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Il proprium - I valori evangelici che noi sottolineiamo - Il carisma

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Il proprium

I valori evangelici che noi sottolineiamo

Il carisma

Anche per noi in Brasile la parola “carismatico” fa problema e rischia di creare equivoci. Qui vi sono troppi carismatici: persone e movimenti. Parlano in lingue, vanno in estasi, dormono nello Spirito... Pieno rispetto per questi battezzati e questi movimenti, ma certamente non entrerebbero nella spiritualità missionaria insegnata da San Guido Maria Conforti.

Il XVIII Capitolo Generale ci ha offerto questa terminologia, abbastanza in uso nella teologia della vita consacrata, per affermare, ora con chiarezza e decisione, che Conforti, e con lui la sua famiglia di consacrati, ha ricevuto dallo Spirito alcuni doni specifici che devono arricchire i suoi membri e tutta la Comunità cristiana (LG 43). Questa è la verità che dobbiamo assumere con riconoscenza e coraggio: attraverso il Fondatore siamo stati arricchiti dallo Spirito di un dono specifico: “un proprio carisma” (intr.), da riscoprire (32), e quindi da vivere e da proporre alla Chiesa come un “nuovo stile” (32) di vivere la missione ad gentes. Questo dono, o insieme di doni, nella missione della Chiesa determina la nostra “identità carismatica missionaria” (74). Il carisma saveriano appartiene a tutta la Chiesa (47). Dobbiamo alla Chiesa questo dono.

Nella ecclesiologia del Vaticano II

Non sembri eccessivo il ripetuto richiamo al Vaticano II. Lo faccio proprio per dar valore e forza ai testi capitolari: abbiamo ricevuto un dono dallo Spirito Santo.

Anzitutto occorre notare che il Concilio preferisce il termine “consacrazione” ad altre formule: “vita regolare”, “vita religiosa”, “professione dei tre voti”.

Sceglie: “stato di consacrazione a Dio” (LG 45); “vita consacrata a Dio” (PC 1).

Anche le nostre costituzioni, fedelissime al pensiero Confortiano, fanno questa scelta e definiscono il saveriano come “Uomo chiamato a consacrare a Dio la sua vita per lo stesso ideale” (del Fondatore) (C83 1). Gli stessi voti, vengono dopo. Al 18 delle C83 si afferma: “Per vivere ed esprimere più radicalmente la nostra consacrazione alla missione, ci mettiamo alla sequela di Cristo con i voti di castità, povertà e obbedienza”.

E qui possiamo ricordare che il Fondatore scrisse ai saveriani in Cina che la nostra presenza missionaria “non è precisamente uguale a quello delle altre Missioni, ma ha degli aspetti del tutto particolari e propri della nostra Missione di Chengchow”[1].

Il Concilio non solo ribadisce che “la santità della Chiesa è favorita in modo speciale dai molteplici consigli che il Signore nel Vangelo propone all'osservanza dei suoi discepoli, ma aggiunge che “sono un dono divino che la Chiesa ha ricevuto dal suo Signore e con la sua grazia sempre conserva (LG 43), così che “attraverso la varietà dei doni dei suoi figli appaia altresì come una sposa adornata per il suo sposo (cfr. Ap 21,2), e per mezzo di essa si manifesti la multiforme sapienza di Dio (cfr. Ef 3, 10) (PC 1).

Il consiglio “voto di missione” credo possa essere messo tra i “molteplici consigli” di cui parla il Vaticano II.

Ogni famiglia di consacrati possiede un “capitale spirituale” (LG 43), “Un patrimonio” (PC 2c), una “propria vocazione” (LG 44), uno “speciale dono” che aiuta, ciascuno a suo modo, la missione salvifica della Chiesa (LG 43). “Per questo la Chiesa difende e sostiene l'indole propria dei vari istituti religiosi” (LG 44), e li invita a “crescere e fiorire secondo lo spirito e le finalità proprie dei fondatori” (LG 45), “secondo la loro forma particolare di vita” (LG 45). Ogni famiglia di consacrati possiede una “propria particolare fisionomia” (PC 11) il cui capitale spirituale contribuisce al bene sia dei membri di quelle famiglie, sia di tutto il corpo di Cristo. Siamo chiamati da Dio a fruire di questo speciale dono nella vita della Chiesa e ad aiutare, ciascuno a suo modo, la sua missione salvifica (LG 43).

Papa Leone XIV nel recente messaggio per la giornata missionaria, proprio parlando di fecondità missionaria, propone la “convergenza dei diversi carismi”.

La PC parla di “indole propria” e insiste: “Torna a vantaggio della Chiesa stessa che gli istituti abbiano una loro propria fisionomia ed una loro propria funzione. Perciò si conoscano e si osservino fedelmente lo spirito e le finalità proprie dei fondatori, come pure le sane tradizioni, poiché tutto ciò costituisce il patrimonio di ciascun istituto” (PC 2b).

Tutto questo (indole, funzione, fisionomia, spiritualità) unito alla “varietà dei doni”, al “capitale spirituale” e la “vocazione propria” oggi nella teologia della vita consacrata si riassume con il termine “carisma” e cioè il dono proprio ricevuto dalla Spirito.

Ci fa problema la parola “carisma”? Inventiamo un altro modo di esprimerci. Esempio: il nostro dono ricevuto dalla Spirito.

Leone XIV in una lettera ai sacerdoti della diocesi di Madrid (9 febbraio 2026) utilizza l’icona di una cattedrale per parlare del sacerdozio. Entra nella cattedrale e:  

“Accanto allo spazio centrale si aprono cappelle diverse. Ognuna ha la sua storia, la sua dedicazione. Pur essendo diverse per arte e composizione, condividono tutte uno stesso orientamento; nessuna è volta verso sé stessa, nessuna rompe l’armonia dell’insieme. Così avviene anche nella Chiesa con i diversi carismi e spiritualità mediante i quali il Signore arricchisce e sostiene la vostra vocazione. Ognuno riceve una forma particolare di esprimere la fede e di nutrire l’interiorità, ma tutti restano orientati verso lo stesso centro”.

Secondo Papa Leone, il nostro carisma e la nostra spiritualità “arricchisce e sostiene” la vocazione del sacerdote diocesano.

Sicuri che il tesoro esiste, che il patrimonio ci è stato trasmesso, occorre tentare di scoprirlo e di fare un inventario.

Da pover maniscalco, ci tento. Il primo passo almeno.

A me pare che potrebbero essere tre le piste da percorrere, nella ricerca, nella meditazione e preghiera.

Il Crocefisso che dice tante cose, rivela amore e invia.

Invia all’umanità che è famiglia.

La consacrazione come metodo evangelizzatore.

L’incontro con il Crocifisso

Mi fermo, schematicamente sul primo.

Non vi è biografo che non dia importanza all’esperienza adolescenziale di Guido M. Conforti. Credo che la migliore meditazione ci è data da P. Callisto Vanzin. Nella sua biografia ricorda l’incontro con il Crocifisso nel momento in cui il giovanissimo Guido rivela al padre la sua intenzione di entrare in seminario. Papà Rinaldo è contrario. Vanzin si domanda come abbia fatto un ragazzino fragile e indifeso a resistere alla volontà del papà. Vanzin medita e parla di “segreto”, di “dramma della sua vocazione”, di un “colloquio senza parole[2].

Un colloquio che “continua perché non si era mai interrotto: ora (nel tramonto della vita) sono due, ambedue doloranti, che si guardano intensamente; all’alba e succeduto il tramonto, le ombre della sera fasciano quei due esseri che nessuna forza al mondo ha potuto separare: ripetono la medesima parola: tutto è consumato! Meno l’amore eccezionale che ha unito un bambino a un vecchio Crocefisso[3]

Nell’esperienza confortiana quale dono dello Spirito intravvediamo?

Anzitutto un Cristo crocifisso che parla.

Parla sempre con “l’eloquenza del sangue”.

Parla accentuando l’amore e non la sofferenza

Parla per additare e inviare al mondo.

Tutte piste da percorre per scoprire la ricchezza spirituale e sapienziale di San Guido Maria Conforti.

 

[1] 1930, 19 settembre: Lettera di Conforti e di tutta la DG a Mons. Calza

[2] Vittorino Callisto Vanzin, UN PASTORE DUE GREGGI, ISME Parma 1950, p. 29.

[3] Ivi p. 30

P. Alfiero Ceresoli s.x.
27 fevereiro 2026
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