Dal tempio Honganji di Kumamoto un appello alla dignità della vita.
In Giappone la pena di morte è ancora prevista per chi ha commesso più di un omicidio, e l’opinione pubblica continua a sostenerla in larga misura: circa il novanta per cento dei cittadini la ritiene necessaria. In questo contesto, sabato 3 ottobre 2026, si è svolta nel tempio Honganji Kumamoto Betsuin una celebrazione decisamente insolita e coraggiosa.
I ventiquattro cappellani carcerari delle diverse religioni che operano nel carcere di Kumamoto hanno scelto di festeggiare il 150º anniversario del loro gruppo con una manifestazione pubblica. Si tratta del gruppo di cappellani più antico del Giappone, e anche uno dei più strutturati e collaborativi. Sotto la guida dell’attuale responsabile, il bonzo Kai, l’evento è stato presentato come una semplice illustrazione del lavoro dei cappellani. In realtà, il desiderio condiviso era quello di lanciare un appello alla società: chiedere maggiore attenzione alla vita dei detenuti e promuovere l’abolizione della pena di morte.
Per regolamento, i cappellani non possono parlare pubblicamente in modo diretto contro la pena capitale. Tuttavia, tutti — cappellani e personale carcerario — desiderano che il sistema penitenziario giapponese imbocchi con decisione la strada del recupero delle persone che hanno sbagliato, attraverso educazione, cura e riabilitazione. La legge giapponese, recentemente modificata, va proprio in questa direzione: non più solo punire, ma aiutare a ricostruire. Per questo i cappellani sperano che tale orientamento possa diventare pienamente reale anche con l’abolizione della pena di morte.
All’evento era presente il direttore delle carceri, che ha rivolto un breve saluto. La conferenza principale è stata affidata al regista Mori, noto per i suoi film e libri contro la pena capitale, che ha parlato dell’importanza della religione nella società contemporanea. È stato poi proiettato un video che presentava i cappellani delle varie religioni e le attività che svolgono durante l’anno a favore dei detenuti.
Un momento particolarmente significativo è stata la testimonianza del bonzo Goto, che ha concluso gli interventi raccontando i suoi quarantatré anni di servizio come cappellano, terminati lo scorso giugno per raggiunti limiti di età. Come vuole la tradizione locale, gli è stato offerto un mazzo di fiori in segno di gratitudine.
Negli ambienti del tempio erano esposti oggetti realizzati dai detenuti del carcere di Kumamoto, disponibili anche per l’acquisto. Nonostante la pubblicizzazione tramite poster, volantini, stampa e televisione locale, la partecipazione del pubblico è stata limitata: circa ottanta persone. In Giappone, infatti, le carceri restano circondate da un forte riserbo; la vita dei detenuti non fa notizia e della pena di morte si parla raramente.
Con questa celebrazione, il nostro intento era attirare l’attenzione della società su realtà spesso dimenticate. Non chiediamo soltanto l’abolizione della pena di morte: desideriamo che le carceri diventino luoghi più umani, capaci di restituire dignità e futuro. Abbiamo organizzato questo evento perché crediamo in una società migliore e in un rispetto più profondo per la vita di ogni essere umano.
Una voce che grida nel deserto, forse. Ma una voce necessaria.
Anch’io, cappellano cattolico, sono in prima fila in questo cammino: il mio servizio comprende il dialogo e la collaborazione con le altre religioni, e l’annuncio del Vangelo nella società giapponese, con delicatezza e rispetto.
Cappellano cattolico del carcere di Kumamoto
P. Silvano Da Roit sx
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