CASA MADRE – Il 25 giugno, nell’ottava giornata del convegno “Il Volto Umano del Saveriano” a Parma, padre Adriano Cunha Lima — missionario saveriano che studia Scienze della Pace all’Università Lateranense di Roma — affronta una domanda scomoda: come viviamo i conflitti nelle nostre comunità interculturali, e come possiamo trasformarli in una risorsa?
Per i Saveriani la comunità non è un contorno della missione: è la missione stessa.
Le Costituzioni lo dicono chiaro: “testimonianza di comunione” e “annuncio in atto”. La qualità delle relazioni interne è il cuore dell’annuncio, non un dettaglio organizzativo. Da qui la seconda premessa: in ogni comunità umana i conflitti esistono. La domanda non è se arriveranno, ma come li si accoglierà.
L’errore più comune, spiega Adriano, è confondere conflitto e violenza. Il conflitto è un fenomeno ordinario della vita, necessario per la crescita. La violenza è un’altra cosa, e quella va combattuta.
Davanti a un conflitto si aprono cinque strade:
- vittoria/sconfitta
- sconfitta/vittoria
- ritiro
- compromesso
- trascendenza, cioè ridefinire il problema a un livello diverso fino a trovare una soluzione nuova che soddisfi entrambe le parti.
“Il silenzio in comunità a volte è molto violento. Il fatto di non salutare un confratello dopo una discussione è molto violento”. — padre Adriano Cunha Lima
Per arrivare a questa trascendenza bisogna imparare a guardare sotto la superficie. Di ogni conflitto vediamo solo la punta dell’iceberg: il comportamento. Sotto ci sono l’attitudine — sentimenti, paure, convinzioni — e più in fondo ancora il contesto: storia personale, cultura, ruolo in comunità.
Soprattutto, ogni conflitto ha tre strati: la posizione (quello che si dice di volere), l’interesse e il bisogno profondo. Finché si litiga sulle posizioni, il conflitto si irrigidisce. Quando si arriva ai bisogni — essere ascoltati, riconosciuti, amati — si aprono strade nuove.
“Viviamo insieme chiamandoci fratelli, ma molto spesso non ci conosciamo”.
Strumento decisivo è l’ascolto empatico: non ascoltare per rispondere, ma per capire. Un piccolo cambio di linguaggio aiuta molto: “Io mi sento ferito quando accade questo” è molto diverso da “Tu sbagli sempre”. Il primo condivide un’esperienza, il secondo formula un’accusa. E poi c’è la fiducia: “Dire 'sono a casa' vuol dire che sono sicuro che in questa comunità mi vogliono bene. È la metà della soluzione ai nostri conflitti”.
Le feste, le uscite, una birra condivisa non sono tempo perso: sono il terreno su cui il dialogo vero può nascere.
La parte finale dell’intervento tocca la differenza tra discutere e discernere. Il dialogo — dal greco dia-logos, “attraversare la parola” — non è una partita di ping-pong in cui ciascuno difende la propria posizione.
Il modello è il Concilio di Gerusalemme (At 15): il conflitto viene portato alla luce, si crea uno spazio dedicato, si parla a partire dall’esperienza, si lascia spazio al silenzio, e la decisione appartiene a tutti: “Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi”.
Il frutto del vero discernimento non è la fine di una disputa: è la gioia e la pace di una comunità che ha camminato insieme.
Al termine, un partecipante raccoglie la sfida: “Questo dovrebbe essere portato ai formatori saveriani e integrato nella vita delle nostre comunità”. Le comunità interculturali saveriane sono chiamate a vivere continuamente piccoli “Concili di Gerusalemme”: momenti in cui un conflitto, accolto con verità, diventa occasione perché lo Spirito parli attraverso i fratelli riuniti.
Conflicts in Community: Problem or Resource?
CASA MADRE – On June 25, on the eighth day of the conference "The Human Face of the Xaverian" in Parma, Father Adriano Cunha Lima — a Xaverian missionary studying Peace Studies at the Lateran University in Rome — addresses an uncomfortable question: how do we live with conflicts in our intercultural communities, and how can we transform them into a resource?
For the Xaverians, the community is not a backdrop to the mission: it is the mission itself.
The Constitutions are clear: "witness of communion" and "proclamation in action". The quality of internal relationships is the heart of the proclamation, not an organizational detail. From this comes the second premise: in every human community, conflicts exist. The question is not whether they will come, but how they will be received.
The most common mistake, Adriano explains, is to confuse conflict with violence. Conflict is an ordinary phenomenon of life, necessary for growth. Violence is something else, and that must be fought.
Faced with a conflict, five paths open up:
- win/lose
- lose/win
- withdrawal
- compromise
- transcendence, i.e. redefining the problem at a different level until a new solution is found that satisfies both parties.
"The silence in a community is sometimes very violent. The fact of not greeting a brother after an argument is very violent." — Father Adriano Cunha Lima
To reach this transcendence, one must learn to look beneath the surface. Of every conflict we see only the tip of the iceberg: the behavior. Beneath it lies the attitude — feelings, fears, convictions — and deeper still the context: personal history, culture, role in the community.
Above all, every conflict has three layers: the position (what one claims to want), the interest, and the deep need. As long as the argument is about positions, the conflict hardens. When one reaches the needs — to be heard, recognized, loved — new paths open up.
"We live together calling each other brothers, but very often we do not know each other."
A decisive tool is empathic listening: not listening to respond, but to understand. A small change of language helps greatly: "I feel hurt when this happens" is very different from "You always get it wrong". The first shares an experience, the second formulates an accusation. And then there is trust: "Saying 'I am home' means that I am sure that in this community they love me. That is half the solution to our conflicts".
Celebrations, outings, a shared beer are not wasted time: they are the soil in which true dialogue can be born.
The final part of the talk touches on the difference between discussing and discerning. Dialogue — from the Greek dia-logos, "passing through the word" — is not a ping-pong match in which each defends their own position.
The model is the Council of Jerusalem (Acts 15): the conflict is brought to light, a dedicated space is created, one speaks from experience, space is given to silence, and the decision belongs to all: "We decided, the Holy Spirit and us".
The fruit of true discernment is not the end of a dispute: it is the joy and peace of a community that has walked together.
At the end, a participant takes up the challenge: "This should be brought to the Xaverian formators and integrated into the life of our communities". Xaverian intercultural communities are called to continuously live small "Councils of Jerusalem": moments in which a conflict, received in truth, becomes an occasion for the Spirit to speak through the gathered brothers.
Conflictos en comunidad: ¿problema o recurso?
CASA MADRE – El 25 de junio, en el octavo día del congreso "El Rostro Humano del Xaveriano" en Parma, el padre Adriano Cunha Lima — misionero xaveriano que estudia Ciencias de la Paz en la Universidad Lateranense de Roma — afronta una pregunta incómoda: ¿cómo vivimos los conflictos en nuestras comunidades interculturales y cómo podemos transformarlos en un recurso?
Para los Xaverianos la comunidad no es un complemento de la misión: es la misión misma.
Las Constituciones lo dicen claramente: "testimonio de comunión" y "anuncio en acto". La calidad de las relaciones internas es el corazón del anuncio, no un detalle organizativo. De aquí surge la segunda premisa: en toda comunidad humana existen los conflictos. La pregunta no es si llegarán, sino cómo se los acogerá.
El error más común, explica Adriano, es confundir conflicto y violencia. El conflicto es un fenómeno ordinario de la vida, necesario para el crecimiento. La violencia es otra cosa, y esa hay que combatirla.
Ante un conflicto se abren cinco caminos:
- victoria/derrota
- derrota/victoria
- retirada
- compromiso
- trascendencia, es decir, redefinir el problema en un nivel diferente hasta encontrar una nueva solución que satisfaga a ambas partes.
"El silencio en la comunidad a veces es muy violento. El hecho de no saludar a un hermano después de una discusión es muy violento". — padre Adriano Cunha Lima
Para llegar a esta trascendencia hay que aprender a mirar bajo la superficie. De cada conflicto vemos solo la punta del iceberg: el comportamiento. Debajo están la actitud — sentimientos, miedos, convicciones — y más profundo aún el contexto: historia personal, cultura, rol en la comunidad.
Sobre todo, cada conflicto tiene tres capas: la posición (lo que se dice querer), el interés y la necesidad profunda. Mientras se discute sobre las posiciones, el conflicto se endurece. Cuando se llega a las necesidades — ser escuchados, reconocidos, amados — se abren nuevos caminos.
"Vivimos juntos llamándonos hermanos, pero muy a menudo no nos conocemos”. Padre Adriano Cunha Lima
Una herramienta decisiva es la escucha empática: no escuchar para responder, sino para entender. Un pequeño cambio de lenguaje ayuda mucho: "Yo me siento herido cuando ocurre esto" es muy diferente de "Tú siempre te equivocas". El primero comparte una experiencia, el segundo formula una acusación. Y luego está la confianza: "Decir 'estoy en casa' significa que estoy seguro de que en esta comunidad me quieren. Es la mitad de la solución a nuestros conflictos".
Las fiestas, las salidas, una cerveza compartida no son tiempo perdido: son el terreno en el que puede nacer el verdadero diálogo.
La parte final de la intervención toca la diferencia entre discutir y discernir. El diálogo — del griego dia-logos, "atravesar la palabra" — no es un partido de ping-pong en el que cada uno defiende su propia posición.
El modelo es el Concilio de Jerusalén (Hch 15): el conflicto se saca a la luz, se crea un espacio dedicado, se habla desde la experiencia, se deja espacio al silencio, y la decisión pertenece a todos: "Hemos decidido, el Espíritu Santo y nosotros".
El fruto del verdadero discernimiento no es el fin de una disputa: es la alegría y la paz de una comunidad que ha caminado junta.
Al término, un participante recoge el desafío: "Esto debería llevarse a los formadores xaverianos e integrarse en la vida de nuestras comunidades". Las comunidades interculturales xaverianas están llamadas a vivir continuamente pequeños "Concilios de Jerusalén": momentos en los que un conflicto, acogido con verdad, se convierte en ocasión para que el Espíritu hable a través de los hermanos reunidos.
Les conflits en communauté : problème ou ressource ?
CASA MADRE – Le 25 juin, au huitième jour du congrès « Le Visage Humain du Xavérien » à Parme, le père Adriano Cunha Lima — missionnaire xavérien qui étudie les Sciences de la Paix à l'Université du Latran à Rome — aborde une question inconfortable : comment vivons-nous les conflits dans nos communautés interculturelles, et comment pouvons-nous les transformer en ressource ?
Pour les Xavériens, la communauté n'est pas un cadre de la mission : elle est la mission elle-même.
Les Constitutions le disent clairement : « témoignage de communion » et « annonce en acte ». La qualité des relations internes est le cœur de l'annonce, pas un détail organisationnel. De là vient la deuxième prémisse : dans toute communauté humaine, les conflits existent. La question n'est pas de savoir s'ils arriveront, mais comment ils seront accueillis.
L'erreur la plus courante, explique Adriano, est de confondre conflit et violence. Le conflit est un phénomène ordinaire de la vie, nécessaire à la croissance. La violence est autre chose, et c'est elle qu'il faut combattre.
Face à un conflit, cinq chemins s'ouvrent :
- victoire/défaite
- défaite/victoire
- retrait
- compromis
- transcendance, c'est-à-dire redéfinir le problème à un niveau différent jusqu'à trouver une nouvelle solution qui satisfasse les deux parties.
« Le silence en communauté est parfois très violent. Le fait de ne pas saluer un frère après une discussion est très violent. » — père Adriano Cunha Lima
Pour parvenir à cette transcendance, il faut apprendre à regarder sous la surface. De chaque conflit, nous ne voyons que la pointe de l'iceberg : le comportement. En dessous se trouvent l'attitude — sentiments, peurs, convictions — et plus profondément encore le contexte : histoire personnelle, culture, rôle dans la communauté.
Surtout, chaque conflit a trois couches : la position (ce que l'on dit vouloir), l'intérêt et le besoin profond. Tant que l'on se dispute sur les positions, le conflit se rigidifie. Quand on arrive aux besoins — être écoutés, reconnus, aimés — de nouveaux chemins s'ouvrent.
« Nous vivons ensemble en nous appelant frères, mais très souvent nous ne nous connaissons pas. »
Un outil décisif est l'écoute empathique : ne pas écouter pour répondre, mais pour comprendre. Un petit changement de langage aide beaucoup : « Je me sens blessé quand cela arrive » est très différent de « Tu te trompes toujours ». Le premier partage une expérience, le second formule une accusation. Et puis il y a la confiance : « Dire ‘je suis chez moi’ signifie que je suis sûr que dans cette communauté on m'aime. C'est la moitié de la solution à nos conflits. »
Les fêtes, les sorties, une bière partagée ne sont pas du temps perdu : ce sont le terreau sur lequel le vrai dialogue peut naître.
La partie finale de l'intervention touche à la différence entre discuter et discerner. Le dialogue — du grec dia-logos, « traverser la parole » — n'est pas un match de ping-pong où chacun défend sa propre position.
Le modèle est le Concile de Jérusalem (Ac 15) : le conflit est mis en lumière, un espace dédié est créé, on parle à partir de l'expérience, on laisse de la place au silence, et la décision appartient à tous : « Nous avons décidé, l'Esprit Saint et nous. »
Le fruit du vrai discernement n'est pas la fin d'un litige : c'est la joie et la paix d'une communauté qui a cheminé ensemble.
À la fin, un participant relève le défi : « Cela devrait être apporté aux formateurs xavériens et intégré dans la vie de nos communautés. » Les communautés interculturelles xavériennes sont appelées à vivre continuellement de petits « Conciles de Jérusalem » : des moments où un conflit, accueilli dans la vérité, devient une occasion pour que l'Esprit parle à travers les frères réunis.
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