FAMIGLIA CARISMATICA SAVERIANA?
“Otithi Narayon” – La sacralità dell’ospitalità
L’aggettivo “Carismatica” aggiunto a Famiglia Saveriana, oltre ad essere un termine nuovo nella tradizione nostra saveriana, non mi sembra che aggiunga altro al carisma che gia’ ci caratterizza e che e’ la missione. Aggiungere altro e’ un po’ sminuire la portata immensa che l’espressione aveva nella mente del Fondatore. Il termine nuovo sembra molto in sintonia con le movenze attuali della Congregazione piu’ rivolta ad intra, con una tendenza un po’ narcisistica, che ad extra. La Famiglia deve rimanere come la concepiva il Fondatore e come si esplicava nella sua visione.
. L’intuizione originale del Fondatore: “ Fare del mondo una sola famiglia”, da cui scaturì l’audace progetto della missione, è in perfetta sintonia con l’anelito espresso da Gesù nella preghiera sacerdotale: “Che tutti siano una cosa sola…, perché il mondo creda che tu mi hai mandato, ut omnes unum sint…”.
Nel contesto attuale del villaggio globale, ritornare al Fondatore con questa prospettiva significa tonificare i polmoni respirando aria di mondialità. Come Saveriani, non siamo reliquie del passato o fossili da museo, ma segno e profezia, portatori della progettualità di Dio in un mondo segnato dall’odio e dalla divisione, giostra di poteri sempre pronta ad esplodere e a far valere le proprie ragioni con la forza delle armi.
Spirito di famiglia, dunque, coltivato dentro e proiettato fuori nei tempi e nelle situazioni in cui siamo chiamati a vivere la missione. Tempo fa, partecipando la mia esperienza di missione su un mensile della mia regione di origine, intitolato ilPonte, mi esprimevo così: “Mi piace il titolo del vostro mensile ilPonte, che vuole esprimere, immagino, la necessità di stabilire rapporti di conoscenza, reciprocità e solidarietà con chi sta dall’altra parte del ponte. Posso garantirvi che passando il ponte e calandomi in questa realtà, gli orizzonti cambiano e la visione delle cose acquista un’altra dimensione, prima insospettata. Transitando il ponte, si pensa che si abbia qualcosa da dare. Invece, la prima operazione richiesta quando si arriva è quella di deporre e svuotare il proprio bagaglio di presunzione e sufficienza e porsi in atteggiamento umile di ascolto. Mi vengono in mente le parole dell’Esodo rivolte da Dio a Mosè: “Togliti i sandali, perché la terra dove metti piedi è sacra!”.
L’esperienza dei miei quasi 49 anni di immersione in quest’altra parte del ponte, che sembrano tanti nell’arco di una vita, ma sono sempre tanto pochi per comprendere, mi ha fatto chiaramente capire che quello che ho ricevuto è immensamente di più di quello che abbia potuto dare…Mi limito qui a sottolineare un valore, quello dell’ospitalità. Nella lingua bengalese c’è un’espressione molto significativa, che ne definisce la sacralità: Otithi Narayon, che è come dire: l’ospite è una divinità. A distanza di anni, ripensando a quello che ho sperimentato sulla mia pelle, penso che questo sia l’aspetto più saliente di questo popolo e della sua cultura.
Ancora agli inizi della mia missione, dopo un anno di studio della lingua, quando avevo appena imparato a balbettare qualche parola, fui mandato a riaprire una missione ai margini della foresta del bengala, che era rimasta chiusa per sette/otto anni, perché non si trovava nessun padre pronto a rischiare di nuovo. Il nome della missione è Borodol, situata allora su un’isola fluviale, all’epoca difficile da raggiungere. La gente era costituita da fuori-casta, convertiti al Cristianesimo alla fine degli anni trenta ad opera dei Gesuiti, che venivano da Calcutta, risalendo la corrente dei grandi fiumi. Qualcuno dirà: “Che bravo! Che coraggio!”. Adesso guardando le cose da lontano e con disincanto, sono portato a dire: “Che bravi quei miei cari Muci (è uno dei tanti nomi con cui vengono indicati i fuori-casta), quanta pazienza hanno avuto con me ascoltandomi quando mi esprimevo così barbaramente nella loro lingua tanto armoniosa!”
Chiedo scusa se mi sono dilungato a riferire fatti personali, ma sono dell’avviso che se le parole non sottendono un’esperienza di vita sono vuote e non dicono nulla. Ritornando allo spirito di famiglia, intuizione fondante della nostra Saverianità, penso che l’aspetto dell’ospitalità, così caratteristico di questa parte del mondo, debba essere accolto, coltivato e manifestato nelle nostre comunità. Non club esclusivi, quindi, le nostre comunità, roccaforti dove rifugiarsi o zone di sicurezza dove sia garantita la continuità della patria o delle patrie, ma luoghi solari, aperti, accoglienti, punto di incontro e di confronto, dove sia assente l’ansia di difendersi e prevalga invece l’apprezzamento, l’ammirazione, la capacità di ascolto, che, senza diluirsi nell’altro perdendo la propria identità, si arricchisca nella reciprocità dello scambio.
In altri termini, la nostra presenza nei vari punti del globo è il fermento, di cui parla il Vangelo, che, nell’espandersi, cambia e trasforma quello che incontra. E’ il Regno di Dio, la Famiglia di Dio, punto terminale, in cui ogni essere umano trova il suo posto e la sua giusta collocazione senza complessi di superiorità o di inferiorità, ma con la comune coscienza di essere figli dello stesso Padre, che non fa distinzioni di sorta e abbraccia tutti con lo stesso e indivisibile amore.
P. Antonio Germano Das sx.
Chuknagar, 07.01.2026
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