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INIZI DELLA PRESENZA DELLE MISSIONARIE DI MARIA IN AFRICA (Natale 1960)

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Inizio DELLA nostra missione IN AFRICA

Voglio raccontarvi quando e come è iniziata la nostra missione in Africa e precisamente nel "Congo belga", come si chiamava in quel tempo.

Erano ancora i tempi della colonizzazione e il Congo  come l'Urundi (attuale Burundi) erano sotto il dominio del Belgio.

I Padri Saveriani avevano già iniziato la loro missione nello Zaire. Nel 1959 ci hanno invitato ad andare per collaborare con loro nella missione evangelizzatrice.

Le Sorelle scelte per iniziare questa nuova missione sono state: Liliana Fantini, Tomasina Casali e Camilla Tagliabue. In settembre del 1959 partono per il Belgio e ad Anversa iniziano il Corso di Medicina Tropicale per essere idonee ad iniziare, nel Congo, la loro professione: Liliana di ostetrica, Tomasina e Camilla di infermiera. Verso i primi del mese di novembre vengo scelta ed inviata in Belgio anch’io che, in quel periodo, mi trovavo a Posillipo nella clinica dei Padri Saveriani. Nel giro di 5 giorni, da Posillipo arrivo a Bruxelles per imparare la lingua francese e per omologare il mio diploma di insegnante. Mi è stato detto che mi occuperò del Foyer  per l’alfabetizzazione e il taglio e cucito  alle ragazze e le donne.

Rimaniamo in Belgio per tutto l’anno scolastico. Durante la Settimana Santa, la Madre, da Parma, viene a trovarci. Siamo riunite ad Anversa presso le Suore Apostoline che, con molta generosità, ci hanno dato ospitalità. E’ il Giovedì Santo e la Madre ci invita a commemorare quello che Gesù fece in quel giorno, infatti si alza, prende un catino e una brocca di acqua che erano in quella stanza, s’inginocchia davanti a ciascuna di noi, ci lava i piedi e li bacia. Qualcuna vuole schivarsi, ma la Madre continua. Mi viene in mente Pietro e la sua reazione davanti a Gesù!

Il comportamento affabile e materno della Madre fa impressione a coloro che l’avvicinano. A Bruxelles, nella casa di Suore dove io ero ospite, una Suora che mi ha detto: “Come vi invidio, anch’io vorrei avere una Madre come la vostra!”

Terminato l’anno scolastico, in giugno, torniamo a Parma. Ci prepariamo a partire, ma la situazione nel Congo si è deteriorata; infatti un gruppo di ribelli, i Mulelisti, vogliono occupare la zona del Kivu:  Bukavu e Uvira, dove noi dovremmo andare a lavorare. I Padri Saveriani ci dicono di aspettare, poi arriva una lettera di P. Milani da Kamituga.

P. Domenico Milani, il 6 novembre 1960, scrive una lettera alla Madre:

“Le scrivo dalla mia missione di Kamituga, un grosso villaggio a 1000 metri dal mare, in piena foresta, distante 300 km da Uvira, il centro della nostra futura missione Saveriana. Non sto a descriverle le impressioni e le piccole avventure del viaggio: lo faranno le Sorelle quando potranno fare anch’esse il magnifico “safari” che le porterà in missione.

Circa la venuta delle Sorelle, ho già scritto al P. Generale, associandomi al parere di P. Catarzi e dei due  Vescovi che ho interpellato direttamente per  la loro partenza. Ora a voi l’ultima parola. Ho visitato la casetta che le Sorelle dovrebbero abitare: è deliziosa, con una cappellina davvero bella. La loro sede è poco lontana da Usumbura e in caso di qualche allarme, le Sorelle farebbero ben presto a mettersi al sicuro. Ma ci sono tutti i motivi per ritenere che, almeno qui da noi, le cose non si metteranno male e le Sorelle potrebbero utilizzare un tempo prezioso per lo studio della lingua ed essere in grado poi, di iniziare il loro apostolato. La sede delle Sorelle non è che a 3 km dall’abitazione dei Padri della missione di  Kiliba ed ho visto, sotto il loro portichetto un auto (Volkswagen) che P. Catarzi  spera di far dare in dotazione alle Missionarie.

Prima che partissi, la Rosetta  mi aveva chiesto di informarla circa il corredo da portare. Le indicazioni che seguono sembrano sufficienti per orientarsi: facciamo conto che qui fa caldo e che quindi tutta la biancheria leggera (che in Italia si usa d’estate), qui va tutta bene. Ci si deve cambiare spesso. La stoffa sia di tinta chiara, robusta e leggera. È bene però avere abiti di mezza stagione, un pullover, il casco, l’impermeabile, la pila. Se qualche benefattore regala la radio, si facciano dare il Philips a transistor, ad onde corte e cortissime. Ma non si preoccupino eccessivamente, anche perché tutto non si può portare e ciò di cui man mano si vede la necessità, lo si trova anche qui o lo si può richiedere dopo.

Ma il bagaglio di cui devono venire assolutamente provviste è una grande buona volontà, molto spirito di sacrificio condito di gioia ed una disposizione totale alla CARITA’ FRATERNA. Tutto questo non…. lo vendono neanche nei negozi di Usumbura: bisogna proprio portarselo dietro da casa!! E si facciano  la convinzione chiara e luminosa che, ad esempio, quando si dice CALDO, non si allude alla brezzolina della Costa Azzurra, quando si dice polvere e fango, non si intende l’autostrada del Sole……. Tutte cosette che è bene avere presenti prese nella loro concreta  realtà. Vedo del resto, tante altre suore al lavoro e stanno benissimo. Ho visto una missione dove lavorano tre laiche spagnole: sono in ottime condizioni da tutti  i punti di vista.

Bene: mi pare che basti e spero che mi vogliate perdonare qualche battuta un po’ “alla Milani”, in fondo, credo che lo sappiate, vi si vuole bene da parte di tutti, un gran bene. E vi si vuole sante per poter ricorrere alla vostra intercessione.

Comincio a finire inviando a Lei Madre, e a tutte le Sorelle il più fraterno saluto. Una particolare benedizione, diretta in modo speciale alle Sorelle che partiranno per il Congo e i cui luminosi esempi ebbimo già a sperimentare durante il nostro esilio in Belgio.”         

P. Domenico  Milani

Finalmente ci prepariamo a partire. Il giorno 8 dicembre 1960, Festa dell’Immacolata, partiamo per Roma.. Ci ospitano i Padri Saveriani in via Aurelia.

Il 10 DICEMBRE  ci imbarchiamo sull’aereo della Compagnia  Sobelaire, che ha fatto molti scali. Il primo ad Atene, poi al Cairo, dove siamo rimaste un giorno intero ed abbiamo pernottato in un albergo. E poi altri scali, anche al Giuba. Finalmente il giorno 12  festa  della  Madonna  di Guadalupe, siamo arrivate a Usumbura nell’Urundi.

rosetta bambini 2 copy

In data 17 dicembre 1960  da  Kiliba, scrivo  ai  miei  familiari:

 “Mi trovo nel villaggio dove dovremo lavorare, però per questa settimana siamo solo in due: Tomasina ed io, le altre, con la Madre, sono ad Uvira. Noi dobbiamo prendere il posto delle Suore Belghe di S. Vincenzo che, durante questa settimana, ci stanno spiegando tutto ciò che loro facevano, sia con le donne e le ragazze al Foyer, sia all’ospedale. Per ora la scuola per bambini non c’è ed io dovrò occuparmi del Foyer Social in cui le mamme apprendono a cucire, stirare, rammendare, ecc. E’ necessario che apprenda subito il Kiswahili per farmi comprendere, perché è raro che le donne  comprendano il francese.

Il 24, proprio la Vigilia di Natale, le Suore partiranno e noi cominceremo la nostra attività.

Non mi sembra vero di trovarmi in Africa, in un continente molto diverso dal nostro. I Padri Saveriani ci hanno procurato una villetta vicino alla loro casa ad Uvira per i primi giorni e cioè fino a che le Suore di Kiliba siano partite. Uvira è proprio in una bella posizione sul Lago Tanganica.

Kiliba sarà la nostra residenza. E’ distante da Uvira 25 Km e non gode della vista sul lago, la vegetazione è piuttosto scarsa. Ci sono tanti bambini e quando ci si ferma in qualche posto, arrivano dappertutto. Sono andata a visitare un piccolo ospedale. Le ammalate, appena possono, stanno fuori all’aria aperta. Non sono ammalati tanto docili, in quanto, essendo abituati a vivere liberi e a contatto con la natura, non resistono a stare per lungo tempo in una stanza su di un letto.

Il 27 dicembre  scrivo: “Voi non potete immaginare come sia un Natale con un clima caldo e in una terra dove la maggioranza è ancora pagana: su 20.000 abitanti, ve ne sono 1.500 cattolici. Il Natale che abbiamo trascorso in terra africana, ci ha fatto vivere molto da vicino il Natale di Betlemme, per l’assenza di esteriorità, per la solitudine e per l’indifferenza di tanti che ancora non conoscono la redenzione.

Il giorno 24 abbiamo preso pienamente possesso della nostra casetta.

Proprio lo stesso giorno in cui è nato Gesù, è nata anche la nostra piccola comunità dello Zaire!

Non c’è stata la Messa di mezzanotte perché la Chiesa della Missione è costruita con canne di bambù, non ha la porta e non c’è elettricità.

Al mattino è arrivata gente che ha fatto a piedi anche 20 km per ascoltare la Messa e fare la Comunione. I Padri hanno distribuito 700 comunioni. Il mattino del 25 abbiamo avuto la fortuna di avere 3 Messe nella nostra cappellina e dopo siamo andate alla Missione per la Messa cantata. Sembrava proprio di essere a Betlemme nella grotta piena di pastori che cantavano lodi al Signore e che si avvicinavano con fede al banchetto eucaristico. Com’era bello vedere una fila di mamme col loro bambino sul dorso! Hanno cantato una Messa gregoriana molto bene: gli Africani amano molto la musica, sembra che il senso ritmico e musicale sia nelle loro vene.

Fino al 2 gennaio non andrò al Foyer per poter imparare la lingua e per organizzarci meglio. Quando comincerò il mio lavoro al completo, la giornata sarà divisa in questa maniera: 5,30 alzata  poi  meditazione e S. Messa (andiamo ad ascoltarla nella chiesa della missione), colazione e alle ore 8 devo essere al Foyer fino alle 11; ore 12 pranzo poi riposo. Ore 14 di nuovo al Foyer fino alle 17, poi preghiamo; alle ore 19 cena, ricreazione, un po’ di studio e alle 20,45 preghiere e riposo.

Ora vi dico il  programma che svolgo al Foyer, assieme a Liliana Fantini. Vi sono una novantina di donne iscritte, però non tutte frequentano. Il lunedì c’è cucito e qui imparano i punti principali di ricamo, a rattoppare, a fare le asole, a lavorare a maglia, a fare delle semplici camicette ecc. Al pomeriggio si lavora in casa per preparare il lavoro che dovranno fare gli altri giorni. Martedì: lezioni di francese per un gruppo  e per un altro gruppo insegnare a leggere in Kiswahili. Pomeriggio come al lunedì mattino. Mercoledì  pomeriggio cucire a macchina. Giovedì  mattina si insegna a cucinare, pomeriggio bucato (ciascuna porta da casa un po’ di roba da lavare). Venerdì mattino si rammenda la biancheria  rotta e al pomeriggio si stira. Sabato vacanza. Bisogna stare sempre dietro, perché hanno molto bisogno di essere aiutate.

Dopo le vacanze di Natale dovrò insegnare religione nella Scuola statale maschile: sono ragazzi di 4° - 5°  -6°  elementare. Dovrò fare 3 ore alla settimana. Per fortuna le lezioni sono in francese. Le filmine mi serviranno molto.

rosetta scuola

Usumbura, 12  gennaio 1961   

La Madre starà ancora con noi, per ora non si parla di partenza.

Della lingua  kiswahili  non si capisce proprio niente, specie quando le donne del Foyer  mi parlano in fretta, come se io potessi  comprendere. Fino ad ora non abbiamo avuto insegnanti per la lingua, cerchiamo di arrangiarci da sole.

Usumbura, 30  gennaio  1961

           Ci  troviamo a Usumbura, quindi al sicuro da ogni possibile pericolo. Siamo alloggiate presso le Suore Bianche che dirigono l’ospedale e siamo trattate veramente da regine. Ci siamo ritirate momentaneamente da Kiliba, non perché ci sia stato qualche pericolo, ma solo per prudenza, poiché la nostra casa era un po’ isolata. Le Suore di Uvira che sono proprio vicine alla Missione sono rimaste e continuano il loro lavoro. Resteremo qui finché le cose si normalizzano e poi ritorneremo a riprendere la nostra attività. Intanto non perdiamo il nostro tempo: le Sorelle infermiere fanno pratica all’ospedale dei neri che è molto ben attrezzato, io resto in casa con la Madre e  approfitto per studiare la lingua, in modo da poter lavorare meglio al ritorno…. Prega  molto perché possiamo ritornare presto al nostro posto di missione: ora i Congolesi  hanno più che mai bisogno.

La Madre   scrive di  proprio pugno quanto segue: “É bene leggere insieme con attenzione questo diario per Comprendere come il Signore  si è preso cura di noi.”           

Usumbura, 14 gennaio  1961

Carissimi Superiori e Sorelle,

suppongo che voi tutte sappiate della nostra partenza da Kiliba e del nostro soggiorno provvisorio ad  Usumbura, perciò voglio rassicurarvi che non siamo desolate e degne di compassione, ma anzi  l’allegria e l’ilarità  non sono mai state così  grandi come in questo periodo.

Credo di farvi piacere se vi racconto la nostra grande avventura che potrebbe anche assomigliare ad una trama cinematografica, tanto l’avvenimento è stato travolgente e le coincidenze immediate. Se volete anche sceneggiarlo, non vi sono diritti di autore.

Ci portiamo un po’ indietro nel tempo e precisamente ai primi di gennaio. Si cominciano già a sentire notizie di fermento tra i Congolesi, in seguito ai disordini che avvengono a Bukavu, ma noi non ci preoccupiamo troppo poiché la nostra zona è piuttosto calma. Intanto i soldati di Bukavu arrivano fino a noi e ogni tanto si sente dire che la barriera tra il Congo e il Ruanda-Urundi è chiusa, ma si tratta solo di un breve periodo di tempo. Un po’ di timore comincia a serpeggiare tra gli Europei; il giorno dopo l’Epifania si parla di far partire le donne e i bambini a Usumbura. Il direttore della Sucraf chiede anche a noi se desideriamo partire, ma noi preferiamo restare fino a che ci sarà possibile lavorare. Il giorno dopo riceviamo la visita del nostro Arcivescovo Mons. Van Steene, un Padre Bianco, il quale si intrattiene con noi molto paternamente e c’incoraggia a continuare la nostra attività. Ci rimane impresso il suo viso sereno e nello stesso tempo addolorato per la minaccia che grava sulla sua diocesi.

Il 13 gennaio il dottore dell’ospedale ci dice di preparare le valigie e di tenerci pronte alla partenza. Tomasina, molto previdente, aveva riempita la sua valigia già da una settimana, quindi si è data da fare per aiutare noi. Siamo state molto contente quando, più tardi, il dottore è ritornato per dirci che non si partiva più.

        Il 15 mattina, domenica, andiamo, come al solito, alla Messa alla Missione sulla jeep guidata da un congolese. Al ritorno la Madre pensa di andare dal Direttore della Sucraf per chiedere notizie. Per la strada incontriamo il dottore il quale ci avverte che il direttore era a Usumbura e che noi saremmo rimaste a Kiliba; cosí tornando a casa abbiamo tranquillizzato le Sorelle.

A mezzogiorno, mentre cominciavamo a mangiare, un infermiere congolese del nostro ospedale, viene a chiamare Tomasina perché era giunto un uomo ferito, in un incidente, alla fronte e alla mano. Era necessario dare dei punti, quindi si manda a chiamare il medico, il quale non è reperibile. Liliana accorre per farne le veci. così insieme preparano tutto, disinfettano, addormentano il paziente e mentre sono in procinto di dare il primo punto, arriva di corsa Camilla, la quale, senza dare grandi spiegazioni, dice loro di tornare immediatamente a casa. Esse, che hanno intuito qualcosa, piantano tutto e vengono.

Cosa era accaduto mentre loro erano all’ospedale? La Madre, Camilla ed io stavamo continuando il nostro pranzo, avevamo quasi terminato, quando vediamo arrivare un automezzo della Sucraf  dal quale ne discende un impiegato che conoscevamo e che si precipita in casa dicendoci con molto eccitazione: “Presto, preparatevi, tra dieci minuti ripasso a prendervi, perché bisogna partire immediatamente”.  E non ci ha dato altra spiegazione, essendo andato via di corsa. Naturalmente noi ci siamo affrettate e abbiamo preparato tutte le nostre valigie presso la porta, lasciando la tavola apparecchiata (Tomasina e Liliana non avevano ancora mangiato) con i dolcini che il nostro boy, per la prima volta, ci aveva preparato.

Poco dopo arriva quel signore e con grande fretta carichiamo i nostri bagagli. In questo frattempo una nota comica: Liliana invece di aiutarci, ha pensato bene di riempire un tegamino di acqua per metterla a ghiacciare nel frigorifero. Voleva essere previdente fino all’ultimo, non si sa mai! Un altro particolare: visto che bisognava fare tanto in fretta, io andavo di corsa per trasportare i bagagli, ma quel signore mi ha avvertita: “Vada con calma perché ci stanno spiando!” Insomma ci sembrava di rivivere un film giallo.

Quando siamo state sul punto di partire, ci siamo accorte che qualche congolese si era avvicinato per sapere che cosa stesse succedendo e perché le Sorelle avevano piantato quel povero ferito (che poi è stato assistito da un infermiere congolese) ed erano andate via. Si sono avvicinati al furgoncino e vedendo che era pieno di valigie, hanno capito che andavamo via. Allora si sono messi davanti alla macchina ed hanno chiuso il cancello per impedire la partenza, nonostante che quel signore dicesse loro che ci conduceva a casa sua per il pranzo. Due guardie della Sucraf sono intervenute e sono montate con noi nel furgoncino (erano armati di due bastoncini di gomma!). Giungiamo davanti alla casa del nostro conducente e mentre scaricavamo le valigie per mostrare alle guardie che ci fermavamo là, è arrivata la macchina del nostro dottore (notate le coincidenze!).

Questi ci dice di montare subito sulla sua macchina; solo Camilla ed io abbiamo potuto prendere qualche borsa e siamo partite di volata, lasciando là tutto il resto. Eravamo in sette su di una 1100 e filavamo a 100 km all’ora su di una strada non asfaltata. Sembrava che qualcuno ci fosse alle calcagna, invece tutto era calmo e non abbiamo incontrato anima viva. Oltrepassata la frontiera, il dottore ha rallentato e, traendo un respiro, ha detto: “Siamo in territorio ruandese!” Non ho potuto fare a meno di abbozzare un sorriso e pensare: “proprio come nei film!”

Siamo discese ad un hotel di Usumbura, dove era riunito tutto il personale della Sucraf. Finalmente abbiamo potuto sapere il perché della fuga e altri particolari: avevano avuto sentore della chiusura della barriera e che non avremmo potuto continuare a lavorare in pace. Noi eravamo state le ultime a partire e quel signore che era venuto a prenderci era rimasto a Kiliba e con lui le nostre valigie.

Siamo ospiti delle Suore Bianche che si occupano dell’ospedale degli europei e attendiamo una decisione della Sucraf. Sarà un po’ difficile per ora poter ritornare, poiché non si riesce ad avere le dovute garanzie. In questi giorni dovremmo sapere qualcosa.

Vi  racconto ora la nostra vita a Usumbura, in  verità è molto semplice: al mattino Lilia, Camilla e Tomasina vanno all’ospedale dei neri per far pratica e la trovano molto interessante ed utile; al pomeriggio si studia un po’ il kiswahili.

Nella casa dove noi alloggiamo vi è una pensione per le suore di passaggio che vengono dai vari centri di missione per rifornimenti e commissioni. Abbiamo così occasione di conoscere tante Congregazioni e un po’ le esperienze di ciascuna. Penso che ormai quasi tutte le Suore del Ruanda-Urundi sappiano la nostra storia e parecchie ci invitano ad andare presso di loro poiché il lavoro non manca.

Ogni tanto riceviamo la visita di uno dei nostri Padri che ci portano notizie della nostra missione: i congolesi desiderano che torniamo, perché hanno bisogno di noi, però non sarebbe prudente il ritorno finché non ci forniscono  delle garanzie.

Il R. P. Catarzi è stato nominato Vicario Generale del territorio di Uvira dall’Arcivescovo Mons. Van Steene, essendo difficili le comunicazioni con Bukavu, centro dell’Archidiocesi.

Vi avevo detto che le nostre valigie erano rimaste a Kiliba, ma poi sono state prese e trasportate dai soldati all’Amministrazione di Uvira e di là a Bukavu. Speravamo contro ogni speranza di riaverle e infatti, grazie all’intervento di P. Catarzi, ora si trovano salve presso la Procura dei Padri Bianchi, però ancora a Bukavu.

Ci sarebbe dell’altro da dire, ma per questa volta basta. Vorrei rassicurarvi che siamo contente e direi felici, anche se per ora possediamo solo qualche borsa.

Non potete immaginare come siano vere le parole di Nostro Signore quando dice di non preoccuparci di ciò che mangeremo e di che vestiremo, perché  Egli  provvederà a tutto e non ci lascerà mancare quanto ci è necessario.

Pregate tanto per noi lo Spirito Santo perché ci illumini sulle decisioni da prendere.

Usumbura, 20 febbraio 1961

La Sucraf (società belga per la lavorazione della canna da zucchero) per ora non torna a Kiliba e noi naturalmente non possiamo stare lì da sole, quindi stiamo cercando una missione nel Rwanda-Urundi dove tutto è calmo e si sta molto bene.

Ho fatto un bel viaggio con la Madre attraversando gran parte del Rwanda-Urundi. L’Arcivescovo del Rwanda, Mons. Perodin, un Padre Bianco, ci ha invitate nella sua diocesi per visitare una missione in cui mancano le Suore. Per arrivare lì abbiamo dovuto percorrere circa 400 km. Un Padre Bianco, ispettore delle scuole di Astrida, piccolo centro del Rwanda ci ha condotte fino a Kabgayi, sede dell’Archidiocesi che dista da Usumbura circa 150 km e si trova a 1.850 m. di altezza. Questa prima parte del viaggio è durata 5 ore, ed è stata fatta attraverso i monti, raggiungendo un’altezza di 2.500 m. I cristiani, essendo tutti dispersi per le montagne, quando devono recarsi a Messa devono percorrere molti kilometri a piedi, così  pure i bambini per andare a scuola.

Alla barriera tra il Rwanda e l’Urundi due giovani soldati  rwandesi si sono interessati di noi ed hanno chiesto al Padre chi eravamo e di dove venivamo. Hanno fatto un gesto di meraviglia, mettendosi la mano alla bocca, quando hanno saputo che anch’io…così giovane!!! ero stata espulsa dal Congo. Dopo le ore 19 siamo giunte a Kabgayi ed abbiamo pernottato presso del Suore Bianche. Al mattino abbiamo visitato la Missione con il suo complesso di opere missionarie molto ben sviluppate. È una missione fondata 60 anni fa e conta circa 30.000 cristiani, un piccolo seminario con 400 ragazzi. Dicono che vi sono molte vocazioni, anche femminili, perché l’indole dei rwandesi è portata alla riflessione e alla preghiera. Ci ha colpito  vedere le mamme andare in giro con un nastro giallo-oro legato attorno alla fronte: è la corona della maternità ed è presa dalla pianta di sorgo, simbolo di fecondità.

A Kabgayi siamo rimaste tutto il giorno e ormai pensavamo che saremmo partite l’indomani, quando verso le ore 19 arriva Mons. Perodin con la sua macchina e c’invita ad andare con lui fino a Kibongo (la missione che non ha suore  ed è la meta del nostro viaggio): egli stesso ci avrebbe mostrato tutto. Era con noi nella macchina un seminarista ruandese di nome Teofilo. Tutto è andato bene fino a che il Vescovo ha pensato bene di abbreviare il percorso, prendendo una scorciatoia, che essendo vicina al lago, durante la stagione delle piogge è un po’ paludosa. Ad un certo punto la macchina si è impantanata e non era più possibile muoversi. Erano le 22,30 e si era in piena savana, la missione più vicina distante due ore a piedi. Nonostante i tentativi per sollevarla non ci siamo riusciti (la nostra divisa bianca tutta inzaccherata). Il seminarista è andato fino alla missione a piedi…. Verso le 5 del mattino è arrivata la macchina di un Padre in nostro soccorso. Dopo esserci riposate siamo andate a Kibongo.

Usumbura, 11  marzo 1961

Per il momento non sembra proprio opportuno ritornare a Kiliba, perché gli impiegati della Sucraf  non rientrano non avendo le dovute garanzie. La fabbrica è in mano ai Congolesi, che per il momento non sono capaci di dirigerla, fanno quello che possono. Gli abitanti di Kiliba desiderano il nostro ritorno, ma per ora non è prudente farlo; l’Amministratore di Uvira, un Congolese, è anche lui di questo parere.……………

Usumbura, 27  marzo 1961

Aspettavo a scrivervi  per dirvi  qualcosa della nuova missione dove andremo tra poco, ma i giorni  passano e non sono ancora venuti a prenderci per condurci là. C’è una novità ed  è la notizia della partenza della nostra Madre per l’Italia. Partirà di qui il giorno 8 aprile e arriverà il 9 mattina a Roma. Molto probabilmente da Roma  andrà a Napoli per  stare qualche giorno con le Sorelle.

Bururi , 13 Aprile 1961

     Eccomi finalmente nella nuova missione a Bururi, a 1.900 metri di altezza,  ma non ancora nella nuova casa, perché gli operai stanno terminando gli ultimi lavori.

Bururi, 18 maggio  1961                     

Dal 18 ci troviamo nella nuova casa e ormai ci siamo bene sistemate. Non abbiamo elettricità e il Governo paga un boy per portarci in casa l’acqua e la legna.

La Missione è distante da noi mezz’ora di cammino, tenendo un buon passo. Tante volte dobbiamo andare a piedi perché non abbiamo nessun mezzo di trasporto. In questi giorni stiamo avendo quasi sempre la Messa in casa, però la domenica dobbiamo recarci alla Missione per pregare con i nostri cristiani.

Liliana e Camilla lavorano all’ospedale, mentre Tomasina ed io ci occupiamo delle opere della missione e cioè, del Foyer, della Legio Mariae e della Kiro che è un’associazione di ragazze, una specie di guide scout. La Legio ha 4 presidi con una media di 16 presenze, le adunanze sono settimanali. Devo assistere a ciascuna adunanza, dove si prega e si parla in kirundi ed io non capisco nulla…. Ogni tanto afferro qualche parola e cerco di indovinare il pensiero, però non sempre si riesce. La gente è molto contenta quando vede che ci sforziamo di parlare nella loro lingua. Alla domenica gioco con le ragazze della Kiro, per fortuna c’è la presidente del gruppo che conosce un po’ il francese, così posso dire qualcosa.

L’altro giorno mi recavo a piedi alla Missione con Tomasina. Ad un certo punto ci accorgiamo che viene verso di noi un gruppo di persone, poi capiamo che si tratta del Capo tribù, vestito all’europea e portato da alcuni giovani su una portantina molto primitiva. Quando il Capo ci ha visto, è sceso ed è venuto incontro tutto sorridente per salutarci. Pensate che onore!

Bururi , 29 giugno 1961

La mia vita continua a Bururi in modo più o meno normale. Vi è una  novità e cioè che Bururi, nostra Missione è diventata Diocesi e quindi sarà la sede del Vescovo: Mons. Martin, un Padre Bianco. L’altro giorno abbiamo già ricevuto una sua visita in casa e ci ha detto che desidera lanciarci in un complesso di opere Medico-Sociale per la formazione e l’elevazione morale della donna. Infatti in questa zona la donna è stata fino ad ora molto trascurata, essendo noi le prime Missionarie.

La domenica dopo il Corpus Domini è la festa più grande dell’anno. E’ stata celebrata la Messa all’aperto e poi c’è stata la processione del Santissimo. Tutti hanno collaborato a preparare portando fiori fasci d’erba con la quale hanno ricoperto la strada. Si può dire che tutti erano presenti: cattolici, protestanti, pagani. Vi erano pure i soldati in uniforme e tutte le personalità del territorio.

Ho assistito all’amministrazione del Battesimo ai catecumeni: erano 260 tra uomini, donne e bambini. Che spettacolo commovente: nei loro occhi si leggeva tanta pace e tanta gioia ed era un piacere guardarli.

Anch’io ho amministrato due Battesimi all’Ospedale. Il primo ad un bambino appena nato che è poi morto e l’ho chiamato Marco e l’altro ad una bimba di una donna pagana che stava per morire e l’ho chiamata Rosa (nome della mia mamma).

Bururi, 29 luglio 1961

Vi  parlo delle nostre persone di servizio che qui si chiamano boy. Sono uomini perché sono più capaci delle donne nei lavori domestici, mentre le donne lavorano nei campi. Noi ne abbiamo due: uno stira e fa da mangiare, l’altro fa il bucato e va a prendere l’acqua e la legna. Il boy che prepara da mangiare è un bravo ragazzo che è stato educato alla Missione dai Padri Bianchi e sa un po’ di francese, così possiamo farci capire. Quando non abbiamo qualcosa, se non la trova al mercato, va direttamente alla Missione e prende ciò di cui abbiamo bisogno, senza dir niente ai Padri. Un giorno, avendo adocchiato una pentola nuova, la prese.. Mentre stava per partire da lì con la pentola sotto il braccio, ha incontrato il Padre economo, il quale gli ha chiesto dove portava quella pentola. E lui risponde: ”Ho visto che le Suore ne hanno tanto bisogno e la porto da loro.” Un’altra volta doveva portare le scarpe dal calzolaio, visto che doveva spendere molto, è andato alla Missione  e si è rivolto al Padre, il quale per renderci un servizio, ha tagliato dei tacchi di gomma da un copertone di bicicletta e li fatti inchiodare dal falegname. Immaginate il falegname come era contento di vedere come erano fatte le scarpe delle Suore. Per loro  è stata una novità. Il boy quindi è tornato, con le scarpe in mano, tutto trionfante, perché avevano fatto tutto gratis.

Il 2 luglio, anche in Africa, è stato celebrato con grande solennità. Tomasina ha fatto la Professione perpetua nella nuova Chiesa inaugurata per l’occasione. La Messa cantata in kirundi a suon di tamburo. Anche se non eravamo a S. Lazzaro, non ne abbiamo sentito la nostalgia, perché tutti hanno contribuito a farci festa.

rosetta bambini

         Bururi, 22 febbraio 1962

Per realizzare le opere sociali  progettate dal Vescovo, ci vuole ancora del tempo e soprattutto dovremmo avere un nostro medico all’ospedale. Attualmente  il medico non c’è e sono gli infermieri del posto che comandano e quindi non vi è libertà di azione. Cominceremo ad avvicinare la gente nelle succursali, dove il Padre si reca ogni tanto per il ministero. Lì cureremo gli ammalati  che non possono recarsi all’ospedale.

Usumbura  31 marzo 1962

Mi trovo ora a Usumbura e aspetto un’occasione per tornare a Bururi. Le ultime due settimane sono state piene di movimento e di avvenimenti.

Il giorno 22 c.m. sono arrivate 3 Sorelle per il Congo. Il giorno 18, un Padre Saveriano è venuto a Bururi ed ha chiesto se io e un’altra Sorella potevamo andare  ad Uvira  per preparare la casa per le Sorelle che dovevano arrivare. Così siamo partite per il Congo, molto felici di poter ritornare in quella terra che avevamo dovuto abbandonare. Adesso in Congo si sta bene e tutto è tornato normale. Il giorno di S. Giuseppe i Padri ci hanno condotto a Kiliba.  Abbiamo rivisto con commozione la nostra prima  missione e la casetta che per un mese ci aveva ospitate. Siamo rimaste poche ore, poi siamo tornate ad Uvira. Il giorno 22  siamo andate a  Usumbura, all’aeroporto per attendere le Sorelle. Siamo andate poi a Bururi tutte insieme per qualche giorno. Il giorno 27 ho accompagnato le tre Sorelle destinate al Congo, Uvira. Son rimasta lì qualche giorno ed ora attendo di poter tornare a Bururi.

Bururi, 10 maggio 1962

Il lunedì in Albis siamo andate in una succursale. Partiamo al mattino presto. Facciamo 20 km di strada asfaltata di fango. Ad un certo punto non c’era più neppure la strada, ma tiriamo diritto in mezzo all’erba. Riusciamo a fare più di un km, poi, per prudenza, lasciamo la macchina e facciamo il resto a piedi.

Ci vengono incontro alcuni cristiani i quali, un po’ desolati, ci dicono: “Avevamo costruito i ponti per la vostra venuta, ma questa notte l’acqua ha portato via tutto”. Avevano fatto una specie di strada, tre ponti con tronchi di legno per darci la possibilità di andare a trovarli. Ci incamminiamo e loro ci portano i bagagli. Ci sorprende una cosa: una cinquantina di metri da noi, a destra e a sinistra, ci sono due uomini che gridano con tutto il fiato. Chiediamo al Padre che cosa significhi quel loro gridare e lui ci dice che si stavano passando la parola per dire che il Padre e le Suore erano arrivati. Infatti sbucano da ogni parte. Arrivate a destinazione, ci sistemiamo nella capanna che serviva come abitazione al Padre.

Poi incominciamo il nostro lavoro:  visitare, medicare, distribuire medicine e indumenti. Passiamo lì mezza giornata e poi ritorniamo.

Bururi, 15 giugno 1962

Da qualche settimana ci troviamo in un’altra casetta, un po’ più comoda dell’altra: ha un bel giardino e anche l’orto. Era la casa di un agronomo belga che è ritornato nel suo paese.

Alla Missione insegno a cucire a 350 ragazze che sono proprio alle prime armi.. Poi vado anche al campo dei soldati, per insegnare la stessa cosa alle mogli dei soldati. I soldati sposati portano la moglie e i figli al campo dove sono loro.

Bururi, 19 luglio 1962

Dal 5 luglio al 16 sono stata ad Uvira per aiutare le Sorelle a preparare la festa per la Consacrazione Episcopale di  Mons. Catarzi, Saveriano. Erano presenti 9 Vescovi, Africani e Europei, poi i Ministri dello Stato del Congo e del Burundi, il Padre Generale dei Saveriani e tanti Missionari. La cerimonia si è svolta con grande solennità nella piazza accanto alla Chiesa. Noi abbiamo preparato il pranzo per 50 persone (le più importanti), per gli altri c’era il pranzo a freddo.

Usumbura, 23 luglio 1963

Il giorno 6 sono partita per Kiliba con altre Sorelle per riprendere le attività che avevamo lasciato nel 1961, partendo così all’improvviso.

Abbiamo ora 2 comunità in Congo di 3 Sorelle ciascuna, una a Uvira con Felicita, Camilla, Maria Febo e una a Kiliba con Noemi, Mariuccia e Liduina. A Bururi  ce ne sono quattro: Rina, Liliana, Tomasina e Maura. Io, per ora, sarò un po’ da una parte e un po’ dall’altra. Il giorno 14 sono andata a Usumbura al Collegio dei Gesuiti, per iniziare il periodo di preparazione per il mese ignaziano.

Bujumbura, 8 giugno 1964

Mi trovo a Bujumbura, presso le Suore di S. Paolo. A Kiliba non è rimasta nessuna Sorella, ci sono i Padri e qualche Europeo della Sucraf. A Uvira sono rimaste bloccate 3 Sorelle che non hanno il permesso di raggiungerci, però hanno la loro casa vicinissima alla residenza del Vescovo, dove ci sono anche parecchi Padri. Non sono per niente disturbate e continuano il loro lavoro all’ospedale.

Mentre le altre Sorelle di Kiliba  sono a Bururi, io mi trovo qui con Maria Febo che, la domenica di Pentecoste è riuscita a partire, facendosi passare per la moglie di un Europeo. Attendiamo che la situazione si risolva, per sapere cosa fare. Pregate molto per questo povero Congo martoriato.

Bujumbura, 6 luglio 1964

Mi pare di avervi scritto qualcosa sulla nostra partenza da Kiliba. Già dal mese di aprile i ribelli avevano cominciato a seminare scompiglio qua e là, ma non si dava grande importanza, pensando che avessero paura dei soldati che si erano installati nei centri. Avevamo stabilito di fare gli Esercizi Spirituali il 17 giugno a Uvira, perché ci sembrava l’ambiente più calmo, quando il giorno 16, in mattinata, ci giunse la notizia che Uvira era stata occupata dei Mulelisti e che i soldati erano fuggiti, dopo aver deposto le armi. Dopo ci hanno raccontato che, verso le tre di notte, si erano sentiti alcuni colpi di fucile e poi un ritornello sommesso, ma continuo, che partiva da migliaia di uomini col capo cinto di foglie, armati di lance, coltelli, fucili. Si sono sbarazzati dei capi dell’Amministrazione e si sono messi a far da padroni.

A Kiliba noi non abbiamo fatto in tempo a vederli, perché, prima che arrivassero, ci hanno fatto partire per Bujumbura. Eravamo andate alla Missione, ma siamo tornate subito a casa per prepararci alla partenza. Questo è successo il giorno 16 verso le 16,30. Arrivate a Bujumbura abbiamo preso alloggio presso le Suore di S. Paolo, svizzere. Il giorno dopo ci raggiungeva Maria Febo che era a Uvira  ed era riuscita a partire col battello sul lago, assieme ad alcuni Europei. Ora a Uvira sono rimaste Felicita, Camilla e Maura. A Kiliba non c’è nessuno, i Padri però sono rimasti.

A Bujumbura sono rimasta da sola, le altre sono tutte a Bururi. Siamo sempre in attesa che la situazione migliori per poter rientrare.

Bururi, 24 agosto 1964

La ragione più importante per cui sono rimasta a Bujumbura è stata quella di poter restare in comunicazione con le Sorelle di Uvira, per aiutarle in caso di bisogno.  Infatti, di tanto in tanto, ricevevo dei biglietti in cui mi chiedevano del cibo ed io preparavo il pacco e cercavo di farglielo arrivare.

Il giorno 11 c.m., è arrivata dall’Italia Liliana Rossi: è una grande gioia averla tra noi, specie in questi momenti difficili. Dal giorno 18 mi trovo a Bururi con lei e non so per quanto tempo ci resterò. A Uvira  non è possibile andare per ora, speriamo che la situazione possa risolversi presto. Voi aiutateci ad ottenere la grazia dalla Madonna!

Bujumbura 12 settembre 1964

Da una settimana mi trovo a Bujumbura con Liliana Rossi per vari affari, tra cui il più importante, è cercare di far uscire le Sorelle che sono ancora a Uvira, fino ad ora non ci siamo riuscite, ma continuiamo a sperare, confidando nell’aiuto della Madonna.

Bujumbura, 9 ottobre 1964

La  bella notizia che avrei da comunicarvi è la liberazione di Uvira e quindi di tutti i Padri, le Suore e gli Europei che si trovavano là prigionieri. Sono stati portati in salvo a Bukavu e di là a Leopoldville. Penso che domani partiranno per l’Italia. Che sollievo ora!.

Quando abbiamo appreso la notizia, Liliana ed io volevamo andare subito a Bukavu ad incontrarle. Infatti ieri tutte e due eravamo pronte per partire, ma all’ultimo momento, per una serie di contrattempi, è mancato un posto nell’aereo e così io ho dovuto rinunciare a vederle. Liliana invece è andata e poi assieme a loro è partita per Leopolville, spero che domenica 11 sia qui di ritorno.

P. Spagnolo è arrivato qui da circa 10 giorni. E’ stata una lieta sorpresa per tutti. Aveva inviato un telegramma da Bruxelles per annunciare il suo arrivo, ma il telegramma è giunto dopo tre giorni che lui era qui, quindi all’aeroporto  non c’era nessuno ad attenderlo. Ora è andato a Bururi, dove spero di raggiungerlo presto.

Bururi, 18 novembre 1964

Oggi partiranno da Bujumbura altre due Sorelle, rifugiate del Congo, che erano a Bururi  provvisoriamente.

Si sperava che la situazione nel Congo si ristabilisse presto e che fosse possibile ritornarvi, invece le cose vanno per le lunghe  e quindi era necessario prendere una decisione.

Ritornerò presto anch’io in Italia, assieme a Liliana, verso i primi di dicembre. Nonostante la gioia che provo al pensiero di rivedervi  presto, non  potete immaginare quanto mi addolora il dover lasciare questa terra a me tanto cara. Ma, abbiamo sentito ripetere tante volte , e ne siamo anche convinte, che la Volontà di Dio deve essere accettata ed amata sopra ogni altra cosa e quindi l’adesione deve essere perfetta. Resta sempre l’ardente  desiderio di ritornarvi presto, quando il Signore vorrà.

Rosetta Mancini mmx

rosetta e pulcini

Rosetta Mancini mmx
10 July 2026
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