Ricordando le missionarie saveriane assassinate in Burundi.
A distanza di 7 anni del martirio in Burundi delle tre sorelle saveriane Olga, Lucia e Bernadetta, le vogliamo ricordare con questo articolo dell’Osservatore Romano, dove si presenta il libro “Va’, dona la vita! Storia, parole, morte di tre missionarie saveriane in Burundi” (EMI 2016), scritto da Teresina Caffi, consorella delle tre martiri. L’autrice del libro dà voce alla loro interiorità, alla loro ricerca spirituale, alle loro fatiche e gioie missionarie quotidiane. «Una missionaria muore volentieri nella sua terra di missione» scriveva Olga Raschietti pochi giorni prima di essere uccisa. E così è stato. A Kamenge, sette anni fa, a Olga, Lucia e Bernadetta la vita non è stata tolta, perché l’avevano già donata. (red.)
Settembre 2014, Bujumbura, Burundi: tre missionarie italiane — Olga Raschietti, Lucia Pulici, Bernardetta Boggian — vengono misteriosamente e brutalmente uccise da uomini armati. Unanimi lo sgomento e la commozione. Oggi, la loro casa di Kamenge, nel cuore dell’Africa, è casa di preghiera, chiamata “piccola chiesa della pace e della misericordia”. Va’, dona la vita! Storia, parole, morte di tre missionarie saveriane in Burundi (Bologna, Editrice missionaria italiana, 2016, pagine 256, euro 13) è il libro — a cura di suor Teresina Caffi e con prefazione di monsignor Matteo Zuppi — che ricostruisce l’esistenza di queste tre donne, definite da Papa Francesco «religiose zelanti e generose testimoni del Vangelo» in un Paese martoriato da guerre ma ricco di umanità.
Le autrici, come appare dalla pubblicazione postuma dell’accurata selezione di lettere, estratti di diari e foglietti di quaderni personali, sono loro tre. La consorella saveriana Teresina Caffi, curatrice del libro, dà voce alla loro interiorità, alla loro ricerca spirituale, alle loro fatiche e gioie quotidiane condivise anche con amiche e familiari.
«Una missionaria muore volentieri nella sua terra di missione» scrive la catechista Olga Raschietti, in una sorta di testamento, pochi giorni prima di venire uccisa, dopo più di quarant’anni in Africa. Il titolo Va’ e dona la vita è esattamente quanto accaduto, espressione di un canto che Olga amava molto.
La loro è la testimonianza di donne che hanno vissuto cinquant’anni di vita consacrata a Cristo per la missione, svoltasi sostanzialmente tra il Sud Kivu (Repubblica Democratica del Congo) e la capitale burundese. Lo hanno fatto per amore. «La missione è la frontiera dell’amore» scrive infatti la formatrice Bernardetta Boggian e a lei sembra fare eco Lucia Pulici, ostetrica, quando confida: «Ho chiesto al Signore la grazia di essere il samaritano che sa piegarsi sulle ferite di questo popolo».
Olga, Lucia, Bernardetta. Tre storie diverse, per radici, formazione, carattere, condizioni fisiche e vicende personali, accomunate dallo stesso fuoco della carità missionaria. Tre donne che hanno pazientemente e costantemente faticato, ogni giorno, per costruire fraternità all’interno della loro comunità e con tutti.
È la prima volta, in oltre settant’anni di esistenza della famiglia religiosa delle Missionarie di Maria, che la morte colpisce delle saveriane in forma violenta. Non si sa se la brutalità del triplice omicidio abbia a che fare con le tensioni che attraversano il Paese africano. Gli impegni presi di cercare gli assassini e di fare giustizia si sono completamente arenati nel corso di questi due anni.
Olga, Lucia, Bernardetta, anziane e fragili di salute com’erano, non rappresentavano certo una minaccia, ma una presenza accogliente e fraterna per chi frequentava la loro modesta casa nel cortile della parrocchia di Kamenge. Non avevano segreti pericolosi. Non sapevano neppure la lingua burundese, nonostante gli sforzi fatti per impararla, e si esprimevano in swahili. La loro morte cruenta, però, non ha distrutto, ma portato a compimento il loro desiderio di spendere tutta la loro vita per il Signore e per la missione.
È significativo che, pur essendo tanti i riferimenti diretti ai massacri e alla violenza nel cuore dell’Africa, la lettura di questo libro non metta in evidenza la guerra nella vita di queste tre religiose, ma la narrazione della dedizione con la quale Bernardetta, quando non è chiamata a incarichi di governo generale della sua Congregazione, esercita l’attività di formatrice; la passione di Lucia per il lavoro di ostetrica a servizio delle mamme e dei neonati congolesi, che si arrende solo dinanzi all’ischemia cardiaca che la colpisce nel 2005; lo zelo nel servizio di catechista di Olga, che approfitta del suo ministero per farsi prossima ai poveri della comunità.
Il tratto caratteristico del loro servizio missionario diviene la capacità di farsi uno con il popolo al quale sono state inviate. In modo semplice e discreto. Quanto accaduto il 7 e l’8 settembre 2014 non è stato conseguenza di prese di posizione che potessero suscitare astio contro di loro, né esito di una vita straordinaria. Nessuna di loro era perfetta.
Quale eredità, dunque, ci lascia la loro morte cruenta? Perché leggere il libro che racconta la storia e l’uccisione di queste tre missionarie saveriane, in Burundi? L’arcivescovo Zuppi, nella partecipata prefazione del libro, fa riferimento alle tre religiose come ai «nuovi martiri che Papa Francesco ci indica perché la nostra testimonianza si liberi dalla tiepidezza e dalla mediocrità». È proprio nel commentare l’uccisione di Olga, Lucia e Bernardetta, che il Papa ha auspicato che il loro sangue diventi «seme di fraternità».
(L'Osservatore Romano, 3-4 dicembre 2016)
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