Solennità di san Guido Maria Conforti, 5 novembre 2026
«Cerco il tuo volto, Signore» (Sal 27,8)
Carissimi confratelli,
nel giorno in cui celebriamo la solennità del nostro Padre Fondatore, san Guido Maria Conforti, desideriamo raggiungervi, come Direzione Generale, con affetto e gratitudine.
Negli ultimi due anni questa ricorrenza ci ha permesso di sostare su aspetti particolarmente significativi della nostra vocazione: nel 2024 il dono del martirio dei nostri confratelli in Congo, nel 2025 la nostra specifica missione nella Chiesa. Quest’anno vorremmo continuare questo cammino lasciandoci provocare da quanto abbiamo vissuto nel Convegno internazionale sul Volto umano del Saveriano, celebrato a Parma nello scorso mese di giugno.
Il volto umano non è un tema secondario della nostra formazione né una preoccupazione dettata semplicemente dalle sensibilità del nostro tempo: è una delle Costanti del nostro Progetto Formativo e tocca qualcosa di essenziale della nostra vocazione. L’umanità non è il rivestimento esterno della grazia, ma la terra concreta nella quale il seme della vocazione viene accolto, cresce e porta frutto. Per questo la nostra vocazione al servizio del Primo Annuncio non può poggiare sulla sabbia, ma domanda persone capaci di relazioni vere, di ascolto, di empatia, di condivisione e di trasparenza.
In un tempo nel quale la tecnica moltiplica le possibilità di comunicare ma non necessariamente la capacità di incontrarsi, sentiamo particolarmente attuale l’invito a rimanere profondamente umani. Anche l’Enciclica Magnifica Humanitas, di Papa Leone XIV, ci richiama a custodire la grandezza e la dignità della persona umana di fronte alle trasformazioni del nostro tempo.

Il volto di Cristo
Per noi Saveriani ogni cammino di autentica umanità nasce da un incontro e da uno sguardo. Pensiamo all’esperienza di Conforti ragazzo, davanti al Crocifisso: «Io guardavo Lui e Lui guardava me e pareva che mi dicesse tante cose».
Prima ancora delle grandi intuizioni missionarie, prima dei progetti e delle opere, troviamo uno sguardo. Un giovane che guarda il Crocifisso e si lascia guardare da Lui. Possiamo forse riconoscere qui una delle sorgenti più profonde della vocazione del nostro Fondatore e della sua umanità.
Contemplando Gesù scopriamo infatti un Dio profondamente umano: Gesù si commuove davanti alle folle, prova compassione, piange per l’amico Lazzaro, si lascia avvicinare e toccare, cinge l’asciugamano per servire i discepoli, conosce l’angoscia nel Getsemani. In Lui la piena comunione con il Padre non diminuisce l’umano, ma lo porta alla sua pienezza.
Forse proprio qui possiamo riscoprire un tratto profondamente confortiano della nostra vocazione. L’amore per Cristo e la passione per la missione non ci allontanano dalla nostra umanità: la purificano, la dilatano, la rendono capace di accogliere l’altro. Il Saveriano sognato da Conforti non è semplicemente un uomo pronto a partire, ma un missionario dal cuore reso più umano dal Vangelo.
Abitare con verità il nostro volto
Il Convegno ci ha ricordato che non possiamo incontrare veramente il volto dell’altro senza avere imparato ad abitare il nostro.
Conoscere se stessi significa imparare a dare un nome a ciò che portiamo dentro: sentimenti, desideri, paure, ferite, risorse e fragilità. Significa riconciliarci anche con la nostra vulnerabilità. Non siamo inviati perché perfetti, ma perché amati e continuamente trasformati dalla grazia.
Anche la capacità di chiedere aiuto, di riconoscere un limite, di domandare perdono e di lasciarsi accompagnare fa parte della maturità del missionario. Essa non ci rende meno credibili. Al contrario, può renderci più veri, più misericordiosi e più capaci di comprendere la fragilità delle persone che incontriamo.
Prendersi cura della propria umanità significa allora custodire tempi di silenzio e di preghiera, di riposo e di solitudine abitata; stare attento alla tentazione dell’attivismo e dell’efficienza ad ogni costo; coltivare quella libertà interiore che ci permette di servire senza consumarci e di donarci senza possedere.
Imparare a sentire con il cuore di Cristo
Una delle provocazioni più significative emerse dal Convegno riguarda la nostra sensibilità. Non basta infatti compiere gesti missionari. Occorre progressivamente imparare a sentire da discepoli e da apostoli.
Il cammino che ci sta davanti è quello di imparare a sentire e, insieme, a con-sentire con il Signore Gesù. Imparare a sentire significa non avere paura di ciò che abita il nostro cuore. Con-sentire con Cristo significa permettere che emozioni, desideri e affetti vengano progressivamente evangelizzati, affinché prendano forma in noi i suoi stessi sentimenti.
Possiamo allora domandarci: quale sensibilità stiamo coltivando? Che cosa riesce ancora a commuoverci? Il volto del povero, di chi soffre, di chi non conosce ancora Cristo, del confratello con cui è difficile la convivenza, della persona proveniente da un’altra cultura riescono ancora a modificare i nostri programmi e a cambiare il nostro sguardo?
Farsi carico delle gioie e dei dolori dell’umanità ci aiuta anche a ridimensionare tante nostre piccole incomprensioni. Il contatto con la vita reale delle persone, soprattutto dei più poveri e vulnerabili, può restituire verità alle nostre relazioni e gratitudine al nostro cuore.
Il volto del fratello e dell’altro
La nostra umanità si verifica soprattutto nell’incontro. Il volto dell’altro ci impedisce di chiuderci nei nostri schemi e ci ricorda che ogni persona custodisce una storia che non possiamo possedere né giudicare superficialmente.
Questo vale in modo particolare per la nostra vita comunitaria. La comunità è uno dei luoghi concreti nei quali impariamo ogni giorno a diventare umani. Non è la comunità ideale che ci forma, ma quella reale fatta dai confratelli che il Signore ci ha dato, con le loro qualità e i loro limiti, con culture, sensibilità e modi di pensare differenti.
La crescente interculturalità della nostra Famiglia saveriana rappresenta in questo senso un grande dono e, insieme, una chiamata alla conversione. Ci domanda una vera intelligenza del cuore: non fare della propria cultura la misura dell’altro, ascoltare prima di giudicare, avere la pazienza di comprendersi e l’umiltà di lasciarsi correggere. La comunità interculturale vissuta evangelicamente può diventare essa stessa annuncio e testimonianza che, in Cristo, persone differenti possono riconoscersi fratelli.
In una cultura sempre più digitalizzata, inoltre, abbiamo bisogno di riscoprire il valore dell’incontro in carne e ossa. Non basta essere connessi: abbiamo bisogno di incontrarci. Non basta comunicare: occorre ascoltarsi. Non basta conoscere molte cose dell’altro: occorre lasciarsi raggiungere dalla sua storia concreta.
Tutto questo è già missione. Il volto umano del Saveriano non è semplicemente una condizione previa per essere buoni missionari. È già Primo Annuncio. Prima ancora delle nostre parole, il modo in cui guardiamo, ascoltiamo, accogliamo, perdoniamo, serviamo e ci prendiamo cura dell’altro può lasciare intravedere qualcosa del volto di Cristo.
Lasciarci trasformare
Il Convegno di Parma è terminato, ma il cammino che ci ha indicato rimane aperto. La riflessione sul volto umano non può ridursi a una teoria che applichiamo agli altri, alla formazione dei giovani o ai problemi delle nostre comunità. Ci riguarda personalmente.
Ogni autentico rinnovamento della nostra Famiglia missionaria comincia dalla disponibilità di ciascuno di noi a lasciarsi trasformare.
Può aiutarci il semplice esercizio quotidiano di rileggere la nostra giornata davanti al Signore: quali volti ho incontrato oggi? Chi ho realmente ascoltato? Davanti a chi sono passato oltre? Quale parola ha generato vita e quale può avere ferito? Dove ho riconosciuto il passaggio del Signore? Per che cosa posso ringraziare e per che cosa devo chiedere perdono?
È così, giorno dopo giorno, che lo Spirito può affinare la nostra sensibilità e formare in noi gli stessi sentimenti di Cristo.
Carissimi confratelli, in questa festa di san Guido Maria Conforti vorremmo allora farci reciprocamente un dono: guardarci di nuovo con gli occhi con cui Dio ci guarda. Guardare il confratello, la gente alla quale siamo inviati, chi ancora attende di incontrare Cristo, i poveri e le ferite del nostro mondo e anche noi stessi con verità e misericordia.
Forse il rinnovamento della nostra Famiglia missionaria comincia proprio da qui; da uomini che, avendo contemplato il volto di Cristo, diventano ogni giorno più umani, più fratelli e, proprio per questo, più missionari.
Rendiamo grazie al Signore per il dono di san Guido Maria Conforti e per la bellezza della nostra vocazione. La Vergine Maria, Madre della Missione, e il nostro Santo Fondatore ci accompagnino perché, nel volto di ciascuno di noi e delle nostre comunità, possa trasparire sempre più il volto di Cristo, che desideriamo far conoscere e amare.
Con affetto fraterno, nel Signore,
La Direzione Generale
«Sia da tutti conosciuto e amato il nostro Signore Gesù Cristo!»
I SEEK YOUR FACE
Solemnity of saint Guido Maria Conforti, November 5th, 2026
«I seek your face, Lord» (Ps 27:8)
Dear Confreres,
On this day when we celebrate the Solemnity of our Father Founder, Saint Guido Maria Conforti, we wish to reach out to you with deep affection and gratitude.
Over the past two years, this feast day has allowed us to reflect on particularly significant aspects of our vocation: in 2024, the gift of martyrdom of our confreres in Congo; and in 2025, our specific mission within the Church. This year, we would like to continue this journey by letting ourselves be challenged by our shared experiences during the International Conference on the Human Face of the Xaverian, held in Parma this past June.
Our human trait is neither a marginal topic in our formation nor a concern dictated merely by the sensibilities of our time: it is one of the Constants of our Formation Project and touches something essential in our vocation. Humanity is not an external coating of grace, but the concrete soil in which the seed of vocation is welcomed, grows, and bears fruit. For this reason, our vocation to the service of the First Proclamation cannot rest on sand; rather, it demands people capable of genuine relationships, listening, empathy, sharing, and transparency.
In an era where technology multiplies the means of communication but not necessarily the capacity for true encounter, we find the invitation to remain deeply human particularly timely. Pope Leo XIV’s Encyclical Magnifica Humanitas also reminds us to safeguard the greatness and dignity of the human person in the face of the transformations of our time.
The Face of Christ
For us Xaverians, every path toward authentic humanity is born from an encounter and a gaze. Let us recall Conforti’s experience as a young boy standing before the Crucifix: «I looked at Him and He looked at me, and it seemed as though He were telling me so many things».
Even before great missionary insights, before projects and works, we find a gaze. A young man looking at the Crucifix and letting himself be looked at by Him. We can perhaps recognize here one of the deepest sources of our Founder's vocation and humanity.
Indeed, by contemplating Jesus, we discover a deeply human God: Jesus is moved by the crowds, feels compassion, weeps for his friend Lazarus, allows Himself to be approached and touched, girds Himself with a towel to serve the disciples, and experiences anguish in Gethsemane. In Him, full communion with the Father does not diminish the human element but brings it to its fulfillment.
It is perhaps precisely here that we can rediscover a profoundly Confortian trait of our vocation. Love for Christ and passion for the mission do not distance us from our humanity: they purify it, expand it, and make it capable of welcoming the other. The Xaverian envisioned by Conforti is not simply a man ready to set out, but a missionary whose heart has been made more human by the Gospel.
Inhabiting Our Own Face with Truth
The Conference reminded us that we cannot truly encounter the face of the other without first learning to inhabit our own.
Knowing oneself means learning to name what we carry within: feelings, desires, fears, wounds, resources, and frailties. It also means reconciling ourselves with our vulnerability. We are not sent because we are perfect, but because we are loved and continuously transformed by grace.
The ability to ask for help, to recognize a limitation, to seek forgiveness, and to allow oneself to be accompanied is also part of a missionary's maturity. This does not make us less credible. On the contrary, it can make us more authentic, more merciful, and better equipped to understand the fragility of the people we meet.
Taking care of our own humanity, therefore, means safeguarding times of silence and prayer, of rest and meaningful solitude; remaining vigilant against the temptation of activism and efficiency at all costs; and cultivating that inner freedom which allows us to serve without burning out and to give of ourselves without seeking possession.
Learning to Feel with the Heart of Christ
One of the most significant challenges that emerged from the Conference concerns our sensitivity. Indeed, performing missionary gestures is not enough. We must progressively learn to feel as disciples and apostles.
The path ahead of us is to learn to feel and, at the same time, to co-feel (com-passionate) with the Lord Jesus. Learning to feel means not being afraid of what dwells in our hearts. Co-feeling with Christ means allowing our emotions, desires, and affections to be progressively evangelized, so that His very sentiments may take shape within us.
We can then ask ourselves: what kind of sensitivity are we cultivating? What still manages to move us? Do the faces of the poor, of those who suffer, of those who do not yet know Christ, of the confrere with whom community life is difficult, or of the person from another culture still manage to alter our schedules and change our gaze?
Bearing the joys and sorrows of humanity also helps us put our many small misunderstandings into perspective. Contact with the real lives of people—especially the poorest and most vulnerable—can restore truth to our relationships and gratitude to our hearts.
The Face of the Brother and the Other
Our humanity is verified above all in encounter. The face of the other prevents us from closing ourselves within our own schemes and reminds us that every person holds a story that we can neither possess nor judge superficially.
This applies in a special way to our community life. The community is one of the concrete places where we learn every day to become human. It is not the ideal community that forms us, but the real one, made up of the confreres the Lord has given us, with their qualities and limitations, and with differing cultures, sensibilities, and ways of thinking.
In this sense, the growing interculturality of our Xaverian Family represents both a great gift and a call to conversion. It demands of us a true intelligence of the heart: not making our own culture the measure of the other, listening before judging, having the patience to understand one another, and the humility to accept correction. An intercultural community lived according to the Gospel can itself become a proclamation and a testimony that, in Christ, different people can recognize each other as brothers.
Furthermore, in an increasingly digitalized culture, we need to rediscover the value of face-to-face encounters. Being connected is not enough: we need to meet. Communicating is not enough: we must listen to one another. Knowing many things about the other is not enough: we must allow ourselves to be touched by their concrete story.
All of this is already mission. The human face of the Xaverian is not simply a prerequisite for being a good missionary. It is already the First Proclamation. Even before our words, the way we look, listen, welcome, forgive, serve, and care for the other can offer a glimpse of the face of Christ.
Letting Ourselves Be Transformed
The Parma Conference has concluded, but the path it pointed out remains open. Reflection on the human face cannot be reduced to a theory that we apply to others, to the formation of the young, or to the problems of our communities. It concerns us personally.
Every authentic renewal of our missionary Family begins with the willingness of each one of us to let ourselves be transformed.
The simple daily exercise of reviewing our day before the Lord can help us: Which faces did I meet today? Whom did I truly listen to? Whom did I pass by? Which word generated life and which might have caused a wound? Where did I recognize the Lord passing by? For what can I give thanks, and for what must I ask forgiveness?
It is in this way, day after day, that the Spirit can refine our sensitivity and form within us the same sentiments of Christ.
Dear confreres, on this feast of Saint Guido Maria Conforti, we would like to offer one another a gift: to look at each other once again through the eyes with which God looks at us. To look at our confreres, the people to whom we are sent, those who still wait to encounter Christ, the poor, the wounds of our world, and also ourselves with truth and mercy.
Perhaps the renewal of our missionary Family begins precisely here: with men who, having contemplated the face of Christ, become every day more human, more brotherly, and, for this very reason, more missionary.
We give thanks to the Lord for the gift of Saint Guido Maria Conforti and for the beauty of our vocation. May the Virgin Mary, Mother of the Mission, and our Holy Founder accompany us so that, in the face of each of us and of our communities, the face of Christ—whom we desire to make known and loved—may shine through ever more clearly.
With fraternal affection in the Lord,
The General Direction
«May our Lord Jesus Christ be known and loved by all!»
JE CHERCHE TA FACE
Solennité de saint Guido Maria Conforti, 05 novembre 2026
« Je cherche ta face, Seigneur » (Ps 27,8)
Chers confrères,
En ce jour où nous célébrons la Solennité de notre Père Fondateur, saint Guido Maria Conforti, comme Direction Générale, nous nous adressons à vous avec affection et gratitude.
Au cours de deux dernières années, cette Commémoration nous a permis de nous arrêter sur des aspects particulièrement significatifs de notre vocation : en 2024, le don du martyre de nos confrères au Congo ; en 2025, notre mission spécifique dans l’Église. Cette année, nous voudrions poursuivre ce chemin en nous laissant provoquer par ce que nous avons vécu lors du Congrès international sur le Visage humain du Xavérien, célébré à Parme en juin dernier.
Le visage humain n’est pas un thème secondaire de notre formation, ni une préoccupation dictée simplement par les sensibilités de notre temps : c’est l’une des Constantes de notre Projet Formatif et qui touche quelque chose d’essentiel à notre vocation. L’humanité n’est pas le revêtement extérieur de la grâce, mais la terre concrète dans laquelle la semence de la vocation est accueillie, grandit et porte du fruit. C’est pourquoi notre vocation au service de la Première Annonce ne peut reposer sur le sable, mais exige des personnes capables de relations véritables, d’écoute, d’empathie, de partage et de transparence.
En un temps où la technique multiplie les possibilités de communiquer mais pas nécessairement la capacité de se rencontrer, nous ressentons que l’invitation à rester profondément humains est particulièrement actuelle. Même l’encyclique Magnifica Humanitas, du pape Léon XIV, nous appelle à préserver la grandeur et la dignité de la personne humaine face aux transformations de notre temps.
Le visage du Christ
Pour nous, Xavériens, tout chemin d’une humanité authentique naît d’une rencontre et d’un regard. Pensons à l’expérience de Conforti, tout jeune, devant le Crucifix : « Je Le regardais et Il me regardait et semblait me dire tant de choses ».
Avant même les grandes intuitions missionnaires, avant les projets et les œuvres, nous trouvons un regard. Un jeune qui regarde le Crucifix et se laisse regarder par Lui. Nous pouvons peut-être reconnaître ici une des sources les plus profondes de la vocation de notre Fondateur et de son humanité.
En contemplant Jésus, nous découvrons en effet un Dieu profondément humain : Jésus s’émeut devant les foules, fait preuve de compassion, pleure pour son ami Lazare, se laisse approcher et toucher, il endosse le tablier pour servir les disciples, connaît l’angoisse à Gethsémani. En lui, la pleine communion avec le Père ne diminue pas l’humain, mais le conduit à sa plénitude.
Nous pouvons peut-être redécouvrir ici un trait profondément réconfortant de notre vocation. L’amour pour le Christ et la passion pour la mission ne nous éloignent pas de notre humanité : ils la purifient, la dilatent, la rendent capable d’accueillir l’autre. Le Xavérien rêvé par Conforti n’est pas simplement un homme prêt à partir, mais un missionnaire au cœur rendu plus humain par l’Évangile.
Habiter notre visage avec vérité
Le Congrès nous a rappelé que nous ne pouvons pas vraiment rencontrer le visage de l’autre sans avoir appris à habiter le nôtre.
Se connaître soi-même signifie apprendre à donner un nom à ce que nous portons en nous : sentiments, désirs, peurs, blessures, ressources et fragilités. Cela signifie aussi nous réconcilier avec notre vulnérabilité. Nous ne sommes pas envoyés parce que parfaits, mais parce que aimés et continuellement transformés par la grâce.
Même la capacité de demander de l’aide, de reconnaître une limite, de demander pardon et de se laisser accompagner fait partie de la maturité du missionnaire. Elle ne nous rend pas moins crédibles. Au contraire, elle peut nous rendre plus vrais, plus miséricordieux et plus capables de comprendre la fragilité des personnes que nous rencontrons.
Prendre soin de sa propre humanité signifie alors conserver des temps de silence et de prière, de repos et de solitude habitée ; être attentif à la tentation de l’activisme et de l’efficacité à tout prix ; cultiver cette liberté intérieure qui nous permet de servir sans nous épuiser et de nous donner sans posséder.
Apprendre à sentir avec le cœur du Christ
L’une des provocations les plus significatives qui ont émergé du Congrès concerne notre sensibilité. En effet, il ne suffit pas d’accomplir des gestes missionnaires. Il faut progressivement apprendre à sentir en manière de disciples et d’apôtres.
Le chemin qui se trace devant nous est celui d’apprendre à sentir et, ensemble, à con-sentir avec le Seigneur Jésus. Apprendre à sentir signifie ne pas avoir peur de ce qui habite notre cœur. Con-sentir avec le Christ signifie permettre que nos émotions, nos désirs et nos affections soient progressivement évangélisés, afin que prennent forme en nous les sentiments du Christ.
Nous pouvons alors nous demander : quelle sensibilité cultivons-nous ? Qu’est-ce qui parvient encore à nous émouvoir ? Le visage du pauvre, de celui qui souffre, de celui qui ne connaît pas encore le Christ, du confrère avec lequel il est difficile de vivre, de la personne provenant d’une autre culture réussissent-ils encore à modifier nos programmes et à changer notre regard ?
Prendre sur soi les joies et les douleurs de l’humanité nous aide aussi à réduire beaucoup de nos petites incompréhensions. Le contact avec la vie réelle des personnes, surtout les plus pauvres et vulnérables, peut rendre vérité et sens à nos relations et gratitude à notre cœur.
Le visage du frère et de l’autre
Notre humanité se vérifie surtout dans la rencontre. Le visage de l’autre nous empêche de nous enfermer dans nos schémas et nous rappelle que chaque personne possède une histoire que nous ne pouvons ni posséder, ni juger superficiellement.
Ceci vaut en particulier pour notre vie communautaire. La communauté est l’un des lieux concrets où nous apprenons chaque jour à devenir humains. Ce n’est pas la communauté idéale qui nous forme, mais celle réelle faite par les confrères que le Seigneur nous a donnés, avec leurs qualités et leurs limites, avec des cultures, des sensibilités et des façons de penser différentes.
L’interculturalité croissante de notre Famille Xavérienne représente en ce sens un grand don et, en même temps, un appel à la conversion. Il nous demande une véritable intelligence du cœur : ne pas faire de sa culture la mesure de l’autre, écouter avant de juger, avoir la patience de se comprendre et l’humilité de se laisser corriger. La communauté interculturelle vécue évangéliquement peut devenir elle-même annonce et témoignage que, dans le Christ, des personnes différentes peuvent se reconnaître comme frères.
Dans une culture de plus en plus numérisée, nous devons également redécouvrir la valeur de la rencontre en chair et en os. Il ne suffit pas d’être connectés : nous avons besoin de nous rencontrer. Il ne suffit pas de communiquer : il faut s’écouter. Il ne suffit pas de connaître beaucoup de choses de l’autre : il faut se laisser toucher par son histoire concrète.
Tout cela est déjà mission. Le visage humain du Xavérien n’est pas simplement une condition préalable pour être de bons missionnaires. C’est déjà une Première Annonce. Bien avant nos paroles, la façon dont nous regardons, écoutons, accueillons, pardonnons, servons et prenons soin de l’autre peut laisser entrevoir quelque chose du visage du Christ.
Nous laisser transformer
Le Congrès de Parme est terminé, mais la voie qu’il nous a indiquée reste ouverte. La réflexion sur le visage humain ne peut se réduire à une théorie que nous appliquons aux autres, à la formation des jeunes ou aux problèmes de nos communautés. Cela nous concerne personnellement.
Tout authentique renouveau de notre Famille missionnaire commence par la disponibilité de chacun de nous à se laisser transformer.
Le simple exercice quotidien de relire notre journée devant le Seigneur peut nous aider : quels visages ai-je rencontrés aujourd’hui ? Qui ai-je vraiment écouté ? Devant qui suis-je passé sans attention ? Quelle parole a engendré vie et laquelle peut avoir blessé ? Où ai-je reconnu le passage du Seigneur ? Pour quel geste puis-je rendre grâce et pour lequel dois-je demander pardon ?
C’est ainsi, jour après jour, que l’Esprit peut affiner notre sensibilité et former en nous les mêmes sentiments du Christ.
Chers confrères, en cette fête de saint Guido Maria Conforti, nous voudrions nous faire un don réciproque : nous regarder à nouveau avec les yeux avec lesquels Dieu nous regarde. Regarder le confrère, le peuple auquel nous sommes envoyés, ceux qui attendent encore de rencontrer le Christ, les pauvres et les blessés de notre monde et aussi nous-mêmes avec vérité et miséricorde.
Peut-être le renouveau de notre Famille missionnaire commence par là ; par des hommes qui, ayant contemplé le Visage du Christ, deviennent chaque jour plus humains, plus frères et, par là même, plus missionnaires.
Rendons grâce au Seigneur pour le don de saint Guido Maria Conforti et pour la beauté de notre vocation. Que la Vierge Marie, Mère de la Mission, et notre saint Fondateur nous accompagnent afin que sur le visage de chacun de nous et de nos communautés transparaisse toujours plus le visage du Christ, que nous désirons faire connaître et aimer.
Avec une affection fraternelle, dans le Seigneur,
La Direction Générale
« Qu’il soit connu et aimé de tous notre Seigneur Jésus-Christ ! »
BUSCO TU ROSTRO
Solemnidad de san Guido María Conforti, 5 de noviembre de 2026
«Tu rostro buscaré, Señor» (Sal 27,8)
Queridos hermanos:
En el día en que celebramos la solemnidad de nuestro Padre Fundador, san Guido María Conforti, queremos llegar hasta vosotros, como Dirección General, con afecto y gratitud.
Durante los dos últimos años, esta celebración nos ha permitido detenernos en aspectos particularmente significativos de nuestra vocación: en 2024, el don del martirio de nuestros hermanos en el Congo; en 2025, nuestra misión específica en la Iglesia. Este año quisiéramos continuar este camino dejándonos interpelar por cuanto hemos vivido en el Congreso Internacional sobre El rostro humano del Javeriano, celebrado en Parma el pasado mes de junio.
El rostro humano no es un tema accesorio de nuestra formación ni una preocupación dictada simplemente por las sensibilidades de nuestro tiempo. Es una de las constantes de nuestro Proyecto Formativo y toca algo esencial de nuestra vocación. La humanidad no es el revestimiento exterior de la gracia. Es la tierra concreta en la que la semilla de la vocación es acogida, crece y da fruto. Por eso, nuestra vocación al servicio del Primer Anuncio no puede apoyarse sobre arena, sino que requiere personas capaces de relaciones auténticas, de escucha, de empatía, de compartir y de transparencia.
En un tiempo en que la técnica multiplica las posibilidades de comunicación, pero no necesariamente la capacidad de encuentro, sentimos especialmente actual la invitación a permanecer profundamente humanos. También la encíclica Magnifica Humanitas del papa León XIV nos recuerda la necesidad de custodiar la grandeza y la dignidad de la persona humana frente a las transformaciones de nuestro tiempo.
El rostro de Cristo
Para nosotros, los Javerianos, todo camino de auténtica humanidad nace de un encuentro y de una mirada. Pensemos en la experiencia del niño Conforti ante el Crucifijo: «Yo lo miraba a Él y Él me miraba a mí, y parecía que me decía muchas cosas».
Antes incluso de las grandes intuiciones misioneras, antes de los proyectos y de las obras, encontramos una mirada. Un joven que contempla al Crucifijo y se deja mirar por Él. Tal vez podamos reconocer aquí una de las fuentes más profundas no solo de la vocación de nuestro Fundador, sino también de su humanidad.
Contemplando a Jesús descubrimos, en efecto, un Dios profundamente humano: Jesús se conmueve ante las multitudes, siente compasión, llora por su amigo Lázaro, se deja acercar y tocar, se ciñe la toalla para servir a sus discípulos y conoce la angustia en Getsemaní. En Él, la plena comunión con el Padre no disminuye lo humano, sino que lo lleva a su plenitud.
Quizá precisamente aquí podamos redescubrir un rasgo profundamente confortiano de nuestra vocación. El amor a Cristo y la pasión por la misión no nos alejan de nuestra humanidad; la purifican, la ensanchan y la hacen capaz de acoger al otro.
El misionero javeriano soñado por Conforti no es simplemente un hombre dispuesto a partir, sino un misionero cuyo corazón ha sido humanizado por el Evangelio.
Habitar con verdad nuestro propio rostro
El Congreso nos ha recordado que no podemos encontrar verdaderamente el rostro del otro sin haber aprendido antes a habitar el nuestro.
Conocerse a uno mismo significa aprender a dar nombre a lo que llevamos dentro: sentimientos, deseos, miedos, heridas, potencialidades y fragilidades. Significa también reconciliarnos con nuestra vulnerabilidad. No somos enviados porque seamos perfectos, sino porque somos amados y continuamente transformados por la gracia del Señor.
También la capacidad de pedir ayuda, de reconocer un límite, de pedir perdón y de dejarse acompañar forma parte de la madurez del misionero. No nos hace menos creíbles. Al contrario, puede hacernos más auténticos, más misericordiosos y capaces de comprender la fragilidad de las personas que encontramos.
Cuidar la propia humanidad significa entonces preservar tiempos de silencio y de oración, de descanso y de una soledad habitada; significa vigilar frente a la tentación del activismo y de la eficacia a cualquier precio; significa cultivar aquella libertad interior que nos permite servir sin desgastarnos y entregarnos sin apropiarnos de nada.
Aprender a sentir con el corazón de Cristo
Una de las provocaciones más significativas surgidas del Congreso se refiere a nuestra sensibilidad. No basta, en efecto, realizar grandes gestos misioneros. Es necesario aprender progresivamente a sentir como discípulos y como apóstoles.
El camino que tenemos por delante es el de aprender a sentir y, al mismo tiempo, a consentir con el Señor Jesús. Aprender a sentir significa no tener miedo de lo que habita nuestro corazón. Consentir con Cristo significa permitir que emociones, deseos y afectos sean progresivamente evangelizados, para que sus mismos sentimientos tomen forma en nosotros.
Podemos preguntarnos entonces: ¿qué sensibilidad estamos cultivando? ¿Qué es todavía capaz de conmovernos? ¿El rostro del pobre, de quien sufre, de quien aún no conoce a Cristo, del hermano con quien tenemos dificultades, de la persona procedente de otra cultura, sigue siendo capaz de interrumpir nuestros planes y transformar nuestra mirada?
Hacernos cargo de las alegrías y de los sufrimientos de la humanidad también nos ayuda a relativizar muchas de nuestras pequeñas incomprensiones. El contacto con la vida real de las personas, especialmente de las más pobres y vulnerables, puede devolver verdad a nuestras relaciones y gratitud a nuestro corazón.
El rostro del hermano y del otro
Nuestra humanidad se pone a prueba sobre todo en el encuentro. El rostro del otro nos impide encerrarnos en nuestros propios esquemas y nos recuerda que cada persona guarda una historia que no podemos poseer ni juzgar superficialmente.
Esto vale de manera particular para nuestra vida comunitaria. La comunidad es uno de los lugares concretos donde aprendemos cada día a ser más humanos. No es la comunidad ideal la que nos forma, sino la comunidad real: con los hermanos que el Señor nos ha dado, con sus cualidades y sus límites, con culturas, sensibilidades y maneras de pensar diferentes.
La creciente interculturalidad de nuestra Familia Javeriana representa, en este sentido, un gran don y, al mismo tiempo, una llamada a la conversión. Nos exige una verdadera inteligencia del corazón: no hacer de la propia cultura la medida del otro, escuchar antes de juzgar, tener la paciencia de explicarse y la humildad de dejarse corregir. La comunidad intercultural vivida evangélicamente puede convertirse ella misma en anuncio: testimonio de que, en Cristo, personas diferentes pueden reconocerse como hermanos.
Además, en una cultura cada vez más digitalizada, necesitamos redescubrir el valor del encuentro cara a cara. No basta estar conectados: necesitamos encontrarnos. No basta comunicarnos: es necesario escucharnos. No basta conocer muchas cosas sobre el otro: es necesario dejarse alcanzar por su historia concreta.
Y todo esto pertenece a la misión. El rostro humano del Javeriano no es simplemente una condición previa para ser buenos misioneros. Es ya Primer Anuncio. Antes incluso de nuestras palabras, el modo en que miramos, escuchamos, acogemos, perdonamos, servimos y cuidamos al otro puede dejar entrever algo del rostro de Cristo.
Dejarnos transformar
El Congreso de Parma ha concluido, pero el camino que nos ha señalado permanece abierto. La reflexión sobre el rostro humano no puede reducirse a una teoría que aplicamos a los demás, a la formación de los jóvenes o a los problemas de nuestras comunidades. Nos concierne personalmente.
Toda auténtica renovación de nuestra Familia misionera comienza por la disponibilidad de cada uno para dejarse transformar.
Puede ayudarnos el sencillo ejercicio cotidiano de releer nuestra jornada delante del Señor: ¿qué rostros he encontrado hoy? ¿A quién he escuchado realmente? ¿Ante quién he pasado de largo? ¿Qué palabra ha generado vida y cuál ha podido herir? ¿Dónde he reconocido el paso del Señor? ¿Por qué puedo dar gracias y por qué debo pedir perdón?
Así, día tras día, el Espíritu puede afinar nuestra sensibilidad y formar en nosotros los mismos sentimientos de Cristo.
Queridos hermanos, en esta fiesta de san Guido María Conforti queremos hacernos mutuamente un regalo: volver a mirarnos con los ojos con que Dios nos mira. Mirar al hermano, especialmente a aquel con quien más nos cuesta relacionarnos; mirar a las personas a las que somos enviados; mirar a quienes aún esperan encontrarse con Cristo; mirar a los pobres y las heridas de nuestro mundo; y mirarnos también a nosotros mismos con verdad y misericordia.
Quizá la renovación de nuestra Familia misionera comienza precisamente aquí: en hombres que, habiendo contemplado el rostro de Cristo, se vuelven cada día un poco más humanos, más hermanos y, precisamente por eso, más misioneros.
Demos gracias al Señor por el don de san Guido María Conforti y por la belleza de nuestra vocación. Que la Virgen María, Madre de la Misión, y nuestro Santo Fundador nos acompañen para que, en el rostro de cada uno de nosotros y de nuestras comunidades, resplandezca cada vez más el rostro de Cristo, a quien deseamos dar a conocer y amar.
Con afecto fraterno en el Señor,
La Dirección General
«¡Sea conocido y amado por todos Nuestro Señor Jesucristo!»
BUSCO TU ROSTRO
Solemnidad de san Guido María Conforti, 5 de noviembre de 2026
«Tu rostro buscaré, Señor» (Sal 27,8)
Queridos hermanos:
En el día en que celebramos la solemnidad de nuestro Padre Fundador, san Guido María Conforti, queremos llegar hasta ustedes, como Dirección General, con afecto y gratitud.
Durante los dos últimos años, esta celebración nos ha permitido detenernos en aspectos particularmente significativos de nuestra vocación: en 2024, el don del martirio de nuestros hermanos en el Congo; en 2025, nuestra misión específica en la Iglesia. Este año queremos continuar este camino dejándonos interpelar por lo que vivimos en el Congreso Internacional sobre El rostro humano del Javeriano, celebrado en Parma el pasado mes de junio.
El rostro humano no es un tema secundario de nuestra formación ni una preocupación dictada simplemente por las sensibilidades de nuestro tiempo. Es una de las constantes de nuestro Proyecto Formativo y toca algo esencial de nuestra vocación. La humanidad no es el revestimiento exterior de la gracia. Es la tierra concreta donde la semilla de la vocación es acogida, crece y da fruto. Por eso, nuestra vocación al servicio del Primer Anuncio no puede sostenerse sobre arena, sino que requiere personas capaces de relaciones auténticas, de escucha, de empatía, de compartir y de transparencia.
En una época en la que la tecnología multiplica las posibilidades de comunicación, pero no necesariamente la capacidad de encuentro, sentimos especialmente actual la invitación a seguir siendo profundamente humanos. También la encíclica Magnifica Humanitas del papa León XIV nos recuerda la necesidad de custodiar la grandeza y la dignidad de la persona humana frente a las transformaciones de nuestro tiempo.
El rostro de Cristo
Para nosotros, los Xaverianos, todo camino de auténtica humanidad nace de un encuentro y de una mirada. Pensemos en la experiencia del joven Conforti ante el Crucificado:
«Yo lo miraba a Él y Él me miraba a mí, y parecía que me decía muchas cosas».
Antes incluso de las grandes intuiciones misioneras, antes de los proyectos y de las obras, encontramos una mirada. Un joven que contempla al Crucificado y se deja mirar por Él. Tal vez podamos reconocer aquí una de las fuentes más profundas no solo de la vocación de nuestro Fundador, sino también de su humanidad.
Al contemplar a Jesús descubrimos, en efecto, a un Dios profundamente humano: Jesús se conmueve ante las multitudes, siente compasión, llora por su amigo Lázaro, se deja acercar y tocar, se ciñe la toalla para servir a sus discípulos y conoce la angustia en Getsemaní. En Él, la plena comunión con el Padre no disminuye lo humano, sino que lo lleva a su plenitud.
Quizá precisamente aquí podamos redescubrir un rasgo profundamente confortiano de nuestra vocación. El amor a Cristo y la pasión por la misión no nos alejan de nuestra humanidad; la purifican, la ensanchan y la hacen capaz de acoger al otro.
El Xaveriano soñado por Conforti no es simplemente un hombre dispuesto a partir, sino un misionero cuyo corazón ha sido hecho más humano por el Evangelio.
Habitar con verdad nuestro propio rostro
El Congreso nos recordó que no podemos encontrarnos verdaderamente con el rostro del otro sin haber aprendido antes a habitar el nuestro.
Conocerse a sí mismo significa aprender a nombrar lo que llevamos dentro: sentimientos, deseos, miedos, heridas, fortalezas y fragilidades. Significa también reconciliarnos con nuestra vulnerabilidad. No somos enviados porque seamos perfectos, sino porque somos amados y continuamente transformados por la gracia.
La capacidad de pedir ayuda, de reconocer un límite, de pedir perdón y de dejarse acompañar también forma parte de la madurez del misionero. Esto no nos hace menos creíbles. Al contrario, puede hacernos más auténticos, más misericordiosos y más capaces de comprender la fragilidad de las personas que encontramos.
Cuidar la propia humanidad significa entonces reservar tiempos de silencio y de oración, de descanso y de una soledad habitada; significa estar atentos a la tentación del activismo y de la eficiencia a cualquier precio; significa cultivar esa libertad interior que nos permite servir sin desgastarnos y entregarnos sin apropiarnos de nada.
Aprender a sentir con el corazón de Cristo
Una de las interpelaciones más significativas surgidas del Congreso se refiere a nuestra sensibilidad. No basta, en efecto, realizar acciones misioneras. Es necesario aprender progresivamente a sentir como discípulos y como apóstoles.
El camino que tenemos por delante es el de aprender a sentir y, al mismo tiempo, a consentir con el Señor Jesús. Aprender a sentir significa no tener miedo de lo que habita nuestro corazón. Consentir con Cristo significa permitir que nuestras emociones, deseos y afectos sean progresivamente evangelizados, para que sus mismos sentimientos tomen forma en nosotros.
Podemos preguntarnos entonces: ¿qué sensibilidad estamos cultivando? ¿Qué sigue siendo capaz de conmovernos? ¿El rostro del pobre, de quien sufre, de quien aún no conoce a Cristo, del hermano con quien tenemos dificultades, de la persona proveniente de otra cultura, sigue siendo capaz de interrumpir nuestros planes y transformar nuestra mirada?
Hacernos cargo de las alegrías y los sufrimientos de la humanidad también nos ayuda a poner en perspectiva muchas de nuestras pequeñas incomprensiones. El contacto con la vida real de las personas, especialmente de las más pobres y vulnerables, puede devolver verdad a nuestras relaciones y gratitud a nuestro corazón.
El rostro del hermano y del otro
Nuestra humanidad se pone a prueba sobre todo en el encuentro. El rostro del otro nos impide encerrarnos en nuestros propios esquemas y nos recuerda que cada persona guarda una historia que no podemos poseer ni juzgar superficialmente.
Esto vale de manera especial para nuestra vida comunitaria. La comunidad es uno de los lugares concretos donde aprendemos cada día a ser más humanos. No es la comunidad ideal la que nos forma, sino la comunidad real: con los hermanos que el Señor nos ha dado, con sus cualidades y sus limitaciones, con culturas, sensibilidades y formas de pensar diferentes.
La creciente interculturalidad de nuestra Familia Xaveriana representa, en este sentido, un gran don y, al mismo tiempo, una llamada a la conversión. Nos exige una verdadera inteligencia del corazón: no hacer de la propia cultura la medida del otro, escuchar antes de juzgar, tener la paciencia de explicarse y la humildad de dejarse corregir. La comunidad intercultural vivida según el Evangelio puede convertirse ella misma en anuncio: testimonio de que, en Cristo, personas diferentes pueden reconocerse como hermanos.
Además, en una cultura cada vez más digitalizada, necesitamos redescubrir el valor del encuentro cara a cara. No basta estar conectados; necesitamos encontrarnos. No basta comunicarnos; es necesario escucharnos. No basta saber muchas cosas sobre el otro; es necesario dejarnos tocar por su historia concreta.
Y todo esto pertenece a la misión. El rostro humano del Xaveriano no es simplemente una condición previa para ser un buen misionero. Es ya Primer Anuncio. Incluso antes de nuestras palabras, la manera en que miramos, escuchamos, acogemos, perdonamos, servimos y cuidamos al otro puede dejar entrever algo del rostro de Cristo.
Dejarnos transformar
El Congreso de Parma ha terminado, pero el camino que nos señaló permanece abierto. La reflexión sobre el rostro humano no puede reducirse a una teoría que aplicamos a otros, a la formación de los jóvenes o a los problemas de nuestras comunidades. Nos concierne personalmente.
Toda renovación auténtica de nuestra Familia misionera comienza con la disponibilidad de cada uno para dejarse transformar.
Puede ayudarnos el sencillo ejercicio diario de releer nuestra jornada delante del Señor: ¿qué rostros encontré hoy? ¿A quién escuché realmente? ¿Ante quién pasé de largo? ¿Qué palabra generó vida y cuál pudo haber herido? ¿Dónde reconocí el paso del Señor? ¿Por qué puedo dar gracias y por qué debo pedir perdón?
Es así, día tras día, como el Espíritu puede afinar nuestra sensibilidad y formar en nosotros los mismos sentimientos de Cristo.
Queridos hermanos, en esta fiesta de san Guido María Conforti queremos hacernos mutuamente un regalo: volver a mirarnos con los ojos con los que Dios nos mira. Mirar al hermano, especialmente a aquel con quien más nos cuesta convivir; mirar a las personas a quienes somos enviados; mirar a quienes todavía esperan encontrarse con Cristo; mirar a los pobres y las heridas de nuestro mundo; y mirarnos también a nosotros mismos con verdad y misericordia.
Tal vez la renovación de nuestra Familia misionera comience precisamente aquí: en hombres que, habiendo contemplado el rostro de Cristo, se vuelven cada día un poco más humanos, más hermanos y, precisamente por eso, más misioneros.
Demos gracias al Señor por el don de san Guido María Conforti y por la belleza de nuestra vocación. Que la Virgen María, Madre de la Misión, y nuestro Santo Fundador nos acompañen para que, en el rostro de cada uno de nosotros y de nuestras comunidades, resplandezca cada vez más el rostro de Cristo, a quien deseamos dar a conocer y amar.
Con afecto fraterno en el Señor,
La Dirección General
«¡Que Nuestro Señor Jesucristo sea conocido y amado por todos!»
PROCURO A TUA FACE
Solenidade de são Guido Maria Conforti, 5 de novembro de 2026
“Procuro a tua face, Senhor” (Sl 27,8)
Caríssimos confrades,
no dia em que celebramos a solenidade do nosso Pai Fundador, São Guido Maria Conforti, desejamos nos dirigir a vocês, como Direção Geral, com afeto e gratidão.
Nos últimos dois anos, esta celebração nos permitiu refletir sobre aspectos particularmente significativos da nossa vocação: em 2024, o dom do martírio dos nossos confrades no Congo; em 2025, a nossa missão específica na Igreja. Neste ano, gostaríamos de continuar esse caminho, deixando-nos interpelar por aquilo que vivemos no Congresso Internacional sobre o Rosto Humano do Xaveriano, realizado em Parma, no último mês de junho.
O rosto humano não é um tema secundário da nossa formação, nem uma preocupação ditada simplesmente pelas sensibilidades do nosso tempo. É uma das constantes do nosso Projeto Formativo e toca algo essencial na nossa vocação. A humanidade não é o revestimento exterior da graça. É a terra concreta na qual a semente da vocação é acolhida, cresce e produz fruto. Por isso, a nossa vocação ao serviço do Primeiro Anúncio não pode apoiar-se na areia, mas exige pessoas capazes de relações autênticas, de escuta, de empatia, de partilha e de transparência.
Num tempo em que a tecnologia multiplica as possibilidades de comunicação, mas não necessariamente a capacidade de encontro, sentimos particularmente atual o convite para permanecermos profundamente humanos. Também a Encíclica Magnifica Humanitas, do Papa Leão XIV, recorda-nos a necessidade de preservar a grandeza e a dignidade da pessoa humana diante das transformações do nosso tempo.
O rosto de Cristo
Para nós, Xaverianos, todo caminho de autêntica humanidade nasce de um encontro e de um olhar. Pensemos na experiência do jovem Conforti diante do Crucifixo:
«Eu olhava para Ele e Ele olhava para mim, e parecia que me dizia muitas coisas.»
Antes mesmo das grandes intuições missionárias, antes dos projetos e das obras, encontramos um olhar. Um jovem que contempla o Crucifixo e se deixa contemplar por Ele. Talvez possamos reconhecer aqui uma das fontes mais profundas não apenas da vocação do nosso Fundador, mas também da sua humanidade.
Contemplando Jesus, descobrimos, de fato, um Deus profundamente humano: Jesus comove-se diante das multidões, sente compaixão, chora pelo amigo Lázaro, deixa-se aproximar e tocar, cinge a toalha para servir os discípulos e conhece a angústia no Getsêmani. Nele, a plena comunhão com o Pai não diminui o humano, mas o leva à sua plenitude.
Talvez seja precisamente aqui que possamos redescobrir um traço profundamente confortiano da nossa vocação. O amor a Cristo e a paixão pela missão não nos afastam da nossa humanidade: purificam-na, ampliam-na e tornam-na capaz de acolher o outro.
O xaveriano sonhado por Conforti não é simplesmente um homem pronto para partir, mas um missionário cujo coração foi tornado mais humano pelo Evangelho.
Habitar com verdade o nosso próprio rosto
O Congresso recordou-nos que não podemos encontrar verdadeiramente o rosto do outro sem antes termos aprendido a habitar o nosso.
Conhecer a si mesmo significa aprender a dar nome àquilo que trazemos dentro de nós: sentimentos, desejos, medos, feridas, recursos e fragilidades. Significa também reconciliar-nos com a nossa vulnerabilidade. Não somos enviados porque somos perfeitos, mas porque somos amados e continuamente transformados pela graça.
A capacidade de pedir ajuda, reconhecer um limite, pedir perdão e deixar-se acompanhar também faz parte da maturidade do missionário. Isso não nos torna menos confiáveis. Pelo contrário, pode tornar-nos mais autênticos, mais misericordiosos e mais capazes de compreender a fragilidade das pessoas que encontramos.
Cuidar da própria humanidade significa, então, preservar tempos de silêncio e de oração, de descanso e de uma solidão habitada; significa vigiar contra a tentação do ativismo e da eficiência a qualquer custo; significa cultivar aquela liberdade interior que nos permite servir sem nos consumirmos e doar-nos sem possuir.
Aprender a sentir com o coração de Cristo
Uma das provocações mais significativas surgidas do Congresso diz respeito à nossa sensibilidade. Não basta, de fato, realizar gestos missionários. É necessário aprender progressivamente a sentir como discípulos e apóstolos.
O caminho que temos diante de nós é o de aprender a sentir e, ao mesmo tempo, a consentir com o Senhor Jesus. Aprender a sentir significa não ter medo daquilo que habita o nosso coração. Consentir com Cristo significa permitir que emoções, desejos e afetos sejam progressivamente evangelizados, para que os seus próprios sentimentos tomem forma em nós.
Podemos então perguntar-nos: que sensibilidade estamos cultivando? O que ainda é capaz de nos comover? O rosto do pobre, de quem sofre, de quem ainda não conhece Cristo, do confrade com quem temos dificuldade de convivência e da pessoa proveniente de outra cultura continua capaz de interromper os nossos programas e transformar o nosso olhar?
Assumir as alegrias e os sofrimentos da humanidade ajuda-nos também a redimensionar muitas das nossas pequenas incompreensões. O contato com a vida real das pessoas, sobretudo das mais pobres e vulneráveis, pode devolver verdade às nossas relações e gratidão ao nosso coração.
O rosto do irmão e do outro
A nossa humanidade verifica-se sobretudo no encontro. O rosto do outro nos impede de nos fecharmos nos nossos próprios esquemas e recorda-nos que cada pessoa guarda uma história que não podemos possuir nem julgar superficialmente.
Isso vale de modo particular para a nossa vida comunitária. A comunidade é um dos lugares concretos onde aprendemos, todos os dias, a tornar-nos humanos. Não é a comunidade ideal que nos forma, mas a comunidade real: com os confrades que o Senhor nos deu, com as suas qualidades e limitações, com culturas, sensibilidades e formas de pensar diferentes.
A crescente interculturalidade da nossa Família Xaveriana representa, nesse sentido, um grande dom e, ao mesmo tempo, um chamado à conversão. Ela exige uma verdadeira inteligência do coração: não fazer da própria cultura a medida do outro, escutar antes de julgar, ter a paciência de se explicar e a humildade de se deixar corrigir. A comunidade intercultural vivida segundo o Evangelho pode tornar-se ela mesma anúncio: testemunho de que, em Cristo, pessoas diferentes podem reconhecer-se como irmãos.
Além disso, numa cultura cada vez mais digitalizada, precisamos redescobrir o valor do encontro presencial. Não basta estar conectados: precisamos nos encontrar. Não basta comunicar: é necessário nos escutarmos. Não basta conhecer muitas coisas sobre o outro: é necessário deixar-se atingir pela sua história concreta.
E tudo isso pertence à missão. O rosto humano do Xaveriano não é simplesmente uma condição prévia para ser um bom missionário. Ele já é Primeiro Anúncio. Antes mesmo das nossas palavras, a maneira como olhamos, escutamos, acolhemos, perdoamos, servimos e cuidamos do outro pode deixar transparecer algo do rosto de Cristo.
Deixar-nos transformar
O Congresso de Parma terminou, mas o caminho que ele nos indicou permanece aberto. A reflexão sobre o rosto humano não pode reduzir-se a uma teoria que aplicamos aos outros, à formação dos jovens ou aos problemas das nossas comunidades. Ela diz respeito pessoalmente a cada um de nós.
Toda autêntica renovação da nossa Família missionária começa com a disponibilidade de cada um para deixar-se transformar.
Pode ajudar-nos o simples exercício diário de reler o nosso dia diante do Senhor: que rostos encontrei hoje? Quem escutei verdadeiramente? Diante de quem passei adiante? Que palavra gerou vida e qual pode ter ferido? Onde reconheci a passagem do Senhor? Pelo que posso agradecer e pelo que devo pedir perdão?
É assim, dia após dia, que o Espírito pode refinar a nossa sensibilidade e formar em nós os mesmos sentimentos de Cristo.
Caríssimos confrades, nesta festa de São Guido Maria Conforti gostaríamos de oferecer-nos mutuamente um presente: olharmos uns para os outros novamente com os olhos com que Deus nos olha. Olhar para o confrade, sobretudo aquele com quem mais temos dificuldade; olhar para as pessoas às quais somos enviados; olhar para aqueles que ainda esperam encontrar Cristo; olhar para os pobres e para as feridas do nosso mundo; e olhar também para nós mesmos com verdade e misericórdia.
Talvez a renovação da nossa Família missionária comece precisamente aqui: em homens que, tendo contemplado o rosto de Cristo, se tornam cada dia um pouco mais humanos, mais irmãos e, exatamente por isso, mais missionários.
Demos graças ao Senhor pelo dom de São Guido Maria Conforti e pela beleza da nossa vocação. Que a Virgem Maria, Mãe da Missão, e o nosso Santo Fundador nos acompanhem, para que, no rosto de cada um de nós e de nossas comunidades, transpareça cada vez mais o rosto de Cristo, que desejamos tornar conhecido e amado.
Com afeto fraterno, no Senhor,
A Direção Geral
“Que Nosso Senhor Jesus Cristo seja conhecido e amado por todos!”
KUCARI WAJAH-MU
Hari raya santo Guido Maria Conforti, 5 November 2026
“Wajah-Mu kucari, ya Tuhan” (Mzm 27:8)
Para konfrater yang terkasih,
Pada hari ketika kita merayakan Hari Raya Bapa Pendiri kita, Santo Guido Maria Conforti, kami, Direksi Jenderal, ingin menyapa kalian dengan penuh kasih dan rasa syukur.
Dalam dua tahun terakhir, perayaan ini telah memberi kita kesempatan untuk merenungkan aspek-aspek yang sangat penting dari panggilan kita: pada tahun 2024, karunia kemartiran para konfrater kita di Kongo; pada tahun 2025, misi khas kita dalam Gereja. Tahun ini, kami ingin melanjutkan perjalanan tersebut dengan membiarkan diri kita ditantang oleh pengalaman yang kita hayati dalam Konferensi Internasional tentang Wajah Manusiawi Seorang Xaverian, yang diselenggarakan di Parma pada bulan Juni yang lalu.
Wajah manusiawi bukanlah tema sampingan dalam pembinaan kita, ataupun sekadar perhatian yang ditentukan oleh kepekaan zaman sekarang: tema ini merupakan salah satu unsur tetap dalam Proyek Formasi kita dan menyentuh sesuatu yang sangat mendasar dalam panggilan kita. Kemanusiaan bukanlah lapisan luar dari rahmat, melainkan tanah nyata tempat benih panggilan diterima, bertumbuh, dan menghasilkan buah. Oleh karena itu, panggilan kita untuk melayani Pewartaan Pertama tidak dapat dibangun di atas pasir, melainkan menuntut pribadi-pribadi yang mampu membangun relasi yang tulus, mendengarkan, berempati, berbagi, dan hidup secara transparan.
Di zaman ketika teknologi melipatgandakan kemungkinan untuk berkomunikasi, tetapi tidak selalu memperbesar kemampuan untuk berjumpa, kita merasakan undangan untuk tetap menjadi manusia yang sungguh manusiawi sebagai sesuatu yang sangat relevan. Ensiklik Magnifica Humanitas dari Paus Leo XIV juga mengingatkan kita untuk menjaga keluhuran dan martabat pribadi manusia di tengah berbagai perubahan zaman.
Wajah Kristus
Bagi kita, para Xaverian, setiap perjalanan menuju kemanusiaan yang sejati lahir dari perjumpaan dan tatapan. Marilah kita mengenangkan pengalaman Conforti muda di hadapan Salib Kristus: "Aku memandang Dia dan Dia memandang aku, dan tampaknya Ia mengatakan banyak hal kepadaku."
Bahkan sebelum inspirasi-inspirasi besar mengenai misi, sebelum berbagai proyek dan karya, kita menemukan sebuah tatapan. Seorang pemuda yang memandang Kristus yang Tersalib dan membiarkan dirinya dipandang oleh-Nya. Mungkin di sinilah kita dapat mengenali salah satu sumber terdalam, bukan hanya dari panggilan Pendiri kita, tetapi juga dari kemanusiaannya.
Dengan merenungkan Yesus, kita menemukan Allah yang sungguh manusiawi: Yesus tergerak hati-Nya melihat orang banyak, berbelas kasih, menangisi sahabat-Nya Lazarus, membiarkan diri-Nya didekati dan disentuh, mengenakan kain untuk melayani para murid-Nya, dan mengalami kegelisahan di Getsemani. Dalam diri-Nya, persekutuan yang penuh dengan Bapa tidak mengurangi kemanusiaan, tetapi justru membawanya kepada kepenuhannya.
Mungkin justru di sinilah kita dapat menemukan kembali suatu ciri yang sangat khas Confortian dalam panggilan kita. Cinta kepada Kristus dan semangat untuk misi tidak menjauhkan kita dari kemanusiaan kita: sebaliknya, keduanya memurnikan, memperluas, dan menjadikan kita mampu menerima sesama. Xaverian yang dicita-citakan oleh Conforti bukanlah sekadar seorang yang siap berangkat, melainkan seorang misionaris yang hatinya dijadikan semakin manusiawi oleh Injil.
Menghidupi wajah kita sendiri dengan kejujuran
Konferensi tersebut mengingatkan kita bahwa kita tidak dapat sungguh-sungguh berjumpa dengan wajah orang lain tanpa terlebih dahulu belajar menghidupi wajah kita sendiri.
Mengenal diri sendiri berarti belajar memberi nama pada apa yang kita bawa dalam hati: perasaan, keinginan, ketakutan, luka, kekuatan, dan kerapuhan. Hal itu juga berarti berdamai dengan kerentanan kita sendiri. Kita diutus bukan karena kita sempurna, melainkan karena kita dikasihi dan terus-menerus diubah oleh rahmat.
Kemampuan untuk meminta bantuan, mengakui keterbatasan, memohon maaf, dan membiarkan diri didampingi juga merupakan bagian dari kedewasaan seorang misionaris. Hal itu tidak membuat kita kurang dapat dipercaya. Sebaliknya, hal itu dapat menjadikan kita lebih otentik, lebih berbelas kasih, dan lebih mampu memahami kerapuhan orang-orang yang kita jumpai.
Merawat kemanusiaan kita berarti menyediakan waktu untuk keheningan dan doa, untuk istirahat dan kesendirian yang bermakna; berarti waspada terhadap godaan aktivisme dan pencarian efisiensi dengan segala cara; berarti memupuk kebebasan batin yang memungkinkan kita melayani tanpa menguras diri dan memberikan diri tanpa menguasai.
Belajar merasakan dengan hati Kristus
Salah satu tantangan paling penting yang muncul dari Konferensi tersebut menyangkut kepekaan kita. Tidak cukup hanya melakukan tindakan-tindakan misioner. Kita perlu secara bertahap belajar merasakan sebagai murid dan rasul.
Jalan yang terbentang di hadapan kita adalah belajar merasakan dan sekaligus menyelaraskan diri dengan Tuhan Yesus. Belajar merasakan berarti tidak takut terhadap apa yang hidup dalam hati kita. Menyelaraskan diri dengan Kristus berarti membiarkan emosi, keinginan, dan kasih sayang kita secara bertahap diinjili, sehingga perasaan-perasaan Kristus sendiri terbentuk dalam diri kita.
Karena itu, kita dapat bertanya kepada diri sendiri: kepekaan seperti apa yang sedang kita kembangkan? Apa yang masih mampu menggerakkan hati kita? Apakah wajah orang miskin, mereka yang menderita, mereka yang belum mengenal Kristus, saudara yang sulit kita terima, atau orang dari budaya yang berbeda masih mampu menghentikan rencana-rencana kita dan mengubah cara pandang kita?
Mengambil bagian dalam sukacita dan penderitaan umat manusia juga membantu kita menempatkan berbagai kesalahpahaman kecil dalam perspektif yang tepat. Kontak dengan kehidupan nyata manusia, khususnya mereka yang paling miskin dan rentan, dapat mengembalikan kejujuran dalam relasi kita dan rasa syukur di hati kita.
Wajah saudara dan sesama
Kemanusiaan kita diuji terutama dalam perjumpaan. Wajah sesama mencegah kita mengurung diri dalam pola pikir kita sendiri dan mengingatkan kita bahwa setiap orang menyimpan sebuah kisah yang tidak dapat kita miliki ataupun kita nilai secara dangkal.
Hal ini terutama berlaku dalam kehidupan komunitas kita. Komunitas adalah salah satu tempat konkret di mana kita belajar menjadi manusia setiap hari. Bukan komunitas ideal yang membentuk kita, melainkan komunitas nyata: dengan para konfrater yang Tuhan berikan kepada kita, dengan kelebihan dan keterbatasan mereka, dengan budaya, kepekaan, dan cara berpikir yang berbeda.
Semakin berkembangnya interkulturalitas dalam Keluarga Xaverian kita merupakan suatu anugerah besar, sekaligus panggilan untuk bertobat. Hal ini menuntut kebijaksanaan hati yang sejati: tidak menjadikan budaya sendiri sebagai ukuran bagi orang lain, mendengarkan sebelum menghakimi, memiliki kesabaran untuk menjelaskan diri, dan kerendahan hati untuk menerima koreksi. Komunitas antarbudaya yang dihayati menurut Injil dapat menjadi pewartaan itu sendiri: kesaksian bahwa dalam Kristus, orang-orang yang berbeda dapat saling mengakui sebagai saudara.
Selain itu, dalam budaya yang semakin terdigitalisasi, kita perlu menemukan kembali nilai perjumpaan secara langsung. Tidak cukup hanya terhubung; kita perlu bertemu. Tidak cukup hanya berkomunikasi; kita perlu saling mendengarkan. Tidak cukup hanya mengetahui banyak hal tentang orang lain; kita perlu membiarkan diri disentuh oleh kisah hidup mereka yang nyata.
Dan semua itu sudah merupakan misi. Wajah manusiawi seorang Xaverian bukan sekadar syarat awal untuk menjadi misionaris yang baik. Wajah itu sendiri sudah merupakan Pewartaan Pertama. Bahkan sebelum kata-kata kita diucapkan, cara kita memandang, mendengarkan, menerima, mengampuni, melayani, dan memperhatikan sesama dapat memperlihatkan sesuatu tentang wajah Kristus.
Membiarkan diri diubah
Konferensi di Parma telah berakhir, tetapi perjalanan yang ditunjukkannya kepada kita tetap terbuka. Refleksi mengenai wajah manusiawi tidak dapat direduksi menjadi teori yang kita terapkan pada orang lain, pada pembinaan para frater, atau pada masalah-masalah komunitas kita. Refleksi ini menyangkut diri kita masing-masing secara pribadi.
Setiap pembaruan sejati dalam Keluarga misioner kita dimulai dari kesediaan setiap orang untuk membiarkan dirinya diubah.
Kita dapat dibantu oleh latihan sederhana setiap hari, yaitu meninjau kembali hari kita di hadapan Tuhan: wajah siapa yang saya jumpai hari ini? Siapa yang sungguh saya dengarkan? Siapa yang saya lewati begitu saja? Kata-kata mana yang memberi kehidupan dan kata-kata mana yang mungkin melukai? Di mana saya mengenali kehadiran Tuhan? Untuk apa saya dapat bersyukur dan untuk apa saya harus memohon ampun?
Dengan cara inilah, hari demi hari, Roh Kudus dapat mempertajam kepekaan kita dan membentuk dalam diri kita perasaan-perasaan yang sama seperti yang ada dalam Kristus.
Para konfrater yang terkasih, pada pesta Santo Guido Maria Conforti ini, kita ingin saling memberikan sebuah hadiah: memandang satu sama lain kembali dengan mata yang sama seperti Allah memandang kita. Memandang konfrater, terutama mereka yang paling sulit kita hadapi; memandang orang-orang yang kepada mereka kita diutus; memandang mereka yang masih menantikan perjumpaan dengan Kristus; memandang orang-orang miskin dan luka-luka dunia kita; serta memandang diri kita sendiri dengan kejujuran dan belas kasih.
Mungkin pembaruan Keluarga misioner kita justru dimulai dari sini; dari orang-orang yang, setelah memandang wajah Kristus, menjadi setiap hari sedikit lebih manusiawi, lebih bersaudara, dan karena itu pula, lebih misioner.
Marilah kita bersyukur kepada Tuhan atas anugerah Santo Guido Maria Conforti dan atas keindahan panggilan kita. Semoga Perawan Maria, Bunda Misi, dan Bapa Pendiri kita mendampingi kita, agar dalam wajah masing-masing dari kita dan komunitas-komunitas kita semakin tampak wajah Kristus, yang ingin kita perkenalkan dan buat semakin dicintai.
Dengan kasih persaudaraan, dalam Tuhan,
Direksi Jenderal
"Semoga Tuhan kita Yesus Kristus dikenal dan dicintai oleh semua orang!"
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