Dal giorno in cui la Direzione generale mi chiese di preparare un programma di tre mesi per la formazione permanente, questo urgenza – la formazione permanente – è stata per me un tema di continua riflessione, ricerca ed esperienza. Da subito mi sorse la domanda: come può chiamarsi permanente un periodo di 80/90 giorni? Permanente significa ogni mese, ogni settimana, ogni giorno. Sono andato immaginando, per il mio programma di vita, qualche sistema che mi aiutasse a vivere la “permanenza”. Scelsi l’abbonamento alla rivista biblica Parola Spirito e Vita. Mi ha aiutato a leggere e in parte meditare due volumetti ogni anno. Permanente, per quasi cinquanta anni, era iniziata nel gennaio 1880. Ora possiedo una collezione completa di 92 testi.
Un’altra strategia: leggere i documenti pontifici per cercare cammini paralleli ai nostri documenti di fondazione. Ne ho già anche scritto. É una allegria per il saveriano scoprire che un principio ora ricordato più di 20 volte nella Magnifica Humanitas è già nelle nostre costituzioni dal 1983: il principio di sussidiarietà. Una allegria e, credo, un santo orgoglio: il fondatore della mia famiglia missionaria è stato, in certo senso, un profeta.
Nelle primissime costituzioni redatte dal Fondatore incontriamo un inciso che mi ha sempre mantenuto in crisi, nel mio apostolato con i giovani in Londrina così come nel mio camminare insieme a giovani che erano alla ricerca della propria vocazione: SENZA ALTERARE L’INDOLE (C21 178; RF 69).
È una meravigliosa avventura, forse la stessa avventura della santità: vivere e lavorare in comunione dando il contributo della propria personalità. Realizzare progetti che tendono al bene comune, offrendo le ricchezze della propria indole.
La “persona”, la “dignità della persona”, unica e irrepetibile, rispettata, ma senza privarla di una spiritualità confortiana e un cammino di santità cristiana nell’ambito del carisma saveriano. Formare il saveriano: santamente gaio, disinvolto, cortese, leale e forte… Ma… Senza alterarne l’indole.
Siamo al cuore della MH che ci è indicato già dal sottotitolo: custodire la persona umana! In negativo: senza alterare l’indole dei suoi alunni.
Più di cento volte ritorna la parola “dignità” della persona, della vita, del lavoro. La persona umana è un terreno sacro:
«Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». (Es 3,5)
Papa Leone avverte:
Evitiamo, dunque, la “sindrome di Babele”: l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni. Questo è il rischio della disumanizzazione – costruire il futuro escludendo Dio e riducendo l’altro a mezzo –, una tentazione antica e sempre nuova, che oggi assume anche un volto tecnico. (MH 10).
Avere una unica lingua (Gn 11,1) non significa essere d’accordo; scoprire nuove tecniche (i mattoni, Gn 1,3) non significa necessariamente progresso; Farsi un nome ed essere riuniti (Gn 1,4) non significa essere uniti, camminare insieme.
Nota Leone XIV:
Il progetto nasconde una profonda insidia: è un’opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione (MH 7).
E quando, verso la fine del testo, il Papa è costretto a constatare nell’attualità nichilismo e pragmatismo, estremismi religiosi e fanatismi identitari, economicismo irrazionale e disinformazione, constata che l’altro, il diverso, è divenuto minaccia:
Così la diversità dell’altro è sempre più vissuta come minaccia, alimentando desiderio di possesso, volontà di dominio, ambizioni egemoniche, abusi di potere e paura della differenza, e preparando un terreno nel quale nuovi conflitti possono maturare quasi senza che ce ne accorgiamo (MH 206).
Citando Giovanni Paolo II, ricorda che ogni persona è unica:
il senso più acuto della dignità della persona umana e della sua unicità, come anche del rispetto dovuto al cammino della coscienza, costituisce certamente un’acquisizione positiva della cultura moderna (MH 51).
Per costruire una città come è indicata in Neemia, secondo Agostino “la città di Dio” e nel dire di Paolo VI “la civiltà dell’amore” occorre trasformare
la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità. E, dentro questa opera condivisa, i cristiani trovano la loro forma propria di costruire: orientare l’agire a Dio, perché alla sua luce il pluralismo non si disperda nel disordine, ma, nella pratica della sinodalità, diventi lo spazio in cui l’umanità ritrova le sue solide fondamenta e il suo fine ultimo (MH 10).
Accogliere, apprezzare e valorizzare le diversità
È un’opera che ha Dio al centro e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre. L’antica Gerusalemme ritrova così una lingua comune, non quella dell’uniformità, ma quella della comunione: l’armonia che nasce quando ciascuno si assume la propria parte e tutto il popolo riconosce che la sua forza viene dal Signore (MH 8).
E siamo al sogno del Conforti per la convivenza dei saveriani. In lui diventa un canto:
Oh, quanto dolce e cosa buona ella è, esclama il salmista, che i fratelli siano insieme uniti. Voglia il Cielo che il sodalizio nostro abbia sempre a offrire di sé questo spettacolo consolante (CT 9).
E il canto diventa evangelizzazione, diventa spettacolo, che annuncia e testimonia la possibilità concreta di un mondo diverso, di una umanità che si riscopre famiglia e una famiglia umana chiamata a diventare in Cristo famiglia divina.
La verità del Vangelo non si impone dall’alto, ma cresce nel tempo, dentro l’intreccio concreto delle vite, delle comunità e delle culture. È una verità che non teme la diversità, ma la accoglie e la ordina; che non elimina i conflitti, ma li trasfigura; che ricompone ciò che la storia tende a disperdere. Da qui anche l’immagine del poliedro, una figura dalle molte facce, nelle quali si riflette, da angolature diverse, la stessa verità del Vangelo (MH 25).
Lo sviluppo è integrale quando non si riduce all’ambito economico, ma promuove la qualità della vita nelle sue dimensioni spirituali, culturali, morali e relazionali, nel rispetto della Casa comune, della diversità dei popoli e dei loro modi di vivere (MH 83).
Nella fedeltà umile di ogni giorno, anche il tempo dell’IA può diventare un passaggio in cui lo Spirito fa maturare la civiltà dell’amore nella nostra vita: il Signore continua a fare nuove tutte le cose e mantiene aperta per ogni epoca la possibilità di diventare storia di salvezza alla luce dell’Incarnazione (MH 245).
Pe. Alfiero s.x.
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