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L’animazione missionaria: ripiego o priorità carismatica?

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Per una animazione missionaria e vocazionale ‘inclusiva’

Ogni carisma è un dono dello Spirito che accade nella stretta logica dell’incarnazione. Esso è Vangelo che prende carne attraverso il ‘sì’ e la coerenza di vita di una persona, il Fondatore, e dei suoi figli spirituali. Non esistono carismi ‘disincarnati’.

Da un lato, i membri di una Famiglia carismatica non sono chiamati a ripetere nei dettagli tutto ciò che ha fatto e pensato il Fondatore. Ciò corrisponderebbe a mortificare lo Spirito che invece continua a donarsi a donarsi e ad incarnarsi nell’oggi della chiesa. Essi sono però chiamati a conoscere la realtà carismatica a loro donata in modo da partecipare a questo processo di incarnazione, per essere ad esso fedeli. È la fedeltà creativa di cui parla Vita Consecrata al n. 37.

Se si vuole essere fedeli al carisma saveriano, è necessario dunque conoscere come esso si sia incarnato nel ‘sì’ concreto di San Guido Maria Conforti. Un elemento importante di questo ‘sì’, una dimensione che personalmente sto scoprendo solo ultimamente, è legato alla malattia e agli altri ostacoli[1] che gli hanno impedito di partire per la missione. San Guido M. Conforti è ispirato dallo Spirito, ma è lo stesso Spirito a guidarlo attraverso un percorso apparentemente tortuoso. San Guido sente la chiamata alla missione, ma tutto sembra impedirglielo. Eppure, non si disanima. Rimane fedele alla vocazione, ma in modo nuovo. Non partirà per paesi lontani, ma pur rimanendo nella sua terra e servendo la chiesa locale a lui affidata, “inventerà” una modalità per vivere la missione ad gentes nella situazione concreta (incarnata) che Dio ha scelto per lui: San Guido Maria Conforti diventa “animatore missionario”, una persona cioè, che appassiona tanti della sua stessa passione missionaria. Non può partire, ma fa in modo che molti altri, innamorati di Cristo e del suo sogno di evangelizzare il mondo, possano realizzare questo disegno. Il seme muore, ma…

Se dunque San Guido è diventato soprattutto un animatore missionario, non stupisce l’impegno profuso sia per la fondazione dell’Istituto Saveriano, come pure la collaborazione con p. Manna nell’Unione Missionaria del Clero, affinché tutta la chiesa italiana potesse diventare più cosciente del compito universale dell’evangelizzazione di chi non conosce Cristo (il mandato di Cristo non è specifico di missionari professionisti, ma è vangelo affidato a tutti).

Tornando alla logica di incarnazione del carisma, tutto ciò non va letto come un’attività di ripiego dovuta all’impossibilità di vivere la missione in maniera “diretta e attiva”, come ad una sorta di “piano B” di cui accontentarsi, viste le circostanze. Al contrario, seguendo questa logica, la storia del Fondatore fa trasparire chiaramente come l’animazione missionaria, l’appassionare della nostra passione, trovi il suo posto al centro del carisma saveriano! E questo è ancor più vero oggi, visto che in molti luoghi la fondazione materiale delle Chiese è compiuta, e questo significa che dappertutto ci si avvicina lentamente alla stessa situazione che Conforti viveva in Italia nel secolo scorso.

In gioco non c’è soltanto cosa fa la persona nella sua attività missionaria. In gioco c’è l’evangelizzazione del mondo, e la strategia dello Spirito guarda all’efficacia di quest’opera universale. Le guerre ci spiegano come l’accesso alle fonti di approvvigionamento (munizioni, cibo, carburante, punti di difesa) sono determinanti per la vittoria finale. Nella Prima guerra mondiale, la ritirata fino al Piave dopo Caporetto avvantaggia gli italiani sugli austriaci, mentre invece avviene il contrario ad El-Alamein, dove gli italo-tedeschi, allontanatosi troppo dalle loro risorse, verranno sconfitti dai Britannici. Le guerre, dunque, si vincono più per motivi logistici che per l’efficacia degli armamenti. Lo stesso, probabilmente, avviene nella missione. Per i disegni dello Spirito, è dunque forse più importante suscitare la passione per Cristo e per chi non conosce il Vangelo, che diventare in prima persona evangelizzatori di prima linea. Già, perché allo Spirito interessa non tanto l’opera del singolo, ma la vittoria finale.

È chiaro che sottolineare la vocazione all’animazione missionaria non significa rinunciare alla vocazione personale di chi si consacra nella missione ad gentes. Essere animatori, per il saveriano, non significa svuotare di significato la partenza. Per noi, consacrati per la missione, la partenza realizza i voti, è il concreto lasciare tutto per diventare straniero in eterno, dimezzando la resa a livello di efficienza umana, ma moltiplicandola a livello di logica divina. La partenza dà inoltre quell’autorità spirituale che sostanzia la diffusione della passione per la missione. Allo stesso tempo, i saveriani continuano ad impegnarsi in prima persona nell’apostolato ad gentes. Sarebbe incoerente chiedere agli altri di farlo, senza un loro fattivo e diretto coinvolgimento. I saveriani mantengono la passione di guidare le persone a Cristo come priorità nella propria vita.

Tuttavia, bisogna ammettere che nel concreto, i veri frontliners della missione spesso non sono i missionari sacerdoti e consacrati, ma piuttosto le mamme, i maestri, i colleghi sul lavoro, gli amici... Inoltre, le conversioni sono generate dall’immersione (il “battezzare” di Mt 28, 19) nell’atmosfera di fraternità della comunità cristiana che evangelizza insieme, nella quale il missionario è parte, ma senza esserne l’unico attore. Proviamo a contare quante persone un Saveriano ha davvero direttamente avvicinato e portato a Cristo, persone che prima non erano cristiane: forse arriviamo a dieci persone a testa? La verità è che noi godiamo dei frutti dell’apostolato ai non cristiani operato nel concreto da altri. Ma questo non è un problema, anzi è un bene, perché il numero dei missionari si moltiplica esponenzialmente, superando di gran lunga i numeri della congregazione. Dobbiamo poi ricordare che spesso sono più i laici coloro i quali hanno un contatto diretto con il mondo non cristiano; anzi vi sono completamente immersi. Queste persone, autentici missionari ad gentes, hanno infatti bisogno di animazione (approvvigionamento spirituale, per mantenere la metafora bellica), necessitano di qualcuno che, come San Guido, li sostenga affinché, attraverso di loro, Cristo sia conosciuto da tutti.

Penso che si debba riflettere di più sulla nostra vocazione di animatori missionari. Come per San Guido, questa attività non è un ripiego, ma un calcolo di efficacia. Il desiderio del ‘In omnibus Christus’ ha forse trovato in San Guido il modo molto intelligente di realizzarsi. Viene però da chiedersi quanto anche noi, oltre a sentirci “operatori” di missione, desideriamo essere animatori. Quante sono nel concreto le energie, le idee, il personale adeguato (in numeri e qualità, anche spirituale) che si offre all’animazione missionaria, piuttosto che ad altri ambiti?

Se migliora l’animazione, tutto viene beneficato. Pensiamo ad esempio alla formazione. Essa non migliora tanto ritoccando le strategie ed i curricula, come pure fornendo personale formativo preparato. Sarebbe come il curare il mobilio e i quadri della casa, senza pensare alla solidità delle fondamenta. La formazione migliora se riusciamo ad animare e a fare entrare in congregazione candidati innamorati di Cristo e del suo Vangelo. Sono queste persone che danno fondamento solido a ogni progetto e cammino formativo. Ma essi sono prodotti di un’animazione adeguata (e ben filtrata), che va ben più in là dell’accettare chiunque dica: “voglio diventare prete…” Se non facciamo buona animazione missionaria (anche ad intra), rischiamo di formare persone che hanno altri ideali, più o meno alti, ma sempre non all’altezza del compito missionario.

Pensando al prossimo Capitolo Generale, sento di proporre che si dedichi una porzione abbondante all’approfondimento dell’animazione missionaria e vocazionale. Ci sarebbe molto da discutere al punto di farne un capitolo monotematico…!

Fraternamente

Matteo Rebecchi, sx
Novaliches, Q.C. (Philippines)

[1] Pensiamo, ad esempio, alle risposte dei Gesuiti e dei Salesiani alla sua richiesta di diventare missionario.


Animation missionnaire : repli ou priorité charismatique ?

Pour une animation missionnaire et vocationnelle « inclusive »

Tout charisme est un don de l'Esprit qui s'accomplit dans la stricte logique de l'incarnation. C'est l'Évangile qui s'incarne à travers le "oui" et la cohérence de vie d'une personne, du Fondateur, et de ses fils spirituels. Il n'y a pas de charismes "désincarnés".

D'une part, les membres d'une Famille charismatique ne sont pas appelés à répéter en détail tout ce que le Fondateur a fait et pensé. Cela correspondrait à mortifier l'Esprit qui, au contraire, continue à se donner et à s'incarner dans l'Église d'aujourd'hui. Cependant, ils sont appelés à connaître la réalité charismatique qui leur est donnée pour participer à ce processus d'incarnation, pour lui être fidèles. C'est la fidélité créatrice mentionnée par Vita Consecrata au n. 37.

Si l'on veut être fidèle au charisme xavérien, il faut donc savoir comment il s'incarne dans le "oui" concret de saint Guido Maria Conforti. Un élément important de ce "oui", une dimension que je ne découvre personnellement que récemment, est lié à la maladie et aux autres obstacles qui l'ont empêché de partir en mission[1]. Saint Guido M. Conforti est inspiré par l'Esprit, mais c'est le même Esprit qui le guide sur un chemin apparemment tortueux. Saint Guido entend l'appel à la mission, mais tout semble l'en empêcher. Pourtant, il ne se décourage pas. Il reste fidèle à sa vocation, mais d'une manière nouvelle. Il ne partira pas pour des pays lointains, mais tout en restant dans sa terre et en servant l'église locale qui lui est confiée, il "inventera" une manière de vivre la mission ad gentes dans la situation concrète (incarnée) que Dieu lui a choisie : Saint Guido Maria Conforti devient "animateur missionnaire", c'est-à-dire une personne qui inspire beaucoup avec sa passion missionnaire. Il ne peut pas partir, mais il fait en sorte que beaucoup d'autres, amoureux du Christ et de son rêve d'évangéliser le monde, puissent réaliser ce projet. La graine meurt, mais…

Par conséquent, si San Guido est devenu avant tout un animateur missionnaire, il n'est pas surprenant l'engagement pris à la fois pour la fondation de l'Institut Xavérien, et pour la collaboration avec le P. Manna dans l'Union Missionnaire du Clergé, afin que toute l'Église italienne puisse prendre conscience de la tâche universelle d'évangéliser ceux qui ne connaissent pas le Christ (le mandat du Christ n'est pas spécifique aux missionnaires professionnels, mais c'est l'évangile confié à tous) .

Pour en revenir à la logique de l'incarnation du charisme, tout cela ne doit pas être lu comme un palliatif du fait de l'impossibilité de vivre la mission de manière "directe et active", comme une sorte de "plan B" dont se contenter, compte tenu des circonstances. Au contraire, suivant cette logique, l'histoire du Fondateur montre bien comment l'animation missionnaire, passion de notre passion, trouve sa place au centre du charisme xavérien ! Et cela est d'autant plus vrai aujourd'hui que, dans de nombreux endroits, le fondement matériel des Églises est complet, ce qui signifie que partout nous nous rapprochons lentement de la même situation que Conforti a connue en Italie au siècle dernier.

L'enjeu n'est pas seulement ce que la personne fait dans son activité missionnaire. L'enjeu est l'évangélisation du monde, et la stratégie de l'Esprit regarde l'efficacité de cette œuvre universelle. Les guerres expliquent comment l'accès aux sources d'approvisionnement (munitions, nourriture, carburant, points de défense) est crucial pour la victoire finale. Pendant la Première Guerre mondiale, la retirée sur le fleuve Piave après Caporetto donna aux Italiens un avantage sur les Autrichiens, tandis que c'est le contraire qui se produisit à El-Alamein (Égypte), où les Italo-Allemands, s'étant trop éloignés de leurs ressources, furent vaincus par les Britanniques. Les guerres sont donc gagnées plus pour des raisons logistiques que pour l'efficacité des armements. La même chose se produit probablement dans la mission. Pour les desseins de l'Esprit, il est donc peut-être plus important de susciter la passion pour le Christ et pour ceux qui ne connaissent pas l'Évangile, que de devenir des évangélisateurs de premier rang. Oui, parce que l'Esprit ne s'intéresse pas tant au travail de l'individu, mais à la victoire finale.

Il est clair que souligner la vocation à l'animation missionnaire ne signifie pas renoncer à la vocation personnelle de ceux qui se consacrent à la mission ad gentes. Pour le Xavérien, être animateurs ne signifie pas vider de son sens, la dimension du départ. Pour nous, consacrés à la mission, le départ accomplit les vœux, c'est le concret quittant tout pour devenir étranger à jamais, divisant par deux le rendement au niveau de l'efficacité humaine, mais le multipliant au niveau de la logique divine. Le départ donne aussi cette autorité spirituelle qui justifie la diffusion de la passion pour la mission. En même temps, les Xavériens continuent à s'impliquer personnellement dans l'apostolat ad gentes. Il serait incohérent de demander aux autres de le faire sans leur implication active et directe. Les Xavériens maintiennent une passion pour conduire les gens au Christ comme une priorité dans leur vie.

Cependant, il faut admettre que dans la pratique, les vrais frontliners de la mission ne sont souvent pas le prêtre et les missionnaires consacrés, mais plutôt les mères, les enseignantes, les collègues de travail, les amis... De plus, les conversions sont générées par l'immersion (le "baptiser" de Mt 28,19) dans le climat de fraternité de la communauté chrétienne qui évangélise ensemble, dont le missionnaire fait partie, mais sans en être le seul acteur. Essayons de compter combien de personnes un xavérien a vraiment approché et conduit directement au Christ, des gens qui n'étaient pas chrétiens auparavant : peut-être que nous arrivons à dix personnes chacun ? La vérité est que nous jouissons des fruits de l'apostolat auprès des non-chrétiens réalisé concrètement par d'autres. Mais ce n'est pas un problème, c'est même une bonne chose, car le nombre de missionnaires se multiplie de façon exponentielle, dépassant de loin le nombre de notre Institut. Nous devons aussi nous rappeler que ce sont souvent plus les laïcs qui ont un contact direct avec le monde non chrétien ; en effet, ils y sont complètement immergés. Ces personnes, authentiques missionnaires ad gentes, ont en effet besoin d'animation (approvisionnement spirituel, pour garder la métaphore guerrière). Elles ont besoin de quelqu'un qui, comme saint Guido, les soutienne pour que, à travers elles, le Christ soit connu de tous.

Je pense que nous devons réfléchir davantage sur notre vocation d'animateurs de mission. Comme chez Saint Guido, cette activité n'est pas un palliatif, mais un calcul d'efficacité. Le désir du 'In omnibus Christus' a peut-être trouvé chez Saint Guido la manière très intelligente de se réaliser. Cependant, on se demande à quel point nous aussi, en plus de nous sentir comme des "opérateurs" de la mission, voulons être des animateurs. Combien d'énergies concrètes, d'idées, de personnel adéquat (en nombre et en qualité, y compris spirituel) sont offerts à l'animation missionnaire, plutôt qu'à d'autres domaines ?

Si l'animation s'améliore, tout en profite. Pensons, par exemple, à la formation. Elle ne s'améliore pas tellement en ajustant les stratégies et les curricula, (programmes), ainsi qu'en fournissant du personnel de formation qualifié. Ce serait comme s'occuper des meubles et des peintures de la maison, sans penser à la solidité des fondations. La formation s'améliore si nous parvenons à animer et à faire entrer dans la congrégation des candidats amoureux du Christ et de son Évangile. Ce sont ces personnes qui donnent une base solide à chaque projet et parcours de formation. Mais ce sont des produits d'une animation adéquate (et bien filtrée), qui va beaucoup plus loin que d'accepter quiconque dit : "Je veux devenir prêtre..." Si on ne fait pas une bonne animation missionnaire (même ad intra), on risque de former des gens qui ont d'autres idéaux, plus ou moins élevés, mais toujours pas à la hauteur de la tâche missionnaire.

En pensant au prochain Chapitre général, j'ai envie de proposer qu'une part abondante soit consacrée à l'approfondissement de l'animation missionnaire et vocationnelle. Il y aurait beaucoup à discuter au point d'en faire un Chapitre monothématique… !

Fraternellement

Matteo Rebecchi, sx
Novaliches, Q.C. (Philippines) 

[1] Il suffit de penser, ici, aux réponses des Jésuites ou des Salésiens à la demande de Conforti de devenir missionnaire.

Matteo Rebecchi sx
02 December 2022
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