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Covid-19 e Psicologia

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Il COVID, a livello psicologico, è un’esperienza traumatica di malattia fisica, personale e sociale, perché è una minaccia esterna, senza averla scelta e senza potersi difendere adeguatamente. Conseguentemente, lascerà, quasi inevitabilmente, conseguenze significative e profonde nel fisico, nella psiche, nel cuore e nella vita quotidiana delle persone ammalate di COVID, delle loro famiglie e dell’intera società. Rivedo in questa esperienza del COVID Gesù che nell’orto degli ulivi è schiacciato dalla tristezza e dall’angoscia mortale descritta da Matteo 26,37.  

Non è, purtroppo, soltanto un’esperienza traumatica. Diviene “devastante” quando ad ammalarti sei tu. Si insinuerà durante la malattia il pensiero angosciante per l’oggi e per il giorno dopo: “Oggi sono vivo, domani non so se ci sarò ancora”. A quest’aspetto della malattia personale, si aggiunge, in molti casi, l’esperienza dell’improvvisa morte di un familiare, di un parente o di una persona amica. La morte per COVID non ci ha permesso, nel caso di un decesso, di dare l’estremo saluto e di elaborare il lutto con gradualità delle persone a noi più care. È uno strappo così lacerante che non sanerà in poco tempo.  

A livello psicologico, cos’è un trauma? È quando una persona o una collettività di persone non sanno come difendersi di fronte a un evento catastrofico di tipo naturale (COVID) o esistenziale (per esempio, la perdita del lavoro, un abuso sessuale, un abuso di autorità, una guerra, un attentato terroristico, ecc.).

Nel caso specifico del COVID, in Italia, il sistema sanitario è arrivato al collasso. Avevamo il numero da chiamare per farci aiutare ad affrontare il virus ma dovevamo aspettare molto tempo con il rischio che la chiamata cadesse e nessuno ci attendesse sentendoci così soli e abbandonati a noi stessi.  

Il COVID è un’esperienza di inermità come la chiama Massimo Recalcati. Inermità è la situazione del bambino che quando viene al mondo ha bisogno di tutto. Se trova un aiuto nella madre si sentirà protetto. Se, invece, non lo trova si sentirà solo e abbandonato in preda all’angoscia e avrà una predisposizione a sviluppare disturbi psichici. Nel caso del COVID, dal bambino all’anziano, c’è stata, in molti casi, l’esperienza del confinamento, della solitudine e dell’abbandono da parte delle istituzioni.     

Un secondo aspetto è l’angoscia da COVID

L’angoscia da COVID è un sentimento di impotenza che pervade e logora la persona psicologicamente e socialmente e la limita nell’iniziativa personale, nei rapporti interpersonali, sul piano lavorativo, dello studio, del divertimento e della spiritualità.

Considero 4 tipi di angoscia che in una persona possono svilupparsi davanti al trauma del COVID. Non sempre appaiono insieme. Averne anche solo uno di essi esprime uno stato d’animo angosciato e depresso che potrebbe portare a una patologia.   

  1. Angoscia persecutoria: il virus è dappertutto, non c’è un posto sano, sono condannato ad ammalarmi.
  2. Angoscia da contagio: nessun tipo di prevenzione è sufficiente. Per esempio, non lasciare di portare la mascherina anche quando mi trovo in casa da solo o con la famiglia.   
  3. Angoscia depressiva: riguarda l’avvenire. La persona depressa non ha avvenire e muore lentamente nel presente senza poter e voler far nulla: tanto non cambia niente. Avremo ancora il mondo di prima? Ci sarà un futuro, un domani, per me, la mia famiglia e i nostri figli? Se non c’è un futuro, che strada intraprendo? Reagisco e affronto la situazione, mi rinchiudo, inizio a bere o a dipendere dalla droga, mi tolgo la vita?    
  4. Angoscia da perdita definitiva, da lutto repentino e inaspettato. Angoscia di perdita luttuosa come “strappo” definitivo dalla vita di un familiare, di un amico, di un compagno, di un confratello, con una sensazione e sentimento pervasivo di solitudine, tristezza e rabbia per un distacco inaspettato e definitivo. In modo simbolico e concreto i “nuovi monatti”, gli incaricati di portare via il defunto da casa o dall’ospedale, incarnano questa angoscia luttuosa di perdita definitiva. I “nuovi monatti” ci strappavano letteralmente dalle mani e dal cuore il familiare defunto senza che si potesse intervenire. Dopo varie settimane, ci riportavano a casa il familiare in cenere, in una cassettina da morto, tremendamente fredda, piccola, buia per contenere tutto l’affetto per la persona amata.

L’azione dei nuovi monatti è simbolica di questa inermità negativa fatta di solitudine e abbandono a se stessi. Il COVID è devastante perché tocca tutte le aree importanti dell’essere umano, la fisica, la psicologica, la relazionale/sociale e la spirituale lasciandoci senza sicurezze, fragili e con tante domande fondamentali sulla vita e sulla morte che non ci è permesso di evadere.    

In questo periodo, in provincia di Bergamo, la vita di tutti i giorni è stata veramente una valle di lacrime e in tanti ci troviamo a dover fare i conti con questa devastazione interiore e fisica.

Alcuni dati statistici della ricerca psicologica riguardo alla nuova condizione psicologica COVID.  

  • 63% l’aumento dei casi di depressione ed insonnia rispetto a prima (Ansia, panico, stress post traumatico).
  • Il 42% di lavoratori a tempo determinato hanno perso il lavoro.
  • Il 35% degli autonomi hanno perso il lavoro.

E noi…saveriani?

Come saveriano, ti senti, almeno toccato, vicino, solidale alle persone che vivono sotto lo stesso tuo tetto o intorno a te?

Chi hai cercato di aiutare nella sua sofferenza durante il COVID?

O sei solo stato alla finestra come spettatore, magari ricurvo sul tuo computer, in un “rintanamento autistico”? In fondo, un tetto ce l’abbiamo, da mangiare, pure, i problemi economici me li risolve la “PIA”.

Magari, hai ordinato e ti sei fatto arrivare via “amazon” (potrebbe essere stato anche un altro portale che poco importa) un computer durante il lock-down (ultimo grido della APPLE?) che fa bella presenza sulla scrivania, mentre milioni di persone perdevano il lavoro e non avevano neanche da mangiare? Il rintanamento autistico è rimanere una persona fredda, distante e indifferente o, al massimo, che fa grandi discorsi razionalizzanti riguardo al COVID, ma evita di “sporcarsi le mani”.   

Il rintanamento autistico riflette un’immaturità profonda a livello relazionale e un vuoto di significato e di senso nella vita personale.

Questo vuoto di senso, introiettato nella psiche, può essere negato facendo l’attività di sempre, che esprime l’idea che niente cambia di fronte al dramma devastante del COVID di milioni di persone. Inoltre, si può usare la giustificazione razionale perché “tanto non so cosa fare”, “tanto c’è chi ci pensa”, “non tocca a me”, “sto facendo il mio lavoro”; e/o criticando il confratello che vorrebbe stare vicino ai confratelli ammalati di COVID deridendolo e trattandolo come lo scemo del villaggio o il don Chisciotte in turno di cervantina saavedrianamemoria.

Sia la negazione che la razionalizzazione sono due difese psicologiche che ci proteggono dal conflitto e dall’ansia di doverci impegnare in prima persona e ci aiutano a giustificare l’indifferenza verso gli altri.   

Se è stato così è meglio scegliere di farsi aiutare da qualcuno e cominciare a conoscersi meglio per mettere in discussioni questo rintanamento autistico. Probabilmente, ne scopriremo degli altri. 

Il COVID continua ad essere presente e, forse, c’è spazio per fare qualcosa di più e decidersi per gli ultimi. Tre idee...ancora teoriche ma brevi:

Il trauma del COVID come limite e come possibilità di cambio interiore

  1. Cambio nell’essere: in che cosa non sono più lo stesso perché l’esperienza COVID mi ha chiesto di aggiustare il tiro riguardo il mio stile di vita?
  2. Cambio nell’agire: crediamo nella possibilità di farci presenti per condividere la sofferenza e il lutto con le persone ferite dal COVID?

Ricordo Papa Francesco, il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella, ma anche il cappellano dell’ospedale di Alzano Lombardo che si sono fatti prossimi cercando di infondere speranza. E noi nelle case di chi siamo arrivati cercando di infondere speranza?

L’altro necessario per uscire dal COVID

L’elemento che ci permette l’incontro e lo scontro con l’altro è il corpo.

Il corpo così colpito, martoriato, asfissiato dal COVID è diventato il mezzo per riprenderci il rapporto con l’altro. Esattamente non toccandoci, nemmeno nella stessa famiglia, abbiamo sentito il bisogno intenso di un abbraccio, di un sorriso, della carezza, dell’incontro, del calore fisico; a livello spirituale, molte persone rimanendo senza la comunione eucaristica hanno vissuto il ritorno alla comunione come un’esperienza così intensa da fargli dire: “Mai più senza Eucarestia; mai più senza Comunione eucaristica”. Le trasmissioni in streaming della celebrazione eucaristica non sono state sufficienti. Ci vuole la stretta dell’abbraccio e dell’incontro fisico per essere persone e cristiani sani anche con Cristo e la comunità cristiana.

Mi sono trovato spiazzato quando gli psicologi vedono nella solidarietà/compassione (mi faccio carico del tuo dolore), fratellanza/figliolanza (ti sono vicino, non sei solo, “mola mia”) e testimonianza di carità (ti aiuto con qualche spicciolo, “vado a farti la spesa”), le vie terapeutiche di fronte all'esperienza traumatica e devastante del COVID, le vie del ritorno alla vita. Per esempio, un cesto per raccogliere cibo per chi non ne ha; il sindaco di Alzano che scrive e aiuta i cittadini con una lettera di speranza; il cappellano dell’ospedale di Alzano Lombardo che giorno e notte, ha assistito spiritualmente e concretamente gli ammalati facendosi disponibile ad aiutare in molti modi gli ammalati e il personale sanitario.  

Noi dovremmo essere degli esperti di solidarietà, fratellanza e testimonianza della carità, ma ahimè, non lo saremo mai se rimaniamo rintanati autisticamente nel nostro piccolo narcisistico buco.

Piantando vita dopo il COVID che ha sradicato la vita

Non è necessario essere un esperto per piantare un seme di vita in una persona disperata e senza direzione.

La figura biblica di Noè: pianta una vigna (Genesi 9,20). La vigna piantata da Noè è un’immagine simbolica piena di speranza di come si può resistere a una catastrofe. In mezzo alla catastrofe devastante del COVID, stiamo piantando vita nel cuore della gente, della società e del popolo di Dio?

Alcune proposte per piantare vita…stavolta più concrete

Chiamare una persona laica che riesca a raccontarci, in una nostra riunione attraverso zoom/internet, la sua esperienza del COVID e ci dica cosa si aspetterebbe dai Missionari Saveriani e dalla Chiesa.  

Nelle parrocchie, la pastorale del COVID sta prendendo corpo. In poche parole, essa consiste in farsi vicini, prossimi, a chi è stato devastato dal COVID visitando, ascoltando e riunendo queste persone. Noi, saveriani, cosa ne pensiamo di questa pastorale del COVID e come vogliamo metterla in pratica?

Scegliere di fare il cappellano in un ospedale nel caso in cui ci sia una recrudescenza del COVID. Suggerisco di non disdegnare qualsiasi altro tipo di servizio che l’urgenza richieda in ospedale (lavare gli ammalati, pulire i bagni, lavare i piatti, ecc.).

Fare una lista di persone e famiglie da aiutare che sono state colpite dal COVID. Almeno due per ogni comunità saveriana nel mondo.

Raccogliere le iniziative, facendone una lista, delle attività pratiche scelte dalle parrocchie, dalle associazioni, dai gruppi di volontariato, dalle congregazioni e ordini religiosi, ecc. per farci vicini a chi soffre. Di queste attività pratiche sceglierne e proporne almeno una a livello di Congregazione e un’altra a livello di Regione o Delegazione che più si addica al suo contesto.

Degli interventi via internet (zoom) condivisi tra i Saveriani raccogliere solamente le proposte concrete. Abbandonare, una volta finito il “giro”, l’aspetto teorico e specialistico degli interventi e orientarci verso la riflessione: cosa dice il COVID, a livello pratico, al carisma e alla missione dei Saveriani?  

Rispettare, come saveriani, le normative dei singoli governi sul COVID e non accettare il fronte del negazionismo COVID.  

Moro Marco, sx

Alzano Lombardo, 19-09-2020

Marco Moro sx
13 Octobre 2020
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