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I MIEI FALLIMENTI CON I POVERI

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I MIEI FALLIMENTI CON I POVERI

P. Da Roit Silvano sx

Minami Miyazaki 2013

(Nota: Testo rivisto dopo 10 anni.)

Esistono diverse povertà: materiale, relazionale, spirituale, culturale, psicologica, ecc. Potrà sembrare disordinato, ma nel mio racconto privilegio il susseguirsi storico e cronologico dei diversi tipi di incontro con svariate povertà. Una lettura quindi molto personale.

I poveri in un mondo cristiano

Tra i ricordi di quando ero bambino, c’è il ricordo dell’accoglienza riservata ai poveri che all’improvviso bussavano alla porta di casa chiedendo qualcosa da mangiare. Erano invitati a entrare, fatti sedere e poi si dava loro quello che si poteva in cibo e bevande. Di solito si trattava di un bicchiere di vino, della minestra o della polenta, pane, formaggio, un po’ di salame e verdura. Se richiesto, a volte si dava loro anche qualche indumento. Il povero era visto e trattato con rispetto e stima, davvero come fosse Gesù in persona a presentarsi alla porta di casa (cf. Mt 25,35-40). Il povero, da parte sua, manteneva sempre un certo riserbo e silenzio, era gentile e ringraziava. Noi bambini lo scrutavamo da capo a piedi, attentissimi a ogni movimento o parola che potesse dire. Poi, dopo aver ringraziato Dio e la provvidenza, e anche quelli di casa, il povero usciva dalla porta dalla quale era entrato. Non erano visite molto frequenti, ma nella loro sporadicità, in noi ragazzi lasciavano una forte impressione di mistero e, insieme, di bontà e signorilità. Sia i poveri che i nostri familiari erano dei "signori" che, nella povertà della vita quotidiana, condividevano naturalmente quello che potevano con chi era in difficoltà o nel bisogno.

Sto parlando di un mondo che forse non esiste più, ma che era la normalità della vita concreta in un paesino della Val Brembana (Bergamo), dove circa cinquantacinque anni fa io, appena venuto dalla Francia, vissi per qualche mese ospitato dai nonni paterni. Avevo cinque anni. È questo il mio primo ricordo dei poveri e anche il più bello; per questo motivo non l’ho dimenticato.

La mia famiglia e un’altra famiglia

Poi ricordo che andai a vivere alla periferia della città di Bergamo. La casa aveva l’orto. Dei miei genitori, solo mio padre lavorava. La nostra era, insomma, una famiglia comune, non ricca, ma aveva quello che era necessario. In casa, sprecare cibo o gettarlo via era considerato un peccato mortale. Di soldi non ne giravano molti. Dolci, giornalini e giocattoli erano una rarità. Sebbene piccolo, facevo dei paragoni tra la mia famiglia e quelle dei vicini, e con i miei compagni. In particolare, ricordo come fosse stridente il paragone con una delle famiglie del quartiere. I genitori lamentavano spesso la mancanza di soldi, ma i figli avevano sempre soldi in tasca e si potevano comprare bibite e dolcetti, aggeggini e giornaletti. Piangevano miseria, ma non si facevano mancare nulla. In casa mia, al contrario, eravamo molto sobri, ma nessuno si lamentava o avanzava pretese. Ho imparato presto ad apprezzare l’oculatezza e la parsimonia dei miei genitori e il tipo di educazione che ci impartivano. Non mi sono mai considerato povero, né allora né adesso che ho i voti religiosi, tra cui quello di povertà. Non avrò forse soldi, ma ho tutto quello che mi serve per vivere, e anche qualcosa in più, e posso aiutare altri a vivere meglio. A me non manca nulla e spesso mi trovo a fare come Socrate che andava al mercato per vedere di quante cose si può fare a meno per vivere meglio (cf. Lc 12,15).

Gli zingari

Quando per la prima volta incontrai gli zingari, frequentavo ormai le elementari. Venivano con i loro carri, cavalli, macchine e camion e si accampavano per diverse settimane nei campi abbandonati. Erano un po’ temuti e tutti dicevano che bisognava stare attenti perché gli zingari prendono le cose che trovano. Spesso andavano nelle case a chiedere del sale, che veniva loro dato. Talvolta chiedevano se non c’erano pentole o cose di rame da aggiustare; la risposta era immancabilmente negativa. Le donne, con i loro scialli sgargianti e le loro lunghe gonne, ornate di monili molto vistosi, si offrivano di leggere la mano e prevedere così il futuro. Gentilmente si rifiutava. Nel vivere a contatto con gli zingari, l’unico inconveniente che ricordo è che il loro campo era un po’ chiassoso e che venivano a prendere l’acqua dai rubinetti esterni senza chiedere il permesso dei proprietari. Per il resto, a parte la paura che un po’ tutti noi avevamo nei loro confronti perché sconosciuti e diversi da tutti gli altri, non si è mai verificato nessun problema, e neppure si sono avuti furti. L’accampamento era il centro della vita degli zingari; da lì partivano ogni giorno per le loro "scorribande" nei paesi vicini, finché, un bel giorno, così come erano venuti, sparivano senza preavviso. Secondo loro, nel mondo c’è posto per tutti e tutti possono vivere secondo i loro costumi e le tradizioni del gruppo di appartenenza o della razza, rispettandosi a vicenda (cf. Gv 19,16).

I poveri davanti alla porta della chiesa

Ricordo poi i mendicanti davanti alla porta della chiesa. Si trattava per lo più di persone con difetti fisici vistosi, spesso zoppi o storpi, che chiedevano qualche soldo. Tra di loro, a volte, c’era anche qualche vecchio o qualche mamma con bambino. E quando vedevo queste mamme con i loro piccoli, mi si stringeva il cuore. Ero allora un bambino delle elementari e non avevo soldi; ricordo che, tornato a casa, parlavo a mia madre e ai miei fratelli dei poveri incontrati per strada. Di solito si diceva una preghiera per loro, perché il Signore e le tante persone buone li aiutassero. Quando ero in compagnia di mio padre o di mia madre e vedevamo un povero che chiedeva l’elemosina, immancabilmente ricevevo una moneta che io, bambino, dovevo deporre nella mano o nel barattolo, dicendo una parola di saluto. La risposta della persona povera era immancabilmente: "Il Signore ti benedica".

Anche ora ho molta nostalgia di quel modo di mettersi in relazione con i poveri e gli estranei. Era il mondo della fede in Dio Padre, un mondo permeato di amore semplice verso tutti (cf. Lc 6,20-21).

I poveri delle missioni

Gli anni passano e la povertà prese un altro volto. Con l’entrata dai Missionari Saveriani, i poveri sono diventati quelli delle missioni, i poveri dell’Africa o del Bangladesh, di cui ci parlavano i missionari di ritorno dalle terre di missione. I poveri divennero allora persone sfortunate economicamente e, insieme, prive della fede nel Signore. Mi colpiva l’idea che costoro erano poveri soprattutto perché non conoscevano il Vangelo e mancavano della fede in Gesù Cristo (cf. Mc 16,15). C’erano poi anche i poveri presentati dalla televisione, in particolare i poveri dell’India, che soffrivano per le carestie e che bisognava aiutare con vestiti, raccolte di cibo e, soprattutto, con offerte in denaro. Ricordo che mi aveva fatto impressione un articolo in cui si diceva che un signore, andato a fare una donazione, aveva lasciato in dono anche il suo cappotto.

Come studente missionario, mi resi conto ben presto che la povertà era un fenomeno molto diffuso nel mondo, frutto di ingiustizie, angherie e prepotenze, mancanza di sviluppo economico e ignoranza. Mi sentivo orgoglioso di poter diventare missionario per aiutare i poveri, anche se dentro di me i veri poveri erano ormai solo quelli che non conoscevano il Signore, e solo in parte i poveri per motivi economici.

Gli orfani

A sedici anni, andavo quasi ogni domenica in un orfanotrofio di Cremona a far visita ai bambini che non avevano genitori. Portavo loro qualche caramella o dei dolci, a mia volta ricevuti da mia madre che veniva a trovarmi ogni quindici giorni. Avevo allora una concezione piuttosto romantica dei "poveri orfanelli", una concezione che dovetti abbandonare molto presto. Dopo non molto tempo, infatti, mi resi conto di quanto potessero essere cattivi i bambini, anche molto piccoli, se non hanno avuto un’esperienza di vero amore (cf. Mt 9,36). Le prime volte questi erano molto gentili. Ma poi cominciavano a pretendere che portassi loro ora questo, ora quello, perché — dicevano — loro erano poveri e io, invece, ero ricco. Non essendo di famiglia ricca ed essendo cresciuto con il necessario e niente più, mi meravigliavo molto che gli orfanelli avessero così tante pretese e volessero cose che neppure io avevo potuto avere. Siccome non portavo loro quello che mi chiedevano, cominciarono a prendermi in giro, a insultarmi e a farmi dispetti molto pesanti, tanto che dovetti rinunciare persino all’idea di andare a giocare con loro. Fui molto addolorato per la loro cattiveria, anche se era certo frutto della loro sofferenza interiore, come mi spiegavano i padri saveriani, miei formatori. Oggi capisco che la loro durezza era una corazza, non un’offesa personale. Fu la prima volta in cui la povertà mi apparve come una ferita che graffia chi la porta e chi la incontra.

I drogati

Quando arrivai a Parma, la povertà non era più quella dei bambini ma degli adulti feriti. Nella casa dei Missionari Saveriani, dove da seminarista frequentavo la teologia, i poveri erano quelle persone che venivano alla portineria per chiedere qualcosa da mangiare. Ogni tanto anch’io ero fra quelli che portavano loro il cibo dalla cucina alla saletta dove essi mangiavano regolarmente. Erano sempre le stesse persone. Spesso avevano la barba lunga e incolta, e vestiti malandati. Dopo un po’ preferii occuparmi dei giovani drogati. A quei tempi, tra la polizia e i missionari c’era un rapporto di collaborazione per cercare di aiutare i drogati. Se un missionario era disposto ad assistere il poveretto in fase di disintossicazione all’ospedale, la polizia era disposta a chiudere un occhio. Di fatto, questi giovani in difficoltà gironzolavano liberamente in casa nostra e spesso venivano a mangiare nel nostro refettorio. Un gruppo di noi era incaricato di seguirli e cercare di entrare in dialogo con loro per aiutarli a risolvere le loro situazioni di difficoltà, in modo che si staccassero dal mondo della droga. Avevo diciotto anni quando mi trovai ad assistere uno di questi drogati: stavo con lui in ospedale, dove si svolgeva la prima fase della disintossicazione; in seguito, andavo a fargli visita a casa sua, oppure lo accompagnavo in macchina con lui che guidava. Mancando questo tipo di assistenza, il giovane sarebbe finito in carcere. Mi accorsi ben presto che questa attività caritativa era molto esigente, coinvolgente, e non priva di pericoli. Mi tornavano alla mente le parole di Gesù: "siate scaltri come serpenti e semplici come le colombe" (cf. Mt 10,16) per uno come me, troppo giovane e inesperto della vita. Mi resi conto più di una volta di essere stato anche ingannato e usato da parte di qualcuno di loro. Io agivo in buona fede, ma ero troppo sprovveduto di fronte alle loro furbizie. Inoltre, dovendo assumermi la responsabilità delle persone a me affidate senza alcuna copertura, né di fronte alla legge né di fronte alle istituzioni, decisi che era meglio studiare e prepararmi debitamente per il compito che mi attendeva in futuro come missionario. La goccia che fece traboccare il vaso e mi fece perdere la fiducia nei confronti di questi giovani, fu un episodio capitatomi una sera verso le undici, mentre in camera mi cambiavo per andare a letto. Non chiudevo mai a chiave la porta della mia camera, né di notte né di giorno; all’improvviso, la porta si aprì con un colpo secco, senza bussare. Io ero in canottiera, sorpreso come un ladro colto sul fatto. Lui dice di essere venuto a cercare una coperta. Era una bugia. In realtà era venuto a riprendersi qualcosa che aveva in precedenza nascosto in camera mia. Non giustifico ciò che accadde, ma riconosco che la fragilità può prendere forme che spaventano. Ricordo che il giorno dopo andai dal Saveriano che era il responsabile del nostro gruppo e gli riferii l’accaduto e i dubbi che erano sorti in me. Gli feci alcune domande precise e chiesi il suo parere. Oltre a parole suggerite dal buon cuore e alle buone intenzioni, avrei gradito delle risposte alle mie domande e speravo di incontrare un certo senso di corresponsabilità. Non trovandoli, smisi di collaborare a questo servizio umanitario. L’episodio mi riportò alla mente una storiella raccontata dagli antichi romani circa una giovane fanciulla che aveva trovato una viperetta mezza tramortita perché schiacciata da un carro. La giovane se l’era messa nel seno perché, scaldandosi, rinvenisse. Quando la vipera si riprese, la prima cosa che fece fu quella di mordere la fanciulla che l’aveva aiutata, provocandone la morte. Questa tragica storiella ebbe un effetto deleterio su di me e mi fece prendere le distanze dal mondo dei drogati.

I "beggars" di Londra

Lo studio della lingua inglese mi vide nella metropoli di Londra. A Londra, dove andavo d’estate a imparare l’inglese negli ultimi anni degli studi teologici, conobbi i beggars. Fra questi, anche fratellini irlandesi, che per me furono ottimi maestri sulle cose della povertà. I beggars venivano regolarmente a casa nostra. A ogni ora del giorno, si presentavano per chiedere una tazza di tè o un panino, o altro e, se fosse stato inverno, avrebbero chiesto di stare un po’ a dormire al caldo della stanza dove erano accolti. Si trattava per lo più di gente molto socievole: salutavano, ringraziavano, facevano conversazioni interessanti. Ai miei occhi apparivano come dei signori, anche se un po’ vestiti male. Spesso erano persone con un grande senso di dignità. Non era difficile incontrare anche persone di una certa cultura, capaci di relazioni semplici e profonde (cf. Lc 14,13-14). Tutte persone che avevano in comune la sfortuna di non avere né casa né lavoro e che si trovavano a vivere girando tra chiese e conventi in cerca di un po’ di cibo. Alcuni di essi mi dissero anche che preferivano vivere così, al di fuori degli schemi stabiliti dalla società. Una volta mi trovavo a fare le pulizie all’ingresso di casa, e avevo lasciato aperta la porta sulla strada. Uno di loro che passava dall’altra parte del marciapiede, dopo avermi salutato, mi consigliò di chiudere sempre la porta d’ingresso perché in una grande città come Londra non si sa mai cosa possa capitare. Ricordo che concluse in tono grave: "Quelli che passano di qua non sono tutti signori e forse neppure cristiani".

Come aiutare i poveri

Per la Messa domenicale, mi recavo in genere a una chiesa cattolica vicina alla nostra casa. Qui incontrai, in pieno inverno, un bambino irlandese che spingeva la carrozzina del suo piccolo fratello. Faceva freddo e il piccolo nella carrozzina non indossava neppure i calzini: aveva i piedini rossi come due ciliegie nel gelo. Il ragazzino che spingeva la carrozzina mi vide e, capendo che ero un prete, mi salutò. Partecipò anche alla santa Messa da me celebrata. Terminata la Messa, venne a salutarmi di nuovo, spingendo sempre la carrozzina. Lo guardai attentamente; aveva un cappottino striminzito, ma non aveva né guanti, né sciarpa, né un cappello. Ricordo che parlai di questi due fratellini alla governante della parrocchia e le dissi anche della mia intenzione di comprare un paio di calzini per il piccolino e una sciarpa e un paio di guanti per il fratellino più grande. Questa signora, molto saggia, apprezzò le mie intenzioni, ma subito mi fece presente che, facendo così, avrei anche potuto umiliare i due bambini e farli sentire poveri. Lei saggiamente mi consigliò di diventare prima loro amico, parlando e giocando con loro per diverse domeniche e, una volta diventati amici, regalare loro qualcosa come segno di amicizia. Devo dire sinceramente che, nonostante i miei studi teologici, di pedagogia e di psicologia, non ero ancora arrivato al grado di attenzione per gli altri dimostrato da questa anziana governante cattolica. Le sue parole mi aprirono gli occhi sul come ci si mette in relazione con i poveri. Un consiglio profondamente evangelico (cf. Gv 15,15).

Imbrogliato per tre anni di fila a Osaka da un finto povero?

Dopo lo studio dell’inglese, sono venuto in Giappone come missionario. Al termine dei due anni di lingua, mi sono trovato a vivere in pratica da solo in un asilo cattolico di Osaka. Vivevo in una casetta che fungeva anche da ufficio e nella stanza dove dormivo c’erano le cose lasciate dal missionario che l’aveva occupata prima di me. La quantità dei miei "possedimenti" equivaleva, al tempo, a ciò che poteva entrare in una valigia e a una decina di libri. Avevo quello che mi bastava per vivere, ma decisi ben presto di dimezzarne la quantità, dandone una parte a un giovane immigrato dal Kyushu in cerca di lavoro. Questo giovane era venuto a chiedermi un aiuto economico perché, a causa dell’affitto particolarmente elevato, non aveva abbastanza soldi per vivere. L’aiuto si è protratto per circa tre anni perché, a suo dire, i soldi non bastavano mai. Dopo un anno, cominciai ad avere qualche dubbio sulla verità delle parole del giovane. Continuava a dirmi che trovava solo lavori precari e che aveva bisogno di questo o di quello. Continuai ad aiutarlo. Passati diversi mesi, poiché la situazione non sembrava migliorare, gli chiesi di portarmi a vedere il posto dove viveva. Una volta per un motivo, una volta per un altro, non gli era mai possibile soddisfare le mie richieste. Gli chiesi allora l’indirizzo del posto di lavoro, ma non ricevetti alcuna risposta. Nel frattempo, questo giovane continuava a chiedermi di aiutarlo per pagare l’affitto, e io comunque a darglieli. Gli davo mensilmente una parte della mia quota per vivere, una somma di denaro piuttosto consistente, corrispondente a ciò che io spendevo in un mese per vivere piuttosto modestamente. A un certo punto, venni trasferito in un’altra missione e approfittai dell’occasione per dire al giovane: "Ti ho aiutato senza condizioni per tre anni. Prima di trasferirmi, vorrei vedere il posto dove abiti o almeno dove lavori", e gli chiesi se potesse accompagnarmi. Il giovane si mostrò allibito per la mia richiesta e, nonostante io avessi sempre acconsentito alle sue, con mia grande sorpresa, rifiutò di accontentarmi. Gli chiesi il motivo, ma non ricevetti nessuna risposta. Gli chiesi allora se mi avesse imbrogliato. Abbassando gli occhi, il giovane se ne andò senza neppure salutare. Da allora non l’ho più rivisto. Ci rimasi molto male e per parecchio tempo la mia coscienza non mi diede pace: ero stato proprio stupido ad aiutare un imbroglione per ben tre anni. Sbagliare è umano, si dice, ma continuare a sbagliare per tre anni in buona fede è proprio da stupidi. In quell’occasione mi sono sentito veramente tale. Ho avuto una ottima lezione sulla prudenza evangelica (cf. Mt 10,16). Mi accorsi che la fiducia, quando viene tradita, lascia un’ombra molto lunga.

I poveri seminaristi dell’Africa a Roma

Dopo i primi sei anni di missione, durante il primo periodo di vacanza passato in Italia, sono andato a Roma per frequentare come uditore dei corsi di Bibbia. Ero iscritto a una delle università romane frequentata da molti preti, seminaristi, religiosi e religiose di ogni età e nazione del mondo. Io venivo come missionario dal Giappone. Nell’università c’era un bar che era sempre stracolmo di Africani che prendevano il caffè o mangiavano delle brioches. Molti di loro indossavano vestiti firmati e scarpe molto costose. Anche le loro cartelle erano di marca. Al confronto, con i miei vestiti economici e le mie scarpe giapponesi di plastica, io mi sentivo piuttosto vestito male. Mi resi conto che la povertà non è tanto un fatto economico, ma un modo di pensare e di vivere (cf. Lc 21,1-4). Provenendo da paesi poveri, i seminaristi africani sentivano, probabilmente, che a loro erano mancate tante cose e, di conseguenza, che fosse normale adeguarsi allo standard di vita italiano. Per me, che non ho mai sofferto la povertà, non c’era nessun problema ad andare in giro incurante di ciò che vestivo. Non sentivo neppure l’esigenza di andare al bar. Ma la vera fesseria — se posso permettermi la parola — che commisi allora, fu di regalare il mio miglior maglione a un africano che, arrivato il giorno prima dall’Africa, mi diceva in inglese di sentire un po’ di freddo. Qualche giorno più tardi, venni a sapere che lo stesso seminarista era andato in una libreria e aveva ordinato libri per un valore di diversi milioni sulla materia che intendeva studiare. I padri italiani che lo conoscevano e che lo assistevano economicamente si trovarono in notevoli difficoltà quando si trattò di pagare quegli acquisti. Ciò che apparve evidente è che quel giovane non aveva assolutamente problemi economici e tanto meno aveva bisogno del mio aiuto. Ma forse in Africa la chiesa è l’unica istituzione seria che permette ai giovani di studiare.

Uno che chiede è in difficoltà e va comunque aiutato?

Convinto, comunque, che a me non mancasse nulla del necessario per vivere e abituato dai miei genitori a vivere spartanamente, non ho mai avanzato pretese. Inoltre, ho sempre pensato che i soldi si debbano usare per acquistare il necessario per vivere e il resto sia da utilizzarsi per aiutare gli altri. Anche in Giappone, ogni tanto, i poveri si presentano alle porte della chiesa. In genere, io ascolto le loro storie e do qualche soldo, o anche del cibo. A volte davo anche quello che avrei dovuto mangiare io. La mia sorpresa fu grande quando scoprii del cibo gettato nel bidone della spazzatura della chiesa: era esattamente il cibo che avevo portato su un vassoio per sfamare un affamato e che altrimenti sarebbe stato il mio pasto della sera. Mi arrabbiai con me stesso. Mi sentii ingenuo ma soprattutto tradito nella fiducia. D’altra parte, come si fa a ignorare chi viene a chiedere da mangiare e dice di essere in difficoltà? (cf. Mt 5,16).

L’apostolato del sorriso presso i poveri svolto dal confratello P. Fausto Barbini

P. Fausto Barbini, un mio confratello saveriano ora defunto, ha dedicato la sua vita ai poveri e agli anziani. Li andava a trovare regolarmente. Partiva con borse piene di cibo e di ogni ben di Dio che distribuiva assieme alla stampa cattolica. Ebbi l’occasione di accompagnarlo qualche volta nei meandri di ospedali fatiscenti e di case per anziani mal ridotte. Lì c’erano i suoi amici, i poveri che andava a visitare regolarmente: barboni, sbandati, senza casa, malati psichici, gente malmessa di ogni tipo. Il Padre salutava tutti gioiosamente, dava a ciascuno qualcosa, faceva delle piccole conversazioni, e poi rientrava a casa. Osservando tutto questo, pensavo tra me: "Far sentire alle persone ai margini della società che c’è qualcuno che si occupa di loro e ogni tanto li va a trovare è una bella cosa (cf. Mt 5,16), ma non aiuta la persona a migliorare la sua situazione. Con la sua attività p. Fausto è certamente un santo, ma è come dare un fiore a un ammalato: gli dà due minuti di gioia e poi tutto rimane come prima". Forse ero diventato cinico e disincantato.

povero

Portare coperte e brodo caldo ai senzatetto di Kamagasaki

A Osaka c’è una zona detta Kamagasaki, conosciuta per i lavoratori a giornata e i senzatetto. Molte denominazioni cristiane hanno gruppi organizzati di volontariato che aiutano le persone in difficoltà in questa area squallida di Osaka.

Animato dai migliori sentimenti, insieme con i giovani di Kishiwada, anch’io sono andato diverse notti a fare la ronda per distribuire brodo caldo, coperte e cibo, per chiedere ai diseredati come stavano e scambiare due parole con loro. Naturalmente, prima di iniziare l’attività, ci eravamo preparati con dei corsi di formazione sul fenomeno di Kamagasaki e avevamo ricevuto le indicazioni su come dovevamo accostarci ai poveri. Di fatto, con noi erano tutti molto gentili. Prendevano gentilmente, ringraziandoci, quello che davamo loro, e ci intrattenevano con le loro storie. Di solito rifiutavano i nostri inviti ad andare in posti dove avrebbero potuto trovare un letto e del riparo, e preferivano rimanere sui marciapiedi, avvolti in cartoni e dormire fuori anche quando faceva freddo. Purtroppo, poi si veniva a sapere che tra di loro qualcuno andava a rubare agli altri la coperta appena ricevuta per rivenderla il giorno dopo. Mi viene in mente la domanda che Gesù faceva direttamente: "vuoi guarire?" (cf. Gv 5,6). Sono andato diverse volte nel freddo dell’inverno a fare questo servizio di notte. Qualche volta aiutavamo qualcuno che si era ammalato e non sapeva come fare, ma di solito le nostre azioni non si spingevano oltre il gesto di cortesia. Tuttavia, la nostra attività aveva il merito di sensibilizzare le persone ai problemi sociali e accresceva l’interesse per i meno fortunati.

Non di rado, queste persone ci raccontavano le loro storie: c’era l’alcolizzato buttato fuori dalla famiglia, chi aveva perso il lavoro e non sapeva che fare, chi era stato ricoverato in ospedali psichiatrici, chi era uscito di galera, chi era stato imbrogliato ed era finito sul lastrico, chi era venuto dalla campagna a cercare lavoro a Osaka, chi era stato abbandonato dai figli, chi era disadattato. Insomma, eravamo a contatto con un campionario di umanità sofferente, dove la linea di demarcazione tra i mali della società e il male della persona non era sempre ben chiara.

A volte mi capitava di pagare il biglietto del treno a persone malconce, che venivano alla porta della chiesa o dell’asilo per chiedere aiuto. Col tempo, ho imparato a non dare loro i soldi, e ad andare invece di persona alla stazione assieme a loro, comprare il biglietto e metterglielo in mano. Qualche volta mi sentivo dire che non era il biglietto che volevano, ma solo i soldi. Una volta, sono venuti in tre che mi hanno detto che, se non li avessi aiutati, si sarebbero seduti davanti all’entrata dell’asilo per impedire che le persone entrassero. Insomma, volevano ricattarmi. Non appena ho detto che avrei chiamato la polizia, se l’sono squagliata. A Kamagasaki, purtroppo, ho imparato che i cosiddetti poveri non sono dei santi e sanno essere egoisti e cattivi, che sanno imbrogliare molto bene anche chi li vuole aiutare.

La parabola del buon samaritano

Il seguente è forse un caso estremo, ma, giacché è reale, lo racconto. Mi trovavo in Italia e avevo appena tenuto una conferenza dove spiegavo la parabola del buon samaritano in relazione all’accoglienza degli stranieri extracomunitari e al dovere che noi, come cristiani, abbiamo di aiutarli. Alla fine dell’incontro, una signora si alza e gentilmente mi riferisce la sua triste esperienza. Come comunità, avevano fatto di tutto per accogliere un padre e una figlia provenienti da un paese non europeo e appartenenti a un’altra religione. Avevano trovato loro un alloggio, i mobili, gli utensili, i vestiti, il lavoro per lui, e iscritto la ragazza alla scuola più vicina. Li aiutavano in tutto ciò che era necessario per la loro permanenza in Italia. Dopo alcuni anni, si resero conto che l’esito dei loro sforzi continui e prolungati non era stato ciò che si aspettavano: il padre venne arrestato come ladro e la ragazza si prostituiva. La signora mi faceva presente che, come comunità cristiana, diverse persone si erano impegnate a offrire tutto l’aiuto possibile e mi chiedeva se, visti i risultati, ne fosse valsa la pena. Mi chiedeva anche di indicarle che cosa, eventualmente, avessero sbagliato. Ricordo che me la cavai rispondendo che forse avevano aiutato materialmente e socialmente, ma si erano dimenticati di annunciare loro il Vangelo, che è la cosa più importante perché costruisce l’essere umano vero dal di dentro. Diciamo che me la cavai a buon mercato. Ma la domanda mi è rimasta, così come anche il ricordo dell’esperienza della signora che, assieme ai suoi amici, aveva fatto di tutto per accogliere e aiutare fraternamente due persone in difficoltà. Forse il suo caso è stato veramente estremo, e non è molto comune; tuttavia, quell’esperienza aveva creato dello sgomento in quella piccola comunità cristiana, e ripropone la necessità di interrogarsi seriamente sul "come" aiutare più che sul "cosa fare" per aiutare. La parabola del Buon Samaritano rimane il criterio di discernimento (cf. Lc 10,25-37).

I suicidi e il telefono della Speranza

Nel paese in cui sono missionario, il Giappone, ogni anno sono più di trentamila le vite umane perse a causa del suicidio. Sono persone di ogni età, sesso, condizione e religione. I motivi di questo gesto estremo sono i più disparati. Il Giappone, una delle nazioni più ricche, ha purtroppo uno dei primati peggiori in questo campo. Nella diocesi di Kagoshima, ho saputo di un gruppo di cristiani che si impegnano a turno e in modo molto serio a ricevere le telefonate dove le persone possono parlare liberamente dei loro problemi. Lo scopo dell’iniziativa e dell’organizzazione è quello di evitare i suicidi. Prima di prendere parte all’attività, ciascun volontario è tenuto rigorosamente a partecipare a un corso di formazione tenuto da psicologi, medici, operatori sociali e preti. Ho partecipato anch’io al corso completo e ne sono tuttora entusiasta, anche se, come straniero, ovviamente, per me è difficile ascoltare e rispondere effettivamente a questo tipo di telefonate. Comunque, quanto appreso in quel corso mi ha aiutato in diverse occasioni. Non ultimo, il caso della signora Anna (nome fittizio) che mi chiamava a qualsiasi ora. Una signora non cristiana, di famiglia facoltosa, sposata senza figli, abbandonata dal marito, che si è trovata all’improvviso a dover lavorare per vivere. Incapace di fare qualsiasi cosa, veniva sistematicamente licenziata. Adesso vive con il sostegno del sussidio statale. Mi diceva che voleva suicidarsi, ma di fatto voleva solo parlare con qualcuno ed essere ascoltata per alleviare il tormento della solitudine. L’ho ascoltata infinite ore al telefono, per essere sempre al punto di partenza (cf. Mt 11,28). La sua voce al telefono mi lasciava un senso di impotenza che non sapevo nominare. Ho dovuto chiederle di non telefonarmi più perché era diventata assillante: chiamava a ogni ora del giorno e della notte e pretendeva che io fossi sempre libero per ascoltarla; ma dovendo attendere al mio lavoro di direttore di asilo e badare alla parrocchia, non avevo a disposizione il tempo per assecondare le sue richieste. Anche in questo caso, i miei sforzi hanno avuto come esito il classico "buco nell’acqua".

Famiglie apparentemente normali ma effettivamente povere in una società alla deriva

Mi accorsi così che al di là della bella facciata esteriore albergano solitudine e incomprensione (cf. Mt 23,37), insieme a grandi sacrifici e dedizione. Ho concluso che nelle famiglie c’è comunque vero amore, ma che insieme ci sono anche sofferenza e povertà di ogni tipo. Fra queste, la povertà materiale è forse la meno importante. Gli uomini, padri e mariti, vivono per il lavoro e sono delle macchine che devono portare a casa solo i soldi. Unica loro consolazione è la bottiglia di birra che bevono ogni sera. Le spose e le mamme, spesso da signorine spensierate, si trovano all’improvviso, senza alcuna preparazione, a dover sostenere la famiglia ed allevare i figli. Madri e mogli con il cuore dilaniato tra il lavoro e la cura della famiglia che non possono seguire sufficientemente. Figli che vivono nei loro mondi, completamente dipendenti dai loro gruppi di appartenenza, e che non capiscono e neppure comunicano con i loro genitori. Vecchi alla deriva perché abbandonati nella solitudine della loro condizione. Giovani che non hanno alcuna abilità, e pur avendo terminato gli studi, non trovano lavoro e, comunque, anche se lo trovano, è poco retribuito e non permette loro di formarsi una famiglia. Tutti in corsa per sostenere il benessere economico da ottenere, oppure già ottenuto. Comunque, sempre in competizione nella società, mantenendo un’apparenza di serenità e agio, perché comunque davanti alla società tutto va bene, anche se ciò non è vero.

Ci sono tante povertà create dai ruoli sociali stessi che devono essere sostenuti, invece che sostenere la persona che deve crescere e vivere. Le difficoltà di coppia, le difficoltà di famiglia, le difficoltà di relazione, l’amore e la vita traditi con le loro storie silenziose di divorzi e aborti, separazioni, litigi, violenze, sopraffazioni, prepotenze, odi, patologie che lasciano ferite profonde che durano decenni. Famiglie dove non ci sono le premesse umane neppure sufficienti per poter vivere assieme. Famiglie con persone malate fisicamente o psicologicamente di cui farsi carico. Quando il papà ha il lavoro e non ci sono problemi, la famiglia è felice; ma basta che il figlio sia difficile di carattere o venga preso in giro dai compagni perché quella famiglia diventi subito povera ed infelice. Anche in Giappone, un bambino su sei è in situazione di povertà per vari motivi. Per evitare problemi in famiglia non si parla, e questo fa sì che i membri vivano assieme e diventino degli estranei l’uno all’altro. Se c’è un genitore a carico di cui prendersi cura, o un malato o una persona con qualche problema, facilmente gli altri membri della famiglia vengono dimenticati. Ho conosciuto mamme che, per comprare la divisa del loro bambino dell’asilo, ed essere così come tutti gli altri, saltavano i pasti perché i soldi non bastavano. Ma queste mamme avevano l’amore vero che le sosteneva e, rispetto ad altre mamme, erano solo economicamente svantaggiate. Povertà molto più spaventose della mancanza di soldi sono quelle imposte dalla solitudine, dall’ignoranza, dall’egoismo individuale o collettivo, dalla mancanza di libertà e dignità, quella dettata dai condizionamenti sociali, dalla violenza di qualsiasi tipo, da un’idea sbagliata di libertà, dal lavaggio del cervello continuo e costante dei media, dalla mancanza di valori umani, dall’assenza di ideali e di un orizzonte religioso di riferimento. Sono convinto che l’attuale cultura stia andando decisamente nella direzione della robotizzazione dell’essere umano e questa è una povertà spaventosa perché priva le persone dell’anima e le rende solo strumenti da usare e gettare. Le famiglie e le persone soffrono sotto il peso enorme di concezioni della vita che sono disumane e che vengono praticamente imposte a tutti. Istituzioni che funzionano, ma che non hanno come scopo di aiutare le persone bensì quello del profitto economico. Povertà dovute al tessuto stantio e marcio della società, dove l’unica cosa che conta è il benessere economico e ciò che possono dire gli altri, i vicini, i parenti, le persone con le quali si deve vivere. Favoritismi, corruzione, raggiri, privilegi, conoscenze, appartenenze, tradizioni, ruoli che legano le persone e le rendono praticamente schiave del sistema vigente, che pretende di essere giusto ma è disumano. In questo tipo di società, le famiglie e le persone sono quelle che pagano il prezzo più alto in sacrifici, dolore e sfruttamento. Mi sono convinto che questa è la vera povertà. Mi sono convinto che la vera povertà non è quella di natura economica, ma tutto il resto.

Nagamine san

È l’ultimo povero classico che ho cercato di aiutare recentemente nel giro di tre mesi, sin tanto che mi sono convinto dell’inutilità della cosa.

Si è presentato alla porta della chiesa un poveraccio claudicante e un po’ sordo; chiedeva del cibo e di essere aiutato perché tra pochi giorni avrebbe cominciato a lavorare. Gli ho permesso di dormire negli ambienti della chiesa, gli ho procurato il cibo necessario per diversi giorni. Assieme siamo andati al supermercato a fare la spesa di ciò di cui aveva bisogno. Sono andato con lui anche all’ospedale e anche agli uffici del comune per vedere cosa si poteva fare, e me lo sono visto sfilare mentre io parlavo con gli impiegati della previdenza sociale. Dopo che mi ha fatto perdere completamente la fiducia in lui, dopo poco ritorna alla chiesa e chiede ancora soldi e cibo. Cosa si può fare con uno così? Certamente è un fratello bisognoso, ma anche lui deve fare la sua parte per permettere agli altri di aiutarlo, e se non collabora? Non lo puoi abbandonare! Occupa un posto della chiesa e crea disagio sia all’asilo che ai fedeli perché chiede a tutti cibo e soldi. Qualche genitore dei bambini comincia a farmi presente l’inopportunità di una presenza simile e i timori per i piccoli. Le famiglie che venivano regolarmente a giocare nel cortile della chiesa non vengono più, e io cosa devo fare? Mi rivolgo a una NPO nazionale che si prende cura dei senzatetto. L’incaricato viene e mi dice che conosce l’interessato, ma che purtroppo non può aiutarlo perché fa tutto di testa sua, non si fida di nessuno, non collabora e tradisce regolarmente la parola data. Gli procurano il lavoro e lui non si presenta. Gli fanno i documenti e non li firma. Gli procurano la casa e non ci va. Sanno che passa a tappeto tutte le istituzioni religiose per farsi aiutare, e probabilmente riesce a sopravvivere grazie ai vari aiuti che riceve in queste peregrinazioni tra le varie religioni. La persona dell’NPO mi racconta tutta la storia degli ultimi dieci anni di questo povero senzatetto, che comprende prigione, istituti psichiatrici, vagabondaggio in diverse città. Sono avvisato che può essere violento; i suoi genitori sono fuggiti di casa perché aggrediti da lui, e ora vivono altrove ma non gli comunicano l’indirizzo perché hanno paura di lui. Verificata la verità di questa informazione, non ho potuto far altro che chiudere gli ambienti della chiesa ogni notte e vietare a Nagamine di venire alla chiesa e all’asilo. È la prima volta in vita mia che sono costretto a dire a una persona di non venire alla chiesa.

L’esperto della NPO mi ha assicurato che uno come Nagamine riceve subito i documenti e l’aiuto stabilito, può avere subito un posto dove vivere per essere reinserito, ma ci vuole la sua collaborazione. L’unica cosa che adesso posso fare per lui è pregare, perché si decida a collaborare con chi lo vuole aiutare seriamente, e smetta di vivere da randagio chiedendo cibo e soldi.

Meglio cercare la carità che lavorare?

Mi viene in mente un episodio che mi aveva raccontato un missionario reduce da una zona piuttosto povera del grande Brasile. Aveva aiutato una mamma che chiedeva la carità; le aveva proposto di cercare assieme un lavoro. Alla risposta affermativa, erano andati assieme a cercare il lavoro e l’avevano trovato. Dopo un mese, la stessa mamma si ripresenta alla porta della chiesa, di nuovo a chiedere la carità. A una richiesta di spiegazioni, rispose che guadagnava di più chiedendo l’elemosina che lavorando!

Conclusione

Aiutare i poveri? È una parola. Bisogna saperlo fare in modo intelligente, per non correre il rischio di peggiorare la situazione di quelli che già sono poveri. Aiutare i poveri non è una cosa facile: ci vuole più intelligenza che bontà di cuore. Sino ad ora ho collezionato diversi fallimenti; spero di imparare sempre meglio ad aiutarli davvero.

Ho incontrato tanti poveri nella mia vita. Alcuni mi hanno evangelizzato, altri mi hanno ferito, altri ancora mi hanno ingannato. Ma tutti, in un modo o nell’altro, mi hanno rivelato qualcosa di me stesso e del Vangelo. E forse, alla fine, la domanda più vera non è: «Ho aiutato i poveri?», ma: «Ho riconosciuto Cristo in loro?» (cf. Mt 25,40).

Oggi mi accorgo che, in mezzo a tutto questo, la cosa più vera non è quello che ho fatto, ma quello che mi è successo dentro. La mia vulnerabilità — quella che mi ha fatto sbagliare, ingannare, spaventare, perdere la pazienza, sentire stupido — è diventata il luogo dove il Signore mi ha parlato più chiaramente.

I poveri che ho incontrato — quelli veri, quelli finti, quelli feriti, quelli furbi, quelli disperati, quelli che non vogliono essere aiutati — mi hanno mostrato che la missione non è un’opera da compiere, ma un luogo dove lasciarsi toccare da Dio.

Quando ripenso ai miei ripetuti fallimenti, non li vedo più come deviazioni dal cammino, ma come il cammino stesso. È lì, dove non sapevo cosa fare, dove mi sentivo smarrito, dove la mia buona volontà si sbriciolava, che il Signore ha trovato spazio per entrare.

La missione non è la mia forza, ma la mia debolezza; non ciò che ho saputo dare, ma ciò che non sono riuscito a trattenere. I poveri che ho incontrato non hanno ricevuto da me grandi cose, ma mi hanno consegnato qualcosa di più grande: la verità su me stesso.

Ho scoperto che la missione nasce dalla disponibilità a lasciarsi toccare. Non dal sapere, ma dall’ascoltare. Non dal fare, ma dal rimanere.

E così, mentre continuo il cammino, porto con me una certezza semplice: la mia vulnerabilità non è un ostacolo alla missione, è il luogo in cui Dio mi precede.

Se oggi posso ancora dire «eccomi», è perché Lui non si è scandalizzato delle mie crepe. Le ha usate come feritoie da cui far passare la sua luce. E forse, in fondo, essere missionario significa proprio questo: accettare di essere attraversato dalla luce che non è mia ma di Gesù Cristo, e lasciarla filtrare, così com’è, nelle vite di tutte le persone che incontro.

P. Da Roit Silvano sx
10 abril 2026
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