Il tentativo della Chiesa d'Inghilterra di dire una parola vera sulla Palestina, e la fatica — non ancora vinta — della Chiesa italiana a fare lo stesso
Due fotografie, la stessa stanza. Una libreria di legno scuro, un caminetto acceso su un tappeto verde. In una foto sono in piedi, fianco a fianco: un rabbino con la kippah e la barba bianca, una donna con il colletto romano e la croce pettorale. Nell'altra sono seduti, uno di fronte all'altra, le mani intrecciate in grembo, e si guardano mentre parlano.
Sono il Rabbino Capo del Regno Unito, Sir Ephraim Mirvis, e l'Arcivescovo di Canterbury, Sarah Mullally. Si sono incontrati a Lambeth Palace nei giorni scorsi, dopo settimane difficili. E hanno pubblicato, quasi in contemporanea, due post che raccontano lo stesso incontro con due voci profondamente diverse. Mirvis parla di "dolore profondo", di "vergognosa decisione" del Sinodo, chiede alla Chiesa di "riparare il danno" fatto alle relazioni ebraico-cristiane. Mullally parla di "conversazione onesta", di ferite da ascoltare, di un ponte che va comunque teso.
Stessa stanza. Stesso caminetto. Due lingue del cuore diverse.
Per capire cosa sia successo in quella stanza, bisogna tornare a quel che è successo prima — il 12 e 13 luglio, nell'aula del Sinodo generale della Chiesa d'Inghilterra.
Il sussulto
Dopo un dibattito durato una sera e una mattina, il Sinodo ha votato una mozione proposta dalla diocesi di Carlisle, che piange la perdita di vite israeliane e palestinesi e cerca "pace e sicurezza per tutti i popoli" della Terra Santa. Il testo originale chiedeva alla Chiesa di "ricevere" i documenti di Kairos Palestine — le dichiarazioni scritte dai cristiani palestinesi tra il 2009 e il 2025, l'ultima delle quali, Kairos Palestine II — A Moment of Truth: Faith in the Time of Genocide, ha riacceso lo scontro per il linguaggio usato nei confronti di Israele. Un emendamento ha cambiato quel verbo: non più "ricevere", ma "ascoltare" — hear — come "espressioni sincere" di un'esperienza vissuta, che non implicano l'adesione a ogni singola parola di quei testi.
Non è un dettaglio da filologi. È la misura esatta di quanto la Chiesa d'Inghilterra abbia avuto il coraggio di fare un passo, e di quanta paura abbia avuto nel farlo.
La mozione, così emendata, è passata in tutte e tre le camere sinodali — vescovi, clero e laici — con un margine ampio. Ha condannato ogni forma di antisemitismo e di ostilità anti-musulmana. Ha riconosciuto con parole di pentimento il contributo storico della Chiesa all'antisemitismo. E ha impegnato la Chiesa a "rispondere all'appello dei cristiani palestinesi a stare in solidarietà con loro e con i loro fratelli palestinesi nella resistenza non violenta all'occupazione in corso" (testo integrale della mozione).
L'arcivescovo Mullally, presentando la mozione, ha detto una frase che meriterebbe di essere incisa sulla porta di ogni sacrestia:
"L'urgenza della situazione in Terra Santa richiede che affrontiamo conversazioni difficili. Dobbiamo ascoltare quelle cose che sono dure da sentire, e correre il rischio di dialogare attraverso le divisioni." (discorso integrale)
Non è un caso che queste parole arrivino a poche settimane da un pellegrinaggio. Dal 19 al 24 giugno, Mullally è stata in Terra Santa — Gerusalemme, Betlemme, Nazareth, Birzeit — insieme all'arcivescovo anglicano di Gerusalemme, Hosam Naoum, per pregare e stare accanto ai cristiani palestinesi (lettera pastorale del pellegrinaggio). Ha visto con i suoi occhi, ha detto in Sinodo, "come gli insediamenti si stiano espandendo a un ritmo senza precedenti": "la Palestina, che il governo britannico ha riconosciuto il mese scorso, sta scomparendo" (The Jewish Chronicle). Non ha parlato da un'aula sinodale astratta. Ha parlato da chi è tornato con la polvere di quella terra ancora sulle scarpe.
La ferita, e la sua durezza
Eppure, quel piccolo passo — "ascoltare", non "accogliere" — non è bastato a placare la reazione. Il Rabbino Capo Mirvis ha definito il voto "vergognoso", "un giorno triste per le relazioni ebraico-cristiane". Ha detto che Kairos II è "un documento pieno di falsità, che rifiuta apertamente il dialogo, usa una retorica estrema per mettere in discussione l'esistenza stessa di Israele" (The Jewish Chronicle).
Colpisce, rileggendo i due testi, l'asimmetria. Da una parte l'arcivescovo che cerca il dialogo, che ammette la propria fatica, che dice "dobbiamo ascoltare quelle cose che sono dure da sentire". Dall'altra una fermezza che non lascia spazio: l'accusa al linguaggio altrui di essere estremo, di sfiorare la violenza — senza però rivolgere lo stesso sguardo severo al proprio linguaggio, né a quello, questo sì apertamente violento, di non pochi esponenti politici israeliani, verso i quali una dissociazione ufficiale e netta da parte dei vertici delle comunità ebraiche delle diverse nazioni non sembra mai arrivare. Come se una delle due parti sedute davanti a quel camino avesse il permesso di essere ferma, e l'altra solo quello di scusarsi.
Più amica la verità
Di fronte alla minaccia — reale — di un deterioramento del dialogo ebraico-cristiano, la tentazione è sempre la stessa: fare un passo indietro. Riformulare. Ammorbidire. Fino a svuotare.
Eppure viene da dire, parafrasando un vecchio adagio: amicus Israel, sed magis amica veritas. Amico è Israele, ma più amica è la verità. Non può esserci un vero dialogo se manca il coraggio della verità — anche quando la verità comporta, come ha detto la stessa Mullally, il rischio di "conversazioni difficili". Il dialogo che si nutre solo di ciò che è comodo da dire non è dialogo: è distanza cortese.
E qui va detto con la stessa chiarezza che la nostra voce non è, e non deve mai essere, una voce contro il popolo ebraico. Nutriamo un profondo apprezzamento per la tradizione giudaica, dalla quale abbiamo ricevuto gli stessi insegnamenti di Gesù, e respingiamo ogni forma di antisemitismo — così come respingiamo ogni forma di islamofobia. Non si tratta di essere contro qualcuno. Lo stesso documento di Kairos, nel rivendicare la propria voce, rifiuta ogni accusa di voler suscitare odio.
Lo diceva con parole che meritano di essere riascoltate un altro grande pastore, premio Nobel per la pace, Desmond Tutu, che nel suo discorso Occupation Is Oppression del 2002 collegava l'apartheid sudafricano alla questione palestinese:
"Non sono a favore di questo o di quel popolo. Sono a favore della giustizia, a favore della libertà. Sono contro l'ingiustizia, contro l'oppressione." (nell'originale: "I am not pro- this people or that. I am pro-justice, pro-freedom. I am anti-injustice, anti-oppression.")
E aggiungeva: non criticava il popolo ebraico, diceva, ma la leadership politica di Israele, ogni volta che ce n'era bisogno — proprio come i profeti d'Israele avevano fatto con i re ingiusti del loro stesso popolo (WRMEA, testo integrale del discorso).
Lo specchio italiano
E qui, se permetti, il discorso deve tornare a casa nostra.
Anche la Chiesa italiana ha appena concluso il suo Cammino sinodale con il documento Lievito di pace e di speranza, che accoglie l'invito di papa Leone XIV ai vescovi italiani perché "ogni comunità diventi una 'casa della pace', dove si impara a disinnescare l'ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. La pace non è un'utopia spirituale: è una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione" (documento integrale, n. 24).
Una casa della pace, però, non è la casa dei discorsi politicamente corretti che lasciano il mondo esattamente com'era prima che si aprisse bocca. È il luogo in cui si impara — sul serio, non a parole — il dialogo, la giustizia, il perdono.
Lo scorso maggio, come Rete "Preti contro il genocidio", avevamo scritto una lettera aperta ai vescovi italiani riuniti in Assemblea Generale, a poche ore dall'abbordaggio della Global Sumud Flotilla (testo integrale su Nigrizia). Chiedevamo una parola più netta, più profetica, più concreta. E il presidente della CEI, interpellato da un giornalista, ha risposto — così ha riportato Vatican News — con queste parole: "Non possiamo non preoccuparci di questi fenomeni di violazione dei diritti umani. Tutte le volte che i diritti vengono calpestati è preoccupante, ma lo è ancora di più se a farlo sono le istituzioni. Le immagini delle violenze sugli attivisti mi hanno provocato un senso di rifiuto per l'umiliazione del diritto" (Vatican News).
Un "senso di rifiuto", detto da chi presiede la Chiesa italiana, non è poca cosa: è un sussulto vero, onesto, che vale la pena raccogliere e non lasciar cadere. È esattamente il gesto di cui parliamo in questo testo — il piccolo sussulto che nasce sincero, e che aspetta solo di essere accompagnato, da noi e dalle nostre comunità, con insistenza fraterna, fino a diventare una parola intera. Non è un rimprovero, questo. È un incoraggiamento: il cardinale ha socchiuso una porta, e noi vogliamo continuare a bussare — con rispetto, con fiducia, perché quella porta resti aperta e si spalanchi.
Il fondamento che avevamo già
Non stiamo chiedendo qualcosa di nuovo. Stiamo chiedendo alla Chiesa di essere fedele a quanto scritto nella Gaudium et Spes: leggere i segni dei tempi e "fomentare dovunque la giustizia e l'amore di Cristo verso i poveri" (GS 90). Niente di nuovo, perché "Promuovere la giustizia e la pace, penetrare con la luce e col fermento evangelico tutti i campi dell'esistenza sociale, è sempre stato un costante impegno della Chiesa in nome del mandato che essa ha ricevuto dal Signore" (Paolo VI, Iustitiam et Pacem, 1976). Niente di nuovo, tanto che papa Francesco, riorganizzando quella stessa eredità nel Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, aveva chiesto fin dal primo paragrafo del primo articolo di assumere "la sollecitudine della Santa Sede per quanto riguarda la giustizia e la pace" (Statuto del Dicastero, 2016).
Dunque, non è un'invenzione recente. È la bussola che la Chiesa si è data da sempre, e che noi abbiamo semplicemente scelto di ricordare: "Amore e verità s'incontreranno, giustizia e pace si baceranno" (Sal 85,11). Non ci può essere pace senza giustizia. Invocare la giustizia non è chiedere vendetta, come una certa propaganda vuole far credere. È, invece, l'unica strada percorribile verso una pace che duri: creare le condizioni perché i crimini vengano riconosciuti da tutte le parti, perché sia possibile, un giorno, il perdono. Non facile. Non garantito. Ma possibile, come, tra mille difficoltà, ci hanno mostrato il Sudafrica e alcune storie, ancora ferite, del Ruanda.
Il coraggio che si paga
Qualcuno, in questi mesi, parla di apocalisse — vede tutto l'orrore, la violenza, la prepotenza dei potenti. E forse ha ragione. Ma sappiamo bene che apocalisse vuol dire rivelazione: è il tempo della prova, ma anche il tempo in cui siamo chiamati a risplendere di più, non di meno, anche quando questo comporta il prezzo personale della testimonianza.
Le pressioni subite da chi oggi prova a dire la verità — o almeno a raccontare un altro pezzo della storia —, le uccisioni dei giornalisti, le campagne diffamatorie contro chi alza la voce fuori dal coro: tutto questo fa venire in mente una storia vecchia di duemila anni, quella storia su cui abbiamo fondato tutta la nostra vita — prima ancora di essere preti, la scelta di essere discepoli. Un uomo cammina per le strade di Gerusalemme e comincia a fare la cosa più pericolosa che si possa fare davanti a chi detiene il potere: dire la verità. E il potere non lo sopporta. Diventa un'ossessione: bisogna farlo tacere. Si può quasi vedere la scena. In una stanza chiusa, mentre si discute cosa fare di quest'uomo che continua a parlare, c'è sempre qualcuno con l'idea più semplice e più tremenda di tutte: non basta farlo tacere, bisogna farlo morire.
Se fossimo in tanti
Un piccolo emendamento sinodale a Londra. Una frase di "rifiuto" pronunciata a Roma. Sono sussulti veri, non finti, non di circostanza. Ma restano soli, e i sussulti che restano soli, prima o poi, qualcuno li spegne: con la pressione diplomatica, con l'accusa di rompere il dialogo, con la stanchezza di chi preferisce l'equidistanza, che troppo spesso, lo sappiamo, è solo equi-lontananza travestita da prudenza.
Cosa succederebbe, però, se questi sussulti non fossero più soli? Se dietro ogni vescovo che dice "provo un senso di rifiuto" ci fossero mille preti pronti a dire la stessa cosa, senza più bisogno di cercare le parole più caute possibili? Se le nostre comunità — la tua, la mia, quella accanto — smettessero per un momento di essere anestetizzate dal flusso delle notizie, e si accorgessero che quello che accade in Terra Santa sta ancora, oggi, crocifiggendo qualcuno?
Non lo sappiamo ancora.
E allora — è anche per questo che esiste la nostra rete: perché quella domanda non resti la domanda di uno solo. L'obiettivo è arrivare, entro il 22 settembre, a 4.000 aderenti — l'1% del clero cattolico mondiale. Un piccolo seme. Ma che può diventare un albero sotto cui anche i nostri vescovi trovino riparo, e il coraggio per un dialogo vero, con tutti.
Condividi questo testo, e invita altri diaconi, preti e vescovi a firmare il documento comune.
Israel is a Friend, But Even More Truth is
The Church of England’s attempt to say something true about Palestine, and the struggle — not yet won — of the Italian Church to do the same
Two photographs, the same room. A dark wooden bookcase, a lit fireplace above a green carpet. In one photograph they are standing, side by side: a rabbi with a kippah and a white beard, a woman with a clerical collar and a pectoral cross. In the other they are seated, facing one another, hands folded in their laps, looking at each other as they speak.
They are the Chief Rabbi of the United Kingdom, Sir Ephraim Mirvis, and the Archbishop of Canterbury, Sarah Mullally. They met at Lambeth Palace in recent days, after difficult weeks. And they published, almost simultaneously, two posts recounting the same meeting in two profoundly different voices. Mirvis speaks of “deep pain,” of the Synod’s “shameful decision,” and asks the Church to “repair the damage” done to Jewish-Christian relations. Mullally speaks of an “honest conversation,” of wounds to be listened to, of a bridge that must be built regardless.
Same room. Same fireplace. Two different languages of the heart.
To understand what happened in that room, we have to go back to what happened before — to 12 and 13 July, on the floor of the General Synod of the Church of England.
The stirring
After a debate lasting an evening and a morning, the Synod voted on a motion brought by the Diocese of Carlisle, which mourns the loss of Israeli and Palestinian lives and seeks “peace and security for all the peoples” of the Holy Land. The original text asked the Church to “receive” the Kairos Palestine documents — the statements written by Palestinian Christians between 2009 and 2025, the most recent of which, Kairos Palestine II — A Moment of Truth: Faith in the Time of Genocide, has reignited the dispute over the language used about Israel. An amendment changed that verb: no longer “receive,” but “hear” — as “sincere expressions” of a lived experience, which does not imply endorsement of every single word of those texts.
This is not a detail for philologists. It is the exact measure of how much courage the Church of England had to take a step, and how much fear it felt in taking it.
The motion, thus amended, passed in all three houses of Synod — bishops, clergy and laity — by a wide margin. It condemned every form of antisemitism and anti-Muslim hostility. It acknowledged, in words of repentance, the Church’s historic contribution to antisemitism. And it committed the Church to “respond to the call of Palestinian Christians to stand in solidarity with them and their fellow Palestinians in non-violent resistance to the ongoing occupation” (full text of the motion).
Archbishop Mullally, introducing the motion, said something that deserves to be carved on the door of every sacristy:
“The urgency of the situation in the Holy Land requires that we have difficult conversations. We must listen to those things that are hard to hear, and take the risk of dialogue across divides.” (full speech)
It is no accident that these words come just weeks after a pilgrimage. From 19 to 24 June, Mullally was in the Holy Land — Jerusalem, Bethlehem, Nazareth, Birzeit — together with the Anglican Archbishop of Jerusalem, Hosam Naoum, to pray and to stand alongside Palestinian Christians (pastoral letter from the pilgrimage). She saw with her own eyes, she told the Synod, “how the settlements are expanding at an unprecedented rate”: “Palestine, which the British government recognised last month, is disappearing” (The Jewish Chronicle). She did not speak from an abstract synod chamber. She spoke as someone who had come back with the dust of that land still on her shoes.
The wound, and its hardness
And yet, that small step — “hear,” not “receive” — was not enough to calm the reaction. Chief Rabbi Mirvis called the vote “shameful,” “a sad day for Jewish-Christian relations.” He said that Kairos II is “a document full of falsehoods, which openly rejects dialogue and uses extreme rhetoric to call into question the very existence of Israel” (The Jewish Chronicle).
Rereading the two texts, what strikes you is the asymmetry. On one side, an archbishop seeking dialogue, admitting her own struggle, saying “we must listen to those things that are hard to hear.” On the other, a firmness that leaves no room: the charge that the other side’s language is extreme, bordering on violence — without ever turning that same severe gaze on one’s own language, or on the language, this one openly violent, of quite a few Israeli political figures, from whom an official and unequivocal dissociation on the part of the leadership of Jewish communities in the various countries never seems to arrive. As if one of the two parties sitting before that fireplace had permission to be firm, and the other only permission to apologise.
Truth, the greater friend
Faced with the threat — a real one — of a deterioration in Jewish-Christian dialogue, the temptation is always the same: take a step back. Rephrase. Soften. Until nothing is left.
And yet one is moved to say, paraphrasing an old adage: amicus Israel, sed magis amica veritas. Israel is a friend, but truth is a greater friend. There can be no true dialogue without the courage of truth — even when truth entails, as Mullally herself said, the risk of “difficult conversations.” A dialogue that feeds only on what is comfortable to say is not dialogue: it is courteous distance.
And here it must be said with equal clarity that our voice is not, and must never be, a voice against the Jewish people. We hold a deep appreciation for the Jewish tradition, from which we received the very teachings of Jesus, and we reject every form of antisemitism — just as we reject every form of Islamophobia. This is not about being against anyone. The Kairos document itself, in claiming its own voice, rejects any accusation of seeking to stir up hatred.
Another great pastor, a Nobel Peace Prize laureate, said as much in words worth hearing again: Desmond Tutu, who in his 2002 address Occupation Is Oppression connected South African apartheid to the Palestinian question:
“I am not pro- this people or that. I am pro-justice, pro-freedom. I am anti-injustice, anti-oppression.”
And he added: he was not criticising the Jewish people, he said, but the political leadership of Israel, whenever there was need to — just as the prophets of Israel had done with the unjust kings of their own people (WRMEA, full text of the address).
The Italian mirror
And here, if you will allow it, the conversation has to come home.
The Italian Church, too, has just concluded its Synodal Journey with the document Lievito di pace e di speranza(“Leaven of Peace and Hope”), which takes up Pope Leo XIV’s invitation to the Italian bishops that “every community become a ‘house of peace,’ where we learn to defuse hostility through dialogue, where justice is practised and forgiveness is safeguarded. Peace is not a spiritual utopia: it is a humble path, made of daily gestures, weaving together patience and courage, listening and action” (full document, no. 24).
A house of peace, however, is not the house of politically correct speeches that leave the world exactly as it was before anyone opened their mouth. It is the place where dialogue, justice and forgiveness are learned — for real, not in words only.
Last May, as the network “Priests Against the Genocide,” we wrote an open letter to the Italian bishops gathered in General Assembly, just hours after the boarding of the Global Sumud Flotilla (full text on Nigrizia). We asked for a clearer, more prophetic, more concrete word. And the president of the Italian Bishops’ Conference, questioned by a journalist, replied — as Vatican News reported — with these words: “We cannot fail to be concerned about these violations of human rights. Whenever rights are trampled on it is worrying, but it is even more so when it is institutions doing the trampling. The images of the violence against the activists provoked in me a sense of rejection at the humiliation of the law” (Vatican News).
A “sense of rejection,” spoken by the man who presides over the Italian Church, is no small thing: it is a real, honest stirring, worth picking up and not letting fall. It is exactly the gesture we are talking about in this text — the small stirring that arises sincerely, and that waits only to be accompanied, by us and by our communities, with fraternal insistence, until it becomes a whole word. This is not a reproach. It is an encouragement: the cardinal has left a door ajar, and we want to keep knocking — with respect, with trust, so that the door stays open and swings wide.
The foundation we already had
We are not asking for anything new. We are asking the Church to be faithful to what is written in Gaudium et Spes: to read the signs of the times and “foster everywhere justice and Christ’s love for the poor” (GS 90). Nothing new, because “to promote justice and peace, to permeate every field of social existence with the light and the leaven of the Gospel, has always been the Church’s constant commitment, in the name of the mandate it has received from the Lord” (Paul VI, Iustitiam et Pacem, 1976). Nothing new — so much so that Pope Francis, in reorganising that same inheritance within the Dicastery for Promoting Integral Human Development, asked from the very first paragraph of the very first article that it take up “the solicitude of the Holy See with regard to justice and peace” (Statutes of the Dicastery, 2016).
So this is no recent invention. It is the compass the Church has always given itself, and which we have simply chosen to recall: “Love and truth will meet; justice and peace will kiss” (Ps 85:11). There can be no peace without justice. To call for justice is not to ask for vengeance, as a certain propaganda would have us believe. It is, rather, the only viable road to a peace that lasts: creating the conditions for crimes to be acknowledged by all sides, so that one day forgiveness becomes possible. Not easy. Not guaranteed. But possible — as South Africa, and some still-wounded stories from Rwanda, have shown us, amid a thousand difficulties.
The courage that costs
Some, in these months, speak of apocalypse — they see all the horror, the violence, the arrogance of the powerful. And perhaps they are right. But we know well that apocalypse means revelation: it is the time of trial, but also the time in which we are called to shine more, not less, even when this carries the personal price of witness.
The pressure on those who today try to tell the truth — or at least to tell another part of the story; the killing of journalists; the smear campaigns against those who raise their voice outside the chorus: all of this brings to mind a story two thousand years old, the story on which we have built our whole lives — before even being priests, the choice to be disciples. A man walks the streets of Jerusalem and begins to do the most dangerous thing anyone can do in front of those who hold power: tell the truth. And power cannot bear it. It becomes an obsession: he must be silenced. You can almost see the scene. In a closed room, while they debate what to do with this man who keeps on speaking, there is always someone with the simplest and most terrible idea of all: silencing him is not enough, he has to die.
If there were many of us
A small synodal amendment in London. A single word of “rejection” spoken in Rome. These are real stirrings, not feigned, not merely for the occasion. But they remain alone, and stirrings that remain alone are, sooner or later, snuffed out by someone: with diplomatic pressure, with the accusation of breaking off dialogue, with the weariness of those who prefer equidistance — which too often, as we know, is merely equal-distancing dressed up as prudence.
What would happen, though, if these stirrings were no longer alone? If behind every bishop who says “I feel a sense of rejection” there stood a thousand priests ready to say the same thing, with no further need to search for the most cautious possible words? If our communities — yours, mine, the one next door — stopped for a moment being anaesthetised by the flow of the news, and realised that what is happening in the Holy Land is still, today, crucifying someone?
We do not yet know.
And so — this is part of why our network exists: so that the question does not remain one person’s question alone. The goal is to reach 4,000 signatories by 22 September — 1% of the world’s Catholic clergy. A small seed. But one that can become a tree under which our bishops too may find shelter, and the courage for a true dialogue, with everyone.
Share this text, and invite other deacons, priests and bishops to sign the joint document.
Amigo es Israel, pero más amiga es la verdad
El intento de la Iglesia de Inglaterra de decir una palabra verdadera sobre Palestina, y el esfuerzo —aún no logrado— de la Iglesia italiana por hacer lo mismo
Dos fotografías, la misma sala. Una librería de madera oscura a un lado y una chimenea con dos sillones verdes al otro. En una foto están de pie, uno junto al otro: un rabino con kipá y barba blanca, una mujer con alzacuello y cruz pectoral. En la otra están sentados, uno frente al otro, las manos entrelazadas en el regazo, mirándose mientras hablan.
Son el Rabino Jefe del Reino Unido, Sir Ephraim Mirvis, y la Arzobispa de Canterbury, Sarah Mullally. Se reunieron en el Palacio de Lambeth (sede del Arzobispado de Canterbury en Londres) hace unos días, después de semanas difíciles. Y publicaron, casi al mismo tiempo, dos mensajes que narran el mismo encuentro con dos voces profundamente distintas. Mirvis habla de "dolor profundo", de la "vergonzosa decisión" del Sínodo de la Iglesia de Inglaterra, y pide a la Iglesia "reparar el daño" causado a las relaciones judeo-cristianas. Mullally habla de una "conversación honesta", de heridas que hay que curar, de un puente que aún queda por tender.
Misma sala, misma chimenea: dos lenguajes del corazón distintos. Para entender qué ocurrió en esa sala, hay que volver a lo que sucedió antes, el 12 y 13 de julio, en el aula del Sínodo General de la Iglesia de Inglaterra.
El sobresalto
Tras un debate que duró una tarde y una mañana, el Sínodo de la Iglesia de Inglaterra votó una moción presentada por la diócesis de Carlisle, que lamenta la pérdida de vidas israelíes y palestinas y busca "paz y seguridad para todos los pueblos" de Tierra Santa. El texto original pedía a la Iglesia "recibir" los documentos de Kairós Palestina (movimiento ecuménico cristiano palestino fundado en 2009, que promueve el fin de la ocupación israelí de Palestina y la búsqueda de una paz justa): declaraciones escritas por cristianos palestinos entre 2009 y 2025, la última de las cuales, Kairos Palestine II — A Moment of Truth: Faith in the Time of Genocide, había reavivado la disputa por el lenguaje usado hacia Israel.
Una enmienda cambió ese verbo: ya no "recibir", sino "escuchar" —hear— como "expresiones sinceras" de una experiencia vivida, que no implican estar de acuerdo con cada palabra de esos textos. No es un detalle para filólogos. Es la medida exacta de cuánto valor tuvo la Iglesia de Inglaterra para dar un paso, y cuánto miedo sintió al darlo.
La moción, así enmendada, fue aprobada en las tres cámaras sinodales —obispos, clero y laicos— por amplio margen. Condenó toda forma de antisemitismo y de hostilidad antimusulmana. Reconoció, con palabras de arrepentimiento, la contribución histórica de la Iglesia al antisemitismo. Y comprometió a la Iglesia a "responder al llamado de los cristianos palestinos a tomar posición en solidaridad con ellos y con sus hermanos palestinos no cristianos en la resistencia no violenta a la ocupación en curso" (texto íntegro de la moción).
La arzobispa Mullally, al presentar la moción, pronunció una frase que merecería estar grabada en la puerta de cada iglesia: "La urgencia de la situación en Tierra Santa exige que afrontemos conversaciones difíciles. Debemos escuchar aquellas cosas que son duras de oír, y correr el riesgo de dialogar a través de las divisiones" (discurso íntegro).
No es casualidad que estas palabras lleguen pocas semanas después de una peregrinación. Del 19 al 24 de junio, Mullally estuvo en Tierra Santa (Jerusalén, Belén, Nazaret, Birzeit) junto al arzobispo anglicano de Jerusalén, Hosam Naoum, para orar y estar junto a los cristianos palestinos (carta pastoral de la peregrinación). Vio con sus propios ojos, dijo ante el Sínodo, "cómo los asentamientos se están expandiendo a un ritmo sin precedentes": "Palestina, que el gobierno británico reconoció el mes pasado, está desapareciendo" (The Jewish Chronicle). No hablaba desde un aula sinodal abstracta: hablaba quien había vuelto con el polvo de esa tierra todavía en los zapatos.
La herida y su dureza
Y sin embargo, ese pequeño paso —"escuchar", no "acoger"— no bastó para calmar la reacción. El Rabino Jefe Mirvis calificó el voto de "vergonzoso", "un día triste para las relaciones judeo-cristianas". Dijo que Kairós II es "un documento lleno de falsedades, que rechaza abiertamente el diálogo y usa una retórica extrema para cuestionar la existencia misma de Israel" (The Jewish Chronicle).
Llama la atención, al releer ambos textos, la asimetría. Por un lado, la arzobispa que busca el diálogo, que admite su propia dificultad, que dice "debemos escuchar aquellas cosas que son duras de oír". Por otro, una firmeza que no deja espacio: la acusación de que el lenguaje ajeno es extremo, que roza la violencia, sin volver esa misma mirada severa hacia el propio lenguaje, ni hacia el, éste sí, abiertamente violento de no pocos dirigentes políticos israelíes, respecto de los cuales una disociación oficial y clara por parte de los líderes de las comunidades judías de las distintas naciones nunca parece llegar. Como si una de las dos partes sentadas ante esa chimenea tuviera permiso para mantenerse firme, y la otra solo para disculparse.
Sed magis amica veritas - Pero más amiga es la verdad
Ante la amenaza —real— de un deterioro del diálogo judeo-cristiano, la tentación es siempre la misma: dar un paso atrás, reformular, suavizar, hasta vaciar de contenido.
Y sin embargo, cabría decir, parafraseando un viejo adagio: ”Amicus Plato, sed magis amica veritas” (Aristóteles), que Israel es amigo, pero más amiga es la verdad. No puede haber verdadero diálogo si falta el coraje de la verdad, aun cuando la verdad implique, como dijo la propia Mullally, el riesgo de "conversaciones difíciles". El diálogo que se alimenta solo de lo que es cómodo decir no es diálogo: es distancia cortés.
Y aquí hay que decir con la misma claridad que nuestra voz no es, ni debe ser jamás, una voz contra el pueblo judío. Sentimos un profundo aprecio por la tradición judía, de la cual recibimos las propias enseñanzas de Jesús, y rechazamos toda forma de antisemitismo, así como rechazamos toda forma de islamofobia. No se trata de estar en contra de nadie. El propio documento de Kairós, al reivindicar su voz, rechaza toda acusación de querer suscitar odio.
Lo decía con palabras que merecen ser escuchadas de nuevo otro gran pastor, premio Nobel de la Paz, Mons. Desmond Tutu, que, en su discurso Occupation Is Oppression, de 2002, vinculaba el apartheid sudafricano con la cuestión palestina: "No estoy a favor de este pueblo o de aquel. Estoy a favor de la justicia, a favor de la libertad. Estoy contra la injusticia, contra la opresión." (En el original: "I am not pro- this people or that. I am pro-justice, pro-freedom. I am anti-injustice, anti-oppression"). Y añadía: “no criticamos al pueblo judío, sino al liderazgo político de Israel, cada vez que hace falta, tal como los propios profetas de Israel lo hicieron con los reyes injustos de su mismo pueblo” (WRMEA, texto íntegro del discurso).
El espejo italiano
Y aquí, si me lo permites, el discurso debe volver a casa. Veamos el ejemplo de Italia.
También la Iglesia italiana acaba de concluir su Camino Sinodal con el documento Lievito di pace e di speranza (Levadura de paz y esperanza), que acoge la invitación del papa León XIV a los obispos italianos para que "cada comunidad se convierta en una «casa de la paz», donde se aprenda a desactivar la hostilidad a través del diálogo, donde se practique la justicia y se custodie el perdón" (n. 24). Una casa de la paz, sin embargo, no es la casa de los discursos políticamente correctos que dejan el mundo exactamente como estaba antes de abrir la boca. Es el lugar donde se aprende —de verdad, no solo de palabra— el diálogo, la justicia, el perdón.
El pasado mes de mayo, como Red "Sacerdotes contra el Genocidio", escribimos una carta abierta a los obispos italianos reunidos en Asamblea General, pocas horas después del abordaje de la Global Sumud Flotilla (texto íntegro en Nigrizia). Pedíamos una palabra más clara, más profética, más concreta. Y el presidente de la CEI, el cardenal Zuppi, al ser interpelado por un periodista, respondió (según recogió Vatican News) con estas palabras: "No podemos dejar de preocuparnos por estos fenómenos de violación de los derechos humanos. Cada vez que se pisotean los derechos es preocupante, pero lo es aún más cuando son las instituciones las que lo hacen. Las imágenes de la violencia contra los activistas me provocaron un sentimiento de rechazo ante la humillación del derecho" (Vatican News).
Un "sentimiento de rechazo", dicho por quien preside la Iglesia italiana, no es poca cosa: es un sobresalto verdadero, sincero, que vale la pena recoger y no dejar caer. Es exactamente el gesto del que hablamos en este texto: el pequeño sobresalto que nace sincero, y que solo espera ser acompañado, por nosotros y por nuestras comunidades, con insistencia fraterna, hasta convertirse en una palabra entera. Esto no es un reproche, es un aliento: el cardenal ha entreabierto una puerta y nosotros queremos seguir llamando, con respeto, con confianza, para que esa puerta siga abierta y termine de abrirse de par en par.
El fundamento que ya teníamos
No estamos pidiendo algo nuevo. Estamos pidiendo a la Iglesia que sea fiel a lo que ya está escrito en la Gaudium et Spes: leer los signos de los tiempos y "fomentar en todas partes la justicia y el amor de Cristo hacia los pobres" (GS 90).
Nada nuevo, porque "promover la justicia y la paz, penetrar con la luz y el fermento evangélico todos los campos de la existencia social, ha sido siempre un compromiso constante de la Iglesia en nombre del mandato que ha recibido del Señor" (Pablo VI, Iustitiam et Pacem, 1976).
Nada nuevo, tanto que el papa Francisco, al reorganizar distintos consejos pontificios ―entre ellos, el Consejo Pontificio Justicia y Paz― en el Dicasterio para el Servicio del Desarrollo Humano Integral, ya había pedido, desde el primer párrafo del primer artículo, que se asumiera "la solicitud de la Santa Sede en lo que se refiere a la justicia y la paz" (Estatuto del Dicasterio, 2016).
Así pues, no es una invención reciente. Es la brújula que la Iglesia se ha dado siempre, y que nosotros simplemente hemos elegido recordar: "El amor y la verdad se encontrarán, la justicia y la paz se besarán" (Sal 85,11). No puede haber paz sin justicia (cf. Juan Pablo II, Mensaje para la Jornada Mundial de la Paz 2002). Invocar la justicia no es pedir venganza, por más que cierta propaganda quiera hacerlo creer. Es, en cambio, el único camino transitable hacia una paz duradera: crear las condiciones para que los crímenes sean reconocidos por todas las partes y para que sea posible, algún día, el perdón (“No hay justicia sin perdón”, Juan Pablo II, Ídem). No es fácil. No está garantizado. Pero es posible, como, entre mil dificultades, nos lo han mostrado Sudáfrica y algunas historias, todavía heridas y en proceso de reconciliación, como la de Ruanda.
El coraje que se paga
Algunos, en estos meses, hablan de apocalipsis: ven todo el horror, la violencia, la prepotencia de los poderosos. Y tal vez tengan razón. Pero sabemos bien que apocalipsis significa revelación: es el tiempo de la prueba, pero también el tiempo en que estamos llamados a resplandecer más, no menos, aunque esto implique el precio personal del testimonio.
Las presiones que sufren hoy quienes intentan decir la verdad —o, al menos, contar la otra parte de la historia—, los asesinatos de periodistas, las campañas de difamación contra quien alza la voz fuera del coro: todo esto trae a la memoria una historia de dos mil años, la historia sobre la que hemos fundado toda nuestra vida y, antes incluso de ser sacerdotes, la elección de ser discípulos. Un hombre camina por las calles de Jerusalén y comienza a hacer lo más peligroso que se puede hacer ante quienes tienen el poder: decir la verdad. Y el poder no lo soporta. Se convierte en una obsesión: hay que hacerlo callar. Casi se puede ver la escena. En una sala cerrada, mientras discuten qué hacer con este hombre que sigue hablando, siempre hay alguien con la idea más simple y más terrible de todas: no basta con hacerlo callar, hay que matarlo.
Si fuéramos muchos
Una pequeña enmienda sinodal en Londres, una palabra de "rechazo" pronunciada en Roma: son sobresaltos verdaderos, no fingidos, no de circunstancia. Pero permanecen solos, y los sobresaltos que permanecen solos, tarde o temprano alguien los apaga: con la presión diplomática, con la acusación de romper el diálogo, con el cansancio de quien prefiere la equidistancia, que con demasiada frecuencia ―lo sabemos― no es más que la equi-lejanía disfrazada de prudencia.
Pero ¿qué pasaría si estos sobresaltos ya no estuvieran solos? ¿Si detrás de cada obispo que dice "siento un sentimiento de rechazo" hubiera mil sacerdotes dispuestos a decir lo mismo, sin necesidad de buscar ya las palabras más cautas posibles? ¿Si nuestras comunidades —la tuya, la mía, la de al lado— dejaran, aunque solo fuera por un instante, de estar anestesiadas por el flujo de noticias y se dieran cuenta de que lo que ocurre en Tierra Santa sigue, hoy, crucificando a alguien, a muchos, y lo consideraran insoportable? Todavía no lo sabemos.
Y entonces… También por esto existe nuestra red: para que esa pregunta no quede como la pregunta de uno solo. El objetivo es llegar, antes del 22 de septiembre de este 2026 ―fecha en la que estamos convocados a reunirnos para rezar y tener una presencia pública como Red en Roma―, a 4.000 miembros (el 1 % del clero católico mundial): ahora somos unos 2.400 adheridos a la Red, en casi 60 países. Una pequeña semilla, pero que puede convertirse en un árbol bajo el cual también nuestros obispos encuentren refugio y el coraje para un diálogo verdadero y veraz con todos.
Compañero, hermano: comparte este texto, e invita a otros diáconos, sacerdotes y obispos a firmar el documento común.
Israel é amigo, mas a verdade é amiga ainda maior
A tentativa da Igreja da Inglaterra de falar a verdade sobre a Palestina e a luta da Igreja Italiana - ainda não vencida - para fazer o mesmo.
Duas fotografias, a mesma sala. Uma estante de madeira escura, uma lareira acesa sobre um tapete verde. Na primeira foto, eles estão lado a lado: um rabino, de quipá e barba branca, e uma mulher com colarinho romano e cruz peitoral. Na segunda, sentam-se frente a frente, as mãos entrelaçadas sobre o colo, enquanto se olham e conversam.
Eles são o Rabino-Chefe do Reino Unido, Sir Ephraim Mirvis, e a Arcebispa de Canterbury, Sarah Mullally. Encontraram-se no Palácio de Lambeth nos últimos dias, após semanas particularmente difíceis. Quase ao mesmo tempo, ambos publicaram relatos do encontro. Descrevem a mesma conversa, no mesmo lugar, mas com vozes profundamente diferentes.
Mirvis fala de "dor profunda", da "decisão vergonhosa" do Sínodo e pede que a Igreja "repare os danos" causados às relações judaico-cristãs. Mullally, por sua vez, fala de "diálogo honesto", de feridas que precisam ser ouvidas e da necessidade de construir pontes.
A mesma sala. A mesma lareira. Mas duas linguagens diferentes do coração.
Para compreender o que aconteceu naquela sala, porém, é preciso voltar alguns dias no tempo, aos dias 12 e 13 de julho, quando o Sínodo Geral da Igreja da Inglaterra se reuniu e tomou a decisão que desencadeou essa crise.
O choque
Isso não é um detalhe filológico. É a medida exata de quanta coragem a Igreja da Inglaterra teve para dar um passo e quanto medo sentiu ao fazê-lo.
Após um debate que atravessou uma noite e se estendeu pela manhã seguinte, o Sínodo aprovou uma moção apresentada pela Diocese de Carlisle. O texto lamenta a perda de vidas israelenses e palestinas e reafirma o compromisso com a busca de "paz e segurança para todos os povos" da Terra Santa.
Na versão original, a moção propunha que a Igreja "recebesse" os documentos Kairos Palestine - declarações elaboradas por cristãos palestinos entre 2009 e 2025. Entre elas está Kairos Palestine II – Um Momento de Verdade: Fé em Tempo de Genocídio, o documento mais recente e também o que reacendeu a controvérsia em razão da linguagem empregada para descrever as ações de Israel.
Uma emenda alterou o verbo "receber" para "ouvir" - como "expressões sinceras" de uma experiência vivida, que não implicam adesão a cada palavra desses textos.
Não se trata de um detalhe filológico. A mudança de uma única palavra revela, talvez melhor do que qualquer discurso, o equilíbrio delicado que o Sínodo procurou manter: a coragem de dar um passo em direção ao testemunho dos cristãos palestinos e, ao mesmo tempo, a cautela de evitar que esse gesto fosse interpretado como uma adesão integral às suas posições.
A moção, conforme emendada, foi aprovada por ampla maioria nas três câmaras do sínodo - bispos, clero e leigos. Condenou todas as formas de antissemitismo e hostilidade antimuçulmana. Reconheceu, com palavras de arrependimento, a contribuição histórica da Igreja para o antissemitismo. E comprometeu a Igreja a "atender ao chamado dos cristãos palestinos para se solidarizar com eles e seus irmãos palestinos na resistência não violenta à ocupação em curso" (texto completo da moção).
Arcebispo Mullally, ao apresentar a moção, disse uma frase que merece ser gravada em todas as portas de sacristia: "A urgência da situação na Terra Santa exige que nos envolvamos em conversas difíceis. Devemos ouvir aquelas coisas que são difíceis de ouvir e correr o risco do diálogo além das divisões" (Discurso completo).
Não é coincidência que essas palavras tenham sido proferidas apenas algumas semanas antes de uma peregrinação. De 19 a 24 de junho, Mullally viajou para a Terra Santa - Jerusalém, Belém, Nazaré e Birzeit - com o Arcebispo Anglicano de Jerusalém, Hosam Naoum, para orar e estar ao lado dos cristãos palestinos (carta pastoral da peregrinação). Ela viu com seus próprios olhos, disse no Sínodo, "como os assentamentos estão se expandindo a uma velocidade sem precedentes": "A Palestina, que o governo britânico reconheceu no mês passado, está desaparecendo" (The Jewish Chronicle). Ela não falou de um salão sinodal abstrato. Falou como alguém que retornou com a poeira daquela terra ainda em seus sapatos.
A ferida e sua aspereza
No entanto, esse pequeno passo - "ouvir", não "acolher" - não foi suficiente para aplacar a reação. O Rabino Chefe Mirvis chamou a votação de "vergonhosa", "um dia triste para as relações judaico-cristãs". Ele afirmou que Kairos II é "um documento repleto de falsidades, que rejeita abertamente o diálogo e usa uma retórica extrema para questionar a própria existência de Israel" (The Jewish Chronicle).
Relendo os dois textos, a assimetria é impressionante. Por um lado, o arcebispo busca o diálogo, admite sua própria luta e diz: "Precisamos ouvir aquelas coisas difíceis de ouvir". Por outro, uma firmeza que não deixa espaço para manobras: ele acusa a linguagem alheia de ser extremista, de beirar a violência - sem, contudo, lançar o mesmo olhar severo sobre sua própria linguagem, nem sobre a linguagem abertamente violenta de muitas figuras políticas israelenses, das quais parece nunca chegar uma dissociação clara e oficial dos líderes das comunidades judaicas das diversas nações. Como se um dos dois lados sentados diante daquela lareira tivesse permissão para ser firme, e o outro apenas para se desculpar.
A verdade é mais amigável
Diante da ameaça - real - de uma deterioração no diálogo judaico-cristão, a tentação é sempre a mesma: recuar. Reformular. Suavizar. Ao ponto de esvaziar.
No entanto, é apropriado dizer, parafraseando um antigo ditado: amicus Israel, sed magis amica veritas. Israel é um amigo, mas a verdade é uma amiga ainda maior. Não pode haver diálogo verdadeiro se faltar a coragem de dizer a verdade - mesmo quando a verdade acarreta, como a própria Mullally disse, o risco de "conversas difíceis". O diálogo que se alimenta apenas do que é conveniente dizer não é diálogo: é distanciamento polido.
E aqui deve-se dizer com igual clareza que a nossa voz não é, e nunca deve ser, uma voz contra o povo judeu. Temos um profundo apreço pela tradição judaica, da qual recebemos os mesmos ensinamentos de Jesus, e rejeitamos todas as formas de antissemitismo - assim como rejeitamos todas as formas de islamofobia. Não se trata de ser contra ninguém. O próprio documento Kairos, ao recuperar a sua voz, rejeita qualquer acusação de querer incitar o ódio.
Outro grande pastor, o vencedor do Prêmio Nobel da Paz, Desmond Tutu, disse isso em palavras que merecem ser ouvidas novamente. Em seu discurso de 2002, "A Ocupação é Opressão", ele relacionou o apartheid sul-africano à questão palestina: "Não sou a favor deste nem daquele povo. Sou a favor da justiça, a favor da liberdade. Sou contra a injustiça, contra a opressão." (No original: "I am not pro- this people or that. I am pro-justice, pro-freedom. I am anti-injustice, anti-oppression").
E acrescentou: ele não criticava o povo judeu, disse, mas a liderança política de Israel, sempre que necessário — assim como os profetas de Israel criticaram os reis injustos de seu próprio povo (WRMEA, texto completo do discurso).
O Espelho Italiano
E aqui, se me permitem, a reflexão precisa voltar para a nossa casa.
A Igreja na Itália também acaba de concluir sua Jornada Sinodal com o documento Fermento da Paz e da Esperança. Nele ressoa o convite do Papa Leão XIV aos bispos italianos para que "cada comunidade se torne uma 'casa de paz', onde se aprenda a dissipar a hostilidade pelo diálogo, onde se pratique a justiça e se preserve o perdão. A paz não é uma utopia espiritual: é um caminho humilde, feito de gestos diários, que entrelaça paciência e coragem, escuta e ação" (Documento completo, n.º 24).
Uma casa de paz, porém, não é a casa de discursos politicamente corretos que deixam o mundo exatamente como estava antes de abrirmos a boca. É o lugar onde se aprende — seriamente, não apenas em palavras — o diálogo, a justiça e o perdão.
Em maio passado, como Rede "Padres Contra o Genocídio", escrevemos uma carta aberta aos bispos italianos reunidos na Assembleia Geral, poucas horas depois do embarque da Flotilha Global Sumud (texto completo em Nigrizia). Pedimos uma declaração mais clara, mais profética, mais concreta. E o presidente da CEI, questionado por um jornalista, respondeu - conforme relatado pelo Vatican News - com estas palavras: "Não podemos deixar de nos preocupar com essas violações dos direitos humanos. É preocupante sempre que os direitos são pisoteados, mas ainda mais quando as instituições o fazem. As imagens de violência contra ativistas despertaram em mim um sentimento de repulsa pela humilhação dos direitos" (Vatican News).
Um "sentimento de repulsa", expresso pelo presidente da Igreja italiana, não é pouca coisa: é um sentimento genuíno e honesto, que vale a pena acolher e não abandonar. É precisamente deste gesto que falamos neste texto - o pequeno e sincero salto que nos aguarda, a nós e às nossas comunidades, esperando apenas ser nutrido com persistência fraterna até se tornar uma palavra completa. Isto não é uma repreensão. É um encorajamento: o Cardeal deixou uma porta entreaberta, e queremos continuar a bater - com respeito, com confiança, para que essa porta permaneça aberta e seja escancarada.
O fundamento que já tínhamos
Não estamos pedindo nada de novo. Pedimos à Igreja que seja fiel ao que está escrito na Gaudium et Spes: que leia os sinais dos tempos e “promova em todo o lado a justiça e o amor de Cristo pelos pobres” (GS 90). Nada de novo, porque “Promover a justiça e a paz, penetrando com a luz e o fermento do Evangelho todas as esferas da existência social, tem sido sempre um compromisso constante da Igreja em nome do mandato que recebeu do Senhor” (Paulo VI, Iustitiam et Pacem, 1976). Nada de novo, tanto que o Papa Francisco, ao reorganizar esse mesmo legado no Dicastério para o Serviço do Desenvolvimento Humano Integral, pediu desde o primeiro parágrafo do primeiro artigo que se assumisse "a preocupação da Santa Sé com a justiça e a paz" (Estatutos do Dicastério, 2016).
Portanto, não é uma invenção recente. É a bússola que a Igreja sempre se deu e que simplesmente escolhemos lembrar: "O amor e a verdade se encontrarão, a justiça e a paz se beijarão" (Sl 85,11). Não há paz sem justiça. Clamar por justiça não é pedir vingança, como algumas propagandas querem nos fazer crer. Em vez disso, é o único caminho viável para uma paz duradoura: criar as condições para que os crimes sejam reconhecidos por todos os lados, para que o perdão possa um dia ser possível. Não é fácil. Não é garantido. Mas é possível, como, em meio a mil dificuldades, a África do Sul e algumas das histórias ainda feridas de Ruanda nos mostraram.
A coragem que compensa
Algumas pessoas, nos últimos meses, têm falado de um apocalipse - elas veem todo o horror, a violência, a arrogância dos poderosos. E talvez elas estejam certas. Mas sabemos bem que apocalipse significa revelação: é um tempo de provação, mas também um tempo em que somos chamados a brilhar mais, não menos, mesmo quando isso envolve o custo pessoal de testemunhar.
A pressão enfrentada por aqueles que hoje tentam contar a verdade - ou pelo menos contar outra parte da história - os assassinatos de jornalistas, as campanhas de difamação contra aqueles que se manifestam: tudo isso traz à mente uma história de dois mil anos, a história sobre a qual construímos nossas vidas inteiras - mesmo antes de nos tornarmos sacerdotes, da escolha de sermos discípulos. Um homem caminha pelas ruas de Jerusalém e começa a fazer a coisa mais perigosa que se pode fazer diante dos poderosos: dizer a verdade. E o poder não tolera isso. Torna-se uma obsessão: ele precisa ser silenciado. Quase podemos ver a cena. Em uma sala fechada, enquanto discutimos o que fazer com esse homem que não para de falar, sempre há alguém com a ideia mais simples e terrível de todas: não basta silenciá-lo, precisamos deixá-lo morrer.
Se fôssemos muitos...
Uma pequena emenda sinodal em Londres. Uma frase de "rejeição" proferida em Roma. Esses são tremores reais, não fingidos, não circunstanciais. Mas eles permanecem isolados, e tremores que permanecem isolados, mais cedo ou mais tarde, alguém os abafará: com pressão diplomática, com acusações de quebra de diálogo, com o cansaço daqueles que preferem a equidistância, que muitas vezes, sabemos, é apenas equidistância disfarçada de prudência.
O que aconteceria, porém, se esses tremores não fossem mais isolados? E se por trás de cada bispo que diz "sinto uma sensação de rejeição" houvesse mil padres prontos para dizer a mesma coisa, sem precisar mais procurar as palavras mais cautelosas possíveis? E se as nossas comunidades - a sua, a minha, a do vizinho - parassem por um momento de se anestesiarem com o fluxo de notícias e percebessem que o que está acontecendo na Terra Santa ainda está, hoje, crucificando alguém?
Ainda não sabemos
Então, é por isso que a nossa Rede existe: para que essa pergunta não permaneça apenas a pergunta de uma pessoa. O objetivo é alcançar 4.000 membros até 22 de setembro de 2026 - 1% do clero católico mundial. Uma pequena semente. Mas uma semente que pode crescer e se tornar uma árvore sob a qual os nossos bispos também possam encontrar abrigo e a coragem para um diálogo verdadeiro com todos.
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