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Articolo per i missionari

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… dalla Sierra Leone

ARTICOLO PER I MISSIONARI

Nella lettera circolare intitolata ‘Rallegratevi’, presentata dalla Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, ricorrono spesso frasi che presentano la vita cristiana e la vita religiosa come un “viaggio”, “esodo”, “cammino”, “pellegrinaggio” insomma una “strada” da percorrere.

Una delle attitudini che la strada richiede è la vigilanza, necessaria per evitare i pericoli e non sbagliare direzione.

La strada non è sempre uguale, c’è la salita, la discesa, la pianura, il guado di un fiume oppure un ponte di liane, sospeso sul precipizio, da attraversare. Queste diverse situazioni esigono un approccio diverso ed il camminatore serio sa che deve adattarsi alle caratteristiche del tratto di strada che sta percorrendo. Se cammina in salita con lo stesso passo che impiega in discesa, non arriverà molto lontano!

Nel maggio del 1998 fui mandato alla parrocchia “Martiri dell’Uganda’ di Kabala, una cittadina al nord del paese, dove da un anno lavorava anche il padre Carlo Di Sopra. Lasciammo la città nel luglio del 1998 a causa di ripetuti attacchi dei ribelli e fummo poi destinati a Waterloo, una parrocchia vicina a Freetown, la capitale del paese.

Koinadugu, il distretto del quale Kabala era il capoluogo, rimase isolato tre anni dal resto della Sierra Leone, a causa della guerra. Noi ritornammo nel dicembre del 2001.

Essendo trascorsi tre anni dalla nostra partenza da Kabala, decidemmo di metterci in ascolto della gente. Organizzammo incontri con i catechisti, visitammo tutte le comunità nei villaggi del distretto del Koinadugu, ponendo domande, ascoltando più che organizzando immediatamente il lavoro pastorale, e ci rendemmo conto che qualche cosa era cambiato nella attitudine dei cristiani e soprattutto dei catechisti.

Le case erano le stesse, anche se c’erano un po’ più di macerie, le palme erano ancora al loro posto, l’ambiente geografico era come l’avevamo lasciato, i volti della gente, anche se un po’ più magri, erano i medesimi. Durante questo periodo avevano assistito a violenza, distruzione, anche di valori culturali che sembravano intoccabili: autorità locali che erano rispettate dalla gente, durante la guerra erano state messe in ridicolo da ragazzini che imbracciavano un fucile; moschee e chiese erano state bruciate. Si poteva organizzare un lavoro pastorale come se la guerra non ci fosse mai stata? La comunità cristiana di Kabala prima della guerra era la stessa comunità dopo la guerra? Dovevamo riprendere e ripetere le stesse attività come se niente fosse successo?

Qualche cosa, che sfuggiva ad una osservazione superficiale e che non era evidente a prima vista, era cambiato nella vita di queste persone.

Durante gli incontri ed e le conversazioni personali, i catechisti ci raccontarono che, durante la nostra assenza non avevano abbandonato la Chiesa, ma si erano organizzati e si erano impegnati a continuare il lavoro pastorale che normalmente era svolto dai padri: il servizio della parola giornaliero, l’attenzione ai malati ed ai poveri, la celebrazione dei funerali, le riunioni per fare la revisione o pianificare le attività future. Si erano scelti anche un leader, Andrew Bockarie, che non era nemmeno nativo di Kabala, non era membro di nessuna delle tribù del posto, ma era un uomo del sud che si era trasferito lì per lavorare in una stazione di servizio, vendendo benzina: videro in lui una persona di fede, impegnata disinteressatamente per il bene della comunità,uomo onesto e per questa ragione gli chiesero di assumere la responsabilità della direzione della comunità cristiana. Solo questa scelta era già il segnale di qualche cosa che era cambiato, sapendo che i posti di responsabilità erano normalmente affidati alle persone nate nel luogo e non ad uno “straniero importato” dal sud.

Questi catechisti ci dissero con orgoglio che erano stati capaci di mantenere acceso il lucignolo fumigante della chiesa cattolica di Kabala, nonostante la nostra assenza, mentre le altre chiese avevano chiuso i battenti.

Durante questi tre anni avevano preso coscienza delle loro capacità nel cooperare alla crescita della comunità cristiana. E noi, consapevoli che la comunità cattolica di Kabala del 1998 non era uguale a quella del 2001, agimmo di conseguenza. La responsabilità della parrocchia era stata affidata a noi dal vescovo, ma tante attività che prima erano svolte dai sacerdoti, adesso le affidammo a loro senza tanti patemi d’animo e le future attività le programmammo con loro.

La strada poi offre sorprese inaspettate, alle quali ci si deve adattare: un albero caduto che blocca il passo , un forte temporale, i briganti, la sete ecc. e tante altre cose che possono capitare quando si percorre un tratto di cammino e che ci prendono in contropiede perché non le avevamo previste.

Nel settembre del 1992 arrivai in Sierra Leone e vissi un’ esperienza buffa ma che considero molto significativa, una icona della vita missionaria e delle sorprese che essa riserva. Avevo trascorso un anno e mezzo a Londra per studiare la lingua inglese; la imparai benino anche se era ancora ad un livello elementare: “hai un inglese pulito ma non forbito” come direbbe il padre Brioni. Dopo un primo periodo di introduzione, trascorso a Makeni, che durò tre mesi e che fu dedicato soprattutto allo studio di due nuove lingue locali, il krio ed il themne, il superiore mi chiese di continuare l’anno di introduzione in una delle parrocchie rette dai Saveriani. Fui mandato a Lunsar, la prima parrocchia aperta dai nostri pionieri Saveriani nella regione del nord agli inizi degli anni 50, ed il parroco, p. Attilio Stefani, era ancora lì, insieme al padre Serafino Pietro Calza, quarant’anni più vecchi di me ma arzilli più che mai! Fu la prima benedizione, perché i nonni che non avevo mai conosciuto da piccolo, essendo morti prima della mia nascita, li ricevetti come dono quando, con qualche capello già bianco, giunsi a Lunsar!

Arrivai alla missione, nel primo pomeriggio, accompagnato dal p. Marcelli; dopo aver salutato i padri, aver sistemato la stanza e fatto una passeggiata esplorativa nel cortile della missione, rientrai in casa e mi accomodai su una poltroncina che si trovava nella saletta, che era usata anche come refettorio; un giovane, senza bussare alla porta, entrò e si sedette di fronte a me, sfoderando un sorriso grande come una casa. Io, fiducioso di poter comunicare con lui, forte della conoscenza di tre lingue, lo salutai, prima in inglese, ma visto che non reagiva, e mi guardava con sorpresa, supponendo che non capisse l’inglese, cambiai registro e cominciai a parlare nel krio elementare , che mi avevano insegnato a Makeni. Ancora nessuna risposta; mi feci allora coraggio ed azzardai qualche frase di saluto in themne, che conoscevo ancora meno del krio, sperando che non scoppiasse a ridere o, peggio ancora, che mi facesse segno che non aveva capito niente, danneggiando così la mia autostima come studente di lingue straniere. Il ragazzo, invece di parlare, cominciò a gesticolare velocemente e ad accompagnare questi gesti con diversi tipi di suoni.

Mi ci vollero alcuni secondi per riprendermi dalla sorpresa e rendermi conto che non capiva nessuna delle lingue che io avevo imparato tanto faticosamente perché era un sordomuto: Paul, questo era il suo nome, comunicava con i gesti, e se io volevo farmi capire da lui, dovevo imparare il suo linguaggio. Tutte le lingue che avevo faticosamente assimilato non servivano a comunicare con Paul. Se volevo capire ed essere capito ero io che dovevo cambiare, imparando la “sua lingua”, non imponendo la mia. Senz’altro lo studio delle altre lingue mi era stato utile per comunicare con la maggioranza dei parrocchiani, che non erano sordomuti, ma davanti a Paul ho dovuto adattarmi al suo modo di comunicare, lasciando da parte il mio.

Per fortuna entrò nella stanza un altro ragazzetto che si chiamava Peter Amara Sesay, il quale, conoscendo i segni internazionali dei sordomuti si mise a tradurre quello che Paul mi stava dicendo. Con pazienza, giocando e scherzando, nei cinque anni che trascorsi a Lunsar, con l’aiuto di Peter imparai la lingua dei sordomuti, e così potei entrare anche nel mondo di Paul.

Quante volte le situazioni, la gente, la cultura, i confratelli mi hanno preso di sorpresa lasciandomi spiazzato!

Un giorno un missionario stava andando a visitare un villaggio con il catechista. Arrivato a un bivio, non conoscendo la strada, il padre chiese al catechista: “Vado a destra o a sinistra?” ed il catechista, senza esitare rispose . “Si Padre!”

Questa è una risposta che non ci si aspetta e ci spiazza. La reazione del missionario è quella di arrabbiarsi dirgli: “ma che risposta è questa?” Devi dire ‘destra o sinistra! La vigilanza mi invita a chiedermi: che aspetto culturale nasconde questa risposta? Perché mi dà una risposta che non mi aspettavo? la sua logica è diversa dalla mia?

Per superare lo shock provocato da queste situazioni di spiazzamento e per non rimanere bloccato dallo scoraggiamento, ho trovato molto utile la pratica della vigilanza, che mi ha aiutato, con l’aiuto di altri, a vedere nelle sorprese, negli avvenimenti non previsti, tanti aspetti positivi.

Nel tratto di strada che ho percorso fino ad ora come Saveriano, sono molto grato prima di tutto ai tanti confratelli che ho incontrato nel cammino e mi hanno aiutato a non sbagliare direzione e a prendere le decisioni corrette.

La vigilanza non era solo farina del mio sacco, non l’ho esercitata da solo, ma in dialogo e nell’ascolto all’opinione degli altri, in particolare di qualche confratello che credeva nello stesso valore. Sono grato anche alle persone che si sono rese disponibili ad aiutare noi missionari a capire meglio la cultura e la gente alle quali eravamo mandati: catechisti, maestri, padri e madri di famiglia e tante altre persone che, con la loro vicinanza e pazienza, ci hanno aiutato a percorrere il tratto di strada senza troppi soprassalti o non facendo pesare i nostri errori.

Nell’ Ottobre del 2002 iniziammo a pubblicare una rivista parrocchiale intitolata “Koinadugu Catholic Messenger” e la decisione fu presa da me e da p. Carlo non durante una riunione settimanale, ma mentre eravamo di ritorno da una visita ad una comunità che si trovava a 5 ore di macchina da Kabala. Parlando con il catechista ci rendemmo conto che l’informazione riguardo le attività della diocesi e della parrocchia non arrivavano a quella comunità, e probabilmente nemmeno ad altre che erano isolate, in un periodo nel quale l’unico mezzo di comunicazione era la radio ricetrasmittente, e i catechisti nemmeno la possedevano ed i telefonini ancora non esistevano; commentando tutto questo mentre si viaggiava, ci venne l’idea e decidemmo di dare vita ad una rivista che sopperisse a questa mancanza.

Tante altre intuizioni ed iniziative nacquero grazie a questa comunicazione, che non era circoscritta ad un tempo ufficiale, l’incontro settimanale, ma che avveniva nei vari momenti della vita quotidiana, un dialogo che continuava durante la giornata nelle occasioni che la vita ci offriva: a tavola, in macchina, visitando qualche famiglia…ecc.

La Messa domenicale è il minimo richiesto ad un cristiano per alimentare la sua fede, ma se si riesce and andare a messa tutti i giorni la fede si irrobustisce di più.

L’incontro comunitario è il minimo richiesto ad un Saveriano per alimentare la comunione, ma se si riesce ad estendere questa dialogo anche fuori dai momenti ufficiali anche la conoscenza della realtà cresce.

Non è però sempre così facile, questa sensibilità non è condivisa da tutti.

Proprio così, ho incontrato anche gente, confratelli e no, che invece hanno considerato il dialogo fuori dell’incontro comunitario un qualcosa di superfluo, una perdita di tempo, e quindi non ne hanno voluto sapere, ma anche questo è parte del cammino lungo la strada.

Il Conforti direbbe in quest’occasione “anche loro sono miei figli”.

 Jerome Pistoni

Pistoni Girolamo sx
12 Febbraio 2015
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