CASA MADRE – Si è conclusa oggi la prima parte del convegno saveriano dedicato al volto umano, quella del “vedere”. Dopo le giornate dedicate alla prospettiva interculturale e a quella psicologica, la terza giornata ha affidato la parola alla filosofia, al mondo digitale e all’arte, con padre Tiziano Tosolini come protagonista.
Missionario saveriano, dottore in filosofia all’Università di Glasgow, docente associato presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma e fondatore del Centro Studi Asiatico dei saveriani in Asia, padre Tiziano ha condotto i partecipanti attraverso due grandi affreschi: il volto nella filosofia di Emmanuel Levinas e la sfida del volto nell’era digitale.
Levinas e la filosofia del volto
La riflessione mattutina è partita dalla fenomenologia, la corrente filosofica novecentesca che si interroga su cosa ci si mostra quando guardiamo la realtà. Da lì, padre Tiziano ha introdotto la figura di Emmanuel Levinas, filosofo ebreo (1905–1995) che ha vissuto le persecuzioni naziste e la deportazione in campo di concentramento.
Per Levinas, il volto non è soltanto una bella metafora: è il cuore di tutta la sua filosofia, nata da una sofferenza acuta e da un’esperienza storica ben precisa.
Il punto di partenza è la distinzione tra bisogno e desiderio. Il bisogno — fame, sete, riconoscimento — può essere soddisfatto e placato. Il desiderio, invece, è qualcosa che abita l’uomo senza mai poter essere appagato: è il desiderio dell’infinito e dell’invisibile. Ogni desiderio soddisfatto ne genera uno più grande. Citando Cartesio, padre Tiziano ha spiegato come l’idea dell’infinito non possa venire da noi stessi, esseri finiti: deve essere stata messa in noi da un essere infinito. È Dio che ha deposto in noi il desiderio di lui.
Levinas collega questo desiderio al volto dell’altro. Il volto non è il colore degli occhi, la forma del viso, l’etnia o la lingua: queste sono già categorie, già una riduzione.
Il volto dell’altro distrugge ad ogni istante l’immagine che mi sono fatto di lui. L’altro è sempre al di là di ciò che penso o dico di lui.
Come missionari — ha sottolineato padre Tiziano — partiamo spesso con in testa un’idea del paese e della gente che andiamo a incontrare, e rischiamo di proiettare su di loro ciò che già sappiamo, anziché lasciarci sorprendere dalla loro alterità.
È questa alterità irriducibile dell’altro a generare l’etica. «Il fatto che l’altro sia altro impone una responsabilità» — ha detto padre Tiziano riprendendo Levinas.
Il comando scritto nel volto dell’altro è: non uccidermi. Non solo nel senso fisico, ma: non ridurmi a un numero, non trattarmi come un oggetto, non inglobarmi nelle tue categorie.
La libertà autentica non nasce dall’autoaffermazione, ma dall’incontro con qualcuno che blocca la mia potenza e mi chiede di servirlo.
La riflessione si è chiusa con la domanda della giustizia: in una società di molti, come bilanciare la responsabilità infinita verso ciascun volto? Il Talmud offre una risposta suggestiva: prima del verdetto il giudice non guarderà il volto dell’imputato, perché la giustizia deve fare il suo corso; ma una volta pronunciato il giudizio, guarderà il colpevole — e si ricorderà che la legge, pur necessaria, non è mai pienamente adeguata all’infinità della persona.
Il volto nell’era digitale
Nel secondo intervento padre Tiziano ha spostato lo sguardo sul contesto in cui oggi il volto umano si incontra, o si nasconde. La citazione di apertura era di Paul Ricœur, commentata dal cardinal Ravasi: «Viviamo in un’epoca in cui alla bulimia dei mezzi corrisponde l’anoressia dei fini». Abbiamo tecnologie potenti ma una visione del mondo debole, pasticciata, liquida. Le nuove generazioni hanno tutto ma non sanno dove andare.
Il paradigma culturale del nostro tempo è la rivoluzione digitale, che padre Tiziano ha inquadrato come la quarta rivoluzione della storia dell’umanità secondo il filosofo Luciano Floridi. Dopo Copernico (la terra non è al centro dell’universo), Darwin (l’uomo non è il re del creato) e Freud (l’io non è padrone a casa sua), è Alan Turing — con il prototipo del computer e il celebre test per distinguere uomo da macchina — ad aver inaugurato l’era dell’infosfera: per la prima volta nella storia, un oggetto viene trattato come un soggetto.
Nell’infosfera, siamo ciò che comunichiamo. Non siamo più online o offline: siamo on-life.
L’informazione è disponibile sempre e ovunque, e chi non è connesso semplicemente non esiste. In questo scenario si sgretola il confine tra pubblico e privato: niente di ciò che è personale può restare riservato. I dati diventano la nostra identità, e il vero potere non è più nelle mani dei governi, ma di chi possiede quei dati.
Padre Tiziano ha poi approfondito il concetto di infocrazia — riprendendo il libro di Byung-Chul Han — come lo stadio in cui lo tsunami di informazioni non produce conoscenza ma disorientamento.
L’ideologia, che pure aveva il vantaggio di indicare un obiettivo, è stata sostituita dalla micronarrazione digitale: anziché agire, ci sfoghiamo sulla tastiera e ci illudiamo di aver fatto qualcosa.
L’indignazione si consuma nello sciame digitale senza produrre trasformazione.
Nell’infocrazia ciascuno riceve solo le informazioni che già corrispondono ai propri interessi, rafforzandosi nella propria bolla.
La proposta non è la fuga dalla tecnologia, ma la resistenza consapevole: ristabilire una distanza critica dal flusso delle informazioni, recuperare la lentezza, la concentrazione, la capacità di stare con i propri pensieri. E, soprattutto, insegnare ai giovani ad amare la solitudine — non perché stiano soli, ma perché imparino a stare con sé stessi, condizione necessaria per poi incontrare davvero l’altro.
L’intervento si è chiuso con una domanda sospesa, quasi un esame di coscienza per i partecipanti: In un mondo in cui tutto è visibile, siamo ancora capaci di chiudere gli occhi e di riflettere?
The Face Between Philosophy, the Digital World, and Art: Third Day
CASA MADRE – The first part of the Xaverian conference dedicated to the human face — the part focused on "seeing" — came to a close today. Following days devoted to intercultural and psychological perspectives, the third day gave the floor to philosophy, the digital world, and art, with Father Tiziano Tosolini as the central figure.
A Xaverian missionary, Doctor of Philosophy from the University of Glasgow, Associate Professor at the Pontifical Gregorian University in Rome, and founder of the Xaverians' Asian Studies Center in Asia, Father Tiziano led participants through two sweeping overviews: the face in the philosophy of Emmanuel Levinas, and the challenge of the face in the digital age.
Levinas and the Philosophy of the Face
The morning reflection began with phenomenology, the twentieth-century philosophical movement that asks what reveals itself to us when we look at reality. From there, Father Tiziano introduced the figure of Emmanuel Levinas, a Jewish philosopher (1905–1995) who lived through Nazi persecution and deportation to a concentration camp.
For Levinas, the face is not merely a beautiful metaphor: it is the heart of his entire philosophy, born out of acute suffering and a very specific historical experience.
The starting point is the distinction between need and desire. Need — hunger, thirst, recognition — can be satisfied and quieted. Desire, on the other hand, is something that dwells within a person without ever being fully fulfilled: it is the desire for the infinite and the invisible. Every satisfied desire gives rise to a greater one. Quoting Descartes, Father Tiziano explained how the idea of the infinite cannot come from ourselves, finite beings: it must have been placed in us by an infinite being. It is God who has deposited in us the desire for him.
Levinas connects this desire to the face of the other. The face is not the color of the eyes, the shape of the face, ethnicity, or language: these are already categories, already a reduction.
The face of the other destroys, at every instant, the image I have formed of him. The other is always beyond what I think or say about him.
As missionaries — Father Tiziano emphasized — we often set out with a preconceived idea of the country and people we are going to meet, and we risk projecting onto them what we already know, rather than letting ourselves be surprised by their otherness.
It is this irreducible otherness of the other that gives rise to ethics. "The fact that the other is other imposes a responsibility" — said Father Tiziano, drawing on Levinas.
The commandment written in the face of the other is: do not kill me. Not only in the physical sense, but: do not reduce me to a number, do not treat me as an object, do not absorb me into your categories.
Authentic freedom does not arise from self-affirmation, but from the encounter with someone who halts my power and asks me to serve them.
The reflection concluded with the question of justice: in a society of many, how do we balance the infinite responsibility toward each individual face? The Talmud offers a suggestive answer: before the verdict, the judge will not look at the face of the accused, because justice must take its course; but once the verdict has been pronounced, the judge will look at the guilty party — and will remember that the law, though necessary, is never fully adequate to the infinity of the person.
The Face in the Digital Age
In his second address, Father Tiziano shifted attention to the context in which the human face is encountered — or hidden — today. The opening quotation was from Paul Ricœur, commented upon by Cardinal Ravasi: "We live in an age where a bulimia of means corresponds to an anorexia of ends." We have powerful technologies but a weak, muddled, liquid worldview. The younger generations have everything but do not know where to go.
The cultural paradigm of our time is the digital revolution, which Father Tiziano framed as the fourth revolution in human history according to the philosopher Luciano Floridi. After Copernicus (the earth is not at the center of the universe), Darwin (man is not the pinnacle of creation), and Freud (the ego is not master in its own house), it is Alan Turing — with the prototype of the computer and the famous test to distinguish human from machine — who inaugurated the age of the infosphere: for the first time in history, an object is treated as a subject.
In the infosphere, we are what we communicate. We are no longer online or offline: we are on-life.
Information is available always and everywhere, and those who are not connected simply do not exist. In this scenario, the boundary between public and private crumbles: nothing personal can remain private. Data becomes our identity, and true power no longer rests in the hands of governments, but with those who possess that data.
Father Tiziano then explored the concept of infocracy — drawing on the book by Byung-Chul Han — as the stage in which the tsunami of information produces not knowledge but disorientation.
Ideology, which at least had the advantage of pointing toward a goal, has been replaced by digital micro-narrative: instead of acting, we vent on keyboards and delude ourselves into thinking we have accomplished something.
Indignation is consumed in the digital swarm without producing transformation.
In infocracy, each person receives only the information that already aligns with their own interests, reinforcing their own bubble.
The proposal is not to flee from technology, but to engage in conscious resistance: re-establishing a critical distance from the information flow, recovering slowness, concentration, the capacity to be with one's own thoughts. And, above all, teaching young people to love solitude — not so that they are alone, but so that they learn to be with themselves, a necessary condition for truly encountering the other.
The address closed with a question left hanging, almost an examination of conscience for the participants: In a world where everything is visible, are we still capable of closing our eyes and reflecting?
El rostro entre la filosofía, lo digital y el arte: tercer día
CASA MADRE – Hoy concluyó la primera parte del congreso xaveriano dedicado al rostro humano, la del «ver». Tras las jornadas dedicadas a la perspectiva intercultural y a la psicológica, la tercera jornada cedió la palabra a la filosofía, al mundo digital y al arte, con el padre Tiziano Tosolini como protagonista.
Misionero xaveriano, doctor en Filosofía por la Universidad de Glasgow, profesor asociado en la Pontificia Universidad Gregoriana de Roma y fundador del Centro de Estudios Asiáticos de los xaverianos en Asia, el padre Tiziano condujo a los participantes a través de dos grandes frescos: el rostro en la filosofía de Emmanuel Levinas y el desafío del rostro en la era digital.
Levinas y la filosofía del rostro
La reflexión matutina partió de la fenomenología, la corriente filosófica del siglo XX que se pregunta qué se nos muestra cuando miramos la realidad. A partir de ahí, el padre Tiziano presentó la figura de Emmanuel Levinas, filósofo judío (1905–1995) que vivió las persecuciones nazis y la deportación a un campo de concentración.
Para Levinas, el rostro no es solo una bella metáfora: es el corazón de toda su filosofía, nacida de un sufrimiento agudo y de una experiencia histórica muy precisa.
El punto de partida es la distinción entre necesidad y deseo. La necesidad —hambre, sed, reconocimiento— puede satisfacerse y calmarse. El deseo, en cambio, es algo que habita al hombre sin poder ser saciado jamás: es el deseo de lo infinito y de lo invisible. Cada deseo satisfecho genera uno mayor. Citando a Descartes, el padre Tiziano explicó cómo la idea del infinito no puede venir de nosotros mismos, seres finitos: debe haber sido puesta en nosotros por un ser infinito. Es Dios quien ha depositado en nosotros el deseo de él.
Levinas vincula este deseo al rostro del otro. El rostro no es el color de los ojos, la forma del semblante, la etnia o la lengua: estas son ya categorías, ya una reducción.
El rostro del otro destruye en cada instante la imagen que me he formado de él. El otro está siempre más allá de lo que pienso o digo de él.
Como misioneros —subrayó el padre Tiziano— partimos a menudo con una idea preconcebida del país y de la gente que vamos a encontrar, y corremos el riesgo de proyectar sobre ellos lo que ya sabemos, en lugar de dejarnos sorprender por su alteridad.
Es esta alteridad irreductible del otro la que genera la ética. «El hecho de que el otro sea otro impone una responsabilidad» —dijo el padre Tiziano retomando a Levinas.
El mandamiento escrito en el rostro del otro es: no me mates. No solo en sentido físico, sino: no me reduzcas a un número, no me trates como un objeto, no me absorba en tus categorías.
La libertad auténtica no nace de la autoafirmación, sino del encuentro con alguien que detiene mi poder y me pide que le sirva.
La reflexión concluyó con la pregunta sobre la justicia: en una sociedad de muchos, ¿cómo equilibrar la responsabilidad infinita hacia cada rostro? El Talmud ofrece una respuesta sugerente: antes del veredicto el juez no mirará el rostro del acusado, porque la justicia debe seguir su curso; pero una vez pronunciada la sentencia, mirará al culpable —y recordará que la ley, aunque necesaria, nunca es plenamente adecuada a la infinitud de la persona.
El rostro en la era digital
En su segunda intervención, el padre Tiziano desplazó la mirada hacia el contexto en el que hoy el rostro humano se encuentra o se oculta. La cita de apertura era de Paul Ricœur, comentada por el cardenal Ravasi: «Vivimos en una época en la que a la bulimia de los medios corresponde la anorexia de los fines». Tenemos tecnologías poderosas pero una visión del mundo débil, confusa, líquida. Las nuevas generaciones lo tienen todo pero no saben adónde ir.
El paradigma cultural de nuestro tiempo es la revolución digital, que el padre Tiziano encuadró como la cuarta revolución de la historia de la humanidad según el filósofo Luciano Floridi. Después de Copérnico (la tierra no está en el centro del universo), Darwin (el hombre no es el rey de la creación) y Freud (el yo no es amo en su propia casa), es Alan Turing —con el prototipo del ordenador y el célebre test para distinguir al hombre de la máquina— quien inauguró la era de la infosfera: por primera vez en la historia, un objeto es tratado como un sujeto.
En la infosfera, somos lo que comunicamos. Ya no estamos en línea o fuera de línea: estamos on-life.
La información está disponible siempre y en todas partes, y quien no está conectado simplemente no existe. En este escenario se desmorona la frontera entre lo público y lo privado: nada de lo personal puede permanecer reservado. Los datos se convierten en nuestra identidad, y el verdadero poder ya no está en manos de los gobiernos, sino de quienes poseen esos datos.
El padre Tiziano profundizó luego en el concepto de infocracia —retomando el libro de Byung-Chul Han— como el estadio en el que el tsunami de información no produce conocimiento sino desorientación.
La ideología, que al menos tenía la ventaja de señalar un objetivo, ha sido sustituida por la micronarración digital: en lugar de actuar, nos desahogamos en el teclado y nos ilusionamos con haber hecho algo.
La indignación se consume en el enjambre digital sin producir transformación.
En la infocracia, cada uno recibe solo la información que ya corresponde a sus propios intereses, reforzándose en su propia burbuja.
La propuesta no es huir de la tecnología, sino la resistencia consciente: restablecer una distancia crítica respecto al flujo de información, recuperar la lentitud, la concentración, la capacidad de estar con los propios pensamientos. Y, sobre todo, enseñar a los jóvenes a amar la soledad —no para que estén solos, sino para que aprendan a estar consigo mismos, condición necesaria para poder encontrar de verdad al otro.
La intervención concluyó con una pregunta suspendida, casi un examen de conciencia para los participantes: ¿En un mundo en el que todo es visible, somos todavía capaces de cerrar los ojos y reflexionar?
Le visage entre philosophie, numérique et art : troisième journée
CASA MADRE – La première partie du congrès xavérien consacré au visage humain — celle du « voir » — s'est achevée aujourd'hui. Après les journées dédiées aux perspectives interculturelles et psychologiques, la troisième journée a donné la parole à la philosophie, au monde numérique et à l'art, avec le père Tiziano Tosolini comme figure centrale.
Missionnaire xavérien, docteur en philosophie de l'Université de Glasgow, professeur associé à l'Université pontificale Grégorienne de Rome et fondateur du Centre d'études asiatiques des xavériens en Asie, le père Tiziano a conduit les participants à travers deux grandes fresques : le visage dans la philosophie d'Emmanuel Levinas et le défi du visage à l'ère numérique.
Levinas et la philosophie du visage
La réflexion matinale est partie de la phénoménologie, courant philosophique du XXe siècle qui s'interroge sur ce qui se montre à nous lorsque nous regardons la réalité. À partir de là, le père Tiziano a introduit la figure d'Emmanuel Levinas, philosophe juif (1905–1995) qui a vécu les persécutions nazies et la déportation en camp de concentration.
Pour Levinas, le visage n'est pas seulement une belle métaphore : il est le cœur de toute sa philosophie, née d'une souffrance aiguë et d'une expérience historique bien précise.
Le point de départ est la distinction entre besoin et désir. Le besoin — faim, soif, reconnaissance — peut être satisfait et apaisé. Le désir, en revanche, est quelque chose qui habite l'homme sans jamais pouvoir être comblé : c'est le désir de l'infini et de l'invisible. Chaque désir satisfait en génère un plus grand. Citant Descartes, le père Tiziano a expliqué comment l'idée de l'infini ne peut venir de nous-mêmes, êtres finis : elle doit avoir été déposée en nous par un être infini. C'est Dieu qui a mis en nous le désir de lui.
Levinas relie ce désir au visage de l'autre. Le visage n'est pas la couleur des yeux, la forme du visage, l'ethnie ou la langue : ce sont déjà des catégories, déjà une réduction.
Le visage de l'autre détruit à chaque instant l'image que je me suis faite de lui. L'autre est toujours au-delà de ce que je pense ou dis de lui.
En tant que missionnaires — a souligné le père Tiziano — nous partons souvent avec en tête une idée du pays et des gens que nous allons rencontrer, et nous risquons de projeter sur eux ce que nous savons déjà, au lieu de nous laisser surprendre par leur altérité.
C'est cette altérité irréductible de l'autre qui génère l'éthique. « Le fait que l'autre soit autre impose une responsabilité » — a dit le père Tiziano en reprenant Levinas.
Le commandement inscrit dans le visage de l'autre est : ne me tue pas. Non seulement au sens physique, mais : ne me réduis pas à un numéro, ne me traite pas comme un objet, ne m'absorbe pas dans tes catégories.
La liberté authentique ne naît pas de l'autoaffirmation, mais de la rencontre avec quelqu'un qui arrête ma puissance et me demande de le servir.
La réflexion s'est conclue par la question de la justice : dans une société de nombreux, comment équilibrer la responsabilité infinie envers chaque visage ? Le Talmud offre une réponse suggestive : avant le verdict, le juge ne regardera pas le visage de l'accusé, car la justice doit suivre son cours ; mais une fois le jugement prononcé, il regardera le coupable — et se souviendra que la loi, bien que nécessaire, n'est jamais pleinement adéquate à l'infinité de la personne.
Le visage à l'ère numérique
Dans son second exposé, le père Tiziano a déplacé le regard vers le contexte dans lequel le visage humain se rencontre — ou se cache — aujourd'hui. La citation d'ouverture était de Paul Ricœur, commentée par le cardinal Ravasi : « Nous vivons à une époque où à la boulimie des moyens correspond l'anorexie des fins. » Nous avons des technologies puissantes mais une vision du monde faible, brouillée, liquide. Les nouvelles générations ont tout mais ne savent pas où aller.
Le paradigme culturel de notre temps est la révolution numérique, que le père Tiziano a inscrite dans le cadre de la quatrième révolution de l'histoire de l'humanité selon le philosophe Luciano Floridi. Après Copernic (la terre n'est pas au centre de l'univers), Darwin (l'homme n'est pas le roi de la création) et Freud (le moi n'est pas maître chez lui), c'est Alan Turing — avec le prototype de l'ordinateur et le célèbre test pour distinguer l'homme de la machine — qui a inauguré l'ère de l'infosphère : pour la première fois dans l'histoire, un objet est traité comme un sujet.
Dans l'infosphère, nous sommes ce que nous communiquons. Nous ne sommes plus en ligne ou hors ligne : nous sommes on-life.
L'information est disponible toujours et partout, et celui qui n'est pas connecté n'existe tout simplement pas. Dans ce scénario, la frontière entre public et privé s'effrite : rien de personnel ne peut rester confidentiel. Les données deviennent notre identité, et le vrai pouvoir n'est plus entre les mains des gouvernements, mais de ceux qui possèdent ces données.
Le père Tiziano a ensuite approfondi le concept d'infocratie — en reprenant le livre de Byung-Chul Han — comme le stade où le tsunami d'informations ne produit pas de connaissance mais de la désorientation.
L'idéologie, qui avait au moins l'avantage d'indiquer un objectif, a été remplacée par la micro-narration numérique : au lieu d'agir, on se défoul sur le clavier et on s'illusionne d'avoir accompli quelque chose.
L'indignation se consume dans l'essaim numérique sans produire de transformation.
Dans l'infocratie, chacun ne reçoit que les informations qui correspondent déjà à ses propres intérêts, se confortant dans sa propre bulle.
La proposition n'est pas la fuite de la technologie, mais la résistance consciente : rétablir une distance critique par rapport au flux d'informations, retrouver la lenteur, la concentration, la capacité d'être avec ses propres pensées. Et, surtout, apprendre aux jeunes à aimer la solitude — non pas pour qu'ils soient seuls, mais pour qu'ils apprennent à être avec eux-mêmes, condition nécessaire pour ensuite rencontrer vraiment l'autre.
L'exposé s'est conclu par une question laissée en suspens, presque un examen de conscience pour les participants : Dans un monde où tout est visible, sommes-nous encore capables de fermer les yeux et de réfléchir ?
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