Il mio cuore ripete il tuo invito
Messaggio finale del Convegno sul volto umano del Saveriano
PARMA
Casa Madre, 28 giugno 2026
«Il mio cuore ripete il tuo invito: “Cercate il mio volto!”. Il tuo volto, Signore, io cerco» (Salmo 27, 8).
Carissimi confratelli saveriani e tutti voi che condividete con noi la vocazione missionaria nella famiglia carismatica di San Guido Maria Conforti,
al termine di questi dieci giorni di Convegno sul volto umano del Saveriano, desideriamo raggiungervi con un saluto fraterno e condividere con voi attraverso questo messaggio il frutto di ciò che abbiamo vissuto.
Siamo giunti a Parma dalle nostre diverse missioni, portando con noi storie, lingue, culture, età e sensibilità differenti. Alcuni si conoscevano già, altri si sono incontrati per la prima volta.
Eppure, fin dai primi momenti, ci siamo riscoperti parte di un'unica famiglia, accolti nella Casa Madre, quel grembo che ha dato vita alla missione del nostro Istituto.
Abbiamo ascoltato le voci di confratelli, laici e sorelle provenienti da diversi continenti; abbiamo ripercorso storie di fedeltà, di fragilità, di dedizione e di speranza; abbiamo fatto memoria di uomini e donne che, con la concretezza della loro vita, hanno reso visibile il volto umano del missionario saveriano sognato da San Guido Maria Conforti.
Più che cercare una definizione, abbiamo imparato a riconoscere un volto: un'umanità che si lascia plasmare dal Vangelo e che, proprio per questo, diventa segno credibile della missione.
E mentre scorrevano davanti a noi tanti nomi, tante storie e tante testimonianze, abbiamo compreso che il mosaico non sarebbe completo senza i volti di coloro che oggi leggono queste righe.
Il mio volto
Il mio volto è prima di tutto un volto da riconoscere, prima ancora che da mostrare.
In questi giorni abbiamo imparato che l'affettività non è un lusso né un rischio per la vita consacrata, ma la dimensione che attraversa ogni gesto, anche di chi si crede “insensibile”: un'umanità che non sente è un'umanità muta. Riconoscersi significa avere un buon rapporto con sé stessi, sapere che ognuno è la sola persona che resterà con sé fino alla fine, e dare nome ai propri sentimenti invece di restarne analfabeti.
Significa anche fare i conti con le proprie pietre: l'autosufficienza, la svalutazione, il vittimismo, il narcisismo, l'abitudine del “si è sempre fatto così”. Non si tratta di eliminarle, ma di vederle: l'importante non è se ci sono, ma se le riconosco.
È un volto che porta i segni delle proprie fragilità, dell'età che avanza, della malattia, della solitudine, e che proprio in questo trova il coraggio di chiedere aiuto, sapendo che nessuno è autosufficiente né autoreferenziale.
È un volto che ha bisogno di tempo per sé, di silenzio, di cura, perché solo un cuore liberato può davvero incontrare l'altro.
Il volto di Cristo
Il volto di Cristo è il volto di chi viene tra i suoi e non sempre viene accolto, eppure non smette di farsi prossimo.
Gesù nasce “ignoto” secondo le logiche del mondo, figlio della gratuità di una donna prima che di una discendenza, e per questo apre per noi una paternità e una famiglia diverse da quelle che ci aspetteremmo.
Lo vediamo piangere davanti alla tomba di Lazzaro, perché niente è più umano delle lacrime; lo vediamo fermarsi al pozzo con la Samaritana e lasciarsi a sua volta rivelare da lei, che diventa la prima missionaria.
Lo vediamo, nell'ultima cena, sperimentare la solitudine in mezzo ai suoi, e proprio lì dire: “tra voi non sia così”, cingendosi il grembiule come colui che serve.
Sulla croce sente nel suo corpo il dolore dell'altro, e nel momento di massima debolezza costruisce una famiglia nuova attorno a sé, la madre e il discepolo amato.
Guardare Lui, e lasciarci guardare da Lui, resta il punto di partenza di ogni nostro volto umano.
Questo volto non è rimasto chiuso in un tempo lontano: ha continuato a configurarsi nei volti di chi, contemplandolo, si è lasciato plasmare da Lui.
È accaduto nel nostro Fondatore, che da bambino davanti a un crocifisso ha sperimentato uno sguardo che lo precedeva e lo chiamava, e da quello sguardo ha imparato a non avere più paura di sé stesso e ad abbracciare l’audace progetto.
È accaduto in tanti confratelli che abbiamo ricordato in questi giorni: uomini concreti, con i loro limiti, che non hanno cercato il palcoscenico ma hanno saputo essere costruttori di ponti più che protagonisti, capaci di entrare in una cultura senza colonizzarla, di servire senza pretendere riconoscimenti. In ciascuno di loro la fedeltà a Cristo non ha prodotto un volto uniforme, ma un volto diverso e riconoscibile, perché la santità non è una sfera levigata ma un poliedro dalle mille facce.
Ed è accaduto anche in chi ha vissuto la fragilità della malattia, della vecchiaia, dell'incomprensione, restando comunque fedele: perché contemplare il volto di Cristo non significa imitarne un'immagine perfetta, ma lasciarsi attraversare dalla stessa misericordia che Lui ha avuto per noi, fino a diventarne, a nostra volta, un riflesso credibile per chi incontriamo.
Il volto dell'altro
Il volto dell'altro è sempre più grande di quanto riusciamo a comprendere: è infinito, non si lascia ridurre alle nostre categorie.
Il comandamento scritto in ogni volto è semplice e radicale: non uccidermi, non chiudermi nei tuoi schemi, non fare di me un numero. È un volto che ci interroga prima ancora che noi lo interroghiamo, perché l'altro è sempre, in qualche modo, il nostro signore: siamo responsabili di lui prima ancora di averlo deciso.
Dal punto di vista missionario questo significa che una cultura, un popolo, un confratello sono sempre più grandi della nostra comprensione di essi; per questo Conforti ci ha lasciato una preghiera che resta attuale: “guarda, Signore, tanti fratelli”, una preghiera per “i lontani fratelli” che ancora non conosciamo.
È un volto che si rivela solo nella vicinanza concreta, nella condivisione dei pasti, nelle visite alle famiglie, in quella semplicità che sa stemperare la freddezza e scaldarsi per le piccole cose.
E perché il volto dell'altro resti reale, e non si dissolva nell'era digitale dove tutto sembra ovunque e di nessuno, abbiamo bisogno di incontrarci in carne ed ossa, in un luogo e in un tempo condivisi. Solo così il volto resta ciò che è: non un'idea che ci facciamo dell'altro, ma una persona libera, che ci sorprende e ci chiede di servirla.
Per non concludere
Il volto umano del Saveriano non è un traguardo raggiunto una volta per sempre, ma un cammino che si rinnova ogni giorno: nel mio volto da riconoscere e custodire, nel volto di Cristo da contemplare e lasciar configurare in noi, nel volto dell'altro da accogliere come dono e non come minaccia.
E questo è il nostro cammino di santità: abbiamo riscoperto che la nostra umanità camminerà sempre insieme alla nostra fede. Ciò che è umano in noi viene reso più pieno dallo Spirito, e ciò che è spirituale prende corpo proprio nella nostra umanità, in un legame che non si può sciogliere.
È da qui che nasce il cambiamento che desideriamo portare a casa: non un programma da applicare agli altri, ma un lavoro che comincia da ciascuno di noi, nella sensibilità verso ciò che viviamo ogni giorno e verso ciò che, in noi, ancora resiste a questa immagine guarita.
«Abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo» (Magnifica Humanitas, 15). È questo il dovere che sentiamo di riportare a casa, nelle nostre comunità e nelle nostre missioni: non un'umanità perfetta, ma vera.
Affidiamo allora questo cammino e questi giorni vissuti insieme alle parole del Salmo: «Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto; perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti» (Salmo 67, 2-3).
Che il volto di Dio, splendendo su di noi, ci renda capaci di farci a nostra volta volto credibile del Vangelo per i fratelli e le sorelle che incontriamo, vicini e lontani.
Sia da tutti conosciuto ed amato nostro Signore Gesù Cristo,
I partecipanti al convegno sul Volto Umano del Saveriano 2026
My Heart Echoes Your Invitation
Final Message of the Conference on the Human Face of the Xaverian
PARMA
Casa Madre, 28 June 2026
«My heart echoes your invitation: “Seek my face!” Your face, Lord, I seek» (Psalm 27:8).
Dearest Xaverian confreres and all of you who share with us the missionary vocation in the charismatic family of Saint Guido Maria Conforti,
at the close of these ten days of the Conference on the Human Face of the Xaverian, we wish to reach you with a fraternal greeting and to share with you, through this message, the fruit of what we have lived.
We came to Parma from our different missions, bringing with us stories, languages, cultures, ages and different sensibilities. Some already knew each other, others met for the first time.
And yet, from the very first moments, we rediscovered ourselves as part of one family, welcomed in the Casa Madre, that womb which gave life to the mission of our Institute.
We listened to the voices of confreres, laypeople and sisters from different continents; we retraced stories of fidelity, fragility, dedication and hope; we recalled men and women who, through the concreteness of their lives, made visible the human face of the Xaverian missionary dreamed of by Saint Guido Maria Conforti.
More than seeking a definition, we learned to recognize a face: a humanity that allows itself to be shaped by the Gospel and that, precisely for this reason, becomes a credible sign of the mission.
And as so many names, stories and testimonies passed before us, we understood that the mosaic would not be complete without the faces of those who today read these lines.
My Face
My face is first of all a face to be recognized, even before it is shown.
In these days we learned that affectivity is neither a luxury nor a risk for consecrated life, but the dimension that runs through every gesture, even of those who consider themselves “insensitive”: a humanity that does not feel is a mute humanity. To recognize oneself means having a good relationship with oneself, knowing that each of us is the only person who will remain with us until the end, and giving names to one's feelings instead of remaining illiterate in them.
It also means coming to terms with one's own stones: self-sufficiency, self-deprecation, victimhood, narcissism, the habit of “it's always been done this way”. It is not a matter of eliminating them, but of seeing them: what matters is not whether they are there, but whether I recognize them.
It is a face that bears the marks of its own fragilities, of advancing age, of illness, of loneliness, and which precisely in this finds the courage to ask for help, knowing that no one is self-sufficient or self-referential.
It is a face that needs time for itself, silence, care, because only a freed heart can truly encounter the other.
The Face of Christ
The face of Christ is the face of one who comes among his own and is not always welcomed, yet never ceases to draw near.
Jesus is born “unknown” according to the logic of the world, son of the gratuity of a woman before any lineage, and for this reason opens for us a fatherhood and a family different from what we would expect.
We see him weep before the tomb of Lazarus, because nothing is more human than tears; we see him stop at the well with the Samaritan woman and allow himself in turn to be revealed by her, who becomes the first missionary.
We see him, at the Last Supper, experience loneliness in the midst of his own, and precisely there say: “among you it shall not be so”, girding himself with the apron as one who serves.
On the cross he feels in his body the pain of the other, and in the moment of greatest weakness he builds a new family around himself, the mother and the beloved disciple.
To gaze upon Him, and to let ourselves be gazed upon by Him, remains the starting point of our every human face.
This face has not remained closed in a distant time: it has continued to take shape in the faces of those who, by contemplating it, allowed themselves to be shaped by Him.
It happened in our Founder, who as a child before a crucifix experienced a gaze that preceded him and called him, and from that gaze learned no longer to fear himself and to embrace the bold project.
It happened in many confreres whom we recalled in these days: concrete men, with their limits, who did not seek the stage but knew how to be bridge-builders rather than protagonists, capable of entering a culture without colonizing it, of serving without demanding recognition. In each of them fidelity to Christ did not produce a uniform face, but a different and recognizable face, because holiness is not a smooth sphere but a polyhedron of a thousand faces.
And it happened also in those who lived the fragility of illness, old age, misunderstanding, remaining faithful nonetheless: because to contemplate the face of Christ does not mean to imitate a perfect image of him, but to let oneself be traversed by the same mercy that He has had for us, until we become, in our turn, a credible reflection of it for those we encounter.
The Face of the Other
The face of the other is always greater than we can comprehend: it is infinite, it does not allow itself to be reduced to our categories.
The commandment written in every face is simple and radical: do not kill me, do not close me in your schemes, do not make me a number. It is a face that questions us even before we question it, because the other is always, in some way, our lord: we are responsible for him even before we have decided to be.
From a missionary point of view this means that a culture, a people, a confrere are always greater than our understanding of them; for this reason Conforti left us a prayer that remains timely: “look, Lord, upon so many brothers”, a prayer for “the distant brothers” we do not yet know.
It is a face that is revealed only in concrete closeness, in the sharing of meals, in visits to families, in that simplicity that knows how to thaw coldness and warm to small things.
And so that the face of the other may remain real, and not dissolve in the digital age where everything seems to be everywhere and no one's, we need to meet in person, in a shared place and time. Only in this way does the face remain what it is: not an idea we form of the other, but a free person, who surprises us and asks us to serve them.
Not to Conclude
The human face of the Xaverian is not a goal achieved once and for all, but a journey that renews itself every day: in my face to be recognized and cherished, in the face of Christ to be contemplated and let be configured in us, in the face of the other to be welcomed as a gift and not as a threat.
And this is our path of holiness: we have rediscovered that our humanity will always walk together with our faith. What is human in us is made fuller by the Spirit, and what is spiritual takes shape precisely in our humanity, in a bond that cannot be dissolved.
It is from here that the change we wish to bring home is born: not a programme to be applied to others, but a work that begins with each one of us, in sensitivity to what we live each day and to what, in us, still resists this healed image.
«We have the urgent duty to remain deeply human, lovingly guarding that magnificent humanity that has been given to us and shown to us in its fullness in Christ» (Magnifica Humanitas, 15). This is the duty we feel called to bring home, to our communities and our missions: not a perfect humanity, but a true one.
Let us then entrust this journey and these days lived together to the words of the Psalm: «May God have mercy on us and bless us; may he make his face shine upon us; so that your way may be known on earth, your salvation among all nations» (Psalm 67:2-3).
May the face of God, shining upon us, make us capable of becoming in our turn a credible face of the Gospel for the brothers and sisters we encounter, near and far.
May our Lord Jesus Christ be known and loved by all,
The Participants in the Conference on the Human Traits of the Xaverian 2026
Mi corazón repite tu invitación
Mensaje final del Congreso sobre el rostro humano del Javeriano
PARMA
Casa Madre, 28 de junio de 2026
«Mi corazón repite tu invitación: “¡Buscad mi rostro!”. Tu rostro, Señor, yo busco» (Salmo 27, 8).
Queridísimos cohermanos javerianos y todos vosotros que compartís con nosotros la vocación misionera en la familia carismática de San Guido María Conforti,
al término de estos diez días de Congreso sobre el rostro humano del Javeriano, deseamos llegar a vosotros con un saludo fraterno y compartir con vosotros a través de este mensaje el fruto de lo que hemos vivido.
Hemos llegado a Parma desde nuestras distintas misiones, trayendo con nosotros historias, lenguas, culturas, edades y sensibilidades diferentes. Algunos ya se conocían, otros se han encontrado por primera vez.
Y sin embargo, desde los primeros momentos, nos hemos redescubierto parte de una única familia, acogidos en la Casa Madre, ese seno que dio vida a la misión de nuestro Instituto.
Hemos escuchado las voces de cohermanos, laicos y hermanas provenientes de distintos continentes; hemos repasado historias de fidelidad, de fragilidad, de dedicación y de esperanza; hemos hecho memoria de hombres y mujeres que, con la concreción de su vida, han hecho visible el rostro humano del misionero javeriano soñado por San Guido María Conforti.
Más que buscar una definición, hemos aprendido a reconocer un rostro: una humanidad que se deja plasmar por el Evangelio y que, precisamente por eso, se convierte en signo creíble de la misión.
Y mientras desfilaban ante nosotros tantos nombres, tantas historias y tantos testimonios, comprendimos que el mosaico no estaría completo sin los rostros de quienes hoy leen estas líneas.
Mi rostro
Mi rostro es ante todo un rostro que reconocer, antes incluso que mostrar.
En estos días hemos aprendido que la afectividad no es un lujo ni un riesgo para la vida consagrada, sino la dimensión que atraviesa cada gesto, incluso de quien se cree “insensible”: una humanidad que no siente es una humanidad muda. Reconocerse significa tener una buena relación con uno mismo, saber que cada uno es la única persona que permanecerá consigo hasta el final, y dar nombre a los propios sentimientos en lugar de permanecer analfabetos en ellos.
Significa también hacer las cuentas con las propias piedras: la autosuficiencia, la desvaloración, el victimismo, el narcisismo, el hábito de “siempre se ha hecho así”. No se trata de eliminarlas, sino de verlas: lo importante no es si están ahí, sino si las reconozco.
Es un rostro que lleva las huellas de las propias fragilidades, de la edad que avanza, de la enfermedad, de la soledad, y que precisamente en ello encuentra el valor de pedir ayuda, sabiendo que nadie es autosuficiente ni autorreferencial.
Es un rostro que necesita tiempo para sí mismo, silencio, cuidado, porque solo un corazón liberado puede realmente encontrar al otro.
El rostro de Cristo
El rostro de Cristo es el rostro de quien viene entre los suyos y no siempre es acogido, y sin embargo no deja de hacerse prójimo.
Jesús nace “desconocido” según las lógicas del mundo, hijo de la gratuidad de una mujer antes que de una descendencia, y por eso abre para nosotros una paternidad y una familia distintas de las que esperaríamos.
Lo vemos llorar ante la tumba de Lázaro, porque nada es más humano que las lágrimas; lo vemos detenerse en el pozo con la Samaritana y dejarse a su vez revelar por ella, que se convierte en la primera misionera.
Lo vemos, en la última cena, experimentar la soledad en medio de los suyos, y precisamente allí decir: “entre vosotros no sea así”, ciñéndose el delantal como aquel que sirve.
En la cruz siente en su cuerpo el dolor del otro, y en el momento de mayor debilidad construye una familia nueva a su alrededor, la madre y el discípulo amado.
Mirarlo a Él, y dejarnos mirar por Él, sigue siendo el punto de partida de cada uno de nuestros rostros humanos.
Este rostro no ha quedado encerrado en un tiempo lejano: ha seguido configurándose en los rostros de quienes, contemplándolo, se han dejado plasmar por Él.
Ha ocurrido en nuestro Fundador, que de niño ante un crucifijo experimentó una mirada que lo precedía y lo llamaba, y de esa mirada aprendió a no tener más miedo de sí mismo y a abrazar el audaz proyecto.
Ha ocurrido en tantos cohermanos que hemos recordado en estos días: hombres concretos, con sus límites, que no buscaron el protagonismo sino que supieron ser constructores de puentes más que protagonistas, capaces de entrar en una cultura sin colonizarla, de servir sin exigir reconocimiento. En cada uno de ellos la fidelidad a Cristo no ha producido un rostro uniforme, sino un rostro distinto y reconocible, porque la santidad no es una esfera pulida sino un poliedro de mil caras.
Y ha ocurrido también en quienes han vivido la fragilidad de la enfermedad, de la vejez, de la incomprensión, permaneciendo fieles de todas formas: porque contemplar el rostro de Cristo no significa imitar una imagen perfecta de él, sino dejarse atravesar por la misma misericordia que Él ha tenido para con nosotros, hasta convertirnos, a nuestra vez, en un reflejo creíble de ella para quienes encontramos.
El rostro del otro
El rostro del otro es siempre más grande de lo que podemos comprender: es infinito, no se deja reducir a nuestras categorías.
El mandamiento escrito en cada rostro es simple y radical: no me mates, no me cierres en tus esquemas, no hagas de mí un número. Es un rostro que nos interroga antes incluso de que nosotros lo interroguemos, porque el otro es siempre, de algún modo, nuestro señor: somos responsables de él antes incluso de haberlo decidido.
Desde el punto de vista misionero esto significa que una cultura, un pueblo, un cohermano son siempre más grandes que nuestra comprensión de ellos; por eso Conforti nos ha dejado una oración que sigue siendo actual: “mira, Señor, tantos hermanos”, una oración por “los hermanos lejanos” que todavía no conocemos.
Es un rostro que se revela solo en la cercanía concreta, en la compartición de las comidas, en las visitas a las familias, en esa sencillez que sabe templar la frialdad y calentarse con las pequeñas cosas.
Y para que el rostro del otro permanezca real, y no se disuelva en la era digital donde todo parece estar en todas partes y no ser de nadie, necesitamos encontrarnos en persona, en un lugar y un tiempo compartidos. Solo así el rostro permanece lo que es: no una idea que nos hacemos del otro, sino una persona libre, que nos sorprende y nos pide que la sirvamos.
Para no concluir
El rostro humano del Javeriano no es una meta alcanzada de una vez para siempre, sino un camino que se renueva cada día: en mi rostro que reconocer y custodiar, en el rostro de Cristo que contemplar y dejar configurar en nosotros, en el rostro del otro que acoger como don y no como amenaza.
Y este es nuestro camino de santidad: hemos redescubierto que nuestra humanidad caminará siempre junto a nuestra fe. Lo que es humano en nosotros es hecho más pleno por el Espíritu, y lo que es espiritual toma cuerpo precisamente en nuestra humanidad, en un vínculo que no se puede disolver.
Es de aquí de donde nace el cambio que deseamos llevar a casa: no un programa para aplicar a los demás, sino un trabajo que comienza en cada uno de nosotros, en la sensibilidad hacia lo que vivimos cada día y hacia lo que, en nosotros, todavía resiste a esta imagen sanada.
«Tenemos el deber urgente de permanecer profundamente humanos, custodiando con amor esa magnífica humanidad que nos ha sido donada y mostrada en su plenitud en Cristo» (Magnifica Humanitas, 15). Este es el deber que sentimos de llevar a casa, a nuestras comunidades y a nuestras misiones: no una humanidad perfecta, sino verdadera.
Encomendamos entonces este camino y estos días vividos juntos a las palabras del Salmo: «Dios tenga piedad de nosotros y nos bendiga, haga brillar sobre nosotros su rostro; para que se conozca en la tierra tu camino, tu salvación entre todas las gentes» (Salmo 67, 2-3).
Que el rostro de Dios, brillando sobre nosotros, nos haga capaces de convertirnos a nuestra vez en rostro creíble del Evangelio para los hermanos y hermanas que encontramos, cercanos y lejanos.
Sea conocido y amado por todos nuestro Señor Jesucristo,
Los participantes en el Congreso sobre el Rostro Humano del Javeriano 2026
Mon cœur répète ton invitation
Message final du Congrès sur le visage humain du Xavérien
PARME
Casa Madre, 28 juin 2026
«Mon cœur répète ton invitation : “Cherchez ma face !”. Ta face, Seigneur, je la cherche» (Psaume 27, 8).
Très chers confrères xavériens et vous tous qui partagez avec nous la vocation missionnaire dans la famille charismatique de saint Guido Maria Conforti,
au terme de ces dix jours de Congrès sur le visage humain du Xavérien, nous souhaitons vous rejoindre par un salut fraternel et partager avec vous, à travers ce message, le fruit de ce que nous avons vécu.
Nous sommes venus à Parme depuis nos différentes missions, apportant avec nous des histoires, des langues, des cultures, des âges et des sensibilités différentes. Certains se connaissaient déjà, d'autres se sont rencontrés pour la première fois.
Et pourtant, dès les premiers instants, nous nous sommes redécouverts membres d'une seule famille, accueillis dans la Casa Madre, ce sein qui a donné vie à la mission de notre Institut.
Nous avons écouté les voix de confrères, de laïcs et de sœurs venus de différents continents ; nous avons retracé des histoires de fidélité, de fragilité, de dévouement et d'espérance ; nous avons fait mémoire d'hommes et de femmes qui, par la concrétude de leur vie, ont rendu visible le visage humain du missionnaire xavérien rêvé par saint Guido Maria Conforti.
Plus que de chercher une définition, nous avons appris à reconnaître un visage : une humanité qui se laisse modeler par l'Évangile et qui, précisément pour cela, devient un signe crédible de la mission.
Et tandis que défilaient devant nous tant de noms, tant d'histoires et tant de témoignages, nous avons compris que la mosaïque ne serait pas complète sans les visages de ceux qui lisent ces lignes aujourd'hui.
Mon visage
Mon visage est avant tout un visage à reconnaître, avant même d'être montré.
En ces jours nous avons appris que l'affectivité n'est ni un luxe ni un risque pour la vie consacrée, mais la dimension qui traverse chaque geste, même de celui qui se croit “insensible” : une humanité qui ne ressent pas est une humanité muette. Se reconnaître signifie avoir un bon rapport avec soi-même, savoir que chacun est la seule personne qui restera avec soi jusqu'à la fin, et donner un nom à ses sentiments au lieu d'en demeurer illettré.
Cela signifie aussi faire le bilan de ses propres pierres : l'autosuffisance, la dévalorisation, le victimisme, le narcissisme, l'habitude du “on a toujours fait ainsi”. Il ne s'agit pas de les éliminer, mais de les voir : l'important n'est pas qu'elles soient là, mais que je les reconnaisse.
C'est un visage qui porte les marques de ses propres fragilités, de l'âge qui avance, de la maladie, de la solitude, et qui trouve précisément en cela le courage de demander de l'aide, sachant que personne n'est autosuffisant ni autoréférentiel.
C'est un visage qui a besoin de temps pour lui-même, de silence, de soin, car seul un cœur libéré peut véritablement rencontrer l'autre.
Le visage du Christ
Le visage du Christ est le visage de celui qui vient parmi les siens et n'est pas toujours accueilli, et pourtant ne cesse de se faire prochain.
Jésus naît “inconnu” selon les logiques du monde, fils de la gratuité d'une femme avant d'être d'une descendance, et pour cette raison il nous ouvre une paternité et une famille différentes de celles que nous attendrions.
Nous le voyons pleurer devant le tombeau de Lazare, parce que rien n'est plus humain que les larmes ; nous le voyons s'arrêter au puits avec la Samaritaine et se laisser à son tour révéler par elle, qui devient la première missionnaire.
Nous le voyons, à la dernière Cène, expérimenter la solitude au milieu des siens, et c'est là précisément qu'il dit : “qu'il n'en soit pas ainsi parmi vous”, en se ceignant le tablier comme celui qui sert.
Sur la croix, il ressent dans son corps la douleur de l'autre, et dans le moment de la plus grande faiblesse il construit une nouvelle famille autour de lui, la mère et le disciple bien-aimé.
Le regarder, Lui, et nous laisser regarder par Lui, demeure le point de départ de chacun de nos visages humains.
Ce visage n'est pas resté enfermé dans un temps lointain : il a continué à se configurer dans les visages de ceux qui, en le contemplant, se sont laissé modeler par Lui.
Il s'est produit dans notre Fondateur, qui enfant devant un crucifix a fait l'expérience d'un regard qui le précédait et l'appelait, et de ce regard il a appris à ne plus avoir peur de lui-même et à embrasser l'audacieux projet.
Il s'est produit dans de nombreux confrères dont nous avons fait mémoire en ces jours : des hommes concrets, avec leurs limites, qui n'ont pas cherché la scène mais ont su être des bâtisseurs de ponts plutôt que des protagonistes, capables d'entrer dans une culture sans la coloniser, de servir sans exiger de reconnaissance. En chacun d'eux la fidélité au Christ n'a pas produit un visage uniforme, mais un visage différent et reconnaissable, car la sainteté n'est pas une sphère lisse mais un polyèdre aux mille facettes.
Et il s'est produit aussi chez ceux qui ont vécu la fragilité de la maladie, de la vieillesse, de l'incompréhension, en demeurant fidèles quand même : car contempler le visage du Christ ne signifie pas imiter une image parfaite de lui, mais se laisser traverser par la même miséricorde qu'Il a eue pour nous, jusqu'à en devenir à notre tour un reflet crédible pour ceux que nous rencontrons.
Le visage de l'autre
Le visage de l'autre est toujours plus grand que ce que nous parvenons à comprendre : il est infini, il ne se laisse pas réduire à nos catégories.
Le commandement écrit dans chaque visage est simple et radical : ne me tue pas, ne me ferme pas dans tes schémas, ne fais pas de moi un numéro. C'est un visage qui nous interroge avant même que nous l'interrogions, car l'autre est toujours, d'une certaine façon, notre seigneur : nous sommes responsables de lui avant même d'avoir décidé de l'être.
Du point de vue missionnaire cela signifie qu'une culture, un peuple, un confrère sont toujours plus grands que notre compréhension de ceux-ci ; c'est pourquoi Conforti nous a laissé une prière qui reste actuelle : “regarde, Seigneur, tant de frères”, une prière pour “les frères lointains” que nous ne connaissons pas encore.
C'est un visage qui ne se révèle que dans la proximité concrète, dans le partage des repas, dans les visites aux familles, dans cette simplicité qui sait dénouer la froideur et se réchauffer pour les petites choses.
Et pour que le visage de l'autre reste réel, et ne se dissolve pas à l'ère numérique où tout semble être partout et n'appartenir à personne, nous avons besoin de nous rencontrer en chair et en os, dans un lieu et un temps partagés. C'est seulement ainsi que le visage reste ce qu'il est : non pas une idée que nous nous faisons de l'autre, mais une personne libre, qui nous surprend et nous demande de la servir.
Pour ne pas conclure
Le visage humain du Xavérien n'est pas un objectif atteint une fois pour toutes, mais un chemin qui se renouvelle chaque jour : dans mon visage à reconnaître et à garder, dans le visage du Christ à contempler et à laisser se configurer en nous, dans le visage de l'autre à accueillir comme un don et non comme une menace.
Et c'est notre chemin de sainteté : nous avons redécouvert que notre humanité marchera toujours avec notre foi. Ce qui est humain en nous est rendu plus plein par l'Esprit, et ce qui est spirituel prend corps précisément dans notre humanité, dans un lien qui ne peut pas se défaire.
C'est d'ici que naît le changement que nous désirons rapporter chez nous : non pas un programme à appliquer aux autres, mais un travail qui commence par chacun de nous, dans la sensibilité à ce que nous vivons chaque jour et à ce qui, en nous, résiste encore à cette image guérie.
«Nous avons le devoir urgent de rester profondément humains, en gardant avec amour cette magnifique humanité qui nous a été donnée et montrée dans sa plénitude en Christ» (Magnifica Humanitas, 15). C'est ce devoir que nous nous sentons appelés à rapporter chez nous, dans nos communautés et dans nos missions : non pas une humanité parfaite, mais vraie.
Confions donc ce chemin et ces jours vécus ensemble aux paroles du Psaume : «Que Dieu ait pitié de nous et nous bénisse, qu'il fasse briller sur nous son visage ; que l'on connaisse sur la terre ta voie, ton salut parmi toutes les nations» (Psaume 67, 2-3).
Que le visage de Dieu, brillant sur nous, nous rende capables de devenir à notre tour visage crédible de l'Évangile pour les frères et les sœurs que nous rencontrons, proches et lointains.
Que notre Seigneur Jésus-Christ soit connu et aimé de tous,
Les participants au Congrès sur le Visage Humain du Xavérien 2026
O meu coração repete o teu convite
Mensagem final do Congresso sobre o rosto humano do Xaveriano
PARMA
Casa Madre, 28 de junho de 2026
«O meu coração repete o teu convite: “Buscai o meu rosto!”. O teu rosto, Senhor, eu busco» (Salmo 27, 8).
Caríssimos confrades xaverianos e todos vós que partilhais connosco a vocação missionária na família carismática de São Guido Maria Conforti,
ao termo destes dez dias de Congresso sobre o rosto humano do Xaveriano, desejamos chegar a vós com uma saudação fraterna e partilhar convosco através desta mensagem o fruto do que vivemos.
Chegámos a Parma das nossas diferentes missões, trazendo connosco histórias, línguas, culturas, idades e sensibilidades diferentes. Alguns já se conheciam, outros encontraram-se pela primeira vez.
E no entanto, desde os primeiros momentos, redescobrimo-nos parte de uma única família, acolhidos na Casa Madre, esse seio que deu vida à missão do nosso Instituto.
Escutámos as vozes de confrades, leigos e irmãs provenientes de diferentes continentes; percorremos histórias de fidelidade, de fragilidade, de dedicação e de esperança; fizemos memória de homens e mulheres que, com a concretude da sua vida, tornaram visível o rosto humano do missionário xaveriano sonhado por São Guido Maria Conforti.
Mais do que procurar uma definição, aprendemos a reconhecer um rosto: uma humanidade que se deixa plasmar pelo Evangelho e que, precisamente por isso, se torna sinal credível da missão.
E enquanto desfilavam diante de nós tantos nomes, tantas histórias e tantos testemunhos, compreendemos que o mosaico não estaria completo sem os rostos daqueles que hoje leem estas linhas.
O meu rosto
O meu rosto é antes de mais um rosto a reconhecer, antes mesmo de ser mostrado.
Nestes dias aprendemos que a afetividade não é um luxo nem um risco para a vida consagrada, mas a dimensão que atravessa cada gesto, mesmo de quem se julga “insensível”: uma humanidade que não sente é uma humanidade muda. Reconhecer-se significa ter uma boa relação consigo mesmo, saber que cada um é a única pessoa que permanecerá consigo até ao fim, e dar nome aos próprios sentimentos em vez de ficar analfabeto deles.
Significa também fazer as contas com as próprias pedras: a autossuficiência, a desvalorização, o vitimismo, o narcisismo, o hábito do “sempre se fez assim”. Não se trata de as eliminar, mas de as ver: o importante não é se estão lá, mas se as reconheço.
É um rosto que carrega os sinais das próprias fragilidades, da idade que avança, da doença, da solidão, e que precisamente nisso encontra a coragem de pedir ajuda, sabendo que ninguém é autossuficiente nem autorreferencial.
É um rosto que precisa de tempo para si, de silêncio, de cuidado, porque só um coração liberto pode verdadeiramente encontrar o outro.
O rosto de Cristo
O rosto de Cristo é o rosto de quem vem entre os seus e nem sempre é acolhido, e no entanto não cessa de se fazer próximo.
Jesus nasce “desconhecido” segundo as lógicas do mundo, filho da gratuidade de uma mulher antes que de uma descendência, e por isso abre para nós uma paternidade e uma família diferentes das que esperaríamos.
Vemo-lo chorar diante do túmulo de Lázaro, porque nada é mais humano do que as lágrimas; vemo-lo parar no poço com a Samaritana e deixar-se por sua vez revelar por ela, que se torna a primeira missionária.
Vemo-lo, na última ceia, experimentar a solidão no meio dos seus, e precisamente aí dizer: “entre vós não seja assim”, cingindo o avental como aquele que serve.
Na cruz sente no seu corpo a dor do outro, e no momento de maior fraqueza constrói uma família nova à sua volta, a mãe e o discípulo amado.
Olhar para Ele, e deixar-nos olhar por Ele, permanece o ponto de partida de cada um dos nossos rostos humanos.
Este rosto não ficou fechado num tempo longínquo: continuou a configurar-se nos rostos de quem, contemplando-o, se deixou plasmar por Ele.
Aconteceu no nosso Fundador, que em criança diante de um crucifixo experimentou um olhar que o precedia e o chamava, e desse olhar aprendeu a não ter mais medo de si mesmo e a abraçar o audaz projeto.
Aconteceu em muitos confrades que recordámos nestes dias: homens concretos, com os seus limites, que não procuraram o palco mas souberam ser construtores de pontes mais do que protagonistas, capazes de entrar numa cultura sem a colonizar, de servir sem exigir reconhecimento. Em cada um deles a fidelidade a Cristo não produziu um rosto uniforme, mas um rosto diferente e reconhecível, porque a santidade não é uma esfera polida mas um poliedro de mil faces.
E aconteceu também em quem viveu a fragilidade da doença, da velhice, da incompreensão, permanecendo fiel de qualquer maneira: porque contemplar o rosto de Cristo não significa imitar uma imagem perfeita dele, mas deixar-se atravessar pela mesma misericórdia que Ele teve por nós, até nos tornarmos, por nossa vez, um reflexo credível dela para quem encontramos.
O rosto do outro
O rosto do outro é sempre maior do que conseguimos compreender: é infinito, não se deixa reduzir às nossas categorias.
O mandamento escrito em cada rosto é simples e radical: não me mates, não me feches nos teus esquemas, não faças de mim um número. É um rosto que nos interroga antes mesmo de o interrogarmos, porque o outro é sempre, de alguma maneira, o nosso senhor: somos responsáveis por ele antes mesmo de o termos decidido.
Do ponto de vista missionário isto significa que uma cultura, um povo, um confrade são sempre maiores do que a nossa compreensão deles; por isso Conforti nos deixou uma oração que permanece atual: “olha, Senhor, tantos irmãos”, uma oração pelos “irmãos distantes” que ainda não conhecemos.
É um rosto que se revela apenas na proximidade concreta, na partilha das refeições, nas visitas às famílias, naquela simplicidade que sabe temperar a frieza e aquecer-se com as pequenas coisas.
E para que o rosto do outro permaneça real, e não se dissolva na era digital onde tudo parece estar em todo o lado e não ser de ninguém, precisamos de nos encontrar em carne e osso, num lugar e num tempo partilhados. Só assim o rosto permanece o que é: não uma ideia que fazemos do outro, mas uma pessoa livre, que nos surpreende e nos pede que a sirvamos.
Para não concluir
O rosto humano do Xaveriano não é uma meta alcançada de uma vez para sempre, mas um caminho que se renova cada dia: no meu rosto a reconhecer e custodiar, no rosto de Cristo a contemplar e deixar configurar em nós, no rosto do outro a acolher como dom e não como ameaça.
E este é o nosso caminho de santidade: redescobrimos que a nossa humanidade caminhará sempre junto com a nossa fé. O que é humano em nós é tornado mais pleno pelo Espírito, e o que é espiritual toma corpo precisamente na nossa humanidade, num vínculo que não se pode desfazer.
É daqui que nasce a mudança que desejamos levar para casa: não um programa a aplicar aos outros, mas um trabalho que começa em cada um de nós, na sensibilidade ao que vivemos cada dia e ao que, em nós, ainda resiste a esta imagem curada.
«Temos o dever urgente de permanecer profundamente humanos, guardando com amor essa magnífica humanidade que nos foi dada e mostrada na sua plenitude em Cristo» (Magnifica Humanitas, 15). Este é o dever que sentimos de levar para casa, para as nossas comunidades e as nossas missões: não uma humanidade perfeita, mas verdadeira.
Confiamos então este caminho e estes dias vividos juntos às palavras do Salmo: «Deus tenha misericórdia de nós e nos abençoe, sobre nós faça resplandecer o seu rosto; para que se conheça na terra o teu caminho, a tua salvação entre todos os povos» (Salmo 67, 2-3).
Que o rosto de Deus, resplandecendo sobre nós, nos torne capazes de nos fazermos por nossa vez rosto credível do Evangelho para os irmãos e as irmãs que encontramos, próximos e distantes.
Seja por todos conhecido e amado o nosso Senhor Jesus Cristo,
Os participantes no Congresso sobre o Rosto Humano do Xaveriano 2026
Enlaces y
Descargas
Accede aquí con tu nombre de usuario y contraseña para ver y descargar los archivos reservados.
| Documentos públicos | Tamaño | ||
|---|---|---|---|
Il mio cuore ripete il tuo invito FINALE - ITA | 130.38 KB | Free | Descarga |
My Heart Echoes Your Invitation | 149.71 KB | Free | Descarga |
Mi corazon repite tu invitacion | 148.94 KB | Free | Descarga |
Mon coeur repete ton invitation | 150.41 KB | Free | Descarga |
O meu coracao repete o teu convite | 148.82 KB | Free | Descarga |