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Formarsi negli ambienti digitali: Aluisi Tosolini ai formatori saveriani

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Mercoledì 14 ottobre, nel cuore della settimana di incontro dei responsabili delle case di formazione di base riuniti nella Casa Madre di Parma, i formatori saveriani hanno ascoltato Aluisi Tosolini, filosofo dell’educazione. Il suo intervento, «Formarsi negli ambienti digitali. Identità, attenzione, conoscenza e relazioni: il ruolo dei formatori», ha portato al centro dei lavori una domanda che tocca ogni tappa del cammino formativo: chi forma oggi i nostri giovani?

La risposta non è scontata. Accanto ai formatori, alle famiglie, alle comunità e ai pari, nella vita dei giovani tra i 17 e i 27 anni agiscono anche i creator, le piattaforme digitali e i sistemi di intelligenza artificiale. Da qui la tesi di fondo: i social e l’ambiente digitale partecipano alla formazione dei giovani anche quando nessuno li usa con intenzione educativa. Il compito dei formatori è aiutarli a comprendere questa influenza e a sviluppare la capacità di scegliere, conoscere, entrare in relazione e assumersi responsabilità.

Il tema si collega direttamente a quanto il superiore generale aveva indicato nell’intervento di apertura, chiedendo un’attenzione particolare all’uso e all’abuso dei social media già nel discernimento iniziale dei candidati.

«Ogni tecnologia educa chi la utilizza»

Il punto di partenza è un’affermazione dell’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV (n. 140): ogni tecnologia educa chi la utilizza. Il digitale non è soltanto un insieme di strumenti, ma un ambiente in cui i giovani comunicano, imparano, accordano fiducia, costruiscono appartenenze e formano il proprio giudizio. Per questo non può essere considerato neutrale: rende alcune azioni più facili e altre più difficili, dà visibilità ad alcuni contenuti e ne lascia altri ai margini. Non neutralità, però, non significa determinismo: persone e comunità possono comprendere gli strumenti e orientarne l’uso.

Riprendendo Paolo Benanti, Tosolini ha distinto tre modi di pensare la tecnologia: come mezzo nelle mani dell’uomo, come forza che ordina il mondo, come costrutto storico e sociale che incorpora valori. La conclusione educativa unisce le tre prospettive: capacità d’uso, consapevolezza del condizionamento e partecipazione alla costruzione degli ambienti. Con Cosimo Accoto e Derrick de Kerckhove, l’intelligenza artificiale appare non solo come una sfida tecnica, ma come una provocazione culturale che interroga parola, immagine e azione.

Ciò che i giovani incontrano online, inoltre, è selezionato e ordinato da sistemi che rispondono a criteri economici e organizzativi e che si alimentano dei loro stessi gesti: guardare, fermarsi, condividere. Il feed non è il mondo, ma una rappresentazione parziale. Con l’IA generativa si aggiunge un passaggio ulteriore: i contenuti non sono più soltanto selezionati, ma anche prodotti dai sistemi. Tre domande aiutano a orientarsi: chi ha scelto questo per me? Chi, o che cosa, lo ha prodotto? Con quale scopo?

La persona: identità, attenzione, relazioni

Negli anni della giovinezza si costruiscono l’identità personale, affettiva e professionale. Con Vittorio Gallese (Il Sé digitale), Tosolini ha ricordato che il sé non è un’entità data e chiusa, ma un processo corporeo e relazionale, che si costruisce attraverso pratiche, ambienti e tecnologie. La tensione decisiva non è tra identità «reale» e «digitale», ma tra espressione di sé e pressione a offrire un’immagine approvata. Da qui una domanda per le comunità formative: quale spazio ha un giovane per cercare, cambiare idea, attraversare un’incertezza, senza dover subito presentare un’immagine definita di sé?

Anche l’attenzione è in gioco. Alla luce delle categorie di Hartmut Rosa (accelerazione, alienazione, risonanza, indisponibilità), la formazione appare come un processo che richiede durata. La domanda giusta, ha osservato il relatore, non è «quante ore passi sul telefono?», ma «sei tu a decidere dove dirigere la tua attenzione?».

Infine le relazioni. Connessione non equivale a relazione: contano ascolto, reciprocità, gestione del conflitto, possibilità di essere vulnerabili. Per chi vive tra culture diverse, come i missionari, c’è un’attenzione in più: i social mostrano rappresentazioni del mondo filtrate da piattaforme, lingue e algoritmi. E accanto all’altro reale compare oggi «l’altro algoritmico» (chatbot, assistenti, avatar empatici), che ascolta e rassicura, ma può addestrarci a desiderare ciò che sa offrire. Quando la simulazione viene scambiata per reciprocità?

Conoscere e delegare: un testo ben scritto non è un testo verificato

Un contenuto può convincerci perché è emotivo, popolare o condiviso da qualcuno di cui ci fidiamo, ma queste caratteristiche non sono la solidità delle prove. Dopo aver presentato i principali bias cognitivi, Tosolini ha proposto quattro domande semplici per verificare: chi lo afferma? Su quali prove si basa? Che cosa manca, o quale altra prospettiva serve? Come posso verificarlo? Applicate a un video che racconta una cultura che non conosciamo, diventano anche domande interculturali: chi parla, e quali voci non si sentono?

Con l’IA generativa il rischio cambia natura. Walter Quattrociocchi e colleghi lo chiamano «epistemia»: la condizione in cui la plausibilità di un discorso fluente prende il posto della valutazione di ciò che è vero, producendo la sensazione di sapere senza il lavoro di giudicare. Il problema persiste anche quando le risposte sono corrette, perché il giudizio non viene esercitato, ma consumato.

Da qui la questione pedagogica centrale: quando uno strumento sostiene il lavoro del pensiero, e quando svolge proprio il lavoro che avremmo bisogno di imparare a fare? Riprendendo Sancassani e Casiraghi, il relatore ha descritto chi apprende con l’IA come un «curatore» del significato: interpreta, esplicita presupposti, verifica le fonti, negozia tra prospettive diverse, orienta l’uso e dichiara l’apporto dell’IA. Con Manzotti e Rossi, ha ricordato infine che se l’IA automatizza le competenze, la formazione deve tornare a interrogare il senso: formiamo persone attraverso la conoscenza, o usiamo le persone per produrre conoscenza?

Il compito dei formatori

Il formatore, ha sottolineato Tosolini, non è un semplice facilitatore: è una persona competente che propone contenuti, criteri, limiti e occasioni di confronto. Il suo lavoro consiste nell’accompagnare il passaggio dal giovane che subisce l’ambiente digitale al giovane che lo comprende e lo orienta. Quattro i compiti indicati:

  • rendere visibile l’ambiente, analizzando insieme come si è incontrato un contenuto e quali voci lascia fuori;
  • allenare il giudizio, confrontando fonti e motivando le conclusioni;
  • coltivare attenzione e riflessione, con tempi di lettura, ascolto e lavoro continuativo;
  • educare alla responsabilità della comunicazione, valutando accuratezza, destinatari e rappresentazione delle persone.

Riprendendo Gayatri Spivak, il relatore ha descritto l’educazione come una «riorganizzazione non coercitiva dei desideri»: non imporre valori dall’alto, ma aiutare i giovani a capire come i loro desideri si sono formati. Due domande possono accompagnarli: da dove viene questo desiderio? Chi ne trae vantaggio?

Un passaggio ha interpellato direttamente le comunità: anche il nostro ambiente formativo educa. Richieste di risposta immediata, comunicazioni frammentate e uso continuo delle chat possono entrare in tensione con l’attenzione che chiediamo ai giovani. Il principio proposto è «regolare, non comandare»: non inseguire ogni singolo uso sbagliato, ma curare le condizioni in cui i giovani imparano a regolarsi.

Quale persona vogliamo formare

L’intervento si è concluso con una domanda antropologica: quale persona vogliamo contribuire a formare? Una persona capace di scegliere, comprendere, verificare, incontrare e rispondere delle proprie azioni. Tre le direzioni indicate per un’integrazione consapevole dell’IA nella formazione: consapevolezza epistemica, curatela del significato e responsabilità pedagogica. Come ricorda Accoto, umani non si è e non si resta: si diventa. Il compito dei formatori è creare le condizioni perché questa crescita possa maturare.

I materiali dell’intervento

Aluisi Tosolini ha messo a disposizione dei formatori due sussidi, che pubblichiamo con gratitudine in italiano, inglese e francese:

  • la presentazione dell’intervento, con le slide e le schede di approfondimento;
  • il kit di approfondimento, che riprende il percorso capitolo per capitolo e contiene un testo di approfondimento, sette schede operative da usare con i giovani o tra formatori, una bibliografia ragionata e un glossario.

Scarica i materiali

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Formation in Digital Environments: Aluisi Tosolini Speaks to Xaverian Formators

On Wednesday 14 October, at the heart of the week-long meeting of those responsible for the houses of initial formation gathered at the Mother House in Parma, Xaverian formators listened to Aluisi Tosolini, a philosopher of education. His talk, “Formation in Digital Environments. Identity, Attention, Knowledge and Relationships: the Role of Formators”, brought to the centre of the meeting a question that touches every stage of the formation journey: who is forming our young people today?

The answer is not obvious. Alongside formators, families, communities and peers, the lives of young people aged 17 to 27 are also shaped by creators, digital platforms and artificial intelligence systems. Hence the underlying thesis: social media and the digital environment take part in the formation of young people even when no one uses them with an educational intention. The task of formators is to help them understand this influence and develop the ability to choose, to know, to enter into relationships and to take responsibility.

The theme links directly to what the Superior General had indicated in his opening address, when he called for particular attention to the use and abuse of social media already in the initial discernment of candidates.

“Every technology educates those who use it”

The starting point is a statement from Leo XIV’s encyclical Magnifica Humanitas (no. 140): every technology educates those who use it. The digital world is not merely a set of tools but an environment in which young people communicate, learn, place their trust, build belonging and form their judgement. For this reason it cannot be considered neutral: it makes some actions easier and others harder, gives visibility to some content and leaves other content on the margins. Yet non-neutrality does not mean determinism: people and communities can understand these tools and steer how they are used.

Drawing on Paolo Benanti, Tosolini distinguished three ways of thinking about technology: as a means in human hands, as a force that orders the world, and as a historical and social construct that embodies values. The educational conclusion brings the three perspectives together: the ability to use technology, awareness of how it conditions us, and participation in shaping digital environments. With Cosimo Accoto and Derrick de Kerckhove, artificial intelligence appears not only as a technical challenge but as a cultural provocation that questions word, image and action.

What young people encounter online, moreover, is selected and ordered by systems that respond to economic and organisational criteria and feed on their own gestures: watching, pausing, sharing. The feed is not the world but a partial representation of it. Generative AI adds a further step: content is no longer only selected but also produced by these systems. Three questions help us find our bearings: who chose this for me? Who, or what, produced it? For what purpose?

The person: identity, attention, relationships

Youth is the time when personal, affective and professional identity is built. Drawing on Vittorio Gallese (Il Sé digitale), Tosolini recalled that the self is not a given, closed entity but a bodily and relational process, built through practices, environments and technologies. The decisive tension is not between a “real” and a “digital” identity, but between self-expression and the pressure to offer an approved image. This raises a question for formation communities: what space does a young man have to search, change his mind and pass through uncertainty without having to present a defined image of himself straight away?

Attention is also at stake. In the light of Hartmut Rosa’s categories (acceleration, alienation, resonance, uncontrollability), formation appears as a process that requires time. The right question, the speaker observed, is not “how many hours do you spend on your phone?” but “are you the one deciding where to direct your attention?”.

Finally, relationships. Connection is not the same as relationship: what matters is listening, reciprocity, handling conflict and the possibility of being vulnerable. Those who live between cultures, as missionaries do, need an extra measure of care: social media show representations of the world filtered by platforms, languages and algorithms. And alongside the real other there now appears “the algorithmic other” (chatbots, assistants, empathetic avatars), which listens and reassures but can train us to desire what it is able to offer. When is simulation mistaken for reciprocity?

Knowing and delegating: a well-written text is not a verified text

A piece of content may convince us because it is emotional, popular or shared by someone we trust, but these qualities are not the strength of the evidence. After presenting the main cognitive biases, Tosolini proposed four simple questions for verification: who is saying it? What evidence is it based on? What is missing, or what other perspective is needed? How can I check it? Applied to a video about a culture we do not know, they also become intercultural questions: who is speaking, and which voices are not heard?

With generative AI the risk changes in nature. Walter Quattrociocchi and colleagues call it “epistemia”: the condition in which the plausibility of fluent discourse takes the place of assessing what is true, producing the feeling of knowing without the work of judging. The problem persists even when the answers are correct, because judgement is not exercised but consumed.

Hence the central pedagogical question: when does a tool support the work of thinking, and when does it do precisely the work we need to learn to do ourselves? Drawing on Sancassani and Casiraghi, the speaker described those who learn with AI as “curators” of meaning: they interpret, make assumptions explicit, check sources, negotiate between different perspectives, decide how to use the result and declare the contribution of AI. With Manzotti and Rossi, he finally recalled that if AI automates skills, formation must return to the question of meaning: are we forming people through knowledge, or using people to produce knowledge?

The task of formators

The formator, Tosolini stressed, is not a mere facilitator but a competent person who offers content, criteria, limits and opportunities for dialogue. His work is to accompany the passage from a young man who undergoes the digital environment to one who understands and steers it. He identified four tasks:

  • making the environment visible, analysing together how a piece of content was encountered and which voices it leaves out;
  • training judgement, comparing sources and giving reasons for conclusions;
  • cultivating attention and reflection, with time for reading, listening and sustained work;
  • educating to responsible communication, assessing accuracy, audience and the way people are represented.

Drawing on Gayatri Spivak, the speaker described education as a “non-coercive rearrangement of desires”: not imposing values from above, but helping young people understand how their desires have been formed. Two questions can accompany them: where does this desire come from? Who benefits from it?

One passage directly challenged the communities themselves: our own formation environment also educates. Demands for immediate replies, fragmented communication and constant use of chats can be at odds with the attention we ask of young people. The principle proposed is “regulate, do not command”: rather than chasing every single misuse, take care of the conditions in which young people learn to regulate themselves.

What kind of person do we want to form?

The talk closed with an anthropological question: what kind of person do we want to help form? A person able to choose, understand, verify, encounter others and answer for his own actions. Three directions were indicated for a conscious integration of AI into formation: epistemic awareness, curation of meaning and pedagogical responsibility. As Accoto reminds us, we are not human once and for all: we become human. The task of formators is to create the conditions in which this growth can mature.

Materials from the talk

Aluisi Tosolini has kindly made two resources available to formators, which we gratefully publish in Italian, English and French:

  • the presentation of the talk, with the slides and in-depth reference sheets;
  • the in-depth kit, which follows the talk chapter by chapter and contains an extended text, seven practical worksheets for use with young people or among formators, an annotated bibliography and a glossary.

Download the materials

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Se former dans les environnements numériques : Aluisi Tosolini aux formateurs xavériens

Le mercredi 14 octobre, au cœur de la semaine de rencontre des responsables des maisons de formation de base réunis à la Maison Mère de Parme, les formateurs xavériens ont écouté Aluisi Tosolini, philosophe de l’éducation. Son intervention, « Se former dans les environnements numériques. Identité, attention, connaissance et relations : le rôle des formateurs », a placé au centre des travaux une question qui concerne chaque étape du parcours de formation : qui forme aujourd’hui nos jeunes ?

La réponse ne va pas de soi. Aux côtés des formateurs, des familles, des communautés et des pairs, la vie des jeunes de 17 à 27 ans est aussi façonnée par les créateurs de contenus, les plateformes numériques et les systèmes d’intelligence artificielle. D’où la thèse de fond : les réseaux sociaux et l’environnement numérique participent à la formation des jeunes, même lorsque personne ne les utilise dans une intention éducative. La tâche des formateurs est de les aider à comprendre cette influence et à développer la capacité de choisir, de connaître, d’entrer en relation et d’assumer des responsabilités.

Le thème rejoint directement ce que le supérieur général avait indiqué dans son intervention d’ouverture, lorsqu’il demandait une attention particulière à l’usage et à l’abus des réseaux sociaux dès le discernement initial des candidats.

« Toute technologie éduque celui qui l’utilise »

Le point de départ est une affirmation de l’encyclique Magnifica Humanitas de Léon XIV (n. 140) : toute technologie éduque celui qui l’utilise. Le numérique n’est pas seulement un ensemble d’outils, mais un environnement où les jeunes communiquent, apprennent, accordent leur confiance, construisent des appartenances et forment leur jugement. C’est pourquoi il ne peut être considéré comme neutre : il rend certaines actions plus faciles et d’autres plus difficiles, donne de la visibilité à certains contenus et en laisse d’autres en marge. Mais non-neutralité ne signifie pas déterminisme : les personnes et les communautés peuvent comprendre les outils et en orienter l’usage.

Reprenant Paolo Benanti, Tosolini a distingué trois manières de penser la technologie : comme moyen entre les mains de l’homme, comme force qui ordonne le monde, comme construction historique et sociale qui incorpore des valeurs. La conclusion éducative réunit ces trois perspectives : capacité d’usage, conscience du conditionnement et participation à la construction des environnements. Avec Cosimo Accoto et Derrick de Kerckhove, l’intelligence artificielle apparaît non seulement comme un défi technique, mais comme une provocation culturelle qui interroge la parole, l’image et l’action.

Ce que les jeunes rencontrent en ligne est en outre sélectionné et ordonné par des systèmes qui répondent à des critères économiques et organisationnels et qui se nourrissent de leurs propres gestes : regarder, s’arrêter, partager. Le fil d’actualité n’est pas le monde, mais une représentation partielle. Avec l’IA générative s’ajoute une étape supplémentaire : les contenus ne sont plus seulement sélectionnés, ils sont aussi produits par les systèmes. Trois questions aident à s’orienter : qui a choisi cela pour moi ? Qui, ou quoi, l’a produit ? Dans quel but ?

La personne : identité, attention, relations

C’est durant la jeunesse que se construisent l’identité personnelle, affective et professionnelle. Avec Vittorio Gallese (Il Sé digitale), Tosolini a rappelé que le soi n’est pas une entité donnée et fermée, mais un processus corporel et relationnel, qui se construit à travers des pratiques, des environnements et des technologies. La tension décisive n’est pas entre identité « réelle » et identité « numérique », mais entre expression de soi et pression à offrir une image approuvée. D’où une question pour les communautés de formation : quel espace un jeune a-t-il pour chercher, changer d’avis, traverser une incertitude, sans devoir présenter tout de suite une image définie de lui-même ?

L’attention est elle aussi en jeu. À la lumière des catégories de Hartmut Rosa (accélération, aliénation, résonance, indisponibilité), la formation apparaît comme un processus qui demande de la durée. La bonne question, a observé l’intervenant, n’est pas « combien d’heures passes-tu sur ton téléphone ? », mais « est-ce toi qui décides où diriger ton attention ? ».

Enfin, les relations. Connexion n’est pas relation : ce qui compte, c’est l’écoute, la réciprocité, la gestion des conflits, la possibilité d’être vulnérable. Pour ceux qui vivent entre plusieurs cultures, comme les missionnaires, une vigilance supplémentaire s’impose : les réseaux sociaux montrent des représentations du monde filtrées par les plateformes, les langues et les algorithmes. Et à côté de l’autre réel apparaît aujourd’hui « l’autre algorithmique » (chatbots, assistants, avatars empathiques), qui écoute et rassure, mais peut nous entraîner à désirer ce qu’il sait offrir. Quand la simulation est-elle prise pour de la réciprocité ?

Connaître et déléguer : un texte bien écrit n’est pas un texte vérifié

Un contenu peut nous convaincre parce qu’il est émouvant, populaire ou partagé par quelqu’un en qui nous avons confiance, mais ces caractéristiques ne garantissent pas la solidité des preuves. Après avoir présenté les principaux biais cognitifs, Tosolini a proposé quatre questions simples pour vérifier : qui l’affirme ? Sur quelles preuves cela repose-t-il ? Que manque-t-il, ou quelle autre perspective faut-il ? Comment puis-je le vérifier ? Appliquées à une vidéo qui raconte une culture que nous ne connaissons pas, elles deviennent aussi des questions interculturelles : qui parle, et quelles voix ne se font pas entendre ?

Avec l’IA générative, le risque change de nature. Walter Quattrociocchi et ses collègues l’appellent « épistémie » : la condition dans laquelle la plausibilité d’un discours fluide prend la place de l’évaluation de ce qui est vrai, produisant la sensation de savoir sans le travail de juger. Le problème persiste même lorsque les réponses sont correctes, car le jugement n’est pas exercé, mais consommé.

D’où la question pédagogique centrale : quand un outil soutient-il le travail de la pensée, et quand accomplit-il précisément le travail que nous aurions besoin d’apprendre à faire ? Reprenant Sancassani et Casiraghi, l’intervenant a décrit celui qui apprend avec l’IA comme un « curateur » du sens : il interprète, explicite les présupposés, vérifie les sources, négocie entre des perspectives différentes, oriente l’usage et déclare l’apport de l’IA. Avec Manzotti et Rossi, il a enfin rappelé que si l’IA automatise les compétences, la formation doit revenir à la question du sens : formons-nous des personnes par la connaissance, ou utilisons-nous des personnes pour produire de la connaissance ?

La tâche des formateurs

Le formateur, a souligné Tosolini, n’est pas un simple facilitateur : c’est une personne compétente qui propose des contenus, des critères, des limites et des occasions de dialogue. Son travail consiste à accompagner le passage du jeune qui subit l’environnement numérique au jeune qui le comprend et l’oriente. Quatre tâches ont été indiquées :

  • rendre l’environnement visible, en analysant ensemble comment un contenu a été rencontré et quelles voix il laisse de côté ;
  • exercer le jugement, en comparant les sources et en motivant les conclusions ;
  • cultiver l’attention et la réflexion, avec des temps de lecture, d’écoute et de travail suivi ;
  • éduquer à la responsabilité de la communication, en évaluant l’exactitude, les destinataires et la représentation des personnes.

Reprenant Gayatri Spivak, l’intervenant a décrit l’éducation comme une « réorganisation non coercitive des désirs » : non pas imposer des valeurs d’en haut, mais aider les jeunes à comprendre comment leurs désirs se sont formés. Deux questions peuvent les accompagner : d’où vient ce désir ? À qui profite-t-il ?

Un passage a interpellé directement les communautés : notre propre environnement de formation éduque, lui aussi. Les demandes de réponse immédiate, les communications fragmentées et l’usage continu des messageries peuvent entrer en tension avec l’attention que nous demandons aux jeunes. Le principe proposé est « réguler, ne pas commander » : ne pas courir après chaque mauvais usage, mais prendre soin des conditions dans lesquelles les jeunes apprennent à se réguler.

Quelle personne voulons-nous former ?

L’intervention s’est conclue par une question anthropologique : quelle personne voulons-nous contribuer à former ? Une personne capable de choisir, de comprendre, de vérifier, de rencontrer et de répondre de ses actes. Trois directions ont été indiquées pour une intégration consciente de l’IA dans la formation : la conscience épistémique, la curation du sens et la responsabilité pédagogique. Comme le rappelle Accoto, on n’est pas humain une fois pour toutes : on le devient. La tâche des formateurs est de créer les conditions pour que cette croissance puisse mûrir.

Les documents de l’intervention

Aluisi Tosolini a mis à la disposition des formateurs deux outils, que nous publions avec gratitude en italien, en anglais et en français :

  • la présentation de l’intervention, avec les diapositives et les fiches d’approfondissement ;
  • le kit d’approfondissement, qui reprend le parcours chapitre par chapitre et contient un texte d’approfondissement, sept fiches pratiques à utiliser avec les jeunes ou entre formateurs, une bibliographie commentée et un glossaire.

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Formarse en los entornos digitales: Aluisi Tosolini a los formadores javerianos

El miércoles 14 de octubre, en el corazón de la semana de encuentro de los responsables de las casas de formación de base reunidos en la Casa Madre de Parma, los formadores javerianos escucharon a Aluisi Tosolini, filósofo de la educación. Su intervención, «Formarse en los entornos digitales. Identidad, atención, conocimiento y relaciones: el papel de los formadores», situó en el centro de los trabajos una pregunta que afecta a cada etapa del camino formativo: ¿quién forma hoy a nuestros jóvenes?

La respuesta no es obvia. Junto a los formadores, las familias, las comunidades y los compañeros, en la vida de los jóvenes de entre 17 y 27 años actúan también los creadores de contenido, las plataformas digitales y los sistemas de inteligencia artificial. De ahí la tesis de fondo: las redes sociales y el entorno digital participan en la formación de los jóvenes incluso cuando nadie los utiliza con intención educativa. La tarea de los formadores es ayudarles a comprender esta influencia y a desarrollar la capacidad de elegir, conocer, entrar en relación y asumir responsabilidades.

El tema enlaza directamente con lo que el superior general había señalado en su intervención de apertura, cuando pidió una atención particular al uso y abuso de las redes sociales ya en el discernimiento inicial de los candidatos.

«Toda tecnología educa a quien la utiliza»

El punto de partida es una afirmación de la encíclica Magnifica Humanitas de León XIV (n. 140): toda tecnología educa a quien la utiliza. Lo digital no es solo un conjunto de herramientas, sino un entorno en el que los jóvenes se comunican, aprenden, conceden su confianza, construyen pertenencias y forman su juicio. Por eso no puede considerarse neutral: facilita unas acciones y dificulta otras, da visibilidad a algunos contenidos y deja otros al margen. Pero no neutralidad no significa determinismo: las personas y las comunidades pueden comprender las herramientas y orientar su uso.

Retomando a Paolo Benanti, Tosolini distinguió tres maneras de pensar la tecnología: como medio en manos del ser humano, como fuerza que ordena el mundo y como construcción histórica y social que incorpora valores. La conclusión educativa une las tres perspectivas: capacidad de uso, conciencia del condicionamiento y participación en la construcción de los entornos. Con Cosimo Accoto y Derrick de Kerckhove, la inteligencia artificial aparece no solo como un desafío técnico, sino como una provocación cultural que interroga la palabra, la imagen y la acción.

Lo que los jóvenes encuentran en línea, además, está seleccionado y ordenado por sistemas que responden a criterios económicos y organizativos y que se alimentan de sus propios gestos: mirar, detenerse, compartir. El feed no es el mundo, sino una representación parcial. Con la IA generativa se añade un paso más: los contenidos ya no solo son seleccionados, sino también producidos por los sistemas. Tres preguntas ayudan a orientarse: ¿quién ha elegido esto para mí? ¿Quién, o qué, lo ha producido? ¿Con qué finalidad?

La persona: identidad, atención, relaciones

En los años de la juventud se construye la identidad personal, afectiva y profesional. Con Vittorio Gallese (Il Sé digitale), Tosolini recordó que el yo no es una entidad dada y cerrada, sino un proceso corporal y relacional, que se construye a través de prácticas, entornos y tecnologías. La tensión decisiva no está entre identidad «real» y «digital», sino entre expresión de uno mismo y presión por ofrecer una imagen aprobada. De ahí una pregunta para las comunidades formativas: ¿qué espacio tiene un joven para buscar, cambiar de opinión, atravesar una incertidumbre, sin tener que presentar enseguida una imagen definida de sí mismo?

También está en juego la atención. A la luz de las categorías de Hartmut Rosa (aceleración, alienación, resonancia, indisponibilidad), la formación aparece como un proceso que requiere tiempo. La pregunta adecuada, observó el ponente, no es «¿cuántas horas pasas con el teléfono?», sino «¿eres tú quien decide hacia dónde dirigir tu atención?».

Por último, las relaciones. Conexión no equivale a relación: cuentan la escucha, la reciprocidad, la gestión del conflicto y la posibilidad de ser vulnerables. Para quien vive entre culturas diversas, como los misioneros, se requiere una atención añadida: las redes sociales muestran representaciones del mundo filtradas por plataformas, lenguas y algoritmos. Y junto al otro real aparece hoy «el otro algorítmico» (chatbots, asistentes, avatares empáticos), que escucha y tranquiliza, pero puede entrenarnos a desear lo que es capaz de ofrecer. ¿Cuándo se confunde la simulación con la reciprocidad?

Conocer y delegar: un texto bien escrito no es un texto verificado

Un contenido puede convencernos porque es emotivo, popular o compartido por alguien de quien nos fiamos, pero estas características no son la solidez de las pruebas. Tras presentar los principales sesgos cognitivos, Tosolini propuso cuatro preguntas sencillas para verificar: ¿quién lo afirma? ¿En qué pruebas se basa? ¿Qué falta, o qué otra perspectiva es necesaria? ¿Cómo puedo comprobarlo? Aplicadas a un vídeo que cuenta una cultura que no conocemos, se convierten también en preguntas interculturales: ¿quién habla, y qué voces no se escuchan?

Con la IA generativa el riesgo cambia de naturaleza. Walter Quattrociocchi y sus colegas lo llaman «epistemia»: la condición en la que la plausibilidad de un discurso fluido ocupa el lugar de la evaluación de lo que es verdadero, produciendo la sensación de saber sin el trabajo de juzgar. El problema persiste incluso cuando las respuestas son correctas, porque el juicio no se ejerce, se consume.

De ahí la cuestión pedagógica central: ¿cuándo una herramienta sostiene el trabajo del pensamiento, y cuándo realiza precisamente el trabajo que necesitaríamos aprender a hacer? Retomando a Sancassani y Casiraghi, el ponente describió a quien aprende con la IA como un «curador» del significado: interpreta, explicita presupuestos, verifica las fuentes, negocia entre perspectivas distintas, orienta el uso y declara la aportación de la IA. Con Manzotti y Rossi recordó, por último, que si la IA automatiza las competencias, la formación debe volver a interrogarse por el sentido: ¿formamos personas a través del conocimiento, o usamos a las personas para producir conocimiento?

La tarea de los formadores

El formador, subrayó Tosolini, no es un simple facilitador: es una persona competente que propone contenidos, criterios, límites y ocasiones de diálogo. Su trabajo consiste en acompañar el paso del joven que padece el entorno digital al joven que lo comprende y lo orienta. Señaló cuatro tareas:

  • hacer visible el entorno, analizando juntos cómo se ha encontrado un contenido y qué voces deja fuera;
  • entrenar el juicio, comparando fuentes y motivando las conclusiones;
  • cultivar la atención y la reflexión, con tiempos de lectura, escucha y trabajo continuado;
  • educar en la responsabilidad de la comunicación, valorando la exactitud, los destinatarios y la representación de las personas.

Retomando a Gayatri Spivak, el ponente describió la educación como una «reorganización no coercitiva de los deseos»: no imponer valores desde arriba, sino ayudar a los jóvenes a comprender cómo se han formado sus deseos. Dos preguntas pueden acompañarlos: ¿de dónde viene este deseo? ¿Quién saca provecho de él?

Un pasaje interpeló directamente a las comunidades: también nuestro entorno formativo educa. Las exigencias de respuesta inmediata, las comunicaciones fragmentadas y el uso continuo de los chats pueden entrar en tensión con la atención que pedimos a los jóvenes. El principio propuesto es «regular, no mandar»: no perseguir cada uso equivocado, sino cuidar las condiciones en las que los jóvenes aprenden a regularse.

¿Qué persona queremos formar?

La intervención concluyó con una pregunta antropológica: ¿qué persona queremos contribuir a formar? Una persona capaz de elegir, comprender, verificar, encontrarse con los demás y responder de sus propios actos. Se indicaron tres direcciones para una integración consciente de la IA en la formación: conciencia epistémica, curaduría del significado y responsabilidad pedagógica. Como recuerda Accoto, no se es humano de una vez para siempre: se llega a serlo. La tarea de los formadores es crear las condiciones para que este crecimiento pueda madurar.

Los materiales de la intervención

Aluisi Tosolini ha puesto a disposición de los formadores dos subsidios, que publicamos con gratitud en italiano, inglés y francés:

  • la presentación de la intervención, con las diapositivas y las fichas de profundización;
  • el kit de profundización, que retoma el recorrido capítulo por capítulo y contiene un texto de profundización, siete fichas prácticas para usar con los jóvenes o entre formadores, una bibliografía comentada y un glosario.

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Aluisi Tosolini
17 October 2026
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