È medico, fa parte da tre anni del Gruppo Conforti di Yaoundé e si definisce «ancora in cammino». Durante una veglia missionaria dedicata al tema «Missione d'amore: vivere e condividere l'amore fedele di Dio», la dottoressa Toua Christine Samantha ha raccontato come la fede ricevuta in famiglia sia diventata, passo dopo passo, servizio agli altri. Ecco la sua testimonianza.
Quando mi hanno chiesto di raccontare la mia vita missionaria, mi sono domandata che cosa avessi da dire. Poi, riflettendo sul tema della veglia, ho capito che la missione è forse molto più vicina a noi di quanto pensiamo. In fondo, che cos'è la missione se non accogliere l'amore di Dio nella nostra vita e imparare, a nostra volta, a condividerlo?
Da un'abitudine a una relazione
Sono cresciuta in una famiglia cristiana e vado in chiesa da quando ero piccola. Ma, a essere sincera, da bambina era soprattutto un'abitudine: ci si andava perché si era sempre fatto così.
Non saprei dire in quale momento preciso ho incontrato Cristo in modo personale. Ricordo però gli anni del liceo: pregavo per i miei esami, e lo facevo con convinzione. Cominciavo a cercare il modo di piacere a Dio, di vivere secondo quello che Lui si aspettava da me. Non andavo più in chiesa per abitudine: volevo vivere la mia fede.
Oggi capisco che l'amore di Dio non si è manifestato nella mia vita con un evento spettacolare, ma poco a poco, attraverso il desiderio crescente di avvicinarmi a Lui. Credo che la missione cominci proprio qui. Come possiamo condividere un amore che non cerchiamo noi stessi di accogliere? Prima di essere un compito da svolgere, la missione è una storia d'amore.
Una fede che non abbandona nelle difficoltà
Quando penso all'amore fedele di Dio, penso alla mia famiglia. Abbiamo attraversato momenti difficili, ma ci siamo sempre ricordati che Dio era con noi. Ci incoraggiavamo a vicenda ad accettare la sua volontà, anche quando non capivamo tutto.
Le difficoltà non sparivano e non avevamo tutte le risposte. Ma avevamo una fede che ci permetteva di andare avanti. Forse è questo l'amore fedele di Dio: non risparmiarci ogni prova, ma insegnarci a fidarci di Lui in mezzo alle prove.
Non pretendo di avere una fede perfetta. Ma ho imparato che non possiamo dare soltanto con le nostre forze: anche noi abbiamo bisogno di essere amati, sostenuti e rinnovati da Dio.
Il Gruppo Conforti, «un piccolo miracolo»
Prima di trasferirmi a Yaoundé facevo la chierichetta: era il mio modo di partecipare alla vita della Chiesa. Con l'università e i suoi ritmi, però, non riuscivo più a impegnarmi come prima. Non avevo perso la fede, ma sentivo di non viverla come avrei voluto. Cercavo un luogo dove crescere spiritualmente e fare gesti concreti.
È così che, tre anni fa, è arrivato il Gruppo Conforti, che prende il nome da san Guido Maria Conforti, fondatore dei Missionari Saveriani. Posso quasi dire che è stato un piccolo miracolo, perché rispondeva esattamente a quel bisogno. Lì ho scoperto una fede che non si ferma alla preghiera e alle celebrazioni, ma che spinge ad andare verso gli altri.
Non possiamo dire di amare Dio e restare indifferenti alla sofferenza di chi ci sta accanto. Come scrive san Giovanni: «Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio» (1 Gv 4,7). L'amore che riceviamo da Dio ci mette in movimento.
La ricchezza della presenza
Con il gruppo ho partecipato a diversi apostolati: visite a persone in lutto, ad anziani spesso soli, a orfanotrofi. Quello che mi ha colpito di più è scoprire che si può portare gioia semplicemente essendo presenti.
Spesso pensiamo che per aiutare qualcuno servano molti mezzi o grandi gesti. I bisogni materiali sono reali, e dobbiamo rispondervi quando possiamo. Ma esiste anche un'altra ricchezza: il tempo che doniamo, l'ascolto, l'attenzione, un sorriso restituito a qualcuno.
Chi vive un lutto ha bisogno di sentire che non è solo. Un anziano, forse, ha solo bisogno che qualcuno si fermi a parlare con lui. Un bambino ha bisogno di sentirsi amato e accolto. Non possiamo risolvere tutti i problemi, ma possiamo scegliere di non restare indifferenti. La missione non è soltanto parlare di Dio: è andare verso gli altri con un cuore disposto ad amare.
Missionaria nel mio lavoro di medico
Oggi sono medico, e la fede cambia il modo in cui guardo le persone che incontro. Ogni giorno mi prendo cura di chi soffre, di chi ha paura, di chi a volte non ha nulla. La medicina richiede competenza e rigore, ma anche ascolto, pazienza e compassione.
La fede mi ricorda che chi ho davanti non è una malattia, una diagnosi o una cartella clinica: è una persona, che merita di essere accolta con dignità e rispetto. Non sempre ci riesco: la stanchezza e le difficoltà di ogni giorno pesano. Ma desidero che il mio lavoro diventi un luogo in cui l'amore per il prossimo prende forma concreta.
Non tutti abbiamo la stessa professione o le stesse responsabilità. Ma tutti possiamo scegliere l'amore invece dell'indifferenza, l'ascolto invece del disprezzo, la compassione invece del giudizio. La missione non comincia per forza in un paese lontano. Può cominciare in casa, nel quartiere, in parrocchia, a scuola o al lavoro: là dove accettiamo di guardare gli altri in modo diverso.
Ancora in cammino
Non posso dire di essere diventata una persona straordinaria. Non sono sempre paziente, non so sempre come testimoniare Cristo, e mi capita ancora di perdere occasioni per fare il bene. Sono ancora in cammino. Ma credo che la cosa più importante sia non smettere mai di voler camminare con Dio.
«Se aspetto di essere perfetta per cominciare ad amare, quando comincerò?»
Spesso pensiamo di dover essere perfettamente santi o del tutto pronti prima di metterci al servizio di Dio. Ma se aspetto di sapere tutto su Dio prima di testimoniarlo, o di avere molti mezzi prima di fare il bene, quante occasioni avrò già lasciato passare? Dio ci chiama con ciò che siamo oggi: con le nostre qualità, i nostri limiti e il desiderio di crescere. Ci chiede di essere fedeli nelle piccole cose.
Forse oggi la mia missione è semplicemente provare a fare un po' meglio di ieri: amare un po' meglio, ascoltare un po' meglio, servire un po' meglio.
Una domanda per ciascuno
Il tema della veglia ci invita a due cose. Anzitutto a vivere l'amore di Dio: incontrarlo, conoscerlo, fidarci di Lui e lasciare che trasformi la nostra vita. Poi a condividerlo: non perché siamo migliori degli altri, ma perché abbiamo ricevuto un amore che non possiamo tenere solo per noi.
Per essere missionari non serve essere straordinari né aspettare di essere perfetti. Serve un cuore che desidera amare Dio e che si lascia guidare da Lui.
Ciascuno di noi può chiedersi: come può l'amore che ricevo da Dio diventare realtà per chi mi sta accanto? Forse con una visita, una parola di conforto, del tempo donato a una persona sola, un lavoro fatto con più coscienza e compassione. O semplicemente scegliendo di non distogliere lo sguardo dalla sofferenza di qualcuno.
Ricevere il suo amore, imparare ad amare a nostra volta e permettere a chi incontriamo di fare anch'egli esperienza di questo amore: è questo il cammino missionario che desidero continuare.
Yaoundé - Cameroun - De l'amour reçu à l'amour partagé
Elle est médecin, fait partie depuis trois ans du Groupe Conforti de Yaoundé et se dit « encore en chemin ». Lors d'une veillée missionnaire sur le thème « Mission d'amour : vivre et partager l'amour fidèle de Dieu », le Dr Toua Christine Samantha a raconté comment la foi reçue en famille est devenue, pas à pas, service des autres. Voici son témoignage.
Quand on m'a demandé de parler de ma vie missionnaire, je me suis demandé ce que je pouvais bien raconter. Puis, en réfléchissant au thème de la veillée, j'ai compris que la mission est peut-être beaucoup plus proche de nous que nous ne le pensons. Finalement, qu'est-ce que la mission, sinon accueillir l'amour de Dieu dans nos vies et apprendre, à notre tour, à le partager ?
D'une habitude à une relation
J'ai grandi dans une famille chrétienne et je vais à l'église depuis toute petite. Mais, pour être honnête, enfant, c'était surtout une habitude : on y allait parce qu'on avait toujours fait ainsi.
Je ne saurais pas dire à quel moment précis j'ai rencontré le Christ de manière personnelle. Je me souviens pourtant de mes années de lycée : je priais pour mes examens, et je le faisais avec conviction. Je commençais à chercher comment plaire à Dieu, comment vivre selon ce qu'il attendait de moi. Je n'allais plus à l'église par habitude : je voulais vivre ma foi.
Aujourd'hui, je comprends que l'amour de Dieu ne s'est pas manifesté dans ma vie par un événement spectaculaire, mais peu à peu, à travers le désir grandissant de me rapprocher de lui. Je crois que la mission commence précisément là. Comment partager un amour que nous ne cherchons pas nous-mêmes à accueillir ? Avant d'être une tâche à accomplir, la mission est une histoire d'amour.
Une foi qui tient dans les épreuves
Quand je pense à l'amour fidèle de Dieu, je pense à ma famille. Nous avons traversé des moments difficiles, mais nous nous sommes toujours rappelé que Dieu était avec nous. Nous nous encouragions à accepter sa volonté, même quand nous ne comprenions pas tout.
Les difficultés ne disparaissaient pas, et nous n'avions pas toutes les réponses. Mais nous avions une foi qui nous permettait d'avancer. C'est peut-être cela, l'amour fidèle de Dieu : non pas nous épargner toutes les épreuves, mais nous apprendre à garder confiance en lui au milieu d'elles.
Je ne prétends pas avoir une foi parfaite. Mais j'ai appris que nous ne pouvons pas donner uniquement à partir de nos propres forces : nous aussi, nous avons besoin d'être aimés, soutenus et renouvelés par Dieu.
Le Groupe Conforti, « un petit miracle »
Avant d'arriver à Yaoundé, je servais comme enfant de chœur : c'était ma manière de participer à la vie de l'Église. Avec les études universitaires et leurs exigences, je ne parvenais plus à m'investir comme avant. Je n'avais pas perdu la foi, mais je sentais que je ne la vivais plus comme je le souhaitais. Je cherchais un lieu pour grandir spirituellement et poser des actes concrets.
C'est ainsi que, il y a trois ans, le Groupe Conforti est entré dans ma vie. Il porte le nom de saint Guido Maria Conforti, fondateur des Missionnaires Xavériens. Je peux presque dire que ce fut un petit miracle, car il répondait exactement à ce besoin. J'y ai découvert une foi qui ne s'arrête pas à la prière et aux célébrations, mais qui pousse à aller vers les autres.
Nous ne pouvons pas prétendre aimer Dieu tout en restant indifférents à la souffrance de ceux qui nous entourent. Comme l'écrit saint Jean : « Bien-aimés, aimons-nous les uns les autres, puisque l'amour vient de Dieu » (1 Jn 4, 7). L'amour que nous recevons de Dieu nous met en mouvement.
La richesse de la présence
Avec le groupe, j'ai participé à différents apostolats : visites à des personnes en deuil, à des personnes âgées souvent isolées, à des orphelinats. Ce qui m'a le plus marquée, c'est de découvrir que l'on peut apporter de la joie simplement en étant présent.
Nous pensons souvent que, pour aider quelqu'un, il faut beaucoup de moyens ou de grands gestes. Les besoins matériels sont réels, et nous devons y répondre lorsque nous le pouvons. Mais il existe aussi une autre richesse : le temps que nous offrons, l'écoute, l'attention, un sourire rendu à quelqu'un.
Une personne en deuil a besoin de sentir qu'elle n'est pas seule. Une personne âgée a peut-être simplement besoin que quelqu'un prenne le temps de lui parler. Un enfant a besoin de se sentir aimé et accueilli. Nous ne pouvons pas résoudre tous les problèmes, mais nous pouvons choisir de ne pas rester indifférents. La mission ne consiste pas seulement à parler de Dieu : elle consiste à aller vers les autres avec un cœur disposé à aimer.
Missionnaire dans mon métier de médecin
Aujourd'hui, je suis médecin, et ma foi change ma manière de regarder les personnes que je rencontre. Chaque jour, je prends soin de personnes qui souffrent, qui ont peur, qui sont parfois démunies. La médecine demande des compétences et de la rigueur, mais aussi de l'écoute, de la patience et de la compassion.
Ma foi me rappelle que la personne devant moi n'est pas une maladie, un diagnostic ou un dossier médical : c'est un être humain qui mérite d'être accueilli avec dignité et respect. Je n'y arrive pas toujours : la fatigue et les contraintes du quotidien pèsent. Mais je souhaite que mon travail devienne un lieu où l'amour du prochain prend une forme concrète.
Nous n'avons pas tous le même métier ni les mêmes responsabilités. Mais nous pouvons tous choisir l'amour plutôt que l'indifférence, l'écoute plutôt que le mépris, la compassion plutôt que le jugement. La mission ne commence pas forcément dans un pays lointain. Elle peut commencer à la maison, dans notre quartier, notre paroisse, notre école ou notre lieu de travail : là où nous acceptons de regarder les autres autrement.
Encore en chemin
Je ne peux pas dire que je suis devenue une personne extraordinaire. Je ne suis pas toujours patiente, je ne sais pas toujours comment témoigner du Christ, et il m'arrive encore de manquer des occasions de faire le bien. Je suis encore en chemin. Mais je crois que le plus important est de ne jamais cesser de vouloir avancer avec Dieu.
« Si j'attends d'être parfaite pour commencer à aimer, quand commencerai-je ? »
Nous pensons souvent qu'il faut être parfaitement saint ou parfaitement prêt avant de se mettre au service de Dieu. Mais si j'attends de tout savoir sur Dieu avant de témoigner de lui, ou d'avoir beaucoup de moyens avant de faire le bien, combien d'occasions aurai-je laissées passer ? Dieu nous appelle avec ce que nous sommes aujourd'hui : nos qualités, nos limites et notre désir de progresser. Il nous demande d'être fidèles dans les petites choses.
Peut-être que ma mission, aujourd'hui, consiste simplement à essayer de faire un peu mieux qu'hier : aimer un peu mieux, écouter un peu mieux, servir un peu mieux.
Une question pour chacun
Le thème de la veillée nous invite à deux choses. D'abord, vivre l'amour de Dieu : le rencontrer, le connaître, lui faire confiance et le laisser transformer nos vies. Ensuite, partager cet amour : non parce que nous serions meilleurs que les autres, mais parce que nous avons reçu un amour que nous ne pouvons pas garder pour nous seuls.
Pour être missionnaire, il n'est pas nécessaire d'être extraordinaire ni d'attendre d'être parfait. Il faut un cœur qui désire aimer Dieu et qui se laisse conduire par lui.
Chacun de nous peut se demander : comment l'amour que je reçois de Dieu peut-il devenir une réalité pour les personnes qui m'entourent ? Peut-être par une visite, une parole de réconfort, du temps offert à une personne seule, un travail accompli avec plus de conscience et de compassion. Ou simplement en choisissant de ne pas détourner le regard devant la souffrance de quelqu'un.
Recevoir son amour, apprendre à aimer à notre tour et permettre à ceux que nous rencontrons de faire, eux aussi, l'expérience de cet amour : voilà le chemin missionnaire que je souhaite poursuivre.
Yaundé - Camerún - Del amor recibido al amor compartido
Es médica, forma parte desde hace tres años del Grupo Conforti de Yaundé y se define «todavía en camino». Durante una vigilia misionera dedicada al tema «Misión de amor: vivir y compartir el amor fiel de Dios», la doctora Toua Christine Samantha contó cómo la fe recibida en familia se ha convertido, paso a paso, en servicio a los demás. Este es su testimonio.
Cuando me pidieron que hablara de mi vida misionera, me pregunté qué podía contar. Después, reflexionando sobre el tema de la vigilia, comprendí que la misión quizá está mucho más cerca de nosotros de lo que pensamos. Al fin y al cabo, ¿qué es la misión sino acoger el amor de Dios en nuestra vida y aprender, a nuestra vez, a compartirlo?
De una costumbre a una relación
Crecí en una familia cristiana y voy a la iglesia desde pequeña. Pero, para ser sincera, de niña era sobre todo una costumbre: íbamos porque siempre se había hecho así.
No sabría decir en qué momento preciso encontré a Cristo de manera personal. Pero recuerdo mis años de secundaria: rezaba por mis exámenes, y lo hacía con convicción. Empezaba a buscar cómo agradar a Dios, cómo vivir según lo que Él esperaba de mí. Ya no iba a la iglesia por costumbre: quería vivir mi fe.
Hoy entiendo que el amor de Dios no se manifestó en mi vida con un acontecimiento espectacular, sino poco a poco, a través del deseo creciente de acercarme a Él. Creo que la misión empieza precisamente aquí. ¿Cómo compartir un amor que nosotros mismos no buscamos acoger? Antes de ser una tarea que cumplir, la misión es una historia de amor.
Una fe que no abandona en las dificultades
Cuando pienso en el amor fiel de Dios, pienso en mi familia. Pasamos momentos difíciles, pero siempre recordamos que Dios estaba con nosotros. Nos animábamos unos a otros a aceptar su voluntad, incluso cuando no lo entendíamos todo.
Las dificultades no desaparecían y no teníamos todas las respuestas. Pero teníamos una fe que nos permitía seguir adelante. Quizá eso es el amor fiel de Dios: no ahorrarnos todas las pruebas, sino enseñarnos a confiar en Él en medio de ellas.
No pretendo tener una fe perfecta. Pero he aprendido que no podemos dar solo con nuestras propias fuerzas: también nosotros necesitamos ser amados, sostenidos y renovados por Dios.
El Grupo Conforti, «un pequeño milagro»
Antes de mudarme a Yaundé era monaguilla: era mi manera de participar en la vida de la Iglesia. Con la universidad y sus exigencias, sin embargo, ya no podía comprometerme como antes. No había perdido la fe, pero sentía que no la vivía como quería. Buscaba un lugar donde crecer espiritualmente y realizar gestos concretos.
Así llegó, hace tres años, el Grupo Conforti, que lleva el nombre de san Guido María Conforti, fundador de los Misioneros Javerianos. Casi puedo decir que fue un pequeño milagro, porque respondía exactamente a esa necesidad. Allí descubrí una fe que no se queda en la oración y las celebraciones, sino que impulsa a ir hacia los demás.
No podemos decir que amamos a Dios y permanecer indiferentes al sufrimiento de quienes nos rodean. Como escribe san Juan: «Queridos, amémonos unos a otros, ya que el amor es de Dios» (1 Jn 4,7). El amor que recibimos de Dios nos pone en movimiento.
La riqueza de la presencia
Con el grupo he participado en distintos apostolados: visitas a personas en duelo, a ancianos a menudo solos, a orfanatos. Lo que más me impresionó fue descubrir que se puede llevar alegría simplemente estando presentes.
A menudo pensamos que para ayudar a alguien hacen falta muchos medios o grandes gestos. Las necesidades materiales son reales, y debemos responder a ellas cuando podemos. Pero existe también otra riqueza: el tiempo que regalamos, la escucha, la atención, una sonrisa devuelta a alguien.
Quien vive un duelo necesita sentir que no está solo. Un anciano quizá solo necesita que alguien se detenga a hablar con él. Un niño necesita sentirse amado y acogido. No podemos resolver todos los problemas, pero podemos elegir no quedarnos indiferentes. La misión no es solo hablar de Dios: es ir hacia los demás con un corazón dispuesto a amar.
Misionera en mi trabajo de médica
Hoy soy médica, y la fe cambia mi manera de mirar a las personas que encuentro. Cada día cuido de quien sufre, de quien tiene miedo, de quien a veces no tiene nada. La medicina exige competencia y rigor, pero también escucha, paciencia y compasión.
La fe me recuerda que quien tengo delante no es una enfermedad, un diagnóstico o una historia clínica: es una persona que merece ser acogida con dignidad y respeto. No siempre lo consigo: el cansancio y las dificultades de cada día pesan. Pero deseo que mi trabajo se convierta en un lugar donde el amor al prójimo tome forma concreta.
No todos tenemos la misma profesión ni las mismas responsabilidades. Pero todos podemos elegir el amor en lugar de la indiferencia, la escucha en lugar del desprecio, la compasión en lugar del juicio. La misión no empieza necesariamente en un país lejano. Puede empezar en casa, en el barrio, en la parroquia, en la escuela o en el trabajo: allí donde aceptamos mirar a los demás de otra manera.
Todavía en camino
No puedo decir que me haya convertido en una persona extraordinaria. No siempre soy paciente, no siempre sé cómo dar testimonio de Cristo, y todavía dejo pasar ocasiones de hacer el bien. Sigo en camino. Pero creo que lo más importante es no dejar nunca de querer caminar con Dios.
«Si espero a ser perfecta para empezar a amar, ¿cuándo empezaré?»
A menudo pensamos que debemos ser perfectamente santos o estar del todo preparados antes de ponernos al servicio de Dios. Pero si espero a saberlo todo sobre Dios antes de dar testimonio de Él, o a tener muchos medios antes de hacer el bien, ¿cuántas ocasiones habré dejado pasar? Dios nos llama con lo que somos hoy: con nuestras cualidades, nuestros límites y nuestro deseo de crecer. Nos pide ser fieles en lo pequeño.
Quizá hoy mi misión consiste simplemente en intentar hacerlo un poco mejor que ayer: amar un poco mejor, escuchar un poco mejor, servir un poco mejor.
Una pregunta para cada uno
El tema de la vigilia nos invita a dos cosas. Primero, a vivir el amor de Dios: encontrarlo, conocerlo, confiar en Él y dejar que transforme nuestra vida. Después, a compartirlo: no porque seamos mejores que los demás, sino porque hemos recibido un amor que no podemos guardar solo para nosotros.
Para ser misioneros no hace falta ser extraordinarios ni esperar a ser perfectos. Hace falta un corazón que desea amar a Dios y que se deja guiar por Él.
Cada uno de nosotros puede preguntarse: ¿cómo puede el amor que recibo de Dios hacerse realidad para quienes me rodean? Quizá con una visita, una palabra de consuelo, tiempo regalado a una persona sola, un trabajo hecho con más conciencia y compasión. O simplemente eligiendo no apartar la mirada del sufrimiento de alguien.
Recibir su amor, aprender a amar a nuestra vez y permitir que quienes encontramos hagan también la experiencia de este amor: este es el camino misionero que deseo seguir.
Yaoundé - Cameroon - From Love Received to Love Shared
She is a doctor, has belonged to the Conforti Group in Yaoundé for three years, and describes herself as "still on the way". At a missionary vigil on the theme "Mission of Love: Living and Sharing God's Faithful Love", Dr Toua Christine Samantha told how the faith she received from her family has gradually become service to others. Here is her testimony.
When I was asked to speak about my missionary life, I wondered what I could possibly say. Then, reflecting on the theme of the vigil, I realised that mission may be much closer to us than we think. After all, what is mission if not welcoming God's love into our lives and learning, in turn, to share it?
From habit to relationship
I grew up in a Christian family and have gone to church since I was little. But to be honest, as a child it was mostly a habit: we went because that was what we had always done.
I couldn't tell you the exact moment I met Christ in a personal way. But I remember my secondary school years: I prayed for my exams, and I did so with conviction. I began looking for ways to please God, to live as He wanted me to. I no longer went to church out of habit: I wanted to live my faith.
Today I understand that God's love did not show itself in my life through some spectacular event, but little by little, through a growing desire to draw closer to Him. I believe this is exactly where mission begins. How can we share a love we are not trying to welcome ourselves? Before it is a task to carry out, mission is a love story.
A faith that holds in hard times
When I think of God's faithful love, I think of my family. We went through difficult times, but we always remembered that God was with us. We encouraged one another to accept His will, even when we didn't understand everything.
The difficulties didn't disappear, and we didn't have all the answers. But we had a faith that allowed us to keep going. Perhaps that is God's faithful love: not sparing us every trial, but teaching us to trust Him in the midst of them.
I don't claim to have a perfect faith. But I have learned that we cannot give from our own strength alone: we too need to be loved, supported and renewed by God.
The Conforti Group, "a small miracle"
Before moving to Yaoundé, I was an altar server: it was my way of taking part in the life of the Church. With university and its demands, however, I could no longer be as involved as before. I hadn't lost my faith, but I felt I wasn't living it the way I wanted to. I was looking for a place to grow spiritually and do something concrete.
That is how, three years ago, the Conforti Group came into my life. It takes its name from Saint Guido Maria Conforti, founder of the Xaverian Missionaries. I could almost call it a small miracle, because it answered exactly that need. There I discovered a faith that doesn't stop at prayer and liturgy, but moves us towards others.
We cannot claim to love God and remain indifferent to the suffering of those around us. As Saint John writes: "Beloved, let us love one another, because love is from God" (1 John 4:7). The love we receive from God sets us in motion.
The gift of being present
With the group I have taken part in various apostolates: visiting people in mourning, elderly people who are often alone, and orphanages. What struck me most was discovering that we can bring joy simply by being there.
We often think that helping someone requires a lot of resources or grand gestures. Material needs are real, and we must meet them when we can. But there is another kind of wealth: the time we give, our listening, our attention, a smile given back to someone.
Someone who is grieving needs to feel they are not alone. An elderly person may simply need someone to stop and talk with them. A child needs to feel loved and welcomed. We cannot solve every problem, but we can choose not to remain indifferent. Mission is not only about talking about God: it is about going towards others with a heart ready to love.
A missionary in my work as a doctor
Today I am a doctor, and my faith changes the way I look at the people I meet. Every day I care for people who are suffering, who are afraid, who sometimes have nothing. Medicine demands knowledge and rigour, but also listening, patience and compassion.
My faith reminds me that the person in front of me is not a disease, a diagnosis or a medical file: they are a human being who deserves to be received with dignity and respect. I don't always manage it: tiredness and daily pressures take their toll. But I want my work to become a place where love of neighbour takes concrete form.
We don't all have the same profession or the same responsibilities. But we can all choose love over indifference, listening over contempt, compassion over judgement. Mission doesn't necessarily begin in a faraway country. It can begin at home, in our neighbourhood, our parish, our school or our workplace: wherever we agree to see others differently.
Still on the way
I can't say I have become an extraordinary person. I am not always patient, I don't always know how to bear witness to Christ, and I still miss chances to do good. I am still on the way. But I believe the most important thing is never to stop wanting to walk with God.
"If I wait until I am perfect to start loving, when will I ever start?"
We often think we must be perfectly holy or fully prepared before we can serve God. But if I wait to know everything about God before bearing witness to Him, or to have plenty of means before doing good, how many opportunities will I have let slip by? God calls us as we are today: with our gifts, our limits and our desire to grow. He asks us to be faithful in small things.
Perhaps my mission today is simply to try to do a little better than yesterday: to love a little better, listen a little better, serve a little better.
A question for each of us
The theme of the vigil invites us to two things. First, to live God's love: to meet Him, know Him, trust Him and let Him transform our lives. Then, to share that love: not because we are better than others, but because we have received a love we cannot keep to ourselves.
To be missionaries we don't need to be extraordinary, or to wait until we are perfect. We need a heart that longs to love God and lets itself be led by Him.
Each of us can ask: how can the love I receive from God become real for the people around me? Perhaps through a visit, a word of comfort, time given to someone who is alone, work done with more care and compassion. Or simply by choosing not to look away from someone's suffering.
To receive His love, to learn to love in turn, and to allow those we meet to experience this love too: this is the missionary path I want to keep following.
Iaundé - Camarões - Do amor recebido ao amor compartilhado
É médica, faz parte há três anos do Grupo Conforti de Iaundé e se define como alguém "ainda a caminho". Durante uma vigília missionária dedicada ao tema "Missão de amor: viver e compartilhar o amor fiel de Deus", a doutora Toua Christine Samantha contou como a fé recebida na família se tornou, passo a passo, serviço aos outros. Eis o seu testemunho.
Quando me pediram para falar da minha vida missionária, eu me perguntei o que poderia contar. Depois, refletindo sobre o tema da vigília, percebi que a missão talvez esteja muito mais perto de nós do que pensamos. Afinal, o que é a missão senão acolher o amor de Deus na nossa vida e aprender, por nossa vez, a compartilhá-lo?
De um hábito a uma relação
Cresci numa família cristã e vou à igreja desde pequena. Mas, para ser sincera, quando criança era sobretudo um hábito: íamos porque sempre tinha sido assim.
Não saberia dizer em que momento exato encontrei Cristo de forma pessoal. Mas me lembro dos anos do ensino médio: eu rezava pelas minhas provas, e rezava com convicção. Começava a procurar maneiras de agradar a Deus, de viver segundo o que Ele esperava de mim. Já não ia à igreja por hábito: queria viver a minha fé.
Hoje entendo que o amor de Deus não se manifestou na minha vida por meio de um acontecimento espetacular, mas aos poucos, através do desejo crescente de me aproximar d'Ele. Acredito que a missão começa justamente aqui. Como compartilhar um amor que nós mesmos não procuramos acolher? Antes de ser uma tarefa a cumprir, a missão é uma história de amor.
Uma fé que não abandona nas dificuldades
Quando penso no amor fiel de Deus, penso na minha família. Passamos por momentos difíceis, mas sempre nos lembramos de que Deus estava conosco. Nós nos encorajávamos a aceitar a sua vontade, mesmo quando não entendíamos tudo.
As dificuldades não desapareciam e não tínhamos todas as respostas. Mas tínhamos uma fé que nos permitia seguir em frente. Talvez seja isso o amor fiel de Deus: não nos poupar de todas as provações, mas nos ensinar a confiar n'Ele no meio delas.
Não pretendo ter uma fé perfeita. Mas aprendi que não podemos dar apenas a partir das nossas próprias forças: também nós precisamos ser amados, sustentados e renovados por Deus.
O Grupo Conforti, "um pequeno milagre"
Antes de me mudar para Iaundé, eu era coroinha: era o meu jeito de participar da vida da Igreja. Com a faculdade e suas exigências, porém, já não conseguia me dedicar como antes. Não tinha perdido a fé, mas sentia que não a vivia como gostaria. Procurava um lugar para crescer espiritualmente e realizar gestos concretos.
Foi assim que, há três anos, chegou o Grupo Conforti, que leva o nome de São Guido Maria Conforti, fundador dos Missionários Xaverianos. Quase posso dizer que foi um pequeno milagre, porque respondia exatamente a essa necessidade. Ali descobri uma fé que não se limita à oração e às celebrações, mas que nos impulsiona a ir ao encontro dos outros.
Não podemos dizer que amamos a Deus e permanecer indiferentes ao sofrimento de quem está ao nosso lado. Como escreve São João: "Amados, amemo-nos uns aos outros, pois o amor vem de Deus" (1Jo 4,7). O amor que recebemos de Deus nos coloca em movimento.
A riqueza da presença
Com o grupo participei de vários apostolados: visitas a pessoas enlutadas, a idosos muitas vezes sozinhos, a orfanatos. O que mais me marcou foi descobrir que é possível levar alegria simplesmente estando presente.
Muitas vezes pensamos que, para ajudar alguém, são necessários muitos recursos ou grandes gestos. As necessidades materiais são reais, e devemos atendê-las quando podemos. Mas existe também outra riqueza: o tempo que doamos, a escuta, a atenção, um sorriso devolvido a alguém.
Quem vive um luto precisa sentir que não está só. Um idoso talvez só precise que alguém pare para conversar com ele. Uma criança precisa se sentir amada e acolhida. Não podemos resolver todos os problemas, mas podemos escolher não ficar indiferentes. A missão não é apenas falar de Deus: é ir ao encontro dos outros com um coração disposto a amar.
Missionária no meu trabalho de médica
Hoje sou médica, e a fé muda o modo como olho para as pessoas que encontro. Todos os dias cuido de quem sofre, de quem tem medo, de quem às vezes não tem nada. A medicina exige competência e rigor, mas também escuta, paciência e compaixão.
A fé me lembra que quem está diante de mim não é uma doença, um diagnóstico ou um prontuário: é uma pessoa, que merece ser acolhida com dignidade e respeito. Nem sempre consigo: o cansaço e as dificuldades do dia a dia pesam. Mas desejo que o meu trabalho se torne um lugar onde o amor ao próximo ganhe forma concreta.
Nem todos temos a mesma profissão ou as mesmas responsabilidades. Mas todos podemos escolher o amor em vez da indiferença, a escuta em vez do desprezo, a compaixão em vez do julgamento. A missão não começa necessariamente num país distante. Pode começar em casa, no bairro, na paróquia, na escola ou no trabalho: onde aceitamos olhar os outros de outra maneira.
Ainda a caminho
Não posso dizer que me tornei uma pessoa extraordinária. Nem sempre sou paciente, nem sempre sei como testemunhar Cristo, e ainda deixo passar ocasiões de fazer o bem. Ainda estou a caminho. Mas acredito que o mais importante é nunca deixar de querer caminhar com Deus.
"Se eu esperar ser perfeita para começar a amar, quando vou começar?"
Muitas vezes pensamos que precisamos ser perfeitamente santos ou totalmente preparados antes de nos colocarmos a serviço de Deus. Mas, se eu esperar saber tudo sobre Deus antes de testemunhá-lo, ou ter muitos recursos antes de fazer o bem, quantas ocasiões terei deixado passar? Deus nos chama com o que somos hoje: com nossas qualidades, nossos limites e nosso desejo de crescer. Ele nos pede para sermos fiéis nas pequenas coisas.
Talvez hoje a minha missão seja simplesmente tentar fazer um pouco melhor do que ontem: amar um pouco melhor, escutar um pouco melhor, servir um pouco melhor.
Uma pergunta para cada um
O tema da vigília nos convida a duas coisas. Primeiro, a viver o amor de Deus: encontrá-lo, conhecê-lo, confiar n'Ele e deixar que Ele transforme a nossa vida. Depois, a compartilhá-lo: não porque sejamos melhores que os outros, mas porque recebemos um amor que não podemos guardar só para nós.
Para ser missionários, não é preciso ser extraordinários nem esperar ser perfeitos. É preciso um coração que deseja amar a Deus e que se deixa conduzir por Ele.
Cada um de nós pode se perguntar: como o amor que recebo de Deus pode se tornar realidade para quem está ao meu redor? Talvez com uma visita, uma palavra de conforto, tempo doado a uma pessoa sozinha, um trabalho feito com mais consciência e compaixão. Ou simplesmente escolhendo não desviar o olhar do sofrimento de alguém.
Receber o seu amor, aprender a amar por nossa vez e permitir que aqueles que encontramos também façam a experiência desse amor: este é o caminho missionário que desejo continuar a percorrer.
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