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Un Paese alla ricerca del futuro nonostante povertà e violenza

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Crisi politica e instabilità sociale in Ciad.
Le prospettive geopolitiche

Il Ciad è un Paese che rappresenta uno snodo cruciale nella regione del Sahel, ma è sempre più in balìa di violenza e instabilità politica, come dimostrano i gravissimi scontri delle ultime settimane. Secondo gli ultimi dati aggiornati al 2019 dell’Indice di Povertà Multidimensionale delle Nazioni Unite (MPI), nel Ciad solo il 10,7% della popolazione non vive al di sotto della linea di povertà estrema. Secondo i dati della Banca Mondiale (WB) relativi allo stesso anno, i poveri nel Paese erano circa sei milioni e mezzo di persone, un dato in aumento rispetto al calo registrato negli anni compresi tra il 2003 e il 2011 — in percentuale, più di quattro persone su dieci erano al di sotto della linea di povertà tracciata dal governo.

Gli effetti di questa diffusa povertà sono profondi e affliggono tutte le fasce della popolazione, specialmente i minori. In quest’ultimo caso, per tutta la vita: l’Human Capital Index (HCI), sempre redatto dalla WB, indica che un bambino del Ciad da adulto sarà meno produttivo in termini economici rispetto alla media dei bambini della regione del Sahel e ai minori dei paesi a basso reddito a livello mondiale. Il Ciad ha anche un tasso di mortalità infantile più alto rispetto alla regione — trentatré neonati morti ogni mille contro venticinque — e una scolarizzazione molto bassa, visto che ogni bambino va a scuola in media solo cinque anni, il secondo dato peggiore di tutto il Sahel.

I problemi partono dall’economia e dalla politica del Paese. I settori economici trainanti sono quello petrolifero e quello agricolo — quest’ultimo vale più del 40% del pil — seguiti dalle esportazioni di gomma, oro, cotone e bestiame; insieme arrivano quasi al 100%. Un sistema poco diversificato e quindi soggetto agli scossoni internazionali, che non permette di avere una crescita costante e tiene il Ciad sotto i livelli di crescita di altri Paesi del Sahel come il Mali o il Sudan. Lo si è visto durante la pandemia, quando, secondo la Banca per lo Sviluppo Africana (ADB) il pil ha avuto una contrazione del 2,2% nel 2020 — per quello stesso periodo le stime della WB davano una crescita del 4,8%.

Sempre secondo la WB nuove previsioni danno una crescita del 2,4% per il biennio 2022-2023, crescita che però verrà sicuramente frenata dalla richiesta di ristrutturazione del debito che il Ciad ha dovuto fare a febbraio 2021 per una crisi di liquidità. Gli aiuti della ADB sono molto importanti per l’economia nazionale perché finanziano settori come quello agricolo con il fine di migliorare la governance economica e il settore estrattivo, ma sono messi in pericolo dalla situazione politica e dall’ampio fenomeno della corruzione presente nei settori chiave. A questi problemi si aggiunge anche un alto tasso di disoccupazione e un mercato del lavoro basato sul lavoro informale, quindi permeabile allo sfruttamento.

Un tipico esempio sono le condizioni di lavoro nelle miniere d’oro nel nord-est del paese, dove sono sfruttati minori e migranti che vogliono raggiungere le coste libiche e l’Europa.

Come testimoniato dal centro studi Freedom House nel suo report “Freedom in the World”, nel 2021 il Ciad è classificato come “stato non libero”, ottenendo un punteggio quasi nullo per quanto riguarda il rispetto dei diritti politici. Secondo il report, non sono garantite elezioni, rappresentatività e libertà per le donne, sono ristretti i diritti di alcuni gruppi etnici minoritari — su base religiosa, i cristiani occupano alcuni posti nell’amministrazione locale, mentre alcuni gruppi islamici come i Sufiti Tijanyya sono tenuti sotto controllo dall’Alto Consiglio per gli Affari Islamici anche per ragioni di sicurezza legati al terrorismo.

Tra i problemi interni più gravi, infatti, c’è il terrorismo islamico. La presenza di gruppi come Boko Haram e l’Is — rappresentato dalla sua branca regionale: l’Is-Wa — è sempre stata una minaccia per lo stato, soprattutto durante la dittatura di Idriss Déby, ex presidente del Ciad che ha fatto della lotta al terrorismo anche una maniera per presentarsi agli occhi dell’Occidente come un affidabile partner regionale.

Il Ciad è divenuto indipendente nel 1960 e in questi sei decenni la democrazia è sempre stata un miraggio. Il primo presidente François Tombalbaye instaurò un regime autoritario poco tempo dopo l’indipendenza. Lo stesso fece Hissène Habré nel 1982, approfittando della guerra civile. Nel 1990 poi Idriss Déby spodestò Habré ed è rimasto al potere fino all’aprile del 2021. I suoi trent’anni al potere sono stati caratterizzati dalla corruzione, dalla repressione, dall’esclusione politica degli oppositori e da una crescente disparità sociale. Déby sarebbe rimasto al potere per molti anni ancora se non fosse morto improvvisamente nel 2021, ufficialmente combattendo contro il gruppo armato di opposizione Cambio e Concordia in Chad ( FACT ) al confine con la Libia, visto che aveva vinto poco prima della morte per la sesta volta le elezioni presidenziali e aveva rimosso il limite costituzionale al numero di mandati presidenziali.

La morte di Déby però ha dato il via ad un nuovo periodo di instabilità.

Secondo la costituzione, l’iter procedurale da applicare alla morte del presidente avrebbe previsto che il presidente dell’Assemblea Nazionale prendesse il suo posto e organizzasse entro novanta giorni nuove elezioni presidenziali. Invece, il giorno della morte di Déby, una giunta militare ha preso il potere e ha imposto come presidente provvisorio il figlio dell’ex dittatore, Mahamat Idriss Déby, trentasette anni e ufficiale dell’esercito, violando anche in questo caso la costituzione che prevede che l’incarico sia ricoperto da un civile che abbia almeno quarantacinque anni. Per come si è svolta la vicenda, molti analisti hanno parlato infatti di un vero e proprio colpo di stato. Le prime mosse della giunta, chiamata Governo Militare di Transizione ( TMC ), sono state la sospensione della Costituzione e lo scioglimento del parlamento che era in carica dal 2015 perché Déby padre non convocò nuove elezioni al termine del mandato, posticipandone l’organizzazione più volte. Un nuovo parlamento è stato più creato qualche mese dopo con il nome di National Transitional Council.

Come dice il nome, il TMC doveva rimanere in carica solo per un periodo limitato, inizialmente previsto di soli diciotto mesi, ma a ottobre è stato annunciato che il periodo di transizione sarà esteso di due anni, al termine dei quali dovrebbero essere organizzate nuove elezioni. Come ad ogni annuncio del genere fatto dal governo in carica, ci sono state delle proteste da parte della popolazione, puntualmente represse nel sangue. La repressione politica è uno dei fattori che contribuisce alla violenza nel Paese, altro fenomeno che sta acquisendo sempre maggiore importanza per i delicati equilibri sociali sono le lotte tra le varie comunità della popolazione: non si tratta in maniera esclusiva di un conflitto etnico, bensì di scontri che si scatenano anche per ragioni economiche e di sopravvivenza, considerato che riguardano l’accesso a fonti idriche o pascoli per le mandrie. Con la nuova giunta militare i gruppi che dovrebbero avere più peso sono la tribù Zaghawa e i Beri.

Una delle preoccupazioni riguardanti l’estensione del periodo di transizione è il contesto in cui questa decisione è stata presa: il dialogo con i gruppi dell’opposizione iniziato a Doha a febbraio 2022. Iniziato dopo l’accorso di pace dell’agosto 2021 con trenta gruppi dell’opposizione, ai suoi lavori non hanno partecipato i più importanti gruppi, tra cui il FACT — lo stesso gruppo contro cui è morto il vecchio dittatore — la piattaforma politica Wakit Tama che raccoglie esponenti della società civile e il partito Les Transformateurs. La loro assenza ha diminuito la validità delle proposte presentate durante i negoziati, senza contare che le defezioni sono aumentate con il passare del tempo perché altri gruppi, tra cui l’associazione degli avvocati del paese, ha ritirato i suoi rappresentanti. Oltre a estendere il periodo di transizione, il forum ha anche deciso che verranno organizzati in una sola tornata elettorale un referendum sulla nuova forma di stato e una nuova costituzione.

Il processo di dialogo senza i rappresentanti dei gruppi di opposizione appare agli occhi degli osservatori solo uno strumento per ratificare in una maniera più o meno legittimata le proposte presentate dalla Giunta, senza un reale cambiamento politico. Senza stabilità politica derivante da un dialogo costruttivo e completo con l’opposizione, e la tendenza sembra andare in quella direzione, è impossibile migliorino le condizioni economiche e sociali del Paese.

di Cosimo Graziani in Osservatore Romano 19 dicembre 2022

 

Cosimo Graziani
16 Janvier 2023
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