CASA MADRE – Il 26 giugno si è conclusa la nona giornata del Convegno dedicato al “Volto Umano del Saveriano”. Tre voci hanno arricchito l’evento: quella di Suor Simona Brambilla, Prefetta del Dicastero per la Vita Consacrata, quella delle Missionarie Saveriane Francine Kikumi Bisimwa e Bernadete I. Dos Santos, e quella dei laici saveriani Alberto Chiappari e Serena Rolandi. Tre prospettive — vita consacrata, religiose, laici — per un unico cammino di famiglia carismatica.
Scavare pozzi nei deserti della vita
Suor Simona Brambilla ha aperto con una frase di Papa Leone XIV: “prima di essere credenti siamo chiamati ad essere umani”.
A partire dall’episodio della Samaritana, ha proposto l’immagine del pozzo come metafora dell’umanità consacrata: uno spazio vuoto destinato a riempirsi di vita, dove la sete di Dio per l’umanità incontra la sete dell’umanità per Dio.
Costruire un pozzo — cioè relazioni, spazi sicuri, processi che generano vita — richiede prima di tutto affinare i sensi: “un’umanità che non sente è un’umanità mutilata”. Poi occorre conoscere la propria “geologia umana”: le pietre che si incontrano nello scavo. Suor Simona ne ha elencate alcune ricorrenti: l’autosufficienza, il vittimismo, la dipendenza affettiva esclusiva, il narcisismo che trasforma il servizio in palcoscenico. Non si tratta di eliminarle tutte e tutte allo stesso modo, ma di saperle riconoscere: “la differenza non è se ci sono o meno, ma se sono capace di individuarle”.
Il rischio opposto è la “sfera liscia”: perfetta all’esterno, vuota e fredda dentro. Una dinamica che capovolge il senso della vita consacrata, trasformando “il ministro del culto nel culto del ministro”. La via d’uscita, indicata da Francesco e da Leone XIV, è una sola: “torna al cuore”. Lì si trovano le tracce di Dio — e solo chi scende nel proprio cuore, ferite comprese, può stare davvero accanto a chi soffre.
Il volto della Saveriana: sovrannaturale e umana insieme
Le Missionarie Saveriane hanno ricordato che il “volto umano” non si oppone alla dimensione spirituale, ma ne è la manifestazione necessaria. Dio stesso, incarnandosi, ha scelto di rivelare il Suo volto attraverso i tratti dell’umanità.
Padre Giacomo Spagnolo, nella sua lettera circolare del 1966, aveva delineato la “saveriana ideale” con parole ancora vive: tutta di Dio e tutta dei fratelli, esigente con sé e comprensiva verso gli altri, sovrannaturale e umana insieme. Non una figura di compromesso, ma una personalità capace di integrare virtù apparentemente opposte.
Due volti concreti danno carne a questo ideale.
Lina Bescape ha incarnato l’accoglienza come spirito di famiglia: voleva festeggiare ogni compleanno delle sorelle perché “ciascuna persona meritava un’attenzione particolare”. Il suo apostolato del sorriso rendeva visibile l’amore di Dio nei gesti più semplici.
Maria Zago, missionaria in Brasile, ha abitato la lingua e la cultura dei popoli portando il Vangelo come realtà domestica, senza essere fermata dalla fragilità del corpo.
Come ricordava Spagnolo: “o si è tutti perfetti o tutti misericordiosi. Poiché la perfezione non abita il tempo, la misericordia diventa l’unico cammino per vivere insieme.”
I laici: missionari nel quotidiano
La voce del Laicato Saveriano — presente da oltre trent’anni in Italia — ha mostrato come il carisma di San Guido Maria Conforti si incarni nei luoghi ordinari: il lavoro, la famiglia, la città.
Il loro volto umano si esprime in fraternità concrete: famiglie che accolgono minori in affido, comunità che aprono le porte ai senza fissa dimora, gruppi che visitano i detenuti stranieri in carcere, percorsi di dialogo interreligioso. Non opere “fatte per fare”, ma presenze che si fanno prossimo. Anche la governance interna riflette questo spirito: il Consiglio dei Laici decide per consenso unanime, rispettando i tempi di ciascuno.
I laici hanno lanciato un invito chiaro: camminare con maggiore integrazione nella famiglia carismatica. “Il carisma non è proprietà dei religiosi, ma dono dello Spirito Santo alla Chiesa.”
Padre Fernando Garcia, Superiore Generale, ha raccolto l’appello: “Se non sappiamo accogliere i segni dei tempi, rischiamo di essere la tomba del carisma.”
Gli ultimi capitoli generali riconoscono il Laicato Saveriano come parte integrante della famiglia carismatica: è il momento di vivere questa appartenenza con piena apertura.
Una famiglia che si disseta insieme
La nona giornata ha consegnato all’intera famiglia carismatica — padri, sorelle e laici — un’immagine comune: il pozzo. Ogni comunità e ogni relazione è chiamata a essere uno spazio dove la sete di ciascuno incontra la sorgente che non delude. Lo si costruisce solo insieme: liberando il desiderio, lavorando le proprie pietre, tornando al cuore.
Perché, come ha ricordato Suor Brambilla, “non c’è energia meglio dedicata che quella per liberare il cuore”.
The Human Face of the Xaverian Charismatic Family
CASA MADRE – On June 26, the ninth day of the Convention dedicated to the “Human Face of the Xaverian” concluded. Three voices enriched the event: that of Sister Simona Brambilla, Prefect of the Dicastery for Consecrated Life, that of the Xaverian Missionary Sisters Francine Kikumi Bisimwa and Bernadete I. Dos Santos, and that of the Xaverian Laity Alberto Chiappari and Serena Rolandi. Three perspectives — consecrated life, religious women, laity — for a single journey of a charismatic family.
Digging Wells in the Deserts of Life
Sister Simona Brambilla opened with a quote from Pope Leo XIV: “before being believers we are called to be human”.
Starting from the episode of the Samaritan woman, she proposed the image of the well as a metaphor of consecrated humanity: an empty space destined to be filled with life, where God’s thirst for humanity meets humanity’s thirst for God.
Building a well — that is, relationships, safe spaces, processes that generate life — requires first of all sharpening the senses: “a humanity that does not feel is a mutilated humanity”. Then one must know one’s own “human geology”: the stones encountered in the digging. Sister Simona listed some recurring ones: self-sufficiency, victimhood, exclusive affective dependency, narcissism that turns service into a stage. The point is not to eliminate them all in the same way, but to be able to recognize them: “the difference is not whether they are there or not, but whether I am capable of identifying them”.
The opposite risk is the “smooth sphere”: perfect on the outside, empty and cold inside. A dynamic that overturns the meaning of consecrated life, turning “the minister of worship into the cult of the minister”. The way out, indicated by Francis and Leo XIV, is only one: “return to the heart”. There lie the traces of God — and only those who descend into their own heart, wounds included, can truly stand by those who suffer.
The Face of the Xaverian Sister: Supernatural and Human Together
The Xaverian Missionaries recalled that the “human face” does not oppose the spiritual dimension, but is its necessary manifestation. God himself, by becoming incarnate, chose to reveal His face through the features of humanity.
Father Giacomo Spagnolo, in his circular letter of 1966, had outlined the “ideal Xaverian Sister” with still-living words: entirely of God and entirely of her brothers, demanding with herself and understanding toward others, supernatural and human together. Not a figure of compromise, but a personality capable of integrating apparently opposing virtues.
Two concrete faces give flesh to this ideal.
Lina Bescape embodied welcome as a family spirit: she wanted to celebrate every sister’s birthday because “each person deserved special attention”. Her apostolate of the smile made God’s love visible in the simplest gestures.
Maria Zago, a missionary in Brazil, inhabited the language and culture of peoples, bringing the Gospel as a domestic reality, without being stopped by the fragility of the body. As Spagnolo recalled: “either we are all perfect or all merciful. Since perfection does not dwell in time, mercy becomes the only path for living together.”
The Laity: Missionaries in Daily Life
The voice of the Xaverian Laity — present in Italy for over thirty years — showed how the charism of Saint Guido Maria Conforti takes flesh in ordinary places: work, family, the city.
Their human face is expressed in concrete fraternities: families that welcome foster children, communities that open their doors to the homeless, groups that visit foreign prisoners in jail, paths of interreligious dialogue. Not works “done for the sake of doing”, but presences that become neighbors. Even internal governance reflects this spirit: the Council of the Laity decides by unanimous consent, respecting each person’s time.
The laity issued a clear invitation: to walk with greater integration in the charismatic family. “The charism is not the property of the religious, but a gift of the Holy Spirit to the Church.”
Father Fernando Garcia, Superior General, echoed the appeal: “If we do not know how to welcome the signs of the times, we risk being the tomb of the charism.”
The last general chapters recognize the Xaverian Laity as an integral part of the charismatic family: it is the moment to live this belonging with full openness.
A Family that Quenches its Thirst Together
The ninth day handed to the entire charismatic family — fathers, sisters and laity — a common image: the well. Every community and every relationship is called to be a space where the thirst of each person meets the spring that does not disappoint. It is built only together: freeing desire, working through one’s own stones, returning to the heart.
Because, as Sister Brambilla recalled, “there is no energy better spent than that for freeing the heart”.
El rostro humano de la familia carismatica xaveriana
CASA MADRE – El 26 de junio concluyó la novena jornada del Congreso dedicado al “Rostro Humano del Xaveriano”. Tres voces enriquecieron el evento: la de Sor Simona Brambilla, Prefecta del Dicasterio para la Vida Consagrada, la de las Misioneras Javerianas Francine Kikumi Bisimwa y Bernadete I. Dos Santos, y la de los laicos javerianos Alberto Chiappari y Serena Rolandi. Tres perspectivas — vida consagrada, religiosas, laicos — para un único camino de familia carismatica.
Cavar pozos en los desiertos de la vida
Sor Simona Brambilla abrió con una cita del Papa León XIV: “antes de ser creyentes estamos llamados a ser humanos”.
Partiendo del episodio de la Samaritana, propuso la imagen del pozo como metáfora de la humanidad consagrada: un espacio vacío destinado a llenarse de vida, donde la sed de Dios por la humanidad encuentra la sed de la humanidad por Dios.
Construir un pozo — es decir, relaciones, espacios seguros, procesos que generan vida — exige ante todo agudizar los sentidos: “una humanidad que no siente es una humanidad mutilada”. Luego es necesario conocer la propia “geología humana”: las piedras que se encuentran al cavar. Sor Simona enumeró algunas recurrentes: la autosuficiencia, el victimismo, la dependencia afectiva exclusiva, el narcisismo que convierte el servicio en escenario. No se trata de eliminarlas todas del mismo modo, sino de saber reconocerlas: “la diferencia no está en si están o no, sino en si soy capaz de identificarlas”.
El riesgo opuesto es la “esfera lisa”: perfecta por fuera, vacía y fría por dentro. Una dinámica que invierte el sentido de la vida consagrada, transformando “al ministro del culto en el culto del ministro”. La salida, indicada por Francisco y León XIV, es una sola: “vuelve al corazón”. Allí se encuentran las huellas de Dios — y solo quien desciende a su propio corazón, heridas incluidas, puede estar verdaderamente junto a quienes sufren.
El rostro de la Xaveriana: sobrenatural y humana a la vez
Las Misioneras Javerianas recordaron que el “rostro humano” no se opone a la dimensión espiritual, sino que es su manifestación necesaria. Dios mismo, al encarnarse, eligió revelar Su rostro a través de los rasgos de la humanidad.
El Padre Giacomo Spagnolo, en su carta circular de 1966, había trazado el perfil de la “xaveriana ideal” con palabras aún vivas: toda de Dios y toda de los hermanos, exigente consigo misma y comprensiva con los demás, sobrenatural y humana a la vez. No una figura de compromiso, sino una personalidad capaz de integrar virtudes aparentemente opuestas.
Dos rostros concretos dan carne a este ideal.
Lina Bescape encarno la acogida como espíritu de familia: quería celebrar cada cumpleaños de las hermanas porque “cada persona merecía una atención especial”. Su apostolado de la sonrisa hacía visible el amor de Dios en los gestos más sencillos.
María Zago, misionera en Brasil, habitó la lengua y la cultura de los pueblos llevando el Evangelio como realidad doméstica, sin dejarse detener por la fragilidad del cuerpo. Como recordaba Spagnolo: “o somos todos perfectos o todos misericordiosos. Dado que la perfección no habita el tiempo, la misericordia se convierte en el único camino para vivir juntos.”
Los laicos: misioneros en lo cotidiano
La voz del Laicado Javeriano — presente en Italia desde hace más de treinta años — mostró cómo el carisma de San Guido María Conforti se encarna en los lugares ordinarios: el trabajo, la familia, la ciudad.
Su rostro humano se expresa en fraternidades concretas: familias que acogen a menores en acogimiento familiar, comunidades que abren sus puertas a los sin techo, grupos que visitan a los presos extranjeros en cárcel, itinerarios de diálogo interreligioso. No obras “hechas por hacer”, sino presencias que se hacen prójimo. También la gobernanza interna refleja este espíritu: el Consejo de los Laicos decide por consenso unánime, respetando los tiempos de cada uno.
Los laicos lanzaron una invitación clara: caminar con mayor integración en la familia carisática. “El carisma no es propiedad de los religiosos, sino don del Espíritu Santo a la Iglesia.”
El Padre Fernando Garcia, Superior General, recogió el llamado: “Si no sabemos acoger los signos de los tiempos, corremos el riesgo de ser la tumba del carisma.”
Los últimos capítulos generales reconocen al Laicado Javeriano como parte integrante de la familia carisática: es el momento de vivir esta pertenencia con plena apertura.
Una familia que sacia su sed juntos
La novena jornada entregó a toda la familia carismatica — padres, hermanas y laicos — una imagen común: el pozo. Cada comunidad y cada relación está llamada a ser un espacio donde la sed de cada uno encuentra la fuente que no decepciona. Solo se construye juntos: liberando el deseo, trabajando las propias piedras, volviendo al corazón.
Porque, como recordó Sor Brambilla, “no hay energía mejor empleada que la de liberar el corazón”.
Le visage humain de la famille charismatique xavérienne
CASA MADRE – Le 26 juin s’est conclue la neuvième journée du Congrès dédié au “Visage Humain du Xavérien”. Trois voix ont enrichi l’événement : celle de Sœur Simona Brambilla, Préfecte du Dicastère pour la Vie Consacrée, celle des Missionnaires Xavériennes Francine Kikumi Bisimwa et Bernadete I. Dos Santos, et celle des laïcs xavériens Alberto Chiappari et Serena Rolandi. Trois perspectives — vie consacrée, religieuses, laïcs — pour un unique chemin de famille charismatique.
Creuser des puits dans les déserts de la vie
Sœur Simona Brambilla a ouvert avec une citation du Pape Léon XIV : “avant d’être croyants, nous sommes appelés à être humains”. En partant de l’épisode de la Samaritaine, elle a proposé l’image du puits comme métaphore de l’humanité consacrée : un espace vide destiné à se remplir de vie, où la soif de Dieu pour l’humanité rencontre la soif de l’humanité pour Dieu.
Creuser un puits — c’est-à-dire des relations, des espaces sûrs, des processus qui engendrent la vie — exige avant tout d’affiner les sens : “une humanité qui ne ressent pas est une humanité mutilée”. Il faut ensuite connaître sa propre “géologie humaine” : les pierres que l’on rencontre en creusant. Sœur Simona en a énuméré quelques-unes récurrentes : l’autosuffisance, le victimisme, la dépendance affective exclusive, le narcissisme qui transforme le service en scène. Il ne s’agit pas de toutes les éliminer de la même façon, mais de savoir les reconnaître : “la différence n’est pas qu’elles soient là ou non, mais si je suis capable de les identifier”.
Le risque opposé est la “sphère lisse” : parfaite à l’extérieur, vide et froide à l’intérieur. Une dynamique qui inverse le sens de la vie consacrée, transformant “le ministre du culte en culte du ministre”. La voie de sortie, indiquée par François et Léon XIV, est une seule : “revenir au cœur”. C’est là que se trouvent les traces de Dieu — et seul celui qui descend dans son propre cœur, blessures comprises, peut vraiment être aux côtés de ceux qui souffrent.
Le visage de la Xavérienne : surnaturelle et humaine à la fois
Les Missionnaires Xavériennes ont rappelé que le “visage humain” ne s’oppose pas à la dimension spirituelle, mais en est la manifestation nécessaire. Dieu lui-même, en s’incarnant, a choisi de révéler Son visage à travers les traits de l’humanité.
Le Père Giacomo Spagnolo, dans sa lettre circulaire de 1966, avait tracé le portrait de la “xavérienne idéale”avec des paroles encore vivantes : toute de Dieu et toute de ses frères, exigeante avec elle-même et compréhensive envers les autres, surnaturelle et humaine à la fois. Non une figure de compromis, mais une personnalité capable d’intégrer des vertus apparemment opposées.
Deux visages concrets donnent chair à cet idéal.
Lina Bescape a incarné l’accueil comme esprit de famille : elle voulait fêter chaque anniversaire des sœurs parce que “chaque personne méritait une attention particulière”. Son apostolat du sourire rendait visible l’amour de Dieu dans les gestes les plus simples.
Maria Zago, missionnaire au Brésil, a habité la langue et la culture des peuples en portant l’Évangile comme réalité domestique, sans se laisser arrêter par la fragilité du corps. Comme le rappelait Spagnolo : “soit on est tous parfaits, soit tous miséricordieux. Puisque la perfection n’habite pas le temps, la miséricorde devient le seul chemin pour vivre ensemble.”
Les laïcs : missionnaires au quotidien
La voix du Laïcat Xavérien — présent en Italie depuis plus de trente ans — a montré comment le charisme de saint Guido Maria Conforti s’incarne dans les lieux ordinaires : le travail, la famille, la ville.
Leur visage humain s’exprime en fraternités concrètes : des familles qui accueillent des mineurs en famille d’accueil, des communautés qui ouvrent leurs portes aux sans-abri, des groupes qui rendent visite aux prisonniers étrangers en détention, des parcours de dialogue interreligieux. Non des œuvres “faites pour faire”, mais des présences qui se font proches. Même la gouvernance interne reflète cet esprit : le Conseil des Laïcs décide par consensus unanime, en respectant les temps de chacun.
Les laïcs ont lancé une invitation claire : cheminer avec une plus grande intégration dans la famille charismatique. “Le charisme n’est pas la propriété des religieux, mais un don de l’Esprit Saint à l’Église.”
Le Père Fernando Garcia, Supérieur Général, a recueilli l’appel : “Si nous ne savons pas accueillir les signes des temps, nous risquons d’être le tombeau du charisme.”
Les derniers chapitres généraux reconnaissent le Laïcat Xavérien comme partie intégrante de la famille charismatique : c’est le moment de vivre cette appartenance avec une pleine ouverture.
Une famille qui étanche sa soif ensemble
La neuvième journée a confié à toute la famille charismatique — pères, sœurs et laïcs — une image commune : le puits. Chaque communauté et chaque relation est appelée à être un espace où la soif de chacun rencontre la source qui ne déçoit pas. On la construit seulement ensemble : en libérant le désir, en travaillant ses propres pierres, en revenant au cœur.
Car, comme le rappelait Sœur Brambilla, “il n’y a pas d’énergie mieux employée que celle pour libérer le cœur”.
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