La Chiesa ha sempre ritenuto come sua ragion d’essere l’annuncio del Vangelo a tutti i popoli. Nella sua bimillenaria esistenza, però, non ha vissuto il dono del Vangelo sempre d’amore e d’accordo con le parole e i gesti di Gesù. La prassi missionaria ha ripetutamente tradito lo stile del Maestro, quando l’annuncio ha assunto forme non dialogiche, esclusiviste, intolleranti, dando corpo a pregiudizi culturali e teologici, che negavano le caratteristiche umane, culturali e religiose dei destinatari del Vangelo. Basti pensare al triplice pregiudizio preconciliare, che condannava le culture extra-europee, i cristiani non cattolici e le religioni non cristiane ai margini della storia della salvezza, senza alcuna possibilità di collaborazione per il bene dell’umanità. L’ambivalenza della prassi missionaria compare persino nelle pagine più belle della missione della Chiesa. I chiaroscuri accompagnano tutta la parabola dell’evangelizzazione fino ai nostri giorni.
È il caso, per esempio, dei popoli Inuit, Métis e Prime Nazioni in Canada, che hanno visto internare a forza i loro figli in collegi dello Stato, gestiti da istituzioni religiose – Chiesa cattolica compresa –, nel tentativo di “uccidere l’indiano” che era in loro e assimilarli ai cittadini canadesi “civilizzati”: cristiani, anglofoni o francofoni. Una forma di genocidio culturale, secondo la Commissione nazionale per la verità e la riconciliazione, che nel 2015 ha presentato un rapporto sulle scuole aborigene residenziali. Furono circa 150mila i bambini indigeni trasferiti in queste scuole. Molti pagarono con la vita questa loro diversità, vittime di pandemie, ma spesso anche di abusi e maltrattamenti.
Questa pagina orribile della storia canadese è tornata alla ribalta nel 2020, quando gli aborigeni dell’Australia, della Nuova Zelanda e del Canada si sono uniti al movimento antirazzista degli Stati Uniti Black Lives Matter, per attirare l’attenzione sul razzismo nei loro paesi. E più recentemente nel maggio scorso, quando membri della tribù Tk’emlups hanno scoperto una fossa comune con 215 corpi di bambini nei pressi del Collegio di Kamloops, gestito dalla Chiesa cattolica. A fine giugno, poi, sono stati ritrovati sul terreno della Marieval Indian Residential School, Provincia del Saskatchewan, per decenni gestita dalla Chiesa cattolica, altri 751 corpi di bambini in tombe di fortuna, senza iscrizioni né altri segni di riconoscimento.
Il governo canadese si è scusato per i danni causati dal sistema dei collegi indigeni e il primo ministro Justin Trudeau ha commentato che questi ritrovamenti sono “parte di una tragedia più vasta”, che dal razzismo sistemico passa per la discriminazione, l’umiliazione e l’abuso. Anche la Chiesa cattolica, in ritardo rispetto alle Chiese protestanti, ha chiesto scusa per questo sistema di assimilazione dei bambini indigeni. Lo stesso papa Francesco, nell’Angelus del 6 giugno scorso, ha ricordato la “sconvolgente scoperta dei resti di 215 bambini alunni della Kamloops School”, invitando a pregare per le famiglie e comunità autoctone canadesi. Le scuse, però, da sole non bastano e nemmeno le preghiere. Bisogna trasformarle in atti concreti – ha continuato il papa –, facendo luce “su quella triste vicenda”, impegnandosi “umilmente in un cammino di riconciliazione e guarigione”, prendendo le distanze “dal modello colonizzatore” di missione, camminando “fianco a fianco nel dialogo e nel rispetto reciproco e nel riconoscimento dei diritti e dei valori culturali” di ogni popolo. Perché anche le vite indigene contano: Indigenous Lives Matter.
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