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BANGLADESH - La testimonianza di una volontaria XAVI

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Mi chiamo Alexa, ho 30 anni e sono un medico. Il mio legame con il Bangladesh è nato in un momento di passaggio fondamentale della mia vita: sono partita appena due settimane dopo aver concluso la specializzazione in Malattie Infettive, pronta a mettere alla prova anni di studio in una realtà totalmente nuova.

Lo scontro con il limite

L’impatto iniziale è stato segnato da un profondo senso di spaesamento. Mi sono trovata immersa in una cultura distante dalla mia e, soprattutto, in un approccio alla medicina che scardinava ogni mia certezza. In Occidente siamo formati per "aggiustare" ciò che è rotto, per risolvere clinicamente ogni problema. Quando però ti scontri con la mancanza di macchinari, con farmaci contati o con pazienti che arrivano troppo tardi perché vivono in villaggi isolati, la frustrazione rischia di prendere il sopravvento.

In quel vuoto tecnologico, mi sono chiesta: "Cosa ci faccio qui se non posso risolvere il problema alla radice?". Ma è proprio in quel limite che ho scoperto la medicina più pura.

Il potere della presenza

In Bangladesh ho imparato che, se non sempre è possibile garantire una guarigione biologica, si può sempre garantire la propria presenza. Ho dovuto accettare di non poter salvare tutti, scoprendo però l'importanza di essere "prossimo" per ognuno. Se in Italia siamo abituati a curare con la tecnologia, lì ho riscoperto la forza terapeutica del tocco e della parola.

Accettare la scarsità di risorse non ha significato arrendersi, ma spostare l’obiettivo verso la dignità della persona. Anche di fronte a malattie terminali, offrire un letto pulito o alleviare il dolore restituiva al paziente quella dignità che il male cercava di strappargli. Curare, in questa terra, ha significato guardare negli occhi, dedicare tempo a una spiegazione o semplicemente poggiare una mano sulla spalla. Perché se la guarigione è un processo biologico, la cura è un atto profondamente umano che non richiede macchinari sofisticati.

Un popolo che insegna

Ciò che porto nel cuore è l'umanità travolgente di ogni giorno. Non dimenticherò i saluti cordiali dei pazienti al mattino. È un calore che stride con la frenesia e il nervosismo che spesso respiriamo nelle nostre corsie ospedaliere, dove la fretta finisce per oscurare il rapporto umano.

Ho provato un’immensa ammirazione per la resilienza silenziosa di questo popolo, capace di ringraziare con un sorriso anche quando potevo offrire solo sollievo e non la guarigione. Mi mancherà il caos energetico delle città e dei mercati, ma il ricordo più vivido resterà la pace dei villaggi, immersi in una vegetazione così rigogliosa da sembrare quasi voler divorare tutto ciò che incontra.

Nel posto giusto

Conserverò per sempre la sensazione di pace provata a fine giornata, seduta fuori dalla mia stanza a guardare il tramonto, mentre osservavo i bambini giocare nel campo accanto. Spesso non avevano nulla, eppure, vedendoli sorridere nonostante le difficoltà, mi sentivo semplicemente nel posto giusto.

Mentre cercavo di portare la mia competenza medica, il Bangladesh mi restituiva il senso più profondo della mia missione: essere medico non è solo applicare una scienza, ma abitare con coraggio la sofferenza dell’altro. Oltre i farmaci e le diagnosi, ho trovato un contatto umano che mi ha cambiata per sempre.

Alexa Parmigiani
24 Abril 2026
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