Condivido l'omelia per questa XXIII Domenica del Tempo Ordinario su una Parola che ci spinge a denunciare le ingiustizie.
Un uomo muore e si presenta alle porte dell’inferno. C’è la fila, e all’ingresso spiegano che i posti sono esauriti: ne resta uno solo. Allora Lucifero in persona decide di assegnarlo al più grande peccatore di tutti, e passa in rassegna i candidati con una sola domanda: «Tu, cosa hai fatto per essere qui?».
«Ho ucciso un uomo».
«Ho passato la vita a rubare».
«Sono stato violento con mia moglie».
Poi Lucifero si ferma davanti a un uomo che se ne sta in disparte, e gli rivolge la stessa domanda: «E tu? Cosa hai fatto per essere qui?».
«Ci deve essere un errore — risponde l’uomo — io non ho fatto niente. Ho visto amici rubare e usare violenza. Ho visto scorrere sul telefono le immagini delle guerre, dei bambini sotto le macerie, dei massacri. Ma io non ho fatto niente. Ho vissuto una vita tranquilla».
Lucifero lo guarda a lungo: «Hai visto tutto questo… e non hai fatto niente?».
«Niente».
«Vieni, amico. Il posto è tuo».
La vita cristiana non è soltanto «fare il bene». È anche «denunciare il male». Sembra ricordarcelo con insistenza la Parola di oggi.
Ezechiele, nella prima lettura, non usa mezzi termini. Dio gli dice: «O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Se io dico al malvagio: “Malvagio, tu morirai”, e tu non parli per distoglierlo dalla sua via, egli morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te».
Fermiamoci un istante su questa frase. Dio non chiede conto alla sentinella del male che ha commesso. Le chiede conto del silenzio che ha tenuto. Esiste una colpa che non si commette con le mani, ma con lo sguardo che si gira dall’altra parte. Esiste un peccato di omissione che ha il volto rispettabile della vita tranquilla.
E il Vangelo va nella stessa direzione. Gesù non dice: «se il tuo fratello commette una colpa, per amore della pace fai finta di niente». Dice: «va’ e ammoniscilo». E se non ti ascolta, insisti. E se ancora non ascolta, portalo davanti alla comunità. Tre volte Gesù ci chiede di aprire la bocca. Nemmeno una volta ci autorizza a tacere.
Perché — conclude — «tutto quello che legherete sulla terra sarà legato anche in cielo». Il Regno di Dio non è una realtà che incontreremo dopo la nostra morte. Il Regno di Dio si costruisce, o si tradisce, già qui, su questa terra. Quello che sciogliamo qui, resta sciolto. Quello che lasciamo annodato qui, resta annodato.
Davanti a un mondo in cui sentiamo parlare ogni giorno di guerre e di genocidi, il cristiano non può voltarsi dall’altra parte. Ce lo ha ricordato anche Papa Leone: «Non possiamo restare spettatori disinteressati davanti a ciò che sta accadendo nel mondo».
Cosa possiamo fare, allora, davanti a tanto male?
La prima scelta cristiana è semplicemente questa: non voltarsi dall’altra parte. Guardare. Restare davanti. Non cambiare canale, non far scorrere il dito sullo schermo. Perché il male, per funzionare, ha bisogno soprattutto della nostra distrazione.
La seconda è fare la nostra parte, per quanto piccola essa possa essere.
Nel luglio del 1984, a Dublino, una cassiera di ventun anni di nome Mary Manning si rifiutò di battere alla cassa due pompelmi arrivati dal Sud Africa. Aveva deciso di aderire al boicottaggio contro l’apartheid. Due pompelmi. Fu sospesa dal lavoro e da quel gesto nacque uno sciopero che durò quasi tre anni davanti a quel supermercato, finché l’Irlanda diventò il primo Paese occidentale a vietare l’importazione dei prodotti sudafricani.
Anni dopo, uscito dal carcere, Nelson Mandela volle incontrarla per ringraziarla: dietro le sbarre di Robben Island la notizia di quella cassiera dall’altra parte del mondo era arrivata, e li aveva tenuti in piedi. Sapere che qualcuno, da qualche parte, non si era voltato dall’altra parte.
Nessuno di noi ha in mano la fine di una guerra. Ognuno di noi ha in mano i suoi due pompelmi.
È per questo che anche noi preti abbiamo deciso di metterci la faccia, e di denunciare apertamente quello che sta accadendo in Palestina.
Un anno fa è nata una rete che si chiama «Preti contro il genocidio». Abbiamo deciso di chiamare le cose con il loro nome. Oggi siamo oltre 2500 preti, tra cui 25 vescovi e 3 cardinali, e lavoriamo perché la Chiesa e la società civile non si abituino: perché finiscano l’apartheid e il genocidio in atto. Non l’abbiamo fatto perché siamo coraggiosi. L’abbiamo fatto perché non riuscivamo più a leggere Ezechiele e a stare zitti.
Noi abbiamo scelto di fare la nostra parte. E voi?
Qual è la vostra parte? Qual è la notizia davanti alla quale, in questo momento, vi state voltando dall’altra parte? Che cosa potete fare, questa settimana, davanti al male che vedete nel mondo? Una firma. Una parola detta a tavola invece del silenzio imbarazzato. Una spesa fatta diversamente. Una preghiera che nomina le vittime una per una, invece di dire «tutti i sofferenti del mondo».
La Parola di oggi è chiara: non possiamo restare indifferenti. San Paolo, nella seconda lettura, ce lo dice con una frase che sembra fatta per i nostri giorni: «la carità non fa alcun male al prossimo». Non fa alcun male: nemmeno il male di lasciarlo solo.
Se siamo cristiani, l’umanità tutta ci sta a cuore, e soprattutto quella ferita. Perché dove c’è qualcuno che soffre ingiustamente, lì c’è Cristo stesso che muore ancora una volta sulla croce.
E ai piedi di quella croce, fratelli e sorelle, non c’è posto per gli spettatori.
Se sei un prete e non lo hai ancora fatto sottoscrivi la petizione - https://www.priestsagainstgenocide.org/
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