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Perché la missione? Perché la Chiesa e ciascuna comunità cristiana devono essere missionarie?
Perché la missione? Perché l'ha voluta Gesù. Gesù ha voluto che alcune persone, i dodici apostoli e i settantadue discepoli, avessero il compito di essere la sua presenza particolare nel mondo: per annunciarlo, mostrarlo e dirlo a tutti. La Chiesa non può che seguire le orme di Gesù.
Con gioia vedo che lo Spirito Santo fa della Chiesa non una scatola chiusa, ma una realtà dinamica; dinamica perché Gesù stesso ha detto: “Lo Spirito vi condurrà alla verità tutta intera» (Gv 16,13). Lo Spirito è il vero soggetto della missione.
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Che cosa pensa il missionario quando parte? Cos’è che lo muove?
Penso che a muoverlo sia Gesù, è l'incontro con lui. Ho imparato che siamo chiamati ad andare con la nostra umanità, ma portiamo Gesù e andiamo in Gesù, con Gesù. Cerchiamo di essere attenti alla realtà in cui viviamo, avviene anche uno scambio culturale tra chi accoglie e chi va, ma l'elemento fondante è la certezza che andiamo con quello che Gesù ci ha manifestato: Gesù ci ha detto che possiamo chiamare il Padre "papà"; ci ha detto di perdonarci reciprocamente, di perdonare anche i nemici; «Amate, amate sempre, amate tutti».
In questo troviamo un grande motivo per continuare ad andare, non limitando l'opera dello Spirito che conduce nel modo che solo Dio conosce. Viviamo come Gesù, andiamo nel nome di Gesù. E una cosa molto grande e molto bella.
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Con i tanti problemi del nostro mondo, e oggi che siamo così presi da questa pandemia, è ancora attuale la missione?
Vedo con molta gioia questo tempo. É un tempo difficile per la pandemia e siamo richiamati a vedere anche tutte le pandemie che ci sono: profughi, bambini che muoiono di fame, guerre, economia che isola i paesi l'uno dall'altro... Non c'è la famiglia come Dio vorrebbe.
Questo tempo è il nostro tempo, per questo lo vedo in una fedeltà gioiosa, senza pretendere di vivere il passato. Papa Francesco ravvisa che non stiamo vivendo un'epoca di cambiamenti, ma un cambiamento d'epoca.
C'è chi è indifferente e chi deride la nostra fede. Dobbiamo saper affrontare questa realtà come Gesù affrontava il suo tempo. E molto bella l'esperienza vista con lo sguardo di Gesù. Lui si lega ai fatti, ai fratelli che incontra: “Lo Spirito del Signore è sopra di me e mi manda ad annunciare la buona notizia ai poveri...” (Lc 4,18), si unisce a chi soffre, libera dal maligno, sfama la gente, ridona la vita al figlio della vedova di Naim, si incontra con Zaccheo…
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Puoi dirci degli esempi di missione in tempo di pandemia?
Possiamo sempre vivere le proposte che Gesù ha vissuto. Stiamo uniti tra noi, cerchiamo di essere uniti con i mezzi che possiamo utilizzare durante questa pandemia. Questa comunione non è cosa da poco.
Quando andiamo in missione ci viene chiesto di essere poveri, una povertà che ci fa essere staccati da noi stessi. Un mio compagno di ospedale era ricoverato con un'altra persona nella stessa stanza, dove disponevano di una sola bombola d'ossigeno; visto che l'altro era più giovane, ha scelto di dare la bombola a lui. Era tranquillo. E morto tranquillo. Il vivere come Gesù ci ha insegnato è molto importante.
Sul piano pastorale ci sono tante possibilità, dettate anche dalla nostra audacia e dalla nostra creatività; non possiamo stare al balcone quando gli altri passano sotto. Anche noi siamo povera gente, abbiamo bisogno degli altri. Possiamo vivere la missione qui come dappertutto.
Ogni giorno scrivo un piccolo messaggio, che è una parola del Vangelo. Incoraggio a credere che il dono più grande che Dio ci fa sarà quello di andare in paradiso. E un dono non è una disgrazia! Vivere con questo atteggiamento nel nostro cuore credo sia già un modo di evangelizzare. Non seguirei Gesù se non fosse bello stare con lui, se non ci fosse più gioia a stare con lui... Sono convinto che con lui ci sia una prospettiva di futuro che altrove non c'è: c'è un presente, c'è un passato, che lui lava con il suo sangue, e c'è un futuro vero e certo, che lui ci assicura. Quando dico queste cose qualcuno dice: “Credi ancora nelle favole...”. Rispondo: “Dimmi tu, qual è l'alternativa? In che cosa credi tu?”
Mia sorella va in parrocchia e prepara i pacchi che portano alle famiglie più povere e bisognose. Quei pacchi sembrano un niente ma sono relazione. Credo sia importante vivere le relazioni, avere il coraggio, con la prudenza dovuta, di vivere le relazioni. E’essenziale. Vivendo bene le relazioni si fa missione. Quando andavo da don Oreste Benzi a "Casa Betania" non capivo chi fossero gli ammalati e chi i sani; capivo che c'era un cuore solo. Mi sembrava che fosse questo l’essere innamorati di Gesù. Se ho una cosa bella perché non devo condividerla? Le cose belle si condividono. Il Vangelo è bello e va condiviso.
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Quali sono le convinzioni principali che sostengono il missionario nel suo lavoro?
Una prima convinzione penso sia che dobbiamo sempre pensare a come ha vissuto Gesù... Non aveva un "programma definito". Il suo programma era il Padre. Era “condotto dallo Spirito Santo” (Mt 4,1). A mano a mano che incontrava le persone, le avvicinava al programma di Dio. Va verso Gerusalemme, entra nel tempio e allontana quelli che approfittavano della casa del Padre per fare soldi. Per lui la legge ha un cuore, non è fatta solo di limitazioni…
Vedo su questa strada quello che fa papa Francesco. C'è chi pensa che abbia un programma di rinnovamento fatto a tavolino. No, non ha nessun programma se non quello di vivere con la gente, di condividere i loro problemi e di affrontarli uno ad uno. Mi vengono in mente alcuni fatti: la corona ai morti nel mar Mediterraneo; la Laudato si' ispirata dal patriarca Bartolomeo; l'Alto Commissariato dei leader religiosi con cui si è fatta la Giornata di preghiera, digiuno e opere di carità; l'enciclica Fratelli tutti ispirata al dialogo con il Grande Imam ad Abu Dhabi, il patto educativo globale (previsto già per l'anno scorso, ma la pandemia ne ha impedito gli incontri). Questi germogli sono già indicati nel Concilio Vaticano II. Credo sia molto importante rifarsi a questa idea: il pluralismo è un dono; sia il pluralismo delle religioni che la diversità di colore, dei sessi, uomo e donna... sono doni voluti da Dio creatore.
Un’altra convinzione importante è che stiamo con il Risorto, che è vivo in mezzo a noi. Dalla Pentecoste ad oggi Dio agisce nella Chiesa, donando forza e audacia (parresia) ai suoi discepoli: “Ciò che abbiamo veduto lo annunciamo a voi” (1Gv 1,3). Essere nel popolo è una responsabilità per noi sacerdoti: non dobbiamo stare a guardare dal balcone. A volte possiamo avere la tentazione di stare lontani dalle piaghe del Signore o di essere presi dalla stanchezza e dalla sfiducia. Se non abbiamo un incontro quotidiano con il Risorto, ci sentiamo stanchi: non abbiamo la forza di essere pienamente noi stessi se non incontriamo Gesù vivo. Da questo incontro prende voce il kerygma.
Ma la missione non è affidata solo ai sacerdoti, è affidata anche ai “settantadue”, che sono i discepoli. Siamo tutti chiamati ad essere la Parola, una Parola vivente, fatta di vita. I discepoli erano pazzi di gioia perché il Risorto era con loro, Gesù era vivo, anche se in un altro modo rispetto a prima. Quando i discepoli scendono dall'ultima apparizione, dopo che Gesù era salito in cielo, il Vangelo dice che erano felici perché avevano capito che Gesù sarebbe rimasto sempre con loro. Gesù ha detto: “Se mi amaste vi rallegrereste, perché io vado al Padre... Sarò sempre con voi” (Gv 14,28; Mt 28,20). Ma è in altro modo, per questo dapprima non si accorgono della sua presenza, come accadde ai discepoli di Emmaus.
Il tempo che viviamo è il nostro tempo, è il tempo in cui il Signore ci chiama ad essere suoi apostoli e suoi discepoli. Ci chiama ad essere audaci e creativi, tutti. Quanto partecipiamo alla sua missione? Sono domande decisive per la nostra conversione.
Un’altra convinzione per noi sacerdoti è che dobbiamo sempre ricordare che Gesù ci affida se stesso attraverso i sacramenti, che sono ex opere operantis Christi: è Gesù che opera, è Gesù stesso che battezza, confessa... Lo fa attraverso di noi. Anche questa è missione.
Infine, una convinzione molto forte ci viene dal fatto che Gesù è morto per tutti, per cui, come dice la Gaudium et spes al n 22, dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di essere associati al mistero pasquale “nel modo che Dio solo conosce”.
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Puoi dirci come nella pratica quotidiana vedi l’opera dello Spirito Santo nelle persone?
Quando celebro la Messa so che quella non è la mia Messa: è la Messa di Gesù. La Messa è entrare nel memoriale che mi collega con il mondo intero, dall'est all'ovest, dal sud al nord “nel modo che Dio conosce”. Noi abbiamo un'esperienza molto limitata. Dio ci chiede di piantare la sua tenda tra tutti i popoli. Ha voluto farsi uomo per stare con gli uomini. Nello stesso tempo riconosce e legittima la pluralità religiosa, espressione della creatività del Dio dell'elezione e del Dio delle alleanze.
La maggioranza della nostra gente non crede, ma ogni persona è voluta e creata ad immagine di Dio. Il loro essere c'è perché legato a Dio che le ama. Le alleanze che Dio compie — quella con Noè, con Abramo, con Mosè — non decadono mai, restano sempre presenti.
La missione ha una sua consistenza, ma Cristo ha fatto spazio a tutto l'umano, senza barriere, e raggiunge tutti per rivitalizzare l'uomo: è questo il contenuto teologico della discesa agli inferi di Cristo. C'è una profondità particolare in questa parola, "discesa gli inferi". Gesù continua ad avere un rapporto diretto con coloro che arrivano alla sua presenza. Papa Benedetto XVI parlava dello “sguardo misericordioso di Cristo”. C'è uno sguardo misericordioso di Cristo che purifica come un fuoco il cuore da tutto ciò che impedisce il rapporto vero con lui e con gli altri.
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Dicevi che il pluralismo è un dono, anche il pluralismo delle religioni. Come si relaziona con il mandato dell’annuncio del Vangelo?
Ho cercato di approfondire le varie fedi religiose, a partire dall'animismo, l'induismo, l'islamismo... Per quanto riguardava l'animismo, ad esempio, si deve capire che quello è un modo di andare al Padre con gli antenati. I primi missionari saveriani andati in Cina non potevano capire che il taoismo arriva addirittura a formulare, in qualche modo, la Trinità: nel simbolo della religione taoista, il Taijitu, esiste una forza positiva e una forza negativa che sono sempre legate, ma al loro interno ci sono due puntini, uno bianco sul nero e uno nero sul bianco, che rappresentano lo Spirito che unisce l'una all'altra forza. Invece, il confucianesimo ha un indirizzo più sociale, più pratico. I missionari all'inizio non capivamo che c'era qualcosa di profondo in questa espressione religiosa.
Il documento firmato da papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al -Tayyeb, sulla fratellanza umana e l'enciclica "Fratelli tutti" sono stati preparati, nell'ascolto reciproco, con il mondo islamico. Questo per dire il legame che si sta stabilendo per riconoscerci tutti fratelli e per sentire con tutte le fedi religiose l'urgenza di diventare l'unica famiglia umana, come chiesto da Gesù: “Padre, che siano una cosa sola” (Gv 17,21).
E le missioni? Hanno un senso perché sono le tende di Gesù sparse tra i popoli con i quali si vuole dialogare, inserirsi nella loro vita, stare in comunione con loro, una comunione seria. I Semina Verbi dicono la presenza di Dio tra questi popoli. In alcuni documenti del Concilio Vaticano II sono indicati molto bene: nella dichiarazione Nostra Aetate, che riguarda i rapporti tra la Chiesa cattolica e le religioni non-cristiane, si considera il legame con le esperienze religiose, che si ritiene abbiano elementi che portano a Cristo.
Scoprire che i semi del Verbo già esistono non ci dispensa dall'essere Gesù in mezzo alla gente e dal portare il suo messaggio chiaro: Dio è papà, Dio ci vuole bene, Dio si è fatto fratello nostro per parlare con noi. Ci sono cose che rendono bella la vita, qualunque sia la situazione che stiamo vivendo
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Da quanto dici, possiamo affermare che ci sono molti modi di vivere la missione. È così?
Sì, ci sono molti modi di vivere la missione. Alcuni di noi sono chiamati a seguire Gesù da vicino, in una itineranza evangelica, nella povertà e nella comunione, che sono elementi essenziali. Itineranza, comunione, povertà sono le modalità dell'invio.
Da quando è cominciata la pandemia ho cercato di imparare ad utilizzare gli strumenti tecnologici per poter comunicare con tante persone che mi seguono. Comunico ogni giorno un pensiero del Vangelo. Non sappiamo se domani ci saremo ancora, ma il Vangelo apre la porta: non c'è solo questa tappa terrena. Il Vangelo mi spinge a leggere quello che avviene e a trovare il modo di esprimerlo: il Covid-19 visto con gli occhi del Vangelo. Mi chiedo anche quanto in questo tempo comunichiamo tra noi. Sfruttiamo i modi che ci vengono dati dalla tecnica per vivere, manifestare, aiutare la crescita della fede? Questo è missionarietà.
C'è chi è chiamato ad iniziare il dialogo con le altre religioni. Ho conosciuto una persona che ha iniziato il dialogo con il taoismo: “Ho assistito alla consacrazione di un sacerdote taoista, mi ha detto, c'è molto di più di quello che immaginavo”.
Mi sembra molto Importante riflettere su quello che è il vero soggetto della missione, di ogni missione: è il carattere sacramentale dell'evento Cristo, Dio che si è fatto uomo; è una presenza talmente grande che non si esaurisce dentro i confini della Chiesa visibile, che pure esiste, ed è un dono. Già sant'Agostino diceva che tanti che sembrano fuori in realtà sono dentro, e tanti che sembrano dentro sono fuori.
Non possiamo ridurre la validità dell'evento cristologico che celebriamo, ma nello stesso tempo dobbiamo riconoscere la legittima pluralità religiosa, che è un'espressione della creatività del Dio dell'elezione e delle alleanze. Dio opera, semina nel mondo.
Giovanni Paolo II, alla fine della Novo Millennio Ineunte, afferma con molta chiarezza che lo Spirito Santo opera in modo tale che molte volte noi discepoli, noi missionari, abbiamo bisogno di ascoltare, di rivivere e di imparare dai fratelli e sorelle che sono apparentemente di altre realtà umane o religiose. La Chiesa non è solo maestra, è anche discepola. A volte ci vengono dati insegnamenti vissuti in comunione con noi, anche inconsapevole, da persone che non sono dentro la Chiesa. La Chiesa è un dono, ma non è il solo. Primo grande dono è Dio, che con il suo Spirito ci raccoglie e ci abbraccia tutti.
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Come vivi la missione nella sofferenza, e come pensi si possa vivere con altri anziani e malati?
Come vivere insieme conoscendo i propri limiti? C'è una sola risposta: «Ama!». Non ho altro da dire. Pian piano, se hai un cuore aperto, chi ti è accanto non è che cambi carattere o età, ma sente che tu lo ami e questo cambia tutto. La prima porta del dialogo è l'amore, il voler bene con semplicità.
Gesù fa quello che avrei voluto fare tante volte e magari l'ho fatto, lavorando con tanta fatica. Invito perciò ad avere coraggio, a vivere profondamente le relazioni, sapendo che Dio è il Signore. Noi non siamo il Signore. Noi siamo le sue creature, siamo suoi figli nel Battesimo, figli per adozione: viviamolo seriamente.
Credo che il messaggio che ci viene dalla comunione tra noi e anche con gli altri, sia molto importante. In Congo ho incontrato tante realtà diverse, la prigione, la guerra... Per me è stato motivo di grande pace scoprire la ricchezza di ogni persona e di qualsiasi cultura. Un signore del Burundi diceva a dei giovani: «Cosa pensate di sapere dell'altro perché avete fatto un tempo di fidanzamento? L'altro è un mistero!». Un giorno ho celebrato la Messa sotto un grande albero. Al termine il capo della comunità mi ha detto: “Quello per noi è un albero sacro: in esso si esprime una comunione più grande”. C'è tanto da imparare anche dall'animismo.
Una persona mi ha detto: “L'iniziazione vera è l'ultima (ci sono varie tappe nella vita spirituale). Quando tu finirai il rotolo, Dio ti farà vedere il senso delle cose, ma io tidico che il mondo è tanto bello che merita che tu faccia il percorso del grande fiume perché certamente Dio ha parlato da qualche parte”. Non si può pensare che non ci sia un elemento di fede in quest'uomo che dice: “Dio certamente da qualche parte ha parlato”.
Poi c'è chi crede nell'uomo: chi crede nella dignità della persona, chi sente che fa più uomo l'essere fratello, chi porta in sè dei grandi Interrogativi “quale sarà il nostro futuro?”. La comunione con gli altri ci aiuta a realizzare quel piano che Dio conosce.

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Come hai fatto a perdonare la persona che ti ha coinvolto nell'incidente stradale di cui sei stato vittima?
Ho vissuto il primo incidente nel 1969. Nel secondo incidente stavamo andando a Loreto e siamo stati investiti. Ho visto tutta la dinamica e potevo testimoniare. Quello che desideravo era che fosse chiara la responsabilità, ma non ho mai provato risentimento. Non ho avuto problemi a perdonare. So che è nella nostra natura umana sbagliare. Poi il dolore c'è e va vissuto con pazienza. Il Signore dà la forza. Ma, ripeto, non ho avuto la necessità di perdonare. E accaduto e basta. Non c'era nessuno da dover perdonare.
Il primo incidente è accaduto nell'imminenza della partenza che avrei dovuto fare per il Giappone. Ho pensato: “Non vado ln missione perché ho le gambe buone, perché sono forte, vado in missione per la fede in Gesù”.
Entrevista al p. Silvio Turazzi sx
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¿Por qué la misión? ¿Por qué la Iglesia y toda comunidad cristiana deben ser misioneras?
¿Por qué la misión? Porque Jesús la ha querido. Jesús ha querido que algunas personas, los doce apóstoles y los setenta y dos discípulos, asumieran la tarea de ser su presencia particular en el mundo: para anunciarlo, manifestarlo y comunicarlo a todos. La Iglesia no puede hacer otra cosa, sino seguir las huellas de Jesús.
Con alegría veo que el Espíritu Santo hace que Iglesia no sea una caja cerrada, sino una realidad dinámica; dinámica porque Jesús mismo ha dicho: “El Espíritu los guiará a la verdad completa” (Jn 16,13). El Espíritu es el verdadero sujeto de la misión.
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¿Qué piensa el misionero cuando parte? ¿Qué es lo que lo mueve?
Pienso que Jesús es quien lo mueve; es el encuentro con Él. He aprendido que somos llamados a ir con nuestra humanidad, pero llevamos a Jesús y vamos en Jesús, con Jesús. Intentamos estar atentos a la realidad en que vivimos; se da, también, un intercambio cultural entre quien acoge y quién va, pero el elemento fundante es la certeza de que vamos con lo que Jesús nos ha revelado: Jesús nos ha dicho que podemos llamar al Padre “papá”; nos ha dicho que hemos de perdonarnos recíprocamente, y perdonar también a los enemigos; «Amen, amen siempre, amen a todos».
En esto encontramos un gran motivo para continuar a ir, no limitando la obra del Espíritu que nos guía en el modo que sólo Dios conoce. Vivimos como Jesús, vamos en el nombre de Jesús. Es una cosa muy grande y muy bella.
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¿Con los muchos problemas que hay en nuestro mundo, y hoy que estamos tan confinados por esta pandemia, es todavía actual la misión?
Veo con mucha alegría este tiempo. Es un tiempo difícil por la pandemia y estamos llamados a ver también todas las pandemias que existen: prófugos, niños que se mueren de hambre, guerras, economía que divide a unos países de otros... No existe la familia como Dios quisiera.
Este tiempo es nuestro tiempo, por eso lo veo en una fidelidad alegre, sin pretender vivir el pasado. El Papa Francisco reconoce que no estamos viviendo una época de cambios, sino un cambio de época.
Hay quien es indiferente y quien se burla de nuestra fe. Debemos saber afrontar esta realidad como Jesús afrontaba su tiempo. Esta experiencia, vista con la mirada de Jesús, es muy bella. Él se vincula a los hechos, a los hermanos que encuentra: “El Espíritu del Señor está sobre mí y me ha enviado a anunciar la buena noticia a los pobres...” (Lc 4,18); se une a quien sufre, libera del maligno, sacia a la gente, devuelve la vida al hijo de la viuda de Naím, se encuentra con Zaqueo…
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¿Puedes decirnos algunos ejemplos de misión en tiempo de pandemia?
Siempre podemos vivir las propuestas que Jesús ha vivido. Estamos unidos entre nosotros, nos esforzamos por estar unidos con los medios que podemos utilizar durante esta pandemia. Esta comunión no es cosa de poco.
Cuando vamos a misión se nos pide ser pobres, una pobreza que nos hace vivir desapegados de nosotros mismos. Un compañero mío en el hospital, fue internado con otra persona en la misma habitación, en la que disponían de un sólo tanque de oxígeno; viendo que el otro era más joven, ha optado por dar el tanque a él. Estaba tranquilo. Ha muerto tranquilo. Vivir como Jesús nos ha enseñado es muy importante.
En el campo de la pastoral hay muchas posibilidades, sugeridas, incluso, desde nuestra audacia y creatividad; no podemos quedarnos en la ventana cuando los demás pasan por debajo. También nosotros somos pobre gente, tenemos necesidad de los demás. Podemos vivir la misión aquí como en todas partes.
Cada día escribo un pequeño mensaje, que es una palabra sobre el Evangelio. Animo a creer que el don más grande que Dios nos da será el de ir al paraíso. ¡Es un don, no es una desgracia! Vivir con esta actitud en nuestro corazón, creo que es ya un modo de evangelizar. No seguiría a Jesús si no fuera maravilloso estar con él, si no hubiese más alegría al estar con él... Estoy convencido que con él hay una prospectiva de futuro que no hay en otro lugar: hay un presente, hay un pasado, que él lava con su sangre, y hay un futuro real y verdadero, que él nos asegura. Cuando digo estas cosas, alguno dice: “Tú crees todavía en las fábulas…”. Y contesto: “Dime tú, ¿cuál es la alternativa? ¿En qué crees tú?”.
Mi hermana va a la parroquia y prepara los paquetes que se llevan a las familias más pobres y necesitadas. Esos paquetes parecen una cosa de nada, pero son relación. Creo que es importante vivir las relaciones, tener el valor, con la debida prudencia, de vivir las relaciones. Es esencial. Viviendo bien las relaciones se hace misión. Cuando iba a ver a don Oreste Benzi en “Casa Betania” no entendía quiénes era los enfermos y quiénes los sanos; entendía que había un solo corazón. Me parecía que eso fuera el estar enamorados de Jesús. Si poseo una cosa hermosa, ¿por qué no debo compartirla? Las cosas hermosas se comparten. El Evangelio es hermoso y ha de ser compartido.
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¿Cuáles son las convicciones principales que sostienen al misionero en su trabajo?
Una primera convicción pienso que consiste en que siempre hemos de pensar sobre cómo ha vivido Jesús... No tenía un “programa definido”. Su programa era el Padre. Era “conducido por el Espíritu Santo” (Mt 4,1). Y, poco a poco, encontrando a las personas, las acercaba al programa de Dios. Camina hacia Jerusalén, entra en el templo y aleja a los que se aprovechaban de la casa del Padre para hacer dinero. Para él, la ley tiene un corazón, no está hecha sólo de limitaciones…
Veo sobre este camino lo que hace el Papa Francisco. Hay quien piensa que tenga un programa de renovación hecho en el escritorio. No, no tiene ningún programa, sino el de vivir con la gente, compartir sus problemas y afrontarlos uno a uno. Me vienen a la mente algunos hechos: la corona en homenaje a los muertos en el mar Mediterráneo; la Laudato si’ inspirada por el patriarca Bartolomeo; la Comisión de alto nivel de los líderes religiosos con los que se ha instituido la Jornada de oración, ayuno y obras de caridad; la encíclica Fratelli tutti inspirada en el diálogo tenido con el Gran Imam en Abu Dhabi, el pacto educativo global (previsto para el año pasado, pero la pandemia ha impedido los encuentros al respecto). Estos brotes ya están indicados en el Concilio Vaticano II. Creo que es muy importante volver a esta idea: el pluralismo es un don; ya sea el pluralismo de las religiones, como la diversidad de color, de sexos, hombre y mujer... son dones queridos por Dios creador.
Otra convicción importante es que estamos con el Resucitado, el cual vive entre nosotros. A partir de Pentecostés, hasta el día de hoy, Dios actúa en la Iglesia, donando fuerza y audacia (parresia) a sus discípulos: “Lo que hemos visto, eso anunciamos a ustedes” (1Jn 1,3). Estar en el pueblo es una responsabilidad para nosotros sacerdotes: no debemos quedarnos mirando desde la ventana. A veces podemos tener la tentación de alejarnos de las llagas del Señor o de ser vencidos por el cansancio y el desasosiego. Si no tenemos un encuentro cotidiano con el Resucitado, nos sentimos cansados. No tenemos la fuerza de ser plenamente nosotros mismos si no encontramos a Jesús vivo. A partir de este encuentro toma voz el kerygma.
Pero la misión no se ha confiado sólo a los sacerdotes, también ha sido confiada a los “setenta y dos”, que son los discípulos. Todos somos llamados a ser Palabra, una Palabra viviente, hecha de vida. Los discípulos estaban locos de alegría porque el Resucitado estaba con ellos, Jesús estaba vivo, aún si en otro modo con respecto al de antes. Cuando los discípulos bajan después de la última aparición, una vez que Jesús había subido al cielo, el Evangelio dice que eran felices porque habían entendido que Jesús permanecería siempre con ellos. Jesús ha dicho: “Si me amasen, se alegrarían, porque yo voy al Padre... Estaré siempre con ustedes” (Jn 14,28; Mt 28,20). Pero está de otro modo, y por ello, en un primer momento, no se dan cuenta de su presencia, como les ocurrió a los discípulos de Emaús.
El tiempo que vivimos es nuestro tiempo, es el tiempo en el que el Señor nos llama a ser sus apóstoles y sus discípulos. Nos llama a todos a ser audaces y creativos. ¿Qué tanto participamos en su misión? Es una pregunta decisiva para nuestra conversión.
Otra convicción para nosotros sacerdotes, es que debemos recordar siempre que Jesús se nos confía a sí mismo a través de los sacramentos, que son ex opere operantis Christi: es Jesús quien obra, es Jesús mismo quien bautiza, confiesa... Lo hace a través de nosotros. También ésta es misión.
Finalmente, una convicción muy fuerte nos viene del hecho de que Jesús ha muerto por todos; por ello, como dice Gaudium et spes n. 22, hemos de creer que el Espíritu Santo da a todos la posibilidad de ser asociados al misterio pascual “en la forma de sólo Dios conocida”.
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¿Puedes decirnos cómo ves, en la práctica cotidiana, la obra del Espíritu Santo en las personas?
Cuando celebro la Misa sé que no es mi Misa: es la Misa de Jesús. La Misa es entrar en el memorial que me conecta con el mundo entero, del este al oeste, del sur al Norte “en un modo que Dios conoce”. Nosotros tenemos una experiencia muy limitada. Dios nos pide plantar su tienda en medio de todos los pueblos. Ha querido hacerse hombre para estar con los hombres. Al mismo tiempo reconoce y legitima la pluralidad religiosa, expresión de la creatividad del Dios de la elección y del Dios de las alianzas.
La mayoría de nuestra gente no cree, pero toda persona es querida y creada a imagen de Dios. Su ser existe porque está ligado a Dios que las ama. Las alianzas que Dios cumple — con Noé, con Abraham, con Moisés — no se desdicen nunca, permanecen siempre presentes.
La misión tiene una propia lógica, pero Cristo ha hecho espacio a todo lo humano, sin barreras, y alcanza a todos para revitalizar al hombre: este es el contenido teológico de la bajada de Cristo a los infiernos. Hay una profundidad particular en esta palabra, “descender a los infiernos”. Jesús sigue teniendo una relación directa con los que llegan a su presencia. El Papa Benedicto XVI habló de la “mirada misericordiosa de Cristo”. Hay una mirada misericordiosa de Cristo que purifica como un fuego el corazón de todo aquello que le impide la relación verdadera con él y con los demás.
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Has dicho que el pluralismo es un don, también el pluralismo de las religiones. ¿Cómo se relaciona esto con el mandato del anuncio del Evangelio?
He tratado de profundizar las varias expresiones religiosas de fe, a partir del animismo, el hinduismo, el islamismo... Con respecto a cuanto concierne al animismo, por ejemplo, se debe entender que éste es un modo de ir al Padre a través de los antepasados. Los primeros misioneros xaverianos que fueron a China no podían entender que el taoísmo llega incluso a formular, de algún modo, la Trinidad: en el símbolo de la religión taoísta, el Taijitu, existe una fuerza positiva y una fuerza negativa que están siempre vinculadas, pero en su interior hay dos puntos, uno blanco sobre el color negro y uno negro sobre lo blanco, los cuales representan el Espíritu que une una fuerza a la otra. En cambio, el confucianismo tiene una dirección más social, más práctica. Los misioneros al principio no entendíamos que hubiese algo profundo en esta expresión religiosa.
El documento firmado por el Papa Francisco y el Gran Imam de Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, sobre la fraternidad humana y la encíclica “Fratelli tutti” han sido preparados a través de la escucha recíproca con el mundo islámico. Esto para mostrar la unión que se está estableciendo para reconocernos todos hermanos y para sentir, con todas las tradiciones religiosas de fe, la urgencia de llegar a ser una única familia humana, como suplicado por Jesús: “Padre, que sean uno” (Jn 17,21).
¿Y las misiones? Tienen un sentido porque son las tiendas de Jesús esparcidas entre los pueblos con los que se quiere dialogar, insertarse en su vida, estar en comunión con ellos, una comunión seria. Las Semillas del Verbo hablan de la presencia de Dios entre estos pueblos. En algunos documentos del Concilio Vaticano II está muy bien indicado: en la declaración Nostra Aetate, que concierne a las relaciones entre la Iglesia católica y las religiones no-cristianas, se valora la unión con las experiencias religiosas, en las que se cree que hay elementos que llevan a Cristo.
Descubrir que las Semillas del Verbo ya existen, no nos dispensa del ser Jesús en medio de la gente ni de llevar su claro mensaje: Dios es papá, Dios nos ama, Dios se ha hecho hermano nuestro para hablar con nosotros. Hay cosas que hacen hermosa la vida, cualquiera que sea la situación que estemos viviendo.
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A partir de cuanto dices, podemos afirmar que hay muchos modos de vivir la misión. ¿Es así?
Sí, hay muchos modos de vivir la misión. Algunos de nosotros son llamados a seguir de cerca a Jesús, en un seguimiento evangélico, en la pobreza y en la comunión, que son elementos esenciales. Seguimiento, comunión, pobreza, son las modalidades del envío.
Desde que empezó la pandemia he tratado de aprender a utilizar los instrumentos tecnológicos para poder comunicar con muchas personas que me siguen. Comunico cada día un pensamiento del Evangelio. No sabemos si mañana aún viviremos, pero el Evangelio abre la puerta: no existe sólo esta etapa terrenal. El Evangelio me impulsa a leer lo que está ocurriendo y a encontrar el modo de expresarlo: el Covid-19 visto con los ojos del Evangelio. Me pregunto, también, cuánto comunicamos entre nosotros en este tiempo. ¿Aprovechamos los modos que nos da la técnica para vivir, manifestar, ayudar al crecimiento de la fe? Esto es misionariedad.
Hay quien es llamado a iniciar el diálogo con las otras religiones. He conocido a una persona que ha iniciado el diálogo con el taoísmo: “He asistido a la consagración de un sacerdote taoísta – me ha dicho – y hay mucho más de lo que imaginaba”.
Me parece muy Importante reflexionar sobre lo que es el verdadero sujeto de la misión, de toda misión: es el carácter sacramental del evento Cristo, Dios que se ha hecho hombre; es una presencia tan grande que no se agota dentro de los confines de la Iglesia visible, que igualmente existe, y es un don. Ya San Agustín decía que tantos que parecen estar fuera, en realidad están dentro, y tantos que parecen estar dentro, están fuera.
No podemos reducir la validez del evento cristológico que celebramos, pero, al mismo tiempo, hemos de reconocer la legítima pluralidad religiosa, que es expresión de la creatividad del Dios de la elección y de las alianzas. Dios obra, siembra en el mundo.
Juan Pablo II, al final de la encíclica Novo Millenio Ineunte, afirma con mucha claridad que el Espíritu Santo obra de modo tal que muchas veces nosotros los discípulos, nosotros los misioneros, necesitamos escuchar, rememorar y aprender de los hermanos y hermanas que son aparentemente de otras realidades humanas o religiosas. La Iglesia no es sólo maestra, también es discípula. A veces, incluso inconscientemente, se nos dan enseñanzas de vida muy en comunión con nosotros de parte de personas que no están dentro de la Iglesia. La Iglesia es un don, pero no es el único. El primer gran don es Dios, que nos congrega con su Espíritu y nos abraza a todos.
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¿Cómo vives la misión en el sufrimiento, y cómo piensas que se pueda vivir con otros ancianos y enfermos?
¿Cómo vivir conociendo, al mismo tiempo, los propios límites? Hay una sola respuesta: “¡Ama!”. No tengo otra cosa que decir. Poco a poco, si tienes un corazón abierto, el que está a tu lado no cambia de carácter o edad, pero siente que tú lo amas y esto cambia todo. La primera puerta del diálogo es el amor, amar con sencillez.
Jesús hace lo que yo hubiera querido hacer tantas veces y a lo mejor lo he hecho, trabajando con mucha fatiga. Invitación, por tanto, a ser valerosos, a vivir intensamente las relaciones, sabiendo que Dios es el Señor. Nosotros no somos el Señor. Nosotros somos sus criaturas, somos sus hijos por el Bautismo, hijos por adopción: vivámoslo seriamente.
Creo que el mensaje que nos llega de la comunión entre nosotros y también con los demás, es muy importante. En Congo encontré muchas realidades diferentes, la prisión, la guerra... Para mí ha sido motivo de grande paz, descubrir la riqueza de cada persona y de cada cultura. Un señor de Burundi decía a los jóvenes: “¿Qué creéis de saber sobre la otra persona por el hecho de haber vivido un tiempo de noviazgo? ¡El otro es un misterio!”. Un día celebré la Misa bajo un gran árbol. Al final, el jefe de la comunidad me dijo: “Éste es para nosotros un árbol sagrado: en él se expresa una comunión más grande”. Hay tanto por aprender también del animismo.
Una persona me dijo: “La iniciación verdadera es la última (hay varias etapas en la vida espiritual). Cuando termines el camino de la vida, Dios te hará ver el sentido de las cosas, pero te digo que el mundo es tan bello que merece que tú hagas el recorrido del gran río porque ciertamente Dios ha hablado desde alguna parte”. No se puede pensar que no haya un elemento de fe en este hombre que dice: “Dios ha hablado ciertamente desde alguna parte”.
Luego, hay quien cree en el hombre: quien cree en la dignidad de la persona, quien siente que hace más hombre el ser hermanos, quien lleva en sí grandes interrogantes, como ¿cuál será nuestro futuro? La comunión con los demás nos ayuda a realizar el plan que sólo Dios conoce.
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¿Cómo has hecho para perdonar a la persona que te ha atropellado en el accidente de tráfico del que has sido víctima?
He vivido el primer accidente en 1969. En el segundo accidente estábamos de camino a Loreto y hemos sido embestidos. He examinado toda la dinámica y podía denunciar. Lo que deseaba era que estuviera clara la responsabilidad, pero no he sentido nunca resentimiento. No he tenido problemas para perdonar. Sé que está en nuestra naturaleza humana el equivocarse. Luego, el dolor existe y ha de ser vivido con paciencia. El Señor da la fuerza. Pero, repito, no he tenido la necesidad de perdonar. Ha sucedido y basta. No hubo ninguno a quien tuviese que perdonar.
El primer accidente ocurrió en la inminencia de la salida que hubiese tenido que hacer para Japón. He pensado: “No voy a misión por tener las piernas sanas o porque soy fuerte, voy a misión por la fe en Jesús”.
Interview with Fr. Silvio Turazzi sx
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Why the mission? Why must the Church and each Christian community be missionary?
Why the mission? Because Jesus wanted it. Jesus wanted that some people – the twelve apostles and the seventy-two disciples – be entrusted with the task of becoming his particular presence in the world: to announce him, show him and talk about him to all. The Church cannot but follow in Jesus’ steps.
I see with joy that the Holy Spirit makes of the Church, not a lock box, but a dynamic reality. It is dynamic because Jesus himself once said: “the Spirit will lead you to the complete truth” (John 16: 13). The Spirit is the real protagonist of mission.
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What does a missionary think when he sets out? What’s moving him?
I think that what moves him is Jesus, is the encounter with Him. I have learnt that we are called to gowith our humanity, the way we are, but we bring Jesus. We go in Jesus, and with Jesus. We try to be attentive to the reality which we live in. A cultural exchange also takes place between the one that welcomes and the one that goes, but the fundamental element is the certainty that we go with what Jesus has manifested to us. Jesus has told us that we can call the Father “dad”; he has told us to forgive each other, and to forgive also our enemies. “Love! always love! love all!”.
Here we find a great motivation for continuing to go. We shouldn’t limit the work of the Spirit that leads in ways God alone knows. We live like Jesus. We go in the name of Jesus. This is a very big and beautiful thing.
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With many problems in our world – and today, when we are so tied up with this pandemic – is mission still relevant?
I look at this time with much joy. Of course, because of the pandemic, this is a difficult time. We are also called to pay attention to all kinds of “pandemic”: refugees, children dying of famine, wars, a type of economy that divides one country from the other… This is not the family that God wants.
This time is our time. For this reason, I look at it in joyful fidelity, that is, without expecting to live in the past. Pope Francis argues that we are not living in an age of changes but experiencing a change of age.
There are those who are indifferent and ridicule our faith. We must face this reality, like Jesus faced his own times. Experience, when seen through Jesus’ eyes, is very beautiful. Jesus gets tied to the facts, to the brothers he meets: “The Spirit of the Lord is upon me. He sends me to bring the good news to the afflicted…” (Luke 4: 18). He becomes one with the suffering ones, sets them free from the evil one, gives food to the people, brings back to life the son of the widow of Nain, meets Zacchaeus…
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Can you tell us some examples of mission in times of pandemic?
We can always live the proposals that Jesus himself has lived out. Let’s remain united among us, let’s try to remain united by availing ourselves of the means we can utilise during this pandemic. This communion is no little thing.
When we leave for mission, we are asked to be poor. It’s a poverty that allows us to be detached from ourselves. One of my companions at the hospital was sharing room with another person; it was a room with only one oxygen tank. Considering that the other person was younger, my companion decided to give him the tank. My companion was peaceful. He died in peace. To live as Jesus taught us is very important.
At the pastoral level there are many possibilities. They depend also on our courage and creativity. We cannot remain at the balcony when others are passing by. Besides, we too are poor people, need others. We can live the mission here as everywhere else.
I write a short message every day. It is a word from the Gospel. I encourage to believe that the greatest gift God gives us is that of going to Heaven one day. It is a gift, not a misfortune. I believe that to live with this attitude of heart is already a manner of evangelising. I would not follow Jesus if staying with him were not beautiful, if there were no joy in staying with him… I firmly believe that with him there is the possibility for a future that cannot be found elsewhere. There is a present and there is a past, which he washes away with his own blood; and there is a true and certain future, which he guarantees us. Sometimes, when I talk about these things, someone tells me: “You still believe in fairy tales…” I answer: “You then tell me: which is the alternative? What do you believe in?”
My sister goes to the parish and prepares packages to deliver to the poorest families and those most in need. Those packages may seem nothing, but in fact they are a relationship. I believe it is important to live in relationships, to have the courage – though with due prudence – to keep relationships. This is essential. By living well our relations, we are doing mission. When I was going to don Oreste Bensi’s “Bethany Home”, I couldn’t understand who were the sick and who the healthy. I could only understand that there was one heart. It seemed to me that this was what it means to love Jesus. If I have something beautiful, why shouldn’t I share it? Beautiful things are shared. The Gospel is beautiful and must be shared.
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Which are the main convictions that support a missionary in his work?
One first conviction, I reckon, is that we must always think about the way Jesus lived… He didn’t have a “well-defined programme.” The Father was his programme. Jesus was “led by the Holy Spirit” (Mathew 4: 1). As he gradually met with people, he would bring them close to the programme of God. He heads towards Jerusalem, enters the temple and drives away those that were taking advantage of his Father’s house to make money. For him, the law has a heart, it is not just a question of limitations…
I see pope Francis walking this same path. There are some who think he has a preconceived programme of renewal. But he hasn’t one, except for that of living with the people, sharing their problems and facing them one by one. Some facts come to my mind: The wreath of flowers to the dead in the Mediterranean Sea; the encyclical letter Laudato si’ inspired by Patriarch Bartholomew; the High Commission of religious leaders with whom the Day of Prayer, Fasting and Works of Mercy has been organised; the encyclical letter Fratelli tutti inspired by dialogue with the Great Imam of Abu Dhabi; the global education pact (its meetings were planned for last year, but couldn’t take place because of the pandemic). Similar buds were already implicit in the Second Vatican Council. I believe it is very important to refer to this idea: pluralism is a gift; be it pluralism of religions or diversity of skin colour, gender, man and woman… they are all gifts that God the Creator wanted.
Another important conviction is that we are with the Risen One, who lives among us. Since Pentecost up to this day, God has been acting in the Church, giving strength and courage (parresia) to his disciples: “We are declaring to you what we have seen and heard” (1John 1: 3). For us priests, being among the people is a responsibility: we must not remain at the balcony and look below. Sometimes we may risk giving in to the temptation of keeping away from the wounds of the Lord or we succumb to weariness and disappointment. If we don’t have a daily meeting with the Risen One, we feel tired; if we don’t meet the living Jesus, we don’t have the strength to be fully ourselves. It is from this encounter that the kerygma begins to speak up.
However, mission is not entrusted only to the priests, but also to the “seventy-two” disciples. We are all called to be the Word, a living Word, made up of life. The disciples were mad with joy because the Risen One was with them; Jesus was alive, even if in a manner different from before. When the disciples come down from the last apparition, after Jesus has ascended to heaven, the Gospel says they were happy because they understood that Jesus would have been with them always. Jesus said: “If you loved me you would be glad that I am going to the Father, (…) And look, I am with you always” (John 14: 28; Mathew 28: 20). But this is going to be in a different way, and this is why at first, they didn’t recognize his presence, just as it happened to the disciples of Emmaus.
The time we are living is our time; it is the time when the Lord calls us to be his apostles and disciples. He calls us to be bold and creative, all of us. To what extent do we participate in his mission? This is a decisive question for our conversion.
For us priests, another conviction is that we must always remember that Jesus entrusts himself to us through the sacraments, which are ex opera operantis Christi: it is Jesus who acts through them, it is Jesus himself who baptizes, hears confessions… He does so through us. This is mission too.
Finally, one very strong conviction derives from the fact that Jesus has died for all and, therefore, as Gaudium et spes n. 22 rightly says, we ought to believe that the Holy Spirit offers everyone the possibility of being associated with the Pasqual mystery “in a manner known only to God”.
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Can you tell us how you see the Holy Spirit at work in the people in everyday life?
When I celebrate Mass, I know that that is not my Mass: it is Jesus’ Mass. The Mass is entering in that memorial which links me to the entire world, from the East to the West, from the South to the North, “in a manner known only to God”. Our experience is very limited. God asks of us to plant his tent among all peoples. He wanted to become man in order to be with humanity. At the same time, he recognizes and legitimises religious plurality, which is an expression of his creativity as God of the chosen people and God of alliances.
The majority of our people doesn’t believe, but each person is thought of and created in the image of God. Their being exists because it is tied to God who loves them. The alliances that God makes – with Noah, with Abraham, with Moses – never expire, they are always effective.
Mission has its own logic, but Christ has made room for all that is human, without barriers, to reach out to all and revitalise humanity: this is the theological content of Christ’s descent into hell. There is a particularly profound meaning in this expression, “descent into hell”. Jesus continues maintaining a direct relation with those that arrive at his presence. Pope Benedict XVI used to speak of “Christ’s merciful gaze”. Christ’s merciful gaze upon us, like a fire, purifies the heart from all that hinders a true relationship with him and others.
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You were saying that pluralism is a gift, including pluralism of religions. How does it fit in with the mission of proclaiming the Gospel?
I have tried to deepen my understanding of various religious faiths, starting from Animism, Hinduism, Islam… For example, as far as Animism is concerned, one must understand that it is a manner of talking to the Father with the ancestors. The early Xaverian missionaries sent to China could not understand that Daoism reaches the point of formulating, to a certain extent, the idea of Trinity: in the symbol of the Daoist religion, the Taijitu, there is a positive force and a negative force that are always tied together, but inside each of them is placed a small dot – a white dot in the black force and a black dot in the white force –, the two dots represent the Spirit that unites one force to the other. Instead, Confucianism has a more social and practical inclination. Early missionaries did not understand that there was something deep in this religious expression.
The document about human brotherhood signed by Pope Francis and the Great Imam of Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, and the encyclical letter Fratelli Tutti have been prepared with the Islamic world, by listening to each other. These facts tell us much about the close relation we are establishing with the aim of recognizing that we are all brothers and of leading us to feel, along with all religious faiths, the urgency to become one single human family, just as Jesus asked: “Father, may they all be one” (John 17: 21).
Then, what about the missions? They have a sense because they represent Jesus’ tents scattered among the peoples with whom we want to dialogue: peoples whose life we want to become part of, and with whom we want to live in communion – an earnest communion. The semina Verbi (seeds of the Word) confirm the presence of God among these peoples. They are very well singled out in some documents of the Second Vatican Council. In the declaration Nostra Aetate, that deals with the relation between the Catholic Church and non-Christian religions, special attention is paid to religious experiences, which are considered elements leading to Christ.
Discovering that the seeds of the Word are already present doesn’t exempt us from becoming Jesus among the people and from bringing his clear message: God is a dad, God loves us, God has become our brother to talk with us. There are things that make life beautiful, whatever the situation we are going through.
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From what you are saying, we can come to the conclusion that there are many ways to live the mission. Is this correct?
Yes, there are many ways to live the mission. Some of us are called to follow Jesus more closely, through an evangelical itinerancy, in poverty and communion, which are essential elements. Itinerancy, communion, poverty: these manners typify the dispatch of missionaries.
Since the pandemic started, I have been trying to learn the use of technological tools to be able to communicate with many people that are in touch with me. Every day, I communicate a thought from the Gospel. We don’t know whether tomorrow we will still be here, but the Gospel opens the door: there is not only this earthly stage. The Gospel prompts me to read what is happening and find a way to express it, that is, to look at Covid-19 through the eyes of the Gospel. I also wonder how much we communicate among ourselves during this time. In order to live, manifest, and help the growth of faith, do we take advantage of the means technology provides us with? This is a missionary commitment.
There are those who are called to initiate a dialogue with other religions. I once met a person that has started a dialogue with Daoism. “I have attended the consecration of a Daoist priest, – he told me – it contains much more than what I had imagined.”
I think it’s very important to reflect on the real subject of mission, of any mission: it is the sacramental character of Christ’s event, God that has become man. It is a presence so great that cannot be contained within the borders of the visible Church, which, of course, exists and is a gift. Saint Augustine had already said that many who seem to be outsiders are actually insiders, whereas many who seem insiders are actually outsiders.
We cannot water down the validity of the Christological event that we celebrate but, at the same time, we must acknowledge the legitimate plurality of religions, which is an expression of God’s creativity as God of the chosen people and God of alliances. God is at work, he is sowing throughout the world.
Towards the conclusion of Novo Millennio Ineunte, John Paul II affirms very clearly that the Holy Spirit is at work in such a manner that many times we disciples, we missionaries, need to listen to, experience and learn from brothers and sisters that apparently belong to other human and religious realities. The Church is not only teacher, she is also disciple. At times we receive certain lessons that are lived out in communion with us, even if unknowingly, by persons who are not inside the Church. The Church is a gift, but not the only one. The biggest gift is God that with his Spirit welcomes and embraces everyone.
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How do you live the mission through suffering? How do you think is possible to live mission with other elderly and sick?
How can we live together despite being aware of our own limits? There is only one answer: “Love!” I don’t have anything else to say. If you have an open heart, those who are near you certainly will not change their temperament or age, but little by little, will feel that you love them, and this makes a big change. The first door of dialogue is love, it is caring about others in simplicity.
Jesus does what I also would have liked to do many times, maybe I also did it, but with much effort. Therefore, I invite to have courage, to keep profound relationships, knowing that God is the Lord. We are not the Lord. We are his creatures, his children in Baptism, sons through adoption: let’s live it earnestly.
I believe that the message that comes to us from our communion and the communion we have with others is very important. In Congo I met with many different realities: prison, war… For me, discovering the richness that is in every person and culture has been reason for great peace. A gentleman in Burundi used to tell young people: “Just because you have spent a period of engagement, what do you think you know about the other? The other is a mystery!” One day I celebrated Mass under a big tree. At the end, the chief of the community told me: “That one is a sacred tree for us: through it, communion finds greater expression.” There is so much to learn even from animism.
One person has told me: “The true initiation is the last one (there are various stages in spiritual life). By the time you roll up the scroll, God will show you the sense of all things, but I tell you that the world is so beautiful that it deserves that you walk the path of the great river, because God has certainly spoken somewhere.” One cannot deny there is an element of faith in this man when he says: “God has certainly spoken somewhere.”
And then, there is he who believes in humanity: believes in the dignity of the person, understands that being brother makes one more human, and brings with himself the great questions such as “what will be our future?” Communion with others helps us realise that plan which God alone knows.
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How were you able to forgive the person that caused the road accident to which you fell victim?
I experienced a first accident in 1969. The second accident happened while we were going to Loreto: we got hit by another car. I saw the events of the accidents and could testify. What I wished was that responsibilities be clearly determined, but I have never felt any resentment. I didn’t have any problem in forgiving. I know it’s part of our human nature to make mistakes. Of course, we are left with pain and this must be faced with patience. The Lord gives us strength. However, I repeat, I didn’t feel the need to forgive: the accident just happened, and nobody had to be forgiven.
The first accident happened as I was about to depart for Japan. On that occasion I thought: “I’m not going to mission because I have good legs or because I am strong. I’m going to mission because of my faith in Jesus.”
Entretien avec le p. Silvio Turazzi sx
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Pourquoi la mission? Pourquoi l'Église et chaque communauté chrétienne doivent-elles être missionnaires?
Pourquoi la mission? Parce que Jésus l’a voulue. Jésus a voulu que certaines personnes, les douze apôtres et les soixante-douze disciples, aient la tâche d'être sa présence particulière dans le monde: pour l'annoncer, le montrer et le dire à tout le monde. L'Église ne peut que suivre les traces de Jésus.
Avec joie, je vois que le Saint-Esprit fait de l'Église non pas une boîte fermée, mais une réalité dynamique; dynamique parce que Jésus lui-même a dit: "L'Esprit vous conduira dans la vérité tout entière" (Jn 16,13). L'Esprit est le vrai protagoniste de la mission.
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Qu'est-ce que le missionnaire pense lorsqu'il part? Qu'est-ce qui le met en mouvement?
Je pense que c'est Jésus qui le pousse, c'est la rencontre avec lui. J'ai appris que nous sommes appelés à aller avec notre humanité, mais nous portons Jésus et nous partons au nom de Jésus, avec Jésus. Nous essayons d'être attentifs à la réalité dans laquelle nous vivons ; il y a aussi un échange culturel entre celui qui est accueilli e celui qui accueille ; mais l'élément fondamental c'est la certitude que nous allons avec ce que Jésus nous a montré: Jésus nous a dit que nous pouvons appeler le Père "papa"; il nous a dit de nous pardonner les uns les autres, de pardonner même aux ennemis; «Aimez, aimez toujours, aimez tous».
En tout cela, nous trouvons la raison de « partir », sans limiter l’œuvre de l'Esprit qui conduit avec une manière que seul Dieu connaît. Nous vivons comme Jésus, nous allons au nom de Jésus. C’est une chose très grande et très belle.
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Avec tant de problèmes de notre monde, et aujourd'hui que nous sommes tellement pris dans cette pandémie, la mission est-elle toujours d'actualité?
Je vis avec une grande joie ce moment. C'est une période difficile à cause de la pandémie et nous sommes également appelés à voir toutes les pandémies qui existent: les réfugiés, les enfants qui meurent de faim, les guerres, l'économie qui isole les pays les uns des autres ... La Famille voulue par Dieu n’existe pas.Ce temps est notre temps ; c'est pourquoi je le vis dans une fidélité joyeuse, sans prétendre de revivre le passé. Le pape François nous rappelle que nous ne vivons pas dans une époque de changements, mais dans un changement d'époque.
Il y a ceux qui sont indifférents et ceux qui se moquent de notre foi. Nous devons savoir affronter cette réalité comme Jésus faisait avec son temps. L'expérience vue avec le regard de Jésus est très belle. Jésus se lie aux faits, aux frères qu'il rencontre: "L'Esprit du Seigneur est sur moi et m'envoie annoncer la bonne nouvelle aux pauvres ..." (Lc 4, 18) ; Jésus s'unit à ceux qui souffrent, libère du mal, nourrit le peuple, redonne la vie au fils de la veuve de Naïm, rencontre Zachée…
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Pouvez-vous nous donner quelques exemples de missions en temps de pandémie?
Nous pouvons toujours vivre les propositions que Jésus a vécues. Restons unis entre nous, essayons d'être unis à travers les moyens que nous pouvons utiliser pendant cette pandémie. Cette communion n'est pas une petite chose.
Quand nous partons en mission, on nous demande d'être pauvres, une pauvreté qui nous détache de nous-mêmes. Un de mes amis d'hôpital partageait la même chambre avec une autre personne et ils n'avaient qu'une seule bouteille d'oxygène; comme l'autre était plus jeune, il a choisi de la lui donner. Il était tranquille. Il est mort tranquillement. Vivre comme Jésus nous a enseigné. C’est très important.
Sur le plan pastoral, les possibilités sont nombreuses, inspirées par notre courage et notre créativité; nous ne pouvons pas rester assis sur le balcon quand les autres passent en dessous. Nous aussi, nous sommes des pauvres gens, nous avons besoin des autres. Nous pouvons vivre la mission ici comme ailleurs.
Chaque jour, j'écris un petit message, qui est une parole de l'Évangile. J’encourage à croire que le plus grand cadeau que Dieu nous fait sera celui d'aller au ciel. C'est un don, ce n'est pas une honte! Vivre avec cette attitude dans nos cœurs, je pense, est déjà une manière d'évangéliser. Je ne suivrais pas Jésus si ce n'était pas beau d'être avec lui, s'il n'y avait plus de joie d'être avec lui ... Je suis convaincu qu'avec lui il y a une perspective d'avenir qu'il n'y en a pas ailleurs: il y a un présent, il y a un passé, qu'il lave de son sang, et il y a un avenir vrai et certain, qu'il nous assure. Quand je dis ces choses, quelqu'un dit: "Tu croies toujours aux contes de fées…". Je réponds: «Dis-moi, quelle est l'alternative? En quoi crois-tu? " Ma sœur se rend à la paroisse et prépare les colis qu'ils apportent aux familles plus pauvres et nécessiteuses. Ces dons ne sont pas grand-chose, mais ils sont des relations.
Je crois qu'il est important avoir des relations, avoir le courage, avec prudence, de vivre des relations. C'est essentiel. Bien vivre les relations devient mission. Quand je suis allé chez Don Oreste Benzi à la "Casa Betania", je ne savais pas qui étaient les malades et qui étaient les sains; je comprenais qu'il n'y avait qu'un seul cœur. Il me semblait que c'était ça être amoureux de Jésus. Si j'ai une belle chose, pourquoi ne pas la partager? Les belles choses on les partage. L'Évangile est beau et doit être partagé.
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Quelles sont les convictions principales qui soutiennent le missionnaire dans son travail?
La première conviction : je pense que nous devons toujours penser à la façon dont Jésus a vécu ... Il n'avait pas de "programme défini". Son programme était le Père. Il était «conduit par le Saint-Esprit» (Mt 4: 1). Petit à petit qu’il rencontrait les gens, il les a rapprochés du programme de Dieu. Il va à Jérusalem, entre dans le temple et chasse ceux qui ont profité de la maison du Père pour gagner de l'argent. Pour lui, la loi a un cœur, elle n'est pas faite seulement d’interdits ...
Je vois ce que fait le Pape François sur cette voie. Il y a ceux qui pensent que le pape ait un programme de renouvellement déjà fixé. Non, il n'a d'autre programme que de vivre avec les gens, de partager leurs problèmes et de les affronter un par un. Certains faits me viennent à l'esprit: la couronne de fleurs qu’il a jeté dans la mer Méditerranée en souvenir des morts; la lettre encyclique Laudato si’ inspirée par le patriarche Bartholomée; le Haut Commissaire des chefs religieux avec qui on a célébré la Journée de prière, de jeûne et d'œuvres de charité; l'encyclique Fratelli tutti inspirée par le dialogue avec le Grand Imam à Abu Dhabi, le pacte éducatif mondial (prévu pour l'année dernière, mais non tenu à cause de la pandémie covid-19). Le concile Vatican II porte en soi ces germes. Je pense qu'il est très important de se référer à l’idée selon laquelle le pluralisme est un cadeau; que ce soit le pluralisme des religions ou la diversité des couleurs de la peau, du sexe, de l'homme et de la femme ... sont des dons voulus par Dieu le Créateur.
Une autre conviction importante est que nous sommes avec le Ressuscité, qui est vivant parmi nous. De la Pentecôte jusqu’aujourd'hui, Dieu agit dans l'Église, il donne force et courage (parrhésie) à ses disciples: «Ce que nous avons vu, nous vous l'annonçons» (1 Jn 1,3). Être au milieu du peuple est une responsabilité pour nous prêtres: nous ne devons pas garder les bras croisés et rester à la fenêtre. Parfois, nous pouvons être tentés de rester loin des blessures du Seigneur ou d'être envahis par la lassitude et la méfiance. Si nous n'avons pas de rencontre quotidienne avec le Ressuscité, nous nous sentons fatigués: nous n'avons pas la force d'être pleinement nous-mêmes si nous ne rencontrons pas Jésus vivant. Dès cette rencontre prend élan le kérygme.
Mais la mission n'est pas confiée uniquement aux prêtres, elle est également confiée aux «soixante-douze», qui sont les disciples. Nous sommes tous appelés à être la Parole, une Parole vivante, faite de vie. Les disciples étaient fous de joie parce que le Ressuscité était avec eux, Jésus était vivant, même si d'une manière différente qu'avant. Quand les disciples sont descendus après la dernière apparition, après que Jésus est monté au ciel, l'Évangile dit qu'ils étaient heureux parce qu'ils avaient compris que Jésus serait resté toujours avec eux. Jésus a dit: "Si vous m'aimiez, vous seriez dans la joie puisque je pars vers le Père... Je serai toujours avec vous" (Jn 14, 28; Mt 28, 20). Mais c'est d'une autre manière ; pour cette raison, au début, ils ne remarquent pas sa présence, comme cela est arrivé aux disciples d'Emmaüs.
Le temps que nous vivons est notre temps, c'est le temps où le Seigneur nous appelle à être ses apôtres et ses disciples. Il nous appelle à être audacieux et créatifs, tous. Dans quelle mesure participons-nous à sa mission? Ce sont des questions décisives pour notre conversion.
Une autre conviction pour nous prêtres est que nous devons toujours nous souvenir que Jésus se confie à nous par les sacrements, qui sont ex opera operantis Christi: c'est Jésus qui travaille, c'est Jésus lui-même qui baptise, confesse ... Il le fait à travers nous. C'est aussi une mission.
Enfin, une conviction très forte nous vient du fait que Jésus est mort pour tous, donc, comme le dit Gaudium et spes au n.22, nous devons reconnaitre que l'Esprit Saint donne à tous l'opportunité d'être associés au mystère pascal « de la manière que seul Dieu connaît ».
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Pouvez-vous nous dire comment, dans la pratique quotidienne, vous voyez l'œuvre du Saint-Esprit dans les gens?
Quand je célèbre la messe, je sais que ce n'est pas ma messe: c'est la messe de Jésus. La messe entre dans le mémorial qui me relie au monde entier, de l'Est à Ouest, du Sud au Nord "à la manière que Dieu sait". Notre expérience est très limitée. Dieu nous demande de planter sa tente chez tous les peuples. Il a voulu devenir homme pour être avec les hommes. En même temps, il reconnaît et légitime la pluralité religieuse, expression de la créativité du Dieu de l'élection et du Dieu des alliances.
La majorité des gens ne croit pas, mais chaque personne est voulue et créée à l'image de Dieu. Leur être existe parce qu'il est lié à Dieu qui les aime. Les alliances que Dieu noue - celle avec Noé, avec Abraham, avec Moïse - ne se rompent jamais, elles restent toujours présentes.
La mission a sa propre consistance; Jésus Christ a fait place à l'être humain tout entier, sans barrières, pour revitaliser l'homme: tel est le contenu théologique de la descente du Christ aux enfers. Il y a une profondeur particulière dans ce mot, «descente aux enfers». Jésus continue d'avoir une relation directe avec ceux qui viennent en sa présence. Le pape Benoît XVI parlait du "regard miséricordieux du Christ". Il y a un regard miséricordieux du Christ qui purifie le cœur, comme un feu, de tout ce qui empêche le rapport vrai avec Lui et avec les autres.
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Vous disiez que le pluralisme est un don, même le pluralisme religieux. Quel rapport existe-t-il entre le mandat de l'annonce de l'Évangile et le pluralisme religieux?
J'ai essayé d'approfondir les différentes confessions religieuses, à partir de l'animisme, l'hindouisme, l'islam... Quant à l'animisme, par exemple, il faut comprendre que c'est une façon d'aller vers le Père à travers les ancêtres. Les premiers missionnaires xavériens qui sont allés en Chine ne pouvaient pas comprendre que le taoïsme parvient même à formuler, d'une certaine manière, la Trinité: dans le symbole de la religion taoïste, le Taijitu, il y a une force positive et une force négative toujours liées, mais à l'intérieur il y a deux points, l’un blanc sur noir et l’autre noir sur blanc, qui représentent l'Esprit qui unit l'une à l'autre (force). Au contraire, le confucianisme a une direction plus sociale, plus pratique. Au début, les missionnaires ne comprenaient pas qu'il y avait quelque chose de profond dans cette expression religieuse.
Le document signé par le Pape François et le Grand Imam d'Al-Azhar, Ahmad Al-Taylor, sur la fraternité humaine et l'encyclique «Fratelli tutti» ont été préparés, dans l'écoute réciproque, avec le monde musulman. Ceci pour exprimer le lien qui s’établit entre frères de différentes religions et pour donner l’élan à l’urgence de devenir l’unique famille humaine, comme le demande Jésus: «Père, qu’ils soient un» (Jn 17, 21).
Et les missions? Elles ont un sens parce qu'elles sont les tentes de Jésus plantées au milieu des peuples avec lesquels on veut dialoguer, entrer dans leur vie, être en communion avec eux, une communion sérieuse. Les Semina Verbi (les germes du Verbe, Ndr) expriment la présence de Dieu parmi ces peuples. Dans certains documents du Concile Vatican II ils sont très bien indiqués. Dans la déclaration Nostra Aetate, qui concerne les relations entre l'Église catholique et les religions non chrétiennes, on envisage la relation avec d’autres expériences religieuses qui gardent en soi des éléments qui conduisent au Christ.
Découvrir que les germes de la Parole existent déjà ne nous dispense pas d'être Jésus parmi les peuples et de porter son message clair: Dieu est papa, Dieu nous aime, Dieu s'est fait notre frère pour nous parler. Il y a des choses qui rendent la vie belle, quelle que soit la situation que nous vivons.
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D'après ce que vous dites, nous pouvons affirmer qu'il existe plusieurs façons de vivre la mission. Est-ce vrai?
Oui, il existe plusieurs façons de vivre la mission. Certains d'entre nous sont appelés à suivre Jésus de près, dans une itinérance évangélique, dans la pauvreté et dans la communion ; ce sont des éléments essentiels. L’itinérance, la communion, la pauvreté sont les modalités d'envoi.
Depuis le début de la pandémie, j'ai essayé d'apprendre à utiliser les outils technologiques pour pouvoir communiquer avec de nombreuses personnes qui me suivent. Je communique chaque jour une pensée de l'Évangile. Nous ne savons pas si demain nous serons encore là, mais l'Évangile nous ouvre la porte: il n'y a pas seulement cette étape terrestre. L'Évangile me pousse à lire ce qui se passe et à trouver un moyen de l'exprimer: le Covid-19 vu à travers les yeux de l'Évangile. Je me demande aussi à quel point nous communiquons entre nous. Profitons-nous des moyens que la technologie nous donne pour vivre, manifester, aider à la croissance de la foi? Ceci est mission.Il y a ceux qui sont appelés à entamer le dialogue avec d’autres religions. J'ai rencontré une personne qui a entamé le dialogue avec le taoïsme: «J'ai été témoin de la consécration d'un prêtre taoïste, m'a-t-il dit, il y a bien plus de ce que j'imaginais».
Il me semble très important de réfléchir sur le véritable sujet de la mission, de chaque mission: c'est le caractère sacramentel de l'événement Christ, Dieu qui s'est fait homme; c'est une si grande présence qu'elle ne s’enferme pas dans les limites de l'Église visible, qui existe aussi et qui est un don. Déjà Saint Augustin disait que beaucoup de ceux qui semblent être à l'extérieur sont en réalité à l'intérieur, et beaucoup de ceux qui semblent être à l'intérieur sont à l'extérieur.
Nous ne pouvons pas réduire la validité de l'événement christologique que nous célébrons, mais en même temps nous devons reconnaître la légitimité de la pluralité religieuse, qui est une expression de la créativité du Dieu de l'élection et des alliances. Dieu est à l’œuvre, il sème dans le monde.Jean-Paul II, à la fin de Novo Millennio Ineunte, affirme très clairement que souvent le Saint-Esprit opère de telle sorte que, nous disciples, nous missionnaires, avons besoin d'écouter, de revivre et d'apprendre de ces frères et sœurs qui sont, apparemment, d'autres réalités humaines ou religieuses. L'Église n'est pas seulement maîtresse, elle est aussi disciple. Parfois de manière inconsciente, nous recevons des enseignements – vécus en communion avec nous – venant des personnes qui ne font pas partie de l'Église. L'Église est un don, mais ce n'est pas le seul. Le premier grand don est Dieu qui, avec son Esprit, nous rassemble et nous embrasse tous.
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Comment vivez-vous la mission dans la souffrance et comment pensez-vous qu’on puisse vivre avec d'autres personnes âgées et malades?
Comment vivre ensemble en connaissant ses propres limites? Il n'y a qu'une seule réponse: "Aime!" Je n'ai rien d'autre à dire. Petit à petit, si vous avez le cœur ouvert, ceux qui vous entourent peut-être ne changent ni de caractère ni d'âge, mais ils sentent que vous les aimez et cela change tout. La première porte du dialogue est l'amour, aimer avec simplicité.Jésus fait ce que je voulais faire plusieurs fois et peut-être je l'ai fait, en travaillant avec tant de fatigue. Par conséquent, j’invite à avoir du courage, à vivre profondément les relations, en sachant que Dieu est le Seigneur. Nous, nous ne sommes pas le Seigneur. Nous sommes ses créatures, nous sommes ses enfants dans le baptême, des enfants d'adoption: vivons-le sérieusement.
Je crois que le message qui nous vient de la communion entre nous et aussi avec les autres est très important. Au Congo j'ai rencontré de nombreuses réalités différentes, la prison, la guerre ... Pour moi ça a été motif de grande paix découvrir la richesse de chaque personne et de chaque culture. Un homme du Burundi disait aux jeunes: «Que pensez-vous savoir de l'autre seulement parce que vous avez eu un temps de fiançailles? L'autre est un mystère! ». Un jour, j'ai célébré la messe sous un grand arbre. A la fin, le chef de la communauté m'a dit: «Celui-ci pour nous est un arbre sacré: en lui s'exprime une plus grande communion». Il y a beaucoup à apprendre de l'animisme.
Une personne m'a dit: «La véritable initiation est la dernière (il y a différentes étapes dans la vie spirituelle). Lorsque vous aurez terminé le rouleau, Dieu vous montrera le sens des choses, mais je vous dis que le monde est si beau qu'il mérite que vous parcouriez la grande rivière parce que Dieu a certainement parlé quelque part ». On ne peut pas penser qu'il n'y ait pas un élément de foi chez cet homme qui dit: "Dieu a certainement parlé quelque part".
Ensuite, il y a ceux qui croient en l'homme: ceux qui croient en la dignité de la personne, ceux qui sentent que la fraternité rend plus humain et ceux qui portent les grandes questions "quel sera notre futur?" La communion avec les autres nous aide à réaliser ce plan que Dieu connaît.
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Comment avez-vous pardonné à la personne qui vous a impliqué dans l'accident de voiture dont vous avez été victime?
J'ai vécu le premier accident en 1969. Dans le deuxième accident, nous allions à Loreto et nous avons été écrasés. J'ai vu comment s’est produit l’accident et je pouvais témoigner. Ce que je désirais, c'était que la responsabilité soit claire, mais je n'ai jamais éprouvé de ressentiment. Je n'ai eu aucun problème à pardonner. Je sais que se tromper fait partie de notre nature humaine. Alors la douleur est là et doit être vécue avec patience. Le Seigneur donne la force. Mais, je le répète, je n'ai pas eu besoin de pardonner. C’est arrivé et c’est tout. Il n'y avait personne à pouvoir pardonner.
Le premier accident s'est produit dans l'imminence du départ que j'aurais dû faire pour le Japon. J'ai pensé: «Je ne vais pas en mission parce que j'ai de bonnes jambes, parce que je suis fort, je pars en mission pour la foi en Jésus».
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