me, obedience when lived in a frank dialogue in daily life becomes a way of mutual evangelization and therefore an instrument for mission. Not an obedience because of discipline, but an obedience which comes from that "charity of Christ" that "regulates all interpersonal relationships" (TL 9) and from the love of the missionary context in which we are immersed. By "demanding community life" I mean that in our Bangkok community decisions are always taken together, "pastoral work" is shared by all in turn, so as to allow a wide scope in relations especially with the poorest and not to tie anyone exclusively to one or the other member of the community. Everything is in common keeping, as far as possible, the door always open to the reception of volunteers, young people and families looking for a "missionary" life experience. This is, however, something which implies an obvious adaptation of schedules, spaces, times and anything else... Moreover, life in close contact with the reality of the slum, leads us to be always ready to find, all at a sudden, time to discuss what has just happened to a boy or a family, to see how we can be of service in an emergency both in the light of the Gospel and of our practical possibilities, ready to change that day's priorities. Obedience is therefore a matter of daily community life, which asks me to smooth the sides of my personality to let the other dwell in my life, leaving room to seek a way forward together. Sometimes all this is heavy on me, but then I see that where there is the patience to wait and share giving up a "role" and therefore a "power" to include others, alternating and proposing and suggesting a way to go instead of imposing it from the top of an "occupied place," this dynamic makes me grow and helps others to grow. A dynamic of communion is always an evangelical dynamic and I feel at the service of this communion. Moreover, this sincere sharing helps me to try and live at least a small part of the meaning of that vow of poverty, as described in the Testament Letter. The fruit of this choice is the possibility of being able to let out the beauty of our missionary charism with that unique transparency and immediacy that only a life lived side by side manages to bring forth.

Of course, all this provided that "our outward actions are the manifestation of Christ's inner life in us" (TL 7)! Sometimes I realize that I am worried about many things, for instance, about the activities to be proposed to children, the organizational aspects and the "agenda" of our meetings. I am instead little worried about the most important point that is what TL 7 precisely reminds us about. Perhaps this happens because that principle seems to me such a "peak," too high to be achieved... Yet it is precisely this point, emphasized by Conforti that brings within the secret to implement the first proclamation of the Gospel, that is, "the greatness of the cause that holds us together in one family" (TL 11). 

In Thailand, the attempt to implement the "first announcement" passes through being close to the last ones, to those on the margins – the majority being Buddhist, with some Muslim and some animist. What I love about the mission here is that we are trying to make the first proclamation of the Gospel the unique centre on which all our activities depend and on which we assess ourselves as well. This first announcement becomes possible if I live everything according to my being a disciple in the midst of my community. Consecrated life and mission emerge once again: these are the two key elements of St. Guido's Testament Letter (see TL 2), the keys to our being Xaverian, as willed by our Founder. Sometimes I feel the responsibility we have to follow here and follow well the path mapped out by St. Guido. Indeed, in Thailand we are a small group of similarly aged Xaverians, which helps our relationships. So we are probably facilitated in the community dimension than others are. Let us hope that we do not throw away this opportunity. 

I conclude with a comment: I like how St. Guido expresses in the Testament Letter a wisdom capable of descending into concreteness, a spirituality directed to life. In fact, the Founder mentions several problems that our Xaverian life may encounter, providing, at the same time, keys to face them. These are some of his suggestions: "let us avoid idleness" (TL 5) or "in the moment of distress let us turn to God in prayer, renewing our good will ..." (TL 3), or again, each one "compress into himself individual selfishness ..." (TL 9). It does not seem to me that the Founder agreed to waste his time in vain and empty intellectualism. This should be a warning to all of us to always look for an incarnate wisdom, always aimed at serving others, our mission and our Family; something which even in the years of theological studies was always a challenge. May the Lord help us to turn all our efforts into service to the mission and to our Xaverian family, starting from the years devoted to study.  Amen. 

Fr. Alessio Crippa, sx


 Español

Un compañero de viaje

La lectura de la Carta Testamento de San Guido, nuestro Padre fundador, me ha acompañado por momentos en el primer período de interés por la Familia Xaveriana y luego, sobre todo, en los años de la formación, especialmente en el noviciado. Es un texto que me da gusto recordar como “compañero de viaje”, especialmente en los momentos de reflexión y valoración de la experiencia misionera en curso o en aquellos en los que hay que “re-partir” hacia una nueva comunidad (que es mi situación actual hoy). Apenas he llegado al oeste de Tailandia hace tres días, después de 4 años en Bangkok. Algunos pasajes de la CT (sobre todo 7, 9 y 10) me ayudan a tener fijo el deseo que Dios ha puesto en el corazón de San Guido: formar una familia de misioneros consagrados a Él para ser discípulos (CT 1), buscadores de Dios “en todo” (CT 10), imitadores de Él (CT 7), y todos dedicados al primer anuncio del Evangelio. San Guido piensa en nosotros como personas movidas por el Espíritu “que nos hace ver a Dios, buscar a Dios, amar Dios en todo" (LT 10): expresión que siempre he considerado profética y según la cual todos nosotros Xaverianos deberíamos comprometernos, en una búsqueda constante e inclusiva.

Me viene decir que el Fundador no nos ve como “propietarios” de doctrinas que vamos difundiendo, no nos piensa “protegidos” por seguridades teológicas y económicas (cfr. CT 4), no quiere que yo me ponga como “el que sabe”, sino como “el que busca” a Dios junto con el otro, a partir de su cultura y de su fe. El “en todo” es muy explícito: ¡no puedo excluir a ninguno y nada! Obvio que cada actitud de prejuicio, de crítica destructiva, de distancia y de superficialidad respecto al otro desobedece a esta expresión que deja espacio a una sola respuesta: aceptar el otro en su diferencia y en su diferencia intentar ver, buscar y amar a Dios. “¡Yo acepto al otro!”: por esta decisión pasa el Evangelio. A propósito de esto, la insistencia de San Guido de hablar sobre las relaciones dentro de la Familia Xaveriana – de manera que se forme una real “unión de mentes y corazones” (CT 9) – me hace pensar siempre al hecho de que todo cuanto dicho en sus palabras, ha de ser referido sobre todo a las relaciones entre nosotros en nuestras comunidades, como si fueran nuestro primer lugar de misión, ejercicio de aquella “caridad a toda prueba descrita en la Carta Testamento (CT 10).

En la Carta Testamento, en efecto, en varios puntos, Conforti nos llama a un alto sentido comunitario, basado en un sincero ímpetu de “caridad por nosotros y por los hermanos” (CT 9) y sobre el “sacrificio de la voluntad que nosotros le hacemos a Dios” (CT 6).  Pongo juntas estas dos afirmaciones porque me parece que el voto de obediencia es una cuestión de vida cotidiana y no sólo en los momentos de las “grandes decisiones” con el Superior General. En estos momentos especiales siempre he sentido la exigencia de expresar claramente lo que percibía venir de la conciencia y agradezco haber podido hacerlo y haber encontrado personas dispuestas a escuchar también mis insistencias. Sin embargo, lo que me parece que emerge después de estos primeros cuatro años en Tailandia, es que la obediencia se juega, luego, en la vida de todos los días. 

En Tailandia estamos insistiendo, en efecto, en una vida comunitaria exigente, codo con codo con los laicos (tailandeses y no) que en algunos casos están implicados en nuestras dinámicas (en Bangkok hablamos de “comunidad mixta”) y que pueden ser entusiasmados o alejados a causa de nuestros comportamientos. Me parece que, en este sentido, la obediencia vivida en un diálogo franco en la vida cotidiana, se convierte en camino de evangelización recíproca y por lo tanto en instrumento para la misión. No es una obediencia por disciplina, sino una obediencia que viene de la “caridad de Cristo” que “regulará todas las relaciones recíprocas” (CT 9), y del amor por el contexto misionero en que estamos inmersos. 

Por “vida comunitaria exigente” quiero decir que en Bangkok las decisiones se toman siempre juntos, el “trabajo pastoral” es compartido alternándonos, de manera que se permita un amplio respiro en las relaciones, por ejemplo, con los más pobres y no vincular a nadie exclusivamente a un miembro de la comunidad. Todo es en común manteniendo, en lo posible, la puerta siempre abierta al recibimiento de voluntarios, jóvenes y familias en busca de una experiencia de vida “misionera”. Es un aspecto que tiene como resultado una evidente adaptación de horarios, espacios, tiempos y todo lo demás… 

Por otra parte, la vida en estrecho contacto con la realidad de las barracas, nos lleva a tener que estar listos para encontrar imprevistamente tiempo para discutir dentro de la comunidad sobre lo que apenas haya sucedido a algún chico o a una familia, para ver cómo hacernos prójimos, a la luz del Evangelio y la situación concreta, en un escenario de emergencia. Preparados para cambiar las prioridades del día. La obediencia es por lo tanto una cuestión de vida comunitaria cotidiana, que me pide limar los modos de mi carácter para dejar habitar al otro en mi vida, dejar espacio para buscar el camino juntos. A veces todo esto me cuesta, pero luego veo que donde se tiene la paciencia de esperar y de compartir, renunciando a un “rol” y, por lo tanto, a un “poder”, para incluir a los demás, alternándonos y proponiendo y sugiriendo un camino a recorrer en lugar de imponerlo desde lo alto de un “puesto ocupado”: esta dinámica me hace crecer y ayuda a los demás a crecer. 

Una dinámico comunional es siempre una dinámica evangélica y yo me siento a servicio de esta comunión. Además, este compartir sincero me ayuda a intentar vivir, al menos de una manera pequeña, el sentido del voto de pobreza, tal como es descrito por la Carta Testamento. El fruto de esta opción es la posibilidad de poder dejar que emerja la belleza de nuestro carisma misionero con aquella transparencia e inmediatez única que sólo la vida flanco a flanco logra hacer viva. Siempre desde la base de que “nuestras acciones exteriores sean la manifestación de la vida interior de Cristo en nosotros” (CT 7). A veces me doy cuenta de estar preocupado de muchas cosas sobre las actividades que podría proponer a los niños, el aspecto organizativo y la “agenda” de nuestros encuentros, y poco preocupado por el punto más importante, aquél que precisamente CT 7 nos recuerda, quizás porque me parece una “cumbre” muy alta de alcanzar… Sin embargo, justamente este punto, que Conforti subraya, lleva dentro todo el secreto para poner en práctica el primer anuncio del Evangelio, es decir, “la grandeza de la causa que nos une en una sola familia” (CT 11). 

En Tailandia, el empeño de actuar el “primer anuncio” pasa por el hacernos cercanos a los últimos, a los que están en los márgenes – todos de fe budista, algunos islámica y otros todavía animista. Lo que amo de la misión aquí, es que está en acto el esfuerzo de hacer del primer anuncio del Evangelio el centro único del que dependen todas nuestras actividades, y sobre el que estamos llamados a examinarnos. Y este primer anuncio es posible si vivo totalmente en función de mi ser discípulo en mi comunidad. He aquí que siempre vuelven estos dos elementos: vida consagrada y misión, los dos elementos bisagra de la Carta Testamento de San Guido (cfr. CT 2) que representan nuestro ser Xaverianos, tal como lo pensó el Fundador. A veces siento la responsabilidad que tenemos de seguir aquí y bien, el camino trazado por San a Guido: en Tailandia estamos un grupo de Xaverianos relativamente cercanos en la edad, cosa que ayuda en nuestras relaciones; por lo tanto, probablemente estamos más facilitados en la dimensión comunitaria con respecto a otros. Esperamos de no estropear esta posibilidad.

Concluyo con una observación: me gusta como San Guido expresa en la Carta Testamento una sabiduría capaz de bajar a lo concreto, una espiritualidad orientada a la vida. El Fundador inserta, en efecto, muchos problemas que nuestra vida xaveriana puede encontrar y da una clave para poderlos afrontar, por ejemplo, algunas sugerencias:  “evitemos el ocio” (CT 5) o “en el momento del desaliento recurramos a Dios con la oración, renovemos nuestros propósitos…” (CT 3), o bien: cada uno “reprima en sí el egoísmo individual…” (CT 9). No me parece que el Fundador fuese alguien que aceptase disipar su tiempo en intelectualismos vacíos: esto es una advertencia para todos nosotros, de manera que busquemos siempre una sabiduría encarnada, toda orientada a servir a los demás, la misión y nuestra Familia; cosa que también en los años de teología era siempre un desafío. Pueda el Señor ayudarnos a transformar cada esfuerzo nuestro en servicio a la misión y a nuestra Familia Xaveriana, ya desde los años dedicados al estudio.  Amén. 

P. Alessio Crippa, sx


 Français

Un compagnon de route

La lecture de la Lettre Testament de Saint Guido, notre Père Fondateur, m’a accompagné périodiquement dans la première étape de formation dans la Famille Xavérienne, surtout dans l’année de noviciat. C’est un texte que j’aime considérer comme un « compagnon de route », notamment dans les moments de réflexion et d’évaluation de l’expérience missionnaire en cours, ou dans les situations de « nouveaux départs » vers une nouvelle communauté. Par ailleurs, c’est ma situation actuelle : il y a trois jours, je viens d’arriver à l’Ouest de la Thaïlande, après avoir passé quatre ans à Bangkok. Quelques passages de ce texte (LT 7, 9, 10) m’aident à maintenir le désir que Dieu a posé dans le cœur de Saint Guido : celui de former une famille de missionnaires consacrés à Lui pour être disciples (LT 1), chercheurs de Dieu « en tout » (LT 10), ses imitateurs (LT 7) et donnés entièrement pour la première annonce de l’Évangile. 

Saint Guido pense à nous comme des personnes animées par l’Esprit « qui nous fait voir Dieu, chercher Dieu, aimer Dieu en tout » (LT 10) : j’ai toujours considéré cette expression très prophétique, étant un programme de vie selon lequel tous les Xavériens s’engagent dans une recherche constante et inclusive. Je dirais même que le Fondateur ne nous voit pas comme des « propriétaires » des enseignements que nous allons répandre, il ne veut pas que nous soyons « protégés » par des sécurités théologiques et économiques (cf. LT 4). Il ne veut pas que je me présente comme « celui qui connaît », mais comme « celui qui cherche » Dieu avec l’autre, à partir de sa culture et de sa foi. Le « tout » dont parle LT 10, est très explicite : je ne peux exclure personne et je ne peux rien écarter. Bien sûr qu’il y a des attitudes qui désobéissent à cette expression de totalité : le préjugé, la critique destructrice, la distance et la superficialité vis-à-vis de l’autre. Je devrais parvenir à une seule réponse : accueillir l’autre avec sa différence et dans sa différence tenter de voir, chercher et aimer Dieu. « Moi, j’accueille ! » : à partir de cette décision, l’Évangile se transmet. 

À ce propos, l’insistance de Saint Guido sur les relations au sein de la Famille Xavérienne, - si bien que l’on forme une réelle « union d’esprit et de cœur » (LT 9), - me fait penser au fait que tout ce que je viens de dire se réfère aux relations entre nous, dans nos communautés, étant notre premier lieu de mission, exercice de la « charité à toute épreuve » décrite dans la Lettre Testament (LT 10).

En effet, dans la Lettre Testament, en différents endroits, Conforti nous exhorte à un sens élevé de vie communautaire, basée sur un élan sincère de « charité pour nous et pour les frères » (LT 9) et sur « le sacrifice de la volonté que nous faisons à Dieu » (LT 6). J’unis ces deux affirmations parce qu’il me semble que le vœu d’obéissance soit une question de vie quotidienne et il ne s’applique pas seulement dans les moments des « grandes décisions » avec le Supérieur Général. Dans ces moments spéciaux, j’ai toujours senti l’exigence d’exprimer clairement ce que je percevais venir de la conscience et je rends grâce d’avoir pu le faire et avoir trouvé des personnes disposées à écouter aussi mes insistances. 

Ce qui me semble émerger, après ces quatre premières années en Thaïlande, c’est que l’obéissance se joue dans la vie de tous les jours. En Thaïlande nous insistons sur une vie communautaire exigeante, côte à côte avec les laïcs (thaïlandais et étrangers) qui, dans certains cas, sont impliqués dans nos dynamiques (à Bangkok nous parlons de « communauté mixte ») et qui peuvent être édifiés ou éloignés par nos comportements. Il me semble que, dans ce sens, l’obéissance vécue dans un dialogue franc dans la vie quotidienne devienne ici le chemin d’évangélisation réciproque et donc instrument pour la mission. Ce n’est pas une obéissance par discipline, mais une obéissance qui vient de « la charité du Christ » qui « règlera tous les rapports mutuels » (LT 9) et de l’amour pour le contexte missionnaire où nous sommes insérés. Par « vie communautaire exigeante », j’entends le fait qu’à Bangkok nous prenons toujours les décisions ensemble, le « travail pastoral » est partagé à chaque fois, en nous alternant, de manière à permettre un plus ample souffle dans les relations surtout avec les plus pauvres et de ne lier personne à un seul membre de la communauté. Tout est en commun, en fardant, pour autant que possible, la porte toujours ouverte dans l’accueil des volontaires, jeunes et familles à la recherche d’une expérience de vie « missionnaire ». C’est un aspect qui a, cependant, comme conséquence, une adaptation évidente aux horaires, espaces, temps et ainsi de suite… Par ailleurs, la vie en contact avec les réalités de bidonville, invite à se préparer et à trouver du temps pour discuter au sein de la communauté autour de ce qui vient de se passer à un garçon ou à une famille pour voir comment nous faire proches d’une situation d’émergence à la lumière de l’Évangile et de la situation concrète. Nous sommes toujours prêts à changer les priorités de la journée. L’obéissance est donc une question de vie communautaire quotidienne, qui me demande de raboter les cotés durs de mon caractère pour laisser habiter l’autre dans ma vie, pour laisser de la place pour chercher le chemin nouveau. Parfois tout cela me coûte cher, mai, par la suite, je vois qu’où il y a de la patience d’attendre et de partager en renonçant à un « rôle » et donc à un « pouvoir » pour impliquer les autres, en nous alternant et en proposant et en suggérant une route à parcourir, au lieu de l’imposer du haut d’un « poste occupé » : j’avoue que cette dynamique me fait grandir, ainsi que ce qui m’entourent :

En plus, ce partage sincère m’aide à prouver à vivre ne serait-ce qu’en petite partie le sens de ce vœu de pauvreté, tel qu’il est présenté dans la Lettre Testament. Le fruit de ce choix est la possibilité de pouvoir laisser émerger la beauté de notre charisme missionnaire avec la transparence et la vérité unique que seulement la vie dans la proximité parvient à la rendre vivante. Cela à condition que « nos actions extérieures soient la manifestation de la vie intérieure du Christ en nous » (LT 7) ! Parfois, je m’aperçois d’être préoccupé de beaucoup de choses concernant les activités à proposer aux enfants, l’organisation et l’agenda de nos rencontres… je suis malheureusement moins préoccupé d’atteindre le point le plus important qui est bien exprimé dans la phrase de LT cité ci-haut : peut-être me paraît-elle un sommet tellement haut à atteindre… Et pourtant, c’est justement ce point que Conforti souligne et qui contient tout le secret pour réaliser la première annonce de l’Évangile, « la grandeur de la cause qui nous unis en une seule famille » (LT 11).

En Thaïlande, la tentative de réaliser la première annonce passe à travers la proximité envers les derniers, ceux qui sont aux marges, tous bouddhistes, quelques-uns musulmans ou animistes. Ce que j’aime de la mission ici c’est que nous vivons une tentative de faire de la première annonce de l’Évangile le centre unique dont dépendent toutes nos activités et sur lequel nous sommes appelés à nous évaluer. Cette première annonce est possible si je vis tout en fonction de mon être disciple dans ma communauté. Voilà que reviennent toujours les deux éléments : vie consacrée et mission, les deux charnières de la Lettre Testamentde Saint Guido (cf. LT 2) qui représentent bien notre être Xavériens, voulus par notre Fondateur. Parfois je sens la responsabilité que nous avons de suivre ici et bien le chemin tracé par Saint Guido : en Thaïlande nous sommes un groupe de Xavériens relativement proches en âge, ce qui facilite nos relations ; donc, probablement nous sommes plus facilités dans la dimension communautaire par rapport à d’autres confrères. Nous espérons de ne pas gaspiller cette chance.

Je termine en soulignant que Saint Guido exprime, dans la Lettre Testament, une sagesse capable de descendre dans la réalité car il propose une spiritualité très liée à l’existence concrète. Le Fondateur insère, en effet, plusieurs problèmes que notre vie xavérienne peut rencontrer et en donne une clef pour pouvoir les affronter : par exemple, certaines suggestions telles que « évitons l’oisiveté » (LT 5), ou « dans les moments de désolation, faisons recours à Dieu par la prière, renouvelons nos bonnes résolutions » (LT 3), ou que chacun « comprime en lui-même l’égoïsme individuel » (LT 9). Je n’ai pas l’impression que le Fondateur était quelqu’un qui accepte de gaspiller son temps dans des mots vides de sens : c’est une forte interpellation pour nous tous, afin que nous cherchions toujours une sagesse incarnée, tendue vers le service du prochain, vers la mission et vers notre Famille. Je me souviens que cette interpellation était un vrai défi même quand j’étais au Théologat. Puisse le Seigneur nous aider à transformer nos efforts en service à la mission et à notre Famille xavérienne, à partir même des années que nous consacrons aux études dans notre formation initiale. Amen

p. Alessio Crippa, sx

Alessio Crippa sx
04 Novembre 2020
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