Il mio cammino nella Vita Religiosa
Avrei voluto avere più tempo per raccogliere queste poche righe, anche se credo contengano l'essenziale.
Ho iniziato il mio cammino con i Saveriani dalla gavetta. Mi pare di avere incontrato il primo Saveriano quando avevo 4 o 5 anni e frequentavo la casa SX di Vicenza per rendere visita a mio fratello, allora 'apostolino'.
Quello che dall'inizio mi ha toccato particolarmente è stato lo stile fraterno della vita SX; uno stile che, in seguito, ho potuto gustare fin dai primi anni della formazione quando, pur essendo in un gruppo numeroso, la vita della Comunità aveva una forte connotazione familiare, nella condivisione di gioie, pesi, responsabilità, ecc.
La dimensione familiare all'interno della Vita Religiosa è stata una molla fondamentale del mio cammino: una vita fraterna vissuta da una parte con i membri della Comunità e dall'altra all'esterno, nelle relazioni ordinarie con le persone, per non correre il rischio di essere schizofrenico!
A questo riguardo, di fronte a molti Saveriani che in questi ultimi anni e per i motivi più diversi, hanno lasciato la Congregazione, mi sono più volte chiesto se questo avrebbe potuto accadere un giorno anche a me. Mi chiedevo soprattutto perché, e come mai, più di qualcuno avesse abbandonato i Saveriani ma non il ministero sacerdotale: cosa non funzionava bene o sembrava non funzionare più? Mi dicevo anche che, se mai un giorno avessi dovuto lasciare i Saveriani, questo sarebbe accaduto nel momento in cui all'interno della mia esperienza di Vita Religiosa sarebbero venute a mancare le caratteristiche dello spirito di famiglia e del volto umano. Del resto il cristocentrismo, la missione e la consacrazione sono ormai patrimonio comune dell'esperienza ecclesiale, specialmente a partire dal Vat II.
Ripercorrere il cammino di quasi 40 anni dalla prima professione non è una cosa semplice; è un periodo di tempo lungo. Nelle Comunità SX ho vissuto esperienze molto belle e altre fortemente traumatiche, e di cui porto ancora le cicatrici. Il bilancio globale è comunque positivo. Ormai ho imparato a riconoscere, e anche a convivere, con i miei limiti, senza pensare che quando qualcosa non va la colpa è sempre e solo degli altri o del mondo/tempo moderno. Per fortuna non ho ancora smesso di stupirmi... e soprattutto non ho smesso di credere nell'importanza della fraternità come elemento costitutivo della mia consacrazione saveriana; cercando soprattutto di semplificare e non amplificare i problemi. Oltre le belle espressioni, i grandi discorsi e montagne di documenti più o meno ufficiali, mi convinco ogni giorno di più dell'importanza dei piccoli gesti, delle piccole attenzioni, della cura dei dettagli e del bello … pur nella semplicità, della cura delle relazioni, del tempo da dedicare e da perdere...
Credo che la caratteristica familiare della nostra fraternità e la nostra dimensione umana siano due elementi che oggi parlano molto e toccano fortemente le persone che incontro, e sono quindi aspetti fondamentali per la missione di oggi, imprescindibili dal contributo che siamo chiamati a dare per fare del mondo una famiglia.
Di fatto la fraternità si costruisce con un semplice 'buongiorno' quando ci si incontra la mattina, o con un 'come stai?' o 'hai dormito bene?', che concretamente stanno a dire 'guarda che mi accorgo che ci sei'!
Non so come mai ma nella maggior parte dei casi, quando mi capita di scrivere qualcosa sulla Comunità, e anche nei miei appunti, mi sono accorto di usare la 'C' maiuscola... credo come segno di rispetto e per indicarne grandezza e l'importanza. E mi piaceva molto quando, nel cammino fatto durante gli 11 anni di permanenza nella missione di Koptchou-Bafoussam, in Camerun, un po' alla volta con la gente non si parlava più di 'parrocchia' ma di 'famiglia parrocchiale'; anche il linguaggio esprime un modo di pensare. Nelle Comunità nelle quali sono stato parte ho sempre cercato di vivere la Comunità come casa aperta a tutti, consacrati e laici, andando oltre lo 'status clericale' che a volte ci caratterizza anche nelle nostre relazioni, per vivere la dimensione orizzontale della fraternità che credo sia tipica dell'esperienza della fede in Gesù Cristo.
Probabilmente ho fatto un grande minestrone, ma il cammino della vita non è sempre lineare! Credo comunque che quanto, per tanti anni e in mezzo a tanti cambiamenti, mi ha permesso di andare avanti e di fissare lo sguardo su Gesù Cristo (Ebr 12, 2) è stata la vita fraterna e la maturazione della dimensione umana, nella coscienza che non può esistere una profonda esperienza di Dio se non si vive in pienezza la propria dimensione umana. Dimensione che Dio stesso ha voluto assumere in Gesù Cristo e che, appunto per questo, dev'essere per forza qualcosa di bello e affascinante se vissuto in pienezza.
P. Pietro Pierobon sx
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