“Non sappiamo a chi rivolgere le nostre preghiere. Nessuno sa cosa succederà, o se ci sarà una fine vicina”. Sono le parole di Depolin Wabo, operatore umanitario congolese del Volontariato Internazionale per lo Sviluppo (VIS) a Goma, nel cuore del Nord Kivu. Una terra, dove lo sconforto si è fatto quotidianità e la speranza, ormai, è un bene raro. La provincia del Nord Kivu, con il capoluogo Goma, è l’epicentro di una crisi che non si ferma. Secondo gli ultimi dati, più di 21,2 milioni di persone nel Paese necessitano di assistenza umanitaria. Di queste, 7 milioni sono sfollate interne. Numeri che raccontano di una tragedia continua, alimentata da decenni di instabilità, ora aggravata dall’ondata di violenze portate avanti, in particolare, dal gruppo armato M23. Il volto dell’est della Repubblica Democratica del Congo è quello di una madre che torna al villaggio e non trova più la casa. È quello di un bambino che non ricorda più cosa significhi andare a scuola. È quello di chi, pur sopravvivendo, si chiede ogni giorno se domani ci sarà ancora qualcosa da sperare. Le violenze hanno provocato fughe di massa, lasciando dietro di sé villaggi distrutti, famiglie spezzate e un senso crescente di abbandono. Chi riesce a tornare, trova macerie. Alcuni provano a riprendere una parvenza di vita normale, ma senza cibo, senza sicurezza, senza servizi essenziali, la normalità resta un miraggio.
La vita quotidiana è segnata dalla fame e dall’insicurezza. A causa dell’aumento vertiginoso dei prezzi — fino al 35 per cento a Goma e Bukavu — due famiglie su tre non riescono più ad accedere ai mercati. Secondo i dati del Vis, il 70 per cento delle famiglie consuma meno di due pasti al giorno e, per molti, le scorte alimentari non superano i cinque giorni. Il denaro non circola. La maggior parte delle persone ha soldi in banca, ma non può accedere al conto corrente. Alcuni per fare un prelievo devono viaggiare, attraversando due o tre paesi, per arrivare a Kinshasa o a Beni.
Ma la crisi non è solo economica o alimentare. È anche educativa. È un’emergenza invisibile che colpisce un’intera generazione. L’anno scolastico si è interrotto. Alcuni bambini hanno cercato di riprendere, ma non possono recuperare ciò che hanno perso. E ci sono quelli che non hanno più voglia di andare a scuola. Ma come possono riaprire le scuole? Gli insegnanti non sono pagati. I genitori non hanno soldi. Alcune scuole sono state distrutte, diversi villaggi sono stati abbandonati per anni. “Siamo stanchi, disillusi, feriti. Ma siamo ancora qui. E dove possiamo, raccontiamo che un futuro è ancora possibile. Anche se, oggi, è complicato crederci”, ripete il congolese Depolin Wabo.
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GOMA - D.R.C.: AN ENDLESS HUMANITARIAN CRISIS
“We don’t know whom to pray. Nobody knows what will happen, and whether there will be soon an end.” These are words of Depolin Wabo, a Congolese humanitarian operator belonging to the International Volunteers for Development (IVD) in Goma, at the heart of northern Kivu. It is a land where despondency has become daily reality and hope a rare commodity. The North Kivu Province, with its capital Goma, is the epicentre of an unstoppable crisis. According to the latest figures, more than 21.2 million people in the country are in need of humanitarian assistance. Among them, 7 million are internally displaced. Similar numbers tell of a ongoing tragedy, fuelled by decades of instability, now aggravated by the wave of violence carried out, in particular, by the armed group M23. The face of the eastern part of the Democratic Republic of the Congo is that of a mother that returns to her village and does not find her home anymore. It is the face of a child that no longer remembers what going to school means. It is the face of those who, while surviving, wonder every day whether there will still be something to hope for tomorrow. Violence has caused mass flight, leaving behind destroyed villages, broken families and a growing sense of abandonment. Those who can return find only rubble. Some try to resume some semblance of a normal life, but without food, without security, without essential services, normality remains a mirage.
Hunger and insecurity mark daily life. Due to the spiralling increase of prices – up to 35% in Goma and Bukavu – two out of three families cannot shop at markets. According to IVD’s data, 70% of households eat less than two meals a day and, for many, food stocks do not exceed five days. Money does not circulate. Most people have money in a bank but cannot access their current account.
In order to make a withdrawal, some must travel, crossing two or three countries, to get to Kinshasa or Beni.
It is not only an economic and food crisis, but also an educational one. It is an invisible emergency which, however, affects an entire generation. The school year has come to a halt. Some children have tried to resume, but cannot make up for what they have lost. Then, there are those that no longer feel like going to school. But, how can schools open again? Teachers are not paid. Parents have no money. Some schools have been destroyed, and several villages have lying abandoned for years. “We are tired, disillusioned, wounded. But we are still here. And, where we can, we tell that a future is still possible, even if, today, it is hard to believe it,” repeats the Congolese Depolin Wabo.