Skip to main content

Servire con gioia e costruire ponti: le figure che hanno dato volto umano alla missione

33/500

CASA MADRE – Figure di missionari che non hanno cercato il palcoscenico, ma hanno lasciato un’impronta profonda nelle persone e nei luoghi dove hanno vissuto. Questa è stata l’anima della settima giornata del convegno “Il volto umano del saveriano”.

La giornata era dedicata alla riscoperta di figure esemplari della congregazione. Non eroi in senso agiografico, ma uomini concreti, con i loro limiti e la loro grandezza, capaci di incarnare lo spirito del fondatore San Guido Maria Conforti in contesti e culture diversissimi.

Ironia contro la tirannia: Vanzin e Bonardi, testimoni del tempo del Fondatore

Ad aprire la giornata è stato padre Mario Menin, direttore della rivista Missione Oggi, che ha presentato due figure saveriane del primo Novecento: Vittorio Vanzin e Giuseppe Bonardi.

Vanzin nasce a Pordenone nel 1900 e a soli diciassette anni viene nominato dal Fondatore presidente delle Conferenze Missionarie. Ordinato sacerdote nel 1922, parte per la Cina nel 1924. Il suo “volto umano” si esprimeva attraverso un’arma insolita per un missionario: l’ironia. Come ha ricordato padre Menin citando un autore francese, “l’ironia è il più potente antidoto contro la tirannia” — anche quando è la religione stessa a indossare quella maschera. Una qualità, questa, che condivideva con il Fondatore stesso.

Vanzin fu anche un intellettuale impegnato: direttore della rivista Fede e Civiltà, insegnante all’Istituto Superiore d’Arte a Roma, missionario in Cina e in Messico.

Nel 1950 dedicò un intero capitolo a ciò che dovrebbe distinguere il saveriano: lealtà, assenza di doppiezza, conoscenza intima dei confratelli.

Bonardi, ordinato sacerdote nel 1903 e partito per la Cina nel 1904, è ricordato anche per un primato curioso: fu il primo a introdurre la bicicletta in Cina. Ma la sua eredità più duratura è stata nel governo e nella formazione della congregazione. Vicario generale dell’istituto, fu anche artefice di iniziative culturali pionieristiche come il Nido degli Aquilotti e Africa Nostra, prime produzioni cinematografiche saveriane, e fu anche per un periodo il direttore del Museo Cinese di Parma.

Padre Francesco Marini: un architetto di fraternità

Padre Wahyudiyanto Antonius, missionario saveriano indonesiano, ha condiviso il ricordo di padre Francesco Marini, già Superiore Generale dei Saveriani, con parole che lasciano poco spazio all’agiografia ufficiale: “Per me non è stato soltanto un formatore, ma soprattutto un padre”.

Marini sapeva “come parlare ai grandi della terra”, ma non ha mai usato l’autorità che veniva con il suo ruolo per imporsi agli altri.

Il suo stile era quello dell’incontro. In Indonesia, dove ha lavorato come formatore nel filosofato saveriano di Giacarta, Marini era convinto che la missione potesse mettere radici solo attraverso il dialogo. Ha coltivato relazioni con i Gusduriani, un gruppo islamico moderato ispirato all’ex presidente indonesiano Abdurrahman Wahid Gus Dur, convinto che la costruzione di ponti tra diverse religioni fosse la via maestra.

Ad Aek Nabara, nella sua missione indonesiana, era definito un “architetto di fraternità” tra religiosi di diverse congregazioni. Nelle sue conferenze, la missiologia non era teoria ma testimonianza viva. Era sempre attento ai bisogni reali delle persone che incontrava quotidianamente.

Padre Corrado Stradiotto: settant’anni di missione silenziosa

Padre Eugenio Pulcini, missionario nelle Filippine, ha presentato la figura di padre Corrado Stradiotto, che ha vissuto oltre settant’anni di vita missionaria. Quattro immagini per ritrattarlo.

Un uomo che viveva per gli altri. La porta del suo ufficio era sempre aperta. Non cercava spazi per sé. Accoglienza ventiquattr’ore su ventiquattro. “Uno che faceva sentire sempre tutti a casa”, con una stretta di mano energetica che dava sicurezza. Nessuna esigenza particolare nel mangiare o nel vestire: adattato a tutto con una semplicità disarmante.

Un uomo che serviva con gioia. Dopo aver svolto qualsiasi compito, aggiungeva sempre: “È una gioia”. Il servizio non era per lui un peso ma quasi un dono, qualcosa di spontaneo. Era economo per tutta la vita, ma non cercava riconoscimenti. Parlava poco e preferiva i fatti.

Un uomo che non ha mai smesso di essere missionario. Ha vissuto pochi anni in Indonesia, ma quella terra è diventata parte della sua identità. Usava ancora la stessa valigia del primo viaggio. Indossava le camicie indonesiane. Dopo quarant’anni, gli amici indonesiani lo cercavano ancora. “L’Indonesia era diventata una parte del suo cuore e della sua stessa identità”.

Un uomo che credeva nella forza del bene. La sua frase più ripetuta era: “Il bene viene sempre fuori. Alla fine, il bene vince su tutto”. Padre Pulcini l’ha definita non un semplice tratto caratteriale, ma “un vero tratto teologale”. Un testamento spirituale.

A vent’anni Stradiotto scrisse una “Promessa Apostolica”: “Dedicare a te, Signore, tutta la mia vita, essere sempre tutto tuo tra le file dei saveriani”. Quasi settant’anni dopo, quella promessa aveva trovato il suo compimento. È morto durante la pandemia da COVID-19, in modo semplice, come aveva vissuto.

Padre Simone Vavassori: un sardo tra sardi, un congolese tra congolesi

Padre Paulin Batairwa ha presentato la figura di padre Simone Vavassori, bergamasco di Trescore Balneario, missionario in Sardegna e poi nella Repubblica Democratica del Congo, nella regione del Kivu.

Vavassori era convinto che la missione si costruisce prima di tutto conoscendo il territorio: la storia, la cultura, la geografia dei luoghi. In Sardegna lo descrivevano come “un sardo tra sardi”. Lui stesso si definiva un “tappabuchi”, pronto a qualsiasi incarico con generosità. Come superiore, visitava regolarmente i confratelli, soprattutto quando c’era bisogno di riconciliazione.

In Congo, dove ha vissuto alcune delle esperienze più drammatiche — le guerre, i profughi ruandesi, lo sfollamento di migliaia di persone — Vavassori mostrava un coraggio fuori dal comune. Dialogava con tutte le parti in conflitto, cercando di “far abbassare l’aggressività e la violenza”. Era consapevole di appartenere a una generazione di missionari che arrivava dopo il colonialismo, e che quindi “lo stile doveva essere differente”.

Padre Renato Trevisan: il padre Kayapò dell’Amazzonia

Padre Renato Trevisan, presentato da padre Saul Ruiz Alvarez, ha dedicato la sua vita alla tribù indigena dei Kayapò, nella foresta amazzonica brasiliana. Da tutti era chiamato semplicemente “il padre Kayapò”: un titolo che dice tutto sull’immedesimazione con il popolo a cui si era consacrato.

Nato a Caldogno, in provincia di Vicenza, entrato nei Saveriani nel 1954, ordinato sacerdote nel 1970, destinato in Brasile nel 1978. Le sue preferenze erano per l’Asia e il mondo islamico, ma i superiori lo inviarono in Amazzonia. L’obbedienza si trasformò in vocazione totale.

Scriveva che “la missione nello Xingu è più di una scelta, è un’alternativa, è un atto di coraggio”. I confratelli lo ricordano come un “missionario di grande umanità, uomo poetico, padre affettuoso che seminava serenità anche nelle situazioni più critiche”. L’esperienza della vita nella foresta gli aveva plasmato una capacità straordinaria di entrare in empatia con le persone.

La famiglia Salvadori: “Non sapevamo cosa stava germogliando

La parte finale della giornata è stata la testimonianza dei familiari di padre Carlo Salvadori, attualmente missionario saveriano in Ciad.

Don Paolo, il fratello sacerdote, ha raccontato come Carlo, dopo quattro anni in seminario diocesano, abbia sentito la chiamata alla missione. Nei Saveriani ha trovato “una sensibilità spirituale e l’attenzione ai poveri”. Ma anche qualcuno che sapesse accogliere il suo carattere vulcanico e dargli fiducia, riconoscendo in lui “uno slancio capace di trasmettere la sua passione per la missione ai giovani”.

Il padre di Carlo, Claudio, ha invece raccontato con semplicità le radici di quella vocazione. Una storia che passa per un viaggio di nozze andato storto, per un incontro con padre Pio, per la ripresa quotidiana del rosario in famiglia. “Non so quanto abbia inciso su questo”, ha detto, “ma credo che abbia avuto un impatto”. Ha aggiunto: “La sua indole è sempre stata quella verso i più bisognosi, i più poveri e deboli”.

La madre Teresa ha chiuso con poche parole essenziali: “Io ringrazio il Signore che i miei ragazzi sono bravi. La mia casa è sempre aperta. Quando i miei figli mi hanno chiesto qualcosa, non ho mai detto no”.

Il Fondatore chiamava i genitori dei missionari “i primi benefattori dell’Istituto”. Questa testimonianza ha mostrato perché.

Il volto che emerge: costruttori di ponti, non protagonisti

Dalla giornata emerge un ritratto composito ma coerente del missionario saveriano. Non l’eroe carismatico o il teologo brillante, ma l’uomo disponibile, capace di adattarsi senza dissolversi, di entrare in una cultura senza colonizzarla, di servire senza cercare riconoscimenti.

Come ha sintetizzato padre Pulcini nella sua testimonianza su Stradiotto: “La missione oggi ha bisogno di persone stabili, lineari, più che persone carismatiche, originali e stravaganti. Abbiamo bisogno di costruttori di ponti più che di protagonisti”.

Porta sempre aperta. Gioia nel servire. Coraggio nel dialogare. Il bene che vince sempre. Sono le coordinate del volto umano del saveriano che questo convegno sta cercando di rimettere a fuoco.

Serving with Joy and Building Bridges: The Figures Who Put a Human Face on the Mission

CASA MADRE - Missionaries who did not seek the spotlight, but left a deep mark on the people and places where they lived. This was the soul of the seventh day of the conference "The Human Traits of the Xaverian.

The day was dedicated to rediscovering exemplary figures of the congregation. Not heroes in a hagiographic sense, but concrete men, with their limitations and their greatness, capable of embodying the spirit of the founder Saint Guido Maria Conforti in very different contexts and cultures.

Irony Against Tyranny: Vanzin and Bonardi, Witnesses of the Founder's Time

Father Mario Menin, director of the journal Missione Oggi, opened the day by presenting two Xaverian figures from the early twentieth century: Vittorio Vanzin and Giuseppe Bonardi.

Vanzin was born in Pordenone in 1900 and at only seventeen years of age was appointed by the Founder as president of the Missionary Conferences. Ordained a priest in 1922, he left for China in 1924. His "human face" was expressed through an unusual weapon for a missionary: irony. As Father Menin recalled, quoting a French author, "irony is the most powerful antidote against tyranny" — even when it is religion itself that wears that mask. This was a quality he shared with the Founder himself.

Vanzin was also an engaged intellectual: director of the journal Fede e Civiltà, teacher at the Istituto Superiore d'Arte in Rome, missionary in China and Mexico. In 1950 he devoted an entire chapter to what should distinguish a Xaverian: loyalty, absence of duplicity, intimate knowledge of one's confreres.

Bonardi, ordained a priest in 1903 and having departed for China in 1904, is also remembered for a curious distinction: he was the first to introduce the bicycle to China. But his most enduring legacy was in the governance and formation of the congregation. Vicar General of the institute, he was also the architect of pioneering cultural initiatives such as Nido degli Aquilotti and Africa Nostra, the first Xaverian cinematographic productions, and for a period was also the director of the Chinese Museum in Parma.

Father Francesco Marini: An Architect of Fraternity

Father Wahyudiyanto Antonius, an Indonesian Xaverian missionary, shared his memory of Father Francesco Marini, former Superior General of the Xaverians, with words that leave little room for official hagiography: "For me he was not only a formator, but above all a father."

Marini knew "how to speak to the great of the earth", but never used the authority that came with his role to impose himself on others.

His style was that of encounter. In Indonesia, where he worked as a formator in the Xaverian philosophy house in Jakarta, Marini was convinced that the mission could take root only through dialogue. He cultivated relationships with the Gusdurrians, a moderate Islamic group inspired by former Indonesian president Abdurrahman Wahid Gus Dur, convinced that bridge-building between different religions was the primary path.

In Aek Nabara, in his Indonesian mission, he was described as an "architect of fraternity" among religious of different congregations. In his conferences, missiology was not theory but living witness. He was always attentive to the real needs of the people he met daily.

Father Corrado Stradiotto: Seventy Years of Silent Mission

Father Eugenio Pulcini, a missionary in the Philippines, presented the figure of Father Corrado Stradiotto, who lived more than seventy years of missionary life. Four images to portray him.

A man who lived for others. The door to his office was always open. He did not seek space for himself. Welcome twenty-four hours a day. "Someone who always made everyone feel at home", with an energetic handshake that gave security. No particular demands about food or clothing: adapted to everything with disarming simplicity.

A man who served with joy. After carrying out any task, he would always add: "It's a joy." Service was for him not a burden but almost a gift, something spontaneous. He was an administrator his whole life, but he did not seek recognition. He spoke little and preferred deeds.

A man who never stopped being a missionary. He lived only a few years in Indonesia, but that land became part of his identity. He still used the same suitcase from his first trip. He wore Indonesian shirts. After forty years, his Indonesian friends still sought him out. "Indonesia had become part of his heart and his very identity."

A man who believed in the power of good. His most repeated phrase was: "Good always comes out. In the end, good wins over everything." Father Pulcini described this not as a simple personality trait, but as "a true theological trait." A spiritual testament.

At twenty years of age, Stradiotto wrote an "Apostolic Promise": "To dedicate to you, Lord, my whole life, to always be entirely yours among the ranks of the Xaverians." Almost seventy years later, that promise had found its fulfillment. He died during the COVID-19 pandemic, simply, as he had lived.

Father Simone Vavassori: A Sardinian Among Sardinians, a Congolese Among Congolese

Father Paulin Batairwa presented the figure of Father Simone Vavassori, from Trescore Balneario in Bergamo, a missionary in Sardinia and then in the Democratic Republic of Congo, in the Kivu region.

Vavassori was convinced that the mission is built first of all by knowing the territory: the history, culture, and geography of places. In Sardinia they described him as "a Sardinian among Sardinians." He himself called himself a "stopgap", ready for any assignment with generosity. As superior, he regularly visited his confreres, especially when reconciliation was needed.

In Congo, where he lived through some of the most dramatic experiences — the wars, the Rwandan refugees, the displacement of thousands of people — Vavassori showed extraordinary courage. He dialogued with all parties in conflict, seeking to "lower aggression and violence." He was aware of belonging to a generation of missionaries who arrived after colonialism, and therefore "the style had to be different."

Father Renato Trevisan: The Kayapó Father of the Amazon

Father Renato Trevisan, presented by Father Saul Ruiz Alvarez, dedicated his life to the indigenous Kayapó tribe in the Brazilian Amazon forest. Everyone simply called him "the Kayapó father": a title that says everything about his identification with the people to whom he had consecrated himself.

Born in Caldogno, in the province of Vicenza, he entered the Xaverians in 1954, was ordained a priest in 1970, and was sent to Brazil in 1978. His preferences were for Asia and the Islamic world, but his superiors sent him to the Amazon. Obedience was transformed into total vocation.

He wrote that "the mission in the Xingu is more than a choice, it is an alternative, it is an act of courage." His confreres remember him as a "missionary of great humanity, a poetic man, an affectionate father who sowed serenity even in the most critical situations." The experience of life in the forest had shaped in him an extraordinary capacity for empathy with people.

The Salvadori Family: "We Did Not Know What Was Germinating"

The final part of the day was the testimony of the family members of Father Carlo Salvadori, currently a Xaverian missionary in Chad.

Don Paolo, his priest brother, recounted how Carlo, after four years in a diocesan seminary, felt the call to mission. In the Xaverians he found "a spiritual sensibility and attention to the poor." But also someone who could welcome his volcanic character and trust him, recognizing in him "an enthusiasm capable of transmitting his passion for mission to young people."

Carlo's father, Claudio, recounted with simplicity the roots of that vocation. A story that passes through a honeymoon gone wrong, an encounter with Padre Pio, and the daily resumption of the rosary in the family. "I don't know how much impact this had," he said, "but I believe it had an impact." He added: "His inclination has always been toward those most in need, the poorest and weakest."

The mother, Teresa, closed with a few essential words: "I thank the Lord that my children are good. My home is always open. When my children asked me for something, I never said no."

The Founder called the parents of missionaries "the first benefactors of the Institute." This testimony showed why.

The Face That Emerges: Bridge-Builders, Not Protagonists

From the day emerges a composite but coherent portrait of the Xaverian missionary. Not the charismatic hero or the brilliant theologian, but the available man, capable of adapting without dissolving, of entering a culture without colonizing it, of serving without seeking recognition.

As Father Pulcini summarized in his testimony about Stradiotto: "Mission today needs stable, straightforward people, more than charismatic, original and extravagant ones. We need bridge-builders more than protagonists."

Door always open. Joy in serving. Courage in dialogue. The good that always wins. These are the coordinates of the human face of the Xaverian that this conference is seeking to bring back into focus.

Servir con alegria y construir puentes: las figuras que dieron rostro humano a la mision

CASA MADRE - Misioneros que no buscaron el protagonismo, pero dejaron una huella profunda en las personas y en los lugares donde vivieron. Esta fue el alma del septimo dia del congreso "El rostro humano del xaveriano".

La jornada estuvo dedicada al redescubrimiento de figuras ejemplares de la congregacion. No heroes en sentido hagiografico, sino hombres concretos, con sus limitaciones y su grandeza, capaces de encarnar el espiritu del fundador San Guido Maria Conforti en contextos y culturas muy diferentes.

La ironia contra la tirania: Vanzin y Bonardi, testigos del tiempo del Fundador

El padre Mario Menin, director de la revista Missione Oggi, abrio la jornada presentando dos figuras xaverianas de principios del siglo XX: Vittorio Vanzin y Giuseppe Bonardi.

Vanzin nacio en Pordenone en 1900 y a solo diecisiete anos fue nombrado por el Fundador presidente de las Conferencias Misioneras. Ordenado sacerdote en 1922, partio hacia China en 1924. Su "rostro humano" se expresaba a traves de un arma insolita para un misionero: la ironia. Como recordo el padre Menin citando a un autor frances, "la ironia es el antidoto mas poderoso contra la tirania" — incluso cuando es la propia religion quien lleva esa mascara. Una cualidad que compartia con el Fundador mismo.

Vanzin fue tambien un intelectual comprometido: director de la revista Fede e Civilta, docente en el Istituto Superiore d'Arte de Roma, misionero en China y en Mexico. En 1950 dedico un capitulo entero a lo que deberia distinguir al xaveriano: lealtad, ausencia de doblez, conocimiento intimo de los confratres.

Bonardi, ordenado sacerdote en 1903 y partido hacia China en 1904, es recordado tambien por un curioso record: fue el primero en introducir la bicicleta en China. Pero su legado mas duradero fue en el gobierno y la formacion de la congregacion. Vicario general del instituto, fue tambien artifice de iniciativas culturales pioneras como el Nido degli Aquilotti y Africa Nostra, primeras producciones cinematograficas xaverianas, y fue tambien durante un tiempo director del Museo Chino de Parma.

El padre Francesco Marini: un arquitecto de la fraternidad

El padre Wahyudiyanto Antonius, misionero xaveriano indonesio, compartio el recuerdo del padre Francesco Marini, antiguo Superior General de los Xaverianos, con palabras que dejan poco espacio a la hagiografia oficial: "Para mi no fue solo un formador, sino sobre todo un padre."

Marini sabia "como hablar a los grandes de la tierra", pero nunca uso la autoridad que venia con su cargo para imponerse a los demas.

Su estilo era el del encuentro. En Indonesia, donde trabajo como formador en el filosofado xaveriano de Yakarta, Marini estaba convencido de que la mision solo podia echar raices a traves del dialogo. Cultivo relaciones con los Gusdurrianos, un grupo islamico moderado inspirado en el expresidente indonesio Abdurrahman Wahid Gus Dur, convencido de que la construccion de puentes entre las diferentes religiones era el camino principal.

En Aek Nabara, en su mision indonesia, era definido como un "arquitecto de la fraternidad" entre religiosos de diferentes congregaciones. En sus conferencias, la misiologia no era teoria sino testimonio vivo. Siempre estaba atento a las necesidades reales de las personas que encontraba a diario.

El padre Corrado Stradiotto: setenta anos de mision silenciosa

El padre Eugenio Pulcini, misionero en Filipinas, presento la figura del padre Corrado Stradiotto, que vivio mas de setenta anos de vida misionera. Cuatro imagenes para retratarlo.

Un hombre que vivia para los demas. La puerta de su oficina siempre estaba abierta. No buscaba espacio para si mismo. Acogida las veinticuatro horas. "Alguien que siempre hacia sentir a todos como en casa", con un apretun de manos energico que daba seguridad. Sin exigencias particulares en la comida o en el vestir: adaptado a todo con una sencillez desarmante.

Un hombre que servia con alegria. Tras llevar a cabo cualquier tarea, siempre anadia: "Es una alegria." El servicio no era para el una carga sino casi un don, algo espontaneo. Fue ecunomo toda su vida, pero no buscaba reconocimientos. Hablaba poco y preferia los hechos.

Un hombre que nunca dejo de ser misionero. Vivio pocos anos en Indonesia, pero esa tierra se convirtio en parte de su identidad. Seguia usando la misma maleta del primer viaje. Llevaba camisas indonesias. Despues de cuarenta anos, sus amigos indonesios seguian buscandole. "Indonesia se habia convertido en una parte de su corazon y de su propia identidad."

Un hombre que creia en la fuerza del bien. Su frase mas repetida era: "El bien siempre sale a la luz. Al final, el bien vence sobre todo." El padre Pulcini la definio no como un simple rasgo de caracter, sino como "un verdadero rasgo teologal". Un testamento espiritual.

A los veinte anos, Stradiotto escribio una "Promesa Apostolica": "Dedicarte a ti, Senor, toda mi vida, ser siempre enteramente tuyo entre las filas de los xaverianos." Casi setenta anos despues, esa promesa habia encontrado su cumplimiento. Murio durante la pandemia de COVID-19, de forma sencilla, como habia vivido.

El padre Simone Vavassori: un sardo entre sardos, un congoleno entre congolenoss

El padre Paulin Batairwa presento la figura del padre Simone Vavassori, de Trescore Balneario en Bergamo, misionero en Cerdena y luego en la Republica Democratica del Congo, en la region de Kivu.

Vavassori estaba convencido de que la mision se construye ante todo conociendo el territorio: la historia, la cultura, la geografia de los lugares. En Cerdena lo describiam como "un sardo entre sardos". El mismo se definia como un "tapagujeros", dispuesto a cualquier encargo con generosidad. Como superior, visitaba regularmente a los confratres, sobre todo cuando habia necesidad de reconciliacion.

En el Congo, donde vivio algunas de las experiencias mas dramaticas — las guerras, los refugiados ruandeses, el desplazamiento de miles de personas — Vavassori mostraba un coraje fuera de lo comun. Dialogaba con todas las partes en conflicto, buscando "hacer bajar la agresividad y la violencia". Era consciente de pertenecer a una generacion de misioneros que llego despues del colonialismo, y que por tanto "el estilo debia ser diferente".

El padre Renato Trevisan: el padre Kayapo de la Amazonia

El padre Renato Trevisan, presentado por el padre Saul Ruiz Alvarez, dedico su vida a la tribu indigena de los Kayapo, en la selva amazonica brasilena. Todos lo llamaban simplemente "el padre Kayapo": un titulo que dice todo sobre su identificacion con el pueblo al que se habia consagrado.

Nacido en Caldogno, en la provincia de Vicenza, entro en los Xaverianos en 1954, fue ordenado sacerdote en 1970 y destinado a Brasil en 1978. Sus preferencias eran por Asia y el mundo islamico, pero sus superiores lo enviaron a la Amazonia. La obediencia se transformo en vocacion total.

Escribia que "la mision en el Xingu es mas que una eleccion, es una alternativa, es un acto de coraje". Los confratres lo recuerdan como un "misionero de gran humanidad, hombre poetico, padre afetuoso que sembraba serenidad incluso en las situaciones mas criticas". La experiencia de la vida en la selva le habia dado una capacidad extraordinaria de empatizar con las personas.

La familia Salvadori: "No sabiamos lo que estaba germinando"

La parte final de la jornada fue el testimonio de los familiares del padre Carlo Salvadori, actualmente misionero xaveriano en Chad.

Don Paolo, su hermano sacerdote, conto como Carlo, despues de cuatro anos en un seminario diocesano, sintio la llamada a la mision. En los Xaverianos encontro "una sensibilidad espiritual y la atencion a los pobres". Pero tambien alguien que supiera acoger su caracter volcanico y darle confianza, reconociendo en el "un impulso capaz de transmitir su pasion por la mision a los jovenes".

El padre de Carlo, Claudio, conto con sencillez las raices de esa vocacion. Una historia que pasa por un viaje de novios que salio mal, por un encuentro con el Padre Pio, por la reanudacion diaria del rosario en familia. "No se cuanto ha influido en esto", dijo, "pero creo que tuvo un impacto". Anadio: "Su inclinacion siempre ha sido hacia los mas necesitados, los mas pobres y debiles."

La madre, Teresa, cerro con pocas palabras esenciales: "Doy gracias al Senor porque mis hijos son buenos. Mi casa siempre esta abierta. Cuando mis hijos me han pedido algo, nunca he dicho que no."

El Fundador llamaba a los padres de los misioneros "los primeros bienhechores del Instituto". Este testimonio mostro por que.

El rostro que emerge: constructores de puentes, no protagonistas

De la jornada emerge un retrato compuesto pero coherente del misionero xaveriano. No el heroe carismatico ni el brillante teologo, sino el hombre disponible, capaz de adaptarse sin disolverse, de entrar en una cultura sin colonizarla, de servir sin buscar reconocimiento.

Como sintetizo el padre Pulcini en su testimonio sobre Stradiotto: "La mision hoy necesita personas estables, lineales, mas que personas carismaticas, originales y extravagantes. Necesitamos constructores de puentes mas que protagonistas."

Puerta siempre abierta. Alegria en el servicio. Coraje en el dialogo. El bien que siempre vence. Estas son las coordenadas del rostro humano del xaveriano que este congreso busca volver a enfocar.

Servir avec joie et construire des ponts : les figures qui ont donné un visage humain à la mission

CASA MADRE - Des missionnaires qui n’ont pas cherché la scène, mais qui ont laissé une empreinte profonde sur les personnes et les lieux où ils ont vécu. Telle a été l’âme de la septième journée du colloque « Le visage humain du Xavérien ».

La journée était consacrée à la redécouverte de figures exemplaires de la congrégation. Non pas des héros au sens hagiographique, mais des hommes concrets, avec leurs limites et leur grandeur, capables d’incarner l’esprit du fondateur saint Guido Maria Conforti dans des contextes et des cultures très différents.

L’ironie contre la tyrannie : Vanzin et Bonardi, témoins du temps du Fondateur

C’est le père Mario Menin, directeur de la revue Missione Oggi, qui a ouvert la journée en présentant deux figures xavériennes du début du vingième siècle : Vittorio Vanzin et Giuseppe Bonardi.

Vanzin est né à Pordenone en 1900 et, à seulement dix-sept ans, fut nommé par le Fondateur président des Conférences Missionnaires. Ordonné prêtre en 1922, il part pour la Chine en 1924. Son « visage humain » s’exprimait à travers une arme inhabituelle pour un missionnaire : l’ironie. Comme le père Menin l’a rappelé en citant un auteur français, « l’ironie est le plus puissant antidote contre la tyrannie » — même lorsque c’est la religion elle-même qui porte ce masque. C’est une qualité qu’il partageait avec le Fondateur lui-même.

Vanzin était également un intellectuel engagé : directeur de la revue Fede e Civiltà, enseignant à l’Istituto Superiore d’Arte à Rome, missionnaire en Chine et au Mexique. En 1950, il consacra un chapitre entier à ce qui devrait distinguer le xavérien : loyauté, absence de duplicité, connaissance intime des confrères.

Bonardi, ordonné prêtre en 1903 et parti pour la Chine en 1904, est également remembré pour une distinction curieuse : il fut le premier à introduire la bicyclette en Chine. Mais son héritage le plus durable concerne le gouvernement et la formation de la congrégation. Vicaire général de l’institut, il fut également l’artisan d’initiatives culturelles pionnières telles que le Nido degli Aquilotti et Africa Nostra, premières productions cinématographiques xavériennes, et fut également pour un temps directeur du Musée Chinois de Parme.

Le père Francesco Marini : un architecte de la fraternité

Le père Wahyudiyanto Antonius, missionnaire xavérien indonésien, a partagé son souvenir du père Francesco Marini, ancien Supérieur Général des Xavériens, avec des mots qui laissent peu de place à l’hagiographie officielle : « Pour moi, il n’était pas seulement un formateur, mais surtout un père. »

Marini savait « comment parler aux grands de ce monde », mais il n’a jamais utilisé l’autorité liée à son rôle pour s’imposer aux autres.

Son style était celui de la rencontre. En Indonésie, où il a travaillé comme formateur au philosophat xavérien de Jakarta, Marini était convaincu que la mission ne pouvait prendre racine que par le dialogue. Il cultiva des relations avec les Gusduriens, un groupe islamique modéré inspiré de l’ancien président indonésien Abdurrahman Wahid Gus Dur, convaincu que la construction de ponts entre les différentes religions était la voie principale.

À Aek Nabara, dans sa mission indonésienne, il était défini comme un « architecte de la fraternité » entre religieux de différentes congrégations. Dans ses conférences, la missiologie n’était pas une théorie mais un témoignage vivant. Il était toujours attentif aux besoins réels des personnes qu’il rencontrait chaque jour.

Le père Corrado Stradiotto : soixante-dix ans de mission silencieuse

Le père Eugenio Pulcini, missionnaire aux Philippines, a présenté la figure du père Corrado Stradiotto, qui a vécu plus de soixante-dix ans de vie missionnaire. Quatre images pour le portraiturer.

Un homme qui vivait pour les autres. La porte de son bureau était toujours ouverte. Il ne cherchait pas d’espace pour lui-même. Accueil vingt-quatre heures sur vingt-quatre. « Quelqu’un qui faisait toujours sentir tout le monde chez soi », avec une poignée de main énergique qui donnait confiance. Aucune exigence particulière pour la nourriture ou l’habillement : adapté à tout avec une simplicité désarmante.

Un homme qui servait avec joie. Après avoir accompli n’importe quelle tâche, il ajoutait toujours : « C’est une joie. » Le service n’était pas pour lui un fardeau mais presque un don, quelque chose de spontané. Il fut économe toute sa vie, mais ne cherchait pas la reconnaissance. Il parlait peu et préférait les actes.

Un homme qui n’a jamais cessé d’être missionnaire. Il a vécu peu d’années en Indonésie, mais cette terre est devenue une partie de son identité. Il utilisait encore la même valise de son premier voyage. Il portait des chemises indonésiennes. Après quarante ans, ses amis indonésiens le recherchaient encore. « L’Indonésie était devenue une partie de son cœur et de son identité même. »

Un homme qui croyait dans la force du bien. Sa phrase la plus répétée était : « Le bien finit toujours par apparaître. En fin de compte, le bien l’emporte sur tout. » Le père Pulcini l’a décrit non pas comme un simple trait de caractère, mais comme « un véritable trait théologal ». Un testament spirituel.

À vingt ans, Stradiotto écrivit une « Promesse Apostolique » : « Te consacrer, Seigneur, toute ma vie, être toujours entièrement tien parmi les rangs des Xavériens. » Près de soixante-dix ans plus tard, cette promesse avait trouvé son accomplissement. Il est mort pendant la pandémie de COVID-19, simplement, comme il avait vécu.

Le père Simone Vavassori : un Sarde parmi les Sardes, un Congolais parmi les Congolais

Le père Paulin Batairwa a présenté la figure du père Simone Vavassori, originaire de Trescore Balneario à Bergame, missionnaire en Sardaigne puis en République Démocratique du Congo, dans la région du Kivu.

Vavassori était convaincu que la mission se construit avant tout en connaissant le territoire : l’histoire, la culture, la géographie des lieux. En Sardaigne, on le décrivait comme « un Sarde parmi les Sardes ». Lui-même se qualifiait de « bouche-trou », prêt à toute tâche avec générosité. En tant que supérieur, il rendait régulièrement visite à ses confrères, surtout quand une réconciliation s’imposait.

Au Congo, où il a vécu certaines des expériences les plus dramatiques — les guerres, les réfugiés rwandais, le déplacement de milliers de personnes — Vavassori faisait preuve d’un courage hors du commun. Il dialoguait avec toutes les parties en conflit, cherchant à « faire baisser l’agressivité et la violence ». Il était conscient d’appartenir à une génération de missionnaires arrivés après le colonialisme, et que donc « le style devait être différent ».

Le père Renato Trevisan : le père Kayapó de l’Amazonie

Le père Renato Trevisan, présenté par le père Saul Ruiz Alvarez, a consacré sa vie à la tribu indigène des Kayapó, dans la forêt amazonienne brésilienne. Tout le monde l’appelait simplement « le père Kayapó » : un titre qui dit tout sur son identification avec le peuple auquel il s’était consacré.

Né à Caldogno, dans la province de Vicence, il entra chez les Xavériens en 1954, fut ordonné prêtre en 1970 et envoyé au Brésil en 1978. Ses préférences allaient à l’Asie et au monde islamique, mais ses supérieurs l’envoyèrent en Amazonie. L’obéissance se transforma en vocation totale.

Il écrivait que « la mission dans le Xingu est plus qu’un choix, c’est une alternative, c’est un acte de courage ». Ses confrères se souviennent de lui comme d’un « missionnaire d’une grande humanité, homme poétique, père affectueux qui semait la sérénité même dans les situations les plus critiques ». L’expérience de la vie en forêt lui avait faonné une capacité extraordinaire à entrer en empathie avec les gens.

La famille Salvadori : « Nous ne savions pas ce qui germait »

La dernière partie de la journée était le témoignage des membres de la famille du père Carlo Salvadori, actuellement missionnaire xavérien au Tchad.

Don Paolo, son frère prêtre, a raconté comment Carlo, après quatre ans dans un séminaire diocésain, a ressenti l’appel à la mission. Chez les Xavériens, il a trouvé « une sensibilité spirituelle et l’attention aux pauvres ». Mais aussi quelqu’un qui sache accueillir son caractère volcanique et lui faire confiance, reconnaissant en lui « un élan capable de transmettre sa passion pour la mission aux jeunes ».

Le père de Carlo, Claudio, a raconté avec simplicité les racines de cette vocation. Une histoire qui passe par un voyage de noces qui a mal tourné, une rencontre avec Padre Pio, et la reprise quotidienne du chapelet en famille. « Je ne sais pas dans quelle mesure cela a eu un impact », a-t-il dit, « mais je crois que cela a eu un impact. » Il a ajouté : « Son penchant a toujours été vers les plus dans le besoin, les plus pauvres et les plus faibles. »

La mère, Teresa, a conclu avec quelques mots essentiels : « Je rends grâces au Seigneur que mes enfants soient bons. Ma maison est toujours ouverte. Quand mes enfants m’ont demandé quelque chose, je n’ai jamais dit non. »

Le Fondateur appelait les parents des missionnaires « les premiers bienfaiteurs de l’Institut ». Ce témoignage a montré pourquoi.

Le visage qui émerge : bâtisseurs de ponts, non des protagonistes

De cette journée émerge un portrait composite mais cohérent du missionnaire xavérien. Non pas le héros charismatique ou le brillant théologien, mais l’homme disponible, capable de s’adapter sans se dissoudre, d’entrer dans une culture sans la coloniser, de servir sans chercher la reconnaissance.

Comme le père Pulcini l’a résumé dans son témoignage sur Stradiotto : « La mission aujourd’hui a besoin de personnes stables, linéaires, plutôt que de personnes charismatiques, originales et extravagantes. Nous avons besoin de bâtisseurs de ponts plus que de protagonistes. »

Porte toujours ouverte. Joie dans le service. Courage dans le dialogue. Le bien qui l’emporte toujours. Ce sont les coordonnées du visage humain du xavérien que ce colloque cherche à remettre au point.

Pietro Rossini, SX
24 Giugno 2026
33 visualizzazioni
Tag

Link &
Download

Area riservata alla Famiglia Saveriana.
Accedi qui con il tuo nome utente e password per visualizzare e scaricare i file riservati.