P. Pietro Edmondo Lamanna
Pirri-Cagliari, 6 aprile 1930
Curitiba , PR (Brasile) 29 settembre 2005
Il 29 settembre 2005, alle 09.45 locali all’Ospedale Erasto Gestner di Curitiba , PR (Brasile), è morto il P. Pietro Edmondo Lamanna. In luglio gli era stato riscontrato un tumore al pancreas e il 26 agosto era stato sottoposto a intervento chirurgico, purtroppo senza i risultati sperati.
Aveva 75 anni compiuti, essendo nato a Pirri-Cagliari il 6.4.1930.
Il percorso esistenziale del P. Pietro è stato frequentemente in salita, a cominciare dalle tribolazioni della seconda guerra mondiale e la perdita dei genitori in giovane età, fino alla salute non brillante e al carattere piuttosto autonomo. A 13 anni entrò nel Seminario diocesano di Cagliari perché voleva essere come il sacerdote di Escolca che durante la guerra aveva aiutato la sua famiglia sfollata da Cagliari. Nel 1946, dopo avere ascoltato una conferenza di P. Giovanni Picci, entrò tra i Saveriani a Vallo della Lucania. Percorse quindi l’iter formativo saveriano: ginnasio superiore a Grumone (47-49), anno di Noviziato a S. Pietro in Vincoli (49-50), Liceo classico a Desio (50-53), Prefetto ad Ancona (53-54), Teologia a Piacenza (54-58) dove fu ordinato presbitero il 22 marzo 1958. Un traguardo raggiunto attraversando prove sempre superate “perché la vita di sacerdote, religioso e missionario è la mia vita che Dio ha inventato per me” (Lett. 18.10.1991).
Dal 1959 al 1965 lavorò in Bangladesh: “sono stati anni duri, di lavoro intenso, che hanno prodotto dei frutti: una chiesa, una nuova scuola, un gruppo di seminaristi, un gruppetto di ragazzi portati su da me che studiano nelle scuole superiori” (10.7.68). Rientrò in Italia “perché il cuore si rifiutava di resistere a quella vita così disagiata” (Missionari Saveriani, aprile 02).
Seguirono due anni di studio a Londra per conseguire il diploma che gli consentisse di essere direttore della scuola avviata a Shimulia. Ma dai Superiori non venne il via libera per il suo ritorno in Bangladesh e la mancata ridestinazione lo indusse a chiedere tre anni di esclaustrazione nell’archidiocesi di Cagliari: furono anni pieni di scuola (religione e inglese al Liceo Pacinotti) e di ministero, ma anche di sofferta ricerca della propria identità. Nel 1972 rientrò nella comunità di Cagliari come animatore interno ed esterno. “In quegli anni vennero fuori belle vocazioni...” (Lett. 19.6.04).
Nel 1975 fu destinato al Brasile. Fu parroco a Virmond (76-81) e a Centenario do sul (81-87). “Il Brasile mi ha guarito – scriveva il 16.5.78 al P. Generale – mi sta realizzando, sento affermata la mia dimensione sacerdotale. Sto lottando per impiantare il regno di Dio, la vita di comunità e di fede…”. La sua azione pastorale spaziava a 360 gradi: lideres, famiglie, giovani, adolescenti, ragazzi: “è una vita che si sveglia e sviluppa…”. Purtroppo la salute non resse e nel 1987 un crollo psico-fisico lo costrinse a tornare in Italia. Fece parte della comunità di Cagliari dove nel giro di quattro anni riuscì a riprendersi: “mi sento distaccato da tutto e tutti, più disponibile alla sofferenza e a fare la volontà di Dio…Grazie, Signore, perché mi sento un uomo rinnovato” (Lett. s.d. 1991).
Nel 1991 ritornò in Brasile e dopo un avvio difficile riuscì a riprendere il servizio pastorale collaborando a Jaguapità (92-95), a Londrina-Conjuntos habitacionais (95-99) e infine a Cantagalo (99-06). Così scriveva al Regionale il 3.6.05: “Lavoro molto, secondo le mie condizioni di età e di salute. Ho 6 comunità che servo e formo…Riunioni mensili per i chierichetti, con l’intento di trovare vocazioni… incontri formativi mensili con le catechiste … l’opera ‘Buon Samaritano’, la mensa per i bambini poveri (200 gli assistiti, quotidianamente, a Cantagalo!)”.
Un bilancio del cammino esistenziale di P. Pietro può essere quello da lui tracciato nella lettera del 6.4.74: “Ho lavorato molto nell’apostolato per tenermi su come prete, perché mi ha sempre caricato. Pur non essendo perfetto, tutto quello che di vita spirituale ho appreso in Pia, l’ho sempre praticato e inculcato agli altri”.
Il Signore lo accolga nel suo Riposo eterno.
Fr. Pietro Edmondo Lamanna
Pirri-Cagliari, 6 aprile 1930
Curitiba , PR (Brasile) 29 settembre 2005
Fr. Pietro Edmondo Lamanna died at 9:45 in the morning (local time) of Sept. 29 2005, in the “Erasto Gestner” hospital of Curitiba, PR (Brazil). He had been diagnosed with cancer of the pancreas in July. An operation on Aug. 26 did not give the desired results.
Born in Pirri-Cagliari on Apr. 6 1930, he was 75 years old.
His life journey was frequently an uphill struggle, from the trials and tribulations of the Second World War, the loss of his parents at a tender age, his far from robust health and quite an autonomous character. He entered the Diocesan Seminary of Cagliari when he was 13 years old because he wanted to be like the priest of Escolca who, during the war, had helped his family upon their evacuation from Cagliari. He joined the Xaverians in Vallo della Lucania in 1946, after hearing a conference by Fr. Giovanni Picci. His Xaverian formation curriculum: High School at Grumone (1947-49), Novitiate at S. Pietro in Vincoli (1949-50) with the profession of Religious Vows on Sept. 12 1950, Liceo classico at Desio (1950-53), Prefect at Ancona (1953-54) and Theology at Piacenza (1954-58), where he was ordained priest on March 22, 1958. He reached this goal by overcoming many trials “because the priestly, religious and missionary life is the one that God has designed for me” (letter of Oct. 18 1991).
He worked in Bangladesh from 1959 until 1965: “these were difficult years of intense work that produced fruits: a church, a new school, a group of seminarians, a small group of children raised by me who are now at school.” (July 10, 1968) He returned to Italy “because my heart was unable to cope with the strain of such a difficult life.” (Missionari Saveriani, April 2002).
He then spent two years studying English in London with a view to obtaining a diploma that would qualify him to be director of the school established in Shimulia. The superiors, however, did not authorize his return to Bangladesh and this led him to ask for three years exclaustration in the archdiocese of Cagliari: they were years of intense school work (teaching religious and English at the Liceo Pacinotti) and ministry, but it was also a period of painful identity crisis. In 1972 he returned as a member of the Cagliari community where he worked as animator both inside and outside the community. “Those years produced some good vocations…” (Letter of June 19, 2004).
He was assigned to Brazil in 1975, where he was parish priest at Virmond (1976-81) and at Centenario do Sul (1981-87). In a letter to the Superior General (May 16 1978) he wrote: “Brazil has cured me, it is fulfilling me and I feel affirmed in my priestly dimension. I am striving to establish the kingdom of God, a community of life and faith.” His was an all-round pastoral activity: leaders, families, young people, adolescents, children: “in them life is awakening and developing.” Unfortunately his health did not hold out and, in 1987, a psychological and physical breakdown forced him to return to Italy. He was assigned to the Cagliari community; his health improved over a period of four years: “I feel detached from everything and everyone, more available to suffer and to do the will of God… Thank you, Lord, for making me feel like a new man.” (undated letter of 1991)
He returned to Brazil in 1991 and, after a difficult start, he resumed his pastoral ministry, collaborating at Jaguapità (1992-95), Londrina-Conjuntos habitacionais (1995-99) and, finally, at Cantagalo (1999-2005). He thus wrote to the Regional Superior on June 3 2005: “I work a lot, as much as my age and health allow. I have 6 communities which I serve and form… Monthly meetings for altar servers, with the intention of finding vocations… monthly formation meetings with the catechists… the “Buon Samaritano” kitchen for poor children (200 are fed daily at Cantagalo!).”
A letter dated Apr. 6 1974 sums up his life journey in his own words: “I have worked a great deal in the apostolate to keep my priesthood alive, because it has always energized me. Although I am not perfect, I have always practiced and inculcated in others everything I have learned about the spiritual life in the Congregation.” May he rest in peace.
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