Questo intervento è una sintesi di un più un ampio e impegnativo articolo del nostro confratello biblista p. Fabrizio Tosolini, pubblicato sulla Rivista Biblica67 (2019/2), 247-268.La Rivista Biblica è l’organo della Associazione Biblica Italiana dove si pubblicano articoli e recensioni di esegesi biblica. Nel suo scritto, p. Fabrizio afferma che per San Paolo l’universalità della redenzione di Cristo richiede una contestualizzazione non limitata all’interno della storia e teologia di Israele, ma estesa alle dimensioni della creazione (tutti i popoli). Questo si può vedere in Rom cc. 5-8.Nel suo articolo, il nostro confratello intende verificare con una ricerca sui collegamenti scritturistici intertestuali possibili in Gal 3,1-4,7, se Paolo in Gal 4,4 non suggerisca che l’opera di Cristo, come realizza le promesse fatte ad Abramo, così realizza la promessa primordiale fatta alla discendenza della donna in Gen 3,14-15. P. Fabrizio è missionario a Taiwan dove è anche impegnato come professore straordinario presso la Pontificia Facoltà Teologica San Roberto Bellarmino a Taipei-Taiwan.
Nell’articolo pubblicato nella Rivista Biblica parto da una premessa interpretativa generale, un caposaldo del pensiero di Paolo, per vedere poi come questa sia all’opera nel testo di Galati che ho esaminato.
Tale caposaldo è: Gesù ci libera tutti (e tutti i popoli) dal peccato e dalla morte, e per ricevere la sua salvezza è semplicemente necessario aderire a lui, accogliendo il suo dono e vivendo per lui. Non ci sono altre vie per ottenere tale liberazione.
In particolare, la Legge di Mosè non riesce ad operare questo in coloro che la osservano: la Scrittura, a cui appartiene la Legge, fa conoscere il peccato e la sua ineluttabile forza, e annuncia la venuta di Cristo.
Questa sequenza logica è visibile chiaramente nella Lettera ai Romani. Paolo scrive questa lettera ai cristiani di Roma per coinvolgerli nel suo progetto di evangelizzare in Spagna, chiede il loro aiuto e presenta loro, come dono e invito, le ragioni che fondano la necessità della missione universale.
In Romani Paolo si muove su un terreno più generale, sapienziale; come nei testi sapienziali dell’AT, si muove nell’orizzonte della creazione, piuttosto che su quello della storia della salvezza. Per questo può avvalersi liberamente delle categorie di peccato e morte come di grandezze meta- e trans-culturali, contro cui la ragione umana (e la sua massima espressione storico salvifica è la Legge del popolo eletto) non può molto.
In Galati Paolo si trova davanti un quadro diverso. Alcuni maestri convertiti dal Giudaismo ritengono che si debba ancora osservare la Legge per poter davvero rispondere al dono di Cristo. Quello che può essere accettabile per un cristiano di cultura giudaica diventa un problema se posto come condizione necessaria per la salvezza di un non giudeo. In questo contesto la Legge, da “buona ma impotente” (la tesi di dottorato di Don Stefano Romanello), come era descritta nella lettera ai Romani, assume la duplice veste contraddittoria di profezia di Cristo e di sua avversaria, quando proposta al suo posto come via di salvezza che tutti necessariamente devono percorrere.
Il problema che Paolo affronta in Galati comporta anche la necessità di ricorre ad una differente strumentazione argomentativa. Paolo non può più argomentare in base a categorie sapienziali, nell’orizzonte della creazione; egli deve limitarsi ad usare quanto dice la Legge, deve rimanere all’interno, per così dire, della storia di salvezza particolare del popolo eletto.
Ad un livello più materiale, di tecnica argomentativa, egli deve limitarsi alle risorse della argomentazione rabbinica, al loro modo di usare (esclusivamente) il testo biblico per confermare le loro tesi. Tale tipo di argomentazione può avvalersi solo delle limitate risorse presenti effettivamente nel dettato biblico. Di necessità allora, per affermare quanto non si trova materialmente scritto in un passo, occorre far tesoro delle possibilità offerte dalla ricerca intertestuale.
Quello che Paolo non trova nell’Antico Testamento è la dottrina della ineluttabile signoria del peccato su tutti gli uomini, giudei inclusi. Non trova appoggio, nella lettera dell’AT, a quanto può scrivere in Romani: “Dunque io trovo in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti nel mio intimo acconsento alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un'altra legge, che combatte contro la legge della mia ragione e mi rende schiavo della legge del peccato, che (la quale) è nelle mie membra. Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! Io dunque, con la mia ragione, servo la legge di Dio, con la mia carne invece la legge del peccato” (7,21-25). Anzi secondo il Libro della Sapienza, i Giudei possono dire: “Ma tu, nostro Dio, sei buono e veritiero, sei paziente e tutto governi secondo misericordia. Anche se pecchiamo, siamo tuoi, perché conosciamo la tua potenza; ma non peccheremo più, perché sappiamo di appartenerti. Conoscerti, infatti, è giustizia perfetta, conoscere la tua potenza è radice d'immortalità” (15,1-3). La conoscenza di Dio quale data loro dalla Legge, li rende liberi dal peccato.
Questo è il contesto in cui Paolo deve proporre la sua argomentazione, una scalata di sesto grado senza molti appigli, anche perché nella Legge non è più riconoscibile (Gen 6,1-4) l’affermazione del peccato angelico, caposaldo del pensiero enochico e ripresa da Gesù nella sua predicazione e nei suoi miracoli.
Brevemente, ecco il filo dell’argomentazione Paolina in Gal 3,1-4,7. Basandosi sul testo biblico, Paolo afferma che la osservanza della Legge, da una parte non porta giustificazione per chi la osserva, e dall’altra parte porta minaccia di maledizione per chi non la segue (Gal 3,10-13).
Invece la giustificazione, come si vede in Abramo, viene dalla fede in Dio e nella sua promessa. Figli di Abramo sono quanti vivono il suo stesso atto. Tale atto comunque ha bisogno di un oggetto corrispondente. Verso la Legge c’è la osservanza, il compiere l’opera da essa richiesta. E per la fede?
Paolo si imbarca a questo punto in una serie di collegamenti testuali molto arditi.
Per riscattare quelli della sua casa dalla maledizione della Legge, Cristo si vende schiavo lui stesso a colui che impersona in se stesso la maledizione.
Viene innalzato e pende dal legno. “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando lui stesso maledizione per noi, poiché sta scritto: Maledetto chi è appeso al legno” (Gal 3,13).
In Num 21,8-9 viene innalzato il serpente. In realtà il TM dice solo: “mettilo sopra un'asta”, “lo mise sopra l'asta”.
Il Targum Palestinese (Targum Neophiti e Targum Jonathan) mette in evidenza il dettaglio di una posizione alta: «Alors Yahvé dit à Moïse: “Fais-toi un serpent d’airain et place-le dans un endroit élevé (‘l ’tr thly)» (traduzione a cura di P. Le Déaut, in Sources Chrétiennes) Un termine con la stessa radice (thlh) è usato in Dt 21,23, citato in Gal 3,13.
Paolo vede quindi un collegamento tra Dt 21,23 e Num 21,8-9 a ragione della posizione alta, dell’innalzamento. Dt 21,23 però porta anche il tema della maledizione, e questa rimanda alla maledizione del serpente in Gen 3,14.
Si può quindi collegare colui che è innalzato a due serpenti: il serpente oggetto di maledizione in Genesi 3 e il serpente fonte di salvezza in Numeri 21. Colui che è innalzato porta quindi in sé la maledizione del serpente antico e la trasforma in sorgente di salvezza per coloro, che morsi dal serpente, lo guardano.
Inoltre, Paolo mostra che Cristo, e solo lui, è il seme promesso ad Abramo, verso il quale si rivolge la fede del patriarca. Riguardo a Cristo quindi Paolo identifica altri ulteriori elementi: la sua unicità personale, la promessa come tipo di relazione diretta, immediata, che richiede la fede, e l’antichità, la precedenza temporale rispetto alla promulgazione della Legge, promulgazione che avviene più tardi e in modo indiretto, attraverso la doppia mediazione verso il popolo, degli angeli e di Mosè.
Questi elementi si ritrovano anche in Genesi 3. Anche se non vi si trova il termine ‘promessa’, si trova tuttavia la sua realtà (in tutto l’AT il termine ‘promessa’ non ricorre, si parla solo della parola pronunciata da Dio). Dio inoltre parla del seme della donna (Gen 3,15), come nella promessa fatta ad Abramo in Gen 15,4. Infine, quella di Gen 3,15 sembra essere la promessa più antica, la prima promessa della Bibbia.
Quindi, quando in Gal 4,4, dice: “Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, 5per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l'adozione a figli”, Paolo mostra il collegamento intertestuale presente tra Gen 3,14-15, Gen 15,4, Num 21,8-9 e Dt 21,23. Il seme promesso alla donna, che calpesta il serpente, è lo stesso seme promesso ad Abramo, nel quale egli crede. Questo seme promesso libera dalla maledizione della legge, annichilendo in sé la maledizione della legge (a livello storico-salvifico), e quella più antica, la maledizione del serpente (a livello primordiale-universale).
Il collegamento tra questi testi e il tema del peccato universale, apparentemente, è più diafano ancora. Ma occorre ricordare che Paolo chiama ‘trasgressione’ quello che Adamo ha compiuto e considera quel fatto come la porta di ingresso del peccato nel mondo (Rm 5,14).
Inoltre ci sono altri due testi paolini. Nel primo (“Il Dio della pace schiaccerà ben presto Satana sotto i vostri piedi”, Rm 16,20), Dio stesso realizza la promessa fatta alla donna. L’azione dello schiacciare è compiuta da Dio, i piedi sono quelli dei credenti, e il serpente diventa figura di Satana.
Nel secondo testo (“Temo però che, come il serpente con la sua malizia sedusse Eva, così i vostri pensieri vengano in qualche modo traviati dalla loro semplicità e purezza nei riguardi di Cristo”, 2 Cor 11,3) il racconto della seduzione Eva da parte del serpente viene usato per interpretare il rischio presente dei cristiani di Corinto, rischio che parte, sembra, da predicatori giudaizzanti.
Perciò, si può inferire che nel pensiero di Paolo il racconto di Genesi 3 presenti l’ingresso storico nel mondo della realtà misteriosa del peccato, e la sua origine in Satana.
Se questo è vero, la messa in correlazione della promessa ad Abramo e della promessa ad Eva evidenzia come Cristo sia la soluzione non solo della maledizione comminata dalla Legge, ma anche di quella che per tutto l’universo è seguita al peccato.
In questo modo Paolo, pur nell’angustia delle risorse testuali a sua disposizione, riesce a mostrare Cristo come unico salvatore universale, non solo a partire da considerazioni sapienziali, ma anche a partire dal tenore verbale della Scrittura. La quale, in ogni caso, al di sopra di ogni conoscenza e possibile verifica umana “ha rinchiuso ogni cosa sotto il peccato” (Gal 3,22). In quale specifico passo? Forse proprio nel racconto di Genesi 3.
Fabrizio Tosolini
Taipei, 23 marzo 2021 San Turibio.
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