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Sedersi e riflettere

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Riflessioni dopo il corso di studio dei Padri della Chiesa

(P. Piergiorgio Moioli S.X.)

È un peculiare aspetto della cultura giapponese il sedersi e il riflettere, specialmente dopo celebrazioni o avvenimenti oppure realizzazioni di una certa importanza, se tutto è andato bene secondo le aspettative, se ci sono stati elementi negativi o positivi. Riflessione, questa, che in termine tecnico si chiama Hansei-kai (agile retrospettiva).

Anche io, dopo aver partecipato a questo corso di studi presso l’Istituto Patristico Augustinianum di Roma, intendo lasciare qualche riflessione ai possibili lettori di questo articolo.

Avevo trascorso molti anni nella pastorale parrocchiale con una certa sicurezza e disinvoltura, avendo conseguito la licenza in Liturgia Pastorale presso l’Istituto di liturgia pastorale di Padova. Devo ammettere che il rivisitare la storia della Chiesa dei primi secoli (III, IV, V sec.) mi aveva riaperto una nuova visione, un nuovo mondo della fede e dei contenuti del cristianesimo, esperimentando così una realtà estremamente più ampia della pastorale stessa, della concezione della Chiesa e soprattutto del cuore della fede.

Innanzitutto, colpisce come in quei primi secoli la Chiesa, pur in un pullulare di scismi ed eresie, cercasse di essere un “segno” per la società e ricercasse la più profonda unità attorno a chi rappresentava la figura di Pietro.

La Chiesa primitiva cercava di annunziare al mondo qualcosa di estremamente nuovo, non solo con parole ma addirittura con scelte economiche e politiche e, in non poche circostanze, anche con la forza delle armi. Infatti, l’aiuto reciproco che i cristiani mostravano in quei secoli e il desiderio della loro unità e compattezza era stato ciò che più aveva interessato alcuni imperatori per rifondare un impero unito, basato su una religione che proponeva questi valori.

Testimone di tutto questo è certamente Sant’Agostino. In tutti i suoi scritti, egli suggerisce passi e pensieri nuovi inediti, che aprono i nostri occhi sul mistero della Parola di Dio e della Chiesa e, soprattutto, su quella Legge dell’amore che governa tutto, dalla libertà dell’uomo alla grazia di Dio.

Tra gli argomenti che hanno attirato in modo particolare la mia attenzione, durante il corso di studi, è stata la preparazione ai sacramenti della Iniziazione cristiana: Battesimo, Cresima ed Eucarestia.

Mi sono sempre chiesto se fosse adeguato il nostro modo di preparare al Battesimo o a ricevere i Sacramenti in terra di missione. Per esempio, ho scoperto che per i giapponesi che richiedevano il Battesimo, la ricchezza di contenuti, presente nelle mistagogie di Cirillo di Gerusalemme e dei Padri della Chiesa, era più adeguata alla preparazione e alla spiegazione dei sacramenti. Questi suggerimenti degli antichi Padri li ho trovati molto attuali per i cristiani di oggi.                           

La mistagogia dei Sacramenti dell’iniziazione

Mistagogia è un termine tecnico, a prima vista piuttosto ostico, che deriva dal greco e dal significato di grande interesse. Si tratta di una esperienza, un “metodo di lavoro pastorale” utilizzato nei primi secoli della Chiesa e oggi tornato prepotentemente alla ribalta.

Letteralmente significa “iniziazione ai misteri” e corrisponde liturgicamente a un processo dell’esistenza, in realtà molto comune: ognuno di noi fa esperienza che al senso delle cose ci si arriva progressivamente, essendo la durata una componente essenziale della vita.

Caratteristica del metodo mistagogico è di non fare una catechesi sui sacramenti se non dopo la loro celebrazione, perché l’esperienza deve precedere la spiegazione. Vi è, infatti, nella celebrazione dei sacramenti una realtà che non può essere ridotta a semplice spiegazione o a conoscenza intellettuale della fede cristiana: vi è un avvenimento, una vita in cui si è effettivamente introdotti, un’azione – quella del Risorto e del suo Santo Spirito – cui si partecipa. È nella celebrazione che il mistero si rivela, si comunica, si fa conoscere in tutta la sua ricchezza, perché la liturgia prima di essere un’azione della comunità cristiana, è innanzitutto azione di Dio: realizza ciò che significa (<<Dio disse… e le cose furono…>>).

Cos’è la mistagogia?

<<Il cammino di fede non è solo apertura dell’intelligenza a Cristo, ma è ingresso progressivo nel mistero della salvezza>> (M. Magrassi); è entrare in una storia, imparare a sentirsi parte di una storia di salvezza.

I Padri hanno inteso la catechesi mistagogica come una scuola di vita e di spiritualità cristiana incentrata sulla liturgia. Dopo aver celebrato durante la veglia pasquale i sacramenti dell’iniziazione cristiana, nella settimana di Pasqua i neobattezzati erano introdotti alla comprensione spirituale dei sacramenti ricevuti, ma soprattutto aiutati a vivere in conformità con quanto avevano ricevuto. I sacramenti, infatti, operano una reale trasformazione: il Risorto, con l’azione dello Spirito Santo, rende i neobattezzati partecipi della sua stessa vita divina e, perciò, capaci di una vita nuova.

Mistagogia, cammino permanente del cristiano

Richiamandosi alla via seguita dai Padri della Chiesa, il Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti ribadisce con forza che la mistagogia tende a un’esperienza dei sacramenti ricevuti e si realizza in un contesto di vita comunitaria intensa e coinvolgente. Si mette così in evidenza il primato della grazia sullo sforzo dell’intelligenza. Questo orientamento provoca le nostre comunità cristiane a un salto di qualità consistente nel passare da una pastorale che prepara ai sacramenti a una pastorale di progressivo inserimento nel mistero.                                                                                                                  

Del resto, alle catechesi mistagogiche non partecipavano solo i neobattezzati, ma tutta la comunità cristiana, che, in questo modo, riceveva una formazione permanente ed era aiutata a comprendere e a vivere sempre più profondamente il dono ricevuto e ravvivato dalla liturgia. Il cristiano è chiamato a un cammino progressivo, che può essere così tratteggiato: iniziato dai sacramenti, egli s’incammina verso la pienezza della vita in Cristo, per mezzo dello Spirito Santo, fino all’incontro definitivo con Dio nell’eternità.

L’inizio è noto e datato, il traguardo è altrettanto chiaro. Solo il percorso può, a volte, risultare incerto e tortuoso. Ecco, allora, la necessità di un accompagnamento permanente, che sostenga il credente nella fedeltà al dono ricevuto. Questa è la mistagogia.

L’osmosi tra Parola, celebrazione e vita, tante volte auspicata ma che fatica ad avere una sua attuazione pastorale, trova, quindi, nella mistagogia un aiuto straordinario per la sua realizzazione. Alla scuola dei Padri possiamo imparare che le tre dimensioni costitutive della vita cristiana non sono giustapposte tra loro dall’esterno, ma si trovano intimamente unite, avendo il loro centro vitale nel mistero di Cristo. Di qui attingono senso, valore ed efficacia. Ciò richiede che si eviti qualsiasi livellamento delle tre dimensioni e si affermi sempre il primato della liturgia, <<culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia>>.

La catechesi, la liturgia e la testimonianza della carità non devono essere compartimenti stagni, ma vasi comunicanti. <<Senza questa circolarità vitale tra le tre dimensioni della vita cristiana, la catechesi rischia di scivolare inevitabilmente nell’indottrinamento, la celebrazione nel ritualismo e la testimonianza della carità nell’attivismo>> (Pierangelo Ruaro).

* * *

Alcune riflessioni derivate dallo studio del cristianesimo vissuto dai Martiri nelle persecuzioni romane a confronto con il cristianesimo vissuto dai cristiani giapponesi oggi.

Aggiungo alcune riflessioni, frutto della lettura dei testi dell’epoca tardoantica della letteratura martirale dei e sui primi martiri cristiani.

Con lo studio dei martiri dell’antico impero romano e della letteratura martirale dei primi secoli, mi ha particolarmente interessato il pensiero di poter paragonare il modo di vivere il cristianesimo dei cristiani giapponesi, che ho potuto frequentare e conoscere per diversi anni della mia permanenza in Giappone, con il modo di vivere la fede dei cristiani all’epoca dei martiri dell’antichità e, nello stesso tempo, ripensare ad alcuni aspetti dei martiri giapponesi.

I contesti, in cui i primi cristiani della Roma antica, nonché quelli sparsi nell’impero romano, e i cristiani giapponesi oggi, sono certamente molto più simili di quanto si possa immaginare. Per esempio, la società laica e non confessionale, ma con una forte dimensione nazionalista, del tempo dei romani, non si allontana molto da una società altrettanto laica, nazionalista e a governo imperiale come quella del Giappone d’oggi.                                                                     

L’essere romano definiva uno status di vantaggi e di posizione sociale superiore sulle altre culture riconosciute diverse. Ad esempio, persino la pena di morte aveva una esecuzione particolare per il cittadino romano, diversa per chi non lo era. I vantaggi civili ed economici per i cittadini romani erano particolarmente visibili nei confronti di chi cittadino romano non lo era. Allo steso modo, essere giapponese oggi e trovarsi in questa società, lasci facilmente cogliere una distinta diversità da chi è giapponese e chi non lo è. La struttura della società e le stesse relazioni interpersonali fanno cogliere a chi non è giapponese o viene da una cultura diversa la sua estraneità di non essere mai uno di loro. Cioè giapponese. Così capita anche per il cristianesimo che, come religione straniera, è considerato come un prodotto preso e adattato a proprio uso e consumo del cittadino giapponese. Ma, nello stesso tempo, non si può escludere o negare che la fede nel Signore, e nel Signore Risorto, sia stata per i martiri giapponesi e per tanti giapponesi odierni, come per i martiri antichi, il centro più profondo della propria vita, così profondo da essere in grado di far donare la propria vita a chi per primo ci ha donato la Sua.

  1. Il nome di cristiano

Se per gli antichi romani la colpevolezza dei cristiani non stava nel comportamento o in quel che facevano ma nel nome che portavano, anche oggi il cristiano giapponese non è guardato con sospetto per quello che fa – si comporta esattamente come tutti –, ma proprio solo per il nome che porta: un nome che lo emargina da un tutto, che è il blocco della società Shintoista, e lo fa sentire diverso.

Se il nome cristiano suscita formalmente, in un primo tempo, attenzione e rispetto, dal di dentro per la persona che non conosce ancora il cristianesimo, suscita un senso di rigidità e di freddezza. Se in qualche modo si può riscontrare una certa vicinanza allo Stoicismo nel pensiero giapponese, nel Cristianesimo il giapponese coglie una severità diversa senza comprenderne la vera motivazione.

  1. Il rifiuto a venerare e a sacrificare agli idoli e all’imperatore

Non credo che il giapponese d’oggi verrà mai condannato per essersi rifiutato di sacrificare o fare offerte oppure non venerare l’imperatore, perché di fatto tutti lo fanno. Anzi il cristiano giapponese d’oggi ha una grande venerazione dell’imperatore e della mitologia che lo circonda; è abbastanza superstizioso, come un po’ tutti del resto, e ben disposto a mettere sull’altarino di famiglia gli antenati e le statuette buddiste insieme alla croce e alle statuette della Madonna. Nessun cristiano si pone dei problemi per il fatto di conservare l’altarino shintoista nell’angolo alto della stanza principale della casa.

Credo che questo sincretismo pratico sia stato in parte generato anche dalle teologie del dialogo, come pure un certo desiderio deciso e risoluto di rinuncia a tutto un mondo che non è Cristo per scegliere lui solo, sia stato anche questo innacquato dall’esaltazione di teorie “pacifiste” del dialogo interreligioso. Non intendo con questo giudicare lo sforzo che la Chiesa fa per il dialogo religioso ma, come in tempi passati una dovuta riscoperta e valorizzazione della Chiesa, in quanto missionaria, e del cristiano missionario per vocazione battesimale ha tagliato le gambe agli Istituti specificatamente missionari, così il dialogo interreligioso, sempre apprezzabilissimo, taglia le gambe a scelte radicali ed esclusive, tipiche della fede cristiana, che si pone unica ed esclusiva.

  1. Assecondare le regole sociali

Il cristiano giapponese di oggi è anche ben disposto ad assecondare le tradizioni, le feste e le festività della cultura giapponese. Si potrebbe dire che il giapponese di oggi accoglie tutta la cultura giapponese così come è assecondata. Il cristiano giapponese ha in più solamente l’obbligo di andare a Messa, naturalmente non sempre, perché ci sono prescrizioni e impegni che glielo impediscono. Ma il non partecipare alla Messa domenicale non fa alcun problema. Infatti, alcuni impegni, come le pulizie di quartiere o giochi e attività programmati dal quartiere o dalla città, hanno quasi sempre la prevalenza.

Nella mia esperienza, ho visto solo rarissimi casi in cui, pur pagando una multa, i cristiani hanno preferito la Messa alle attività di quartiere.

  1. Il martirio come spettacolo o la ricerca dello spettacolare

Non ho avuto l’impressione che i martiri giapponesi cercassero il martirio o la spettacolarizzazione del loro martirio, com’era avvenuto per alcuni primi martiri romani, ad esempio Sant’Ignazio di Antiochia, San Policarpo, ecc., anche perché, prima del martirio in Giappone, le torture non erano poche. Per chi torturava e immolava sul patibolo i cristiani c’era il desiderio che quel segno fosse un deterrente per la fede cristiana, estranea alla cultura giapponese o che quei gesti estremi fossero un insegnamento per tutti, destando il desiderio di una abiura totale della nuova fede fino ad estirparla.

L’esecuzione pubblica del martire doveva essere anche un particolare insegnamento per i neofiti, compresi tutti coloro che iniziavano a seguire la Via. Possiamo, quindi, dire che anche nel martirio dei cristiani giapponesi esisteva una certa spettacolarizzazione del martirio provocata di proposito dai persecutori.

  1.  Il ginepraio delle eresie dei primi secoli della diffusione del Cristianesimo

A conclusione di queste osservazioni aggiungo ancora una riflessione sulle numerose sette e religioni presenti in Giappone oggi, molto simili al periodo del IV e V secolo nell’impero romano dal Nord Africa a Roma e dalle Gallia al Medio Oriente, in cui sette cristiane e non e sette dei riti orfici e mitraici riempivano l’impero.

I riti che si celebravano erano davvero tanti da inficiare in qualche modo anche quelli cristiani. A queste sette e riti vari faceva seguito una miriade di monumenti e costruzioni sia sopra sia sottoterra.                                                                                                                                       

Se desta meraviglia il numero e la diversità di questi fenomeni religiosi in epoca antica, non minore è la meraviglia destata dallo stesso fenomeno in Giappone oggi e dalla capacità del Giappone di essere accogliente e tollerante fino a dare spazio a tutte queste forme religiose. Mentre oggi l’insieme di queste fedi rappresentano in fondo la ricchezza, l’elasticità e l’unità della cultura giapponese, nel tardo antico queste diversità religiose ci raccontano la poca tolleranza e i contrasti a volte cruenti di una società e cultura che inevitabilmente si stava sfaldando e sfasciando ma che si stava preparando alla riscoperta di nuovi valori trasmessi fino ad oggi.

Queste riflessioni sono in parte alcuni pensieri che mi sono rimasti al termine dello studio fatto al Patristicum e che ho inteso condividere. Pensieri che mi hanno lasciato il cuore pieno di meraviglia, di curiosità e di desiderio di saperne ancora molto di più di un mondo estremamente ricco ma ancora poco conosciuto, come quello del tardo antico, e misteriosamente molto attuale.

Piergiorgio Moioli S.X.
Roma, 12 Febbraio 2019 -
Piergiorgio Moioli sx
13 February 2019
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