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Quale metodo missionario post-conciliare per l’ad gentes, oggi?

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1. Poiché la ‘specifica’ Missio ad gentes è ancor oggi, urgente e indispensabile come non mai ...

2. E poiché il modello pre-conciliare delle ‘missioni estere’ è oggi assolutamente improponibile ...

3. Qual è dunque il modello e il metodo post-conciliare buono, valido oggi, per il primo annuncio del Vangelo di Gesù nella missione ad gentes ?

Ecco una sfida enorme per la Chiesa post-conciliare - e quindi specificamente anche per noi Saveriani -: come annunciare oggi ai popoli, ancora essenzialmente ignari del vangelo di Gesù, la straordinaria, bella, sconvolgente Notizia che Dio ci ha inviato suo Figlio, come Fratello e salvatore del Mondo?

È una bomba atomica!!! Non possiamo tacerla o tenercela in tasca o seppellirla sotto le ceneri dell’indifferenza o lasciarla negli armadi ammuffiti de mondo scristianizzato dell’occidente: Guai a me se non evangelizzo!

Ma come dire, come/quando ‘condividere’, questo ‘annuncio’ incredibile? 

Purtroppo molte volte l’abbiamo forse gridato in faccia ai primi malcapitati… (radunati in fretta, magari col megafono o almeno con voce tonitruante), magari minacciandoli subito di tutti i peggiori castighi di Dio, se non si fossero convertiti subito, ipso facto, alle nostre grida e alle nostre minacce!

Troppo spesso il metodo missionario tradizionale, almeno negli ultimi secoli, è stato animato da tanta buona volontà, da tanto entusiasmo e da tanta generosità dei missionari; ma era (è?) pedagogicamente, e soprattutto ‘evangelicamente’, assai discutibile.

Era infatti spesso un metodo autoritario, magistrale, dottrinale, catechetico assolutamente teorico: pioveva dogmaticamente dall’alto, come una fitta grandinata, su un ‘terreno’ reso ‘tabula rasa’ (o lasciato intonso e comunque incolto)! Ed era a senso unico, dal maestro, il solo sa tutto, all’alunno (discepolo!), che deve tutto imparare, e tutto ripetere, almeno mnemonicamente …

P. Marini nei suoi ‘Pensieri sciolti’, i suoi appunti scritti come zibaldone negli ultimi anni, elencava i fatti storici e i motivi che rendono possibile, anzi necessaria, oggi ‘una prassi missionaria diversa’, cioè un cambio radicale anche nel ‘metodo’ della missione ad gentes oggi (cfr.  Il coraggio della verità, ed. Ass. Missione Oggi, 2019, pg.118ss).

Certo, al di là del metodo missionario post-tridentino, marcato fortemente dalla contro-riforma, dalla colonizzazione, e quindi infetto dal virus del razzismo culturale, nonché spesso bacato dalla gara al proselitismo (Mt 23,15), che pur ha dominato nella Chiesa cattolica fino al Vaticano II, ci sono stati tuttavia lungo i secoli, qua e là nella Chiesa, anche ‘altre’ proposte e anche ‘metodi diversi’ di evangelizzazione del mondo non cristiano.

Purtroppo, questi metodi ‘alternativi’ e chiaramente contrapposti ai metodi allora in uso, quasi sempre sono stati o non capiti o non accettati o non assunti in pratica dagli altri missionari, quando non sono stati positivamente rifiutati e osteggiati anche dai settori ufficiali della Chiesa (cfr. la triste e infinita diatriba dei riti in Cina).

Ma dovendo oggi assolutamente superare il ‘modello missionario’ pre-conciliare, forse è proprio ad essi, perché più vicini spesso al ‘metodo evangelico’ di Gesù stesso, che dobbiamo ricorrere per avere delle intuizioni su un ‘nuovo metodo per il primo annuncio’, ancora tuttavia da formulare compiutamente, in questo pur ormai lungo post-concilio. Sarebbe importante quindi conoscerli e ‘rivisitarli’, per poterci lasciarci ispirare.

Pensiamo per esempio all’America Latina, impietosamente devastata e ‘spagnolizzata’ (o ‘porto-gherizzata’), a partire dal secolo XVI, riflettendo per esempio al contro-progetto radicale delle ‘Riduzioni’ dei Gesuiti, o considerando il rifiuto o la resistenza decisa contro quei metodi anti-evangelici di personaggi e di missionari eroici come Las Casas, De Victoria, Montesinos…

Vedo ora con piacere che anche papa Francesco, nell’enciclica ‘Fratelli tutti’, cita come esemplari in questo senso, addirittura delle figure non cattoliche, come Martin Luther King e Gandhi, assieme a Charles de Foucauld, a cui si potrebbero aggiungere però anche delle donne come madre Teresa di Calcutta o Annalena Tonelli, missionaria laica, martire in Somalia.

… Qui accenno solo, invece, a tre ‘metodi missionari’ alternativi, assai particolari, che sono stati proposti e ‘vissuti’ in modi e contesti storici e geografici assai diversi.

1. SAN FRANCESCO: I FRATI CHE VANNO FRA GLI INFEDELI

Data l’aria fresca francescana che soffia oggi di nuovo grazie anche a papa Francesco, vorrei citare e riflettere per esempio sul metodo di Francesco d’Assisi nel voler incontrare pacificamente e parlare di perso-na con il Sultano, passando tra gli opposti eserciti già schierati in battaglia dei ‘crociati’ e dell’islamici. E meditare sulle consegne che egli dava poi nella sua ‘Regola non bollata’ (1221) ai suoi ‘frati minori’, invi-tandoli ad andare pacificamente ‘tra i Saraceni e gli altri infedeli’, ma solo dopo discernimento e con le attitudini evangeliche della prudenza dei serpenti e della semplicità delle colombe (Mt10, 16), e indicando loro in sintesi estrema un metodo missionario di fronte all’Islam, assolutamente contraddittorio con quello allora imperante nella Chiesa ufficiale, cioè quello delle crociate e delle guerre di religione.

Diceva infatti la Regola non bollata (scritta nel famoso ‘Capitolo delle stuoie’ al rientro dell’esperienza missionaria di Francesco con il Sultano d’Egitto):

I frati poi che vanno fra gli infedeli, possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi:

Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio (1 Pt 2,13), e confessino di essere cristiani.

L’altro modo è che, quando vedranno che piace al Signore, annuncino la parola di Dio perché (‘gli infedeli’) credano (…) e siano battezzati, e si facciano cristiani (…).

So bene che ci sono ancor oggi studi e discussioni aperte sull’interpretazione da dare all’atteggiamento reale di san Francesco verso l’Islam, allora incombente come una minaccia sulla cristianità. Ma i fatti sono più resistenti delle interpretazioni, e comunque la comprensione immediata della ‘Regola non bollata’ mi sembra invece chiara: i due ‘modi’ indicano due momenti successivi necessari secondo Francesco, nel cammino per accostare e penetrare pacificamente, cioè evangelicamente, nel ‘mondo infedele’, in particolare nell’Islam. Riprendiamoli:

Il primo passo è di entrare nel mondo dei ‘saraceni’ senza tanti proclami e pretese, anzi integrandosi ‘civilmente’ e ‘ordinatamente’ in tutto, nel nuovo mondo, senza tuttavia nascondere, anzi manifestando con prudenza e semplicità, ma apertamente il loro essere cristiani, soprattutto quindi con l’esempio della vita. (Non è questo che Papa Francesco chiama la missione non per proselitismo ma per attrazione?)

Poi, solo in un secondo momento e ‘se vedranno che piace al Signore’, Francesco prevede che i suoi frati - ‘prudenti come i serpenti e semplici come le colombe’- quindi: solo se il contesto e le circostanze sono chiaramente ‘favorevoli’, potranno annunciare anche esplicitamente la Parola di Dio, e battezzare anche, eventualmente, i catecumeni che spontaneamente si presentano‘, sempre  ‘per attrazione’…

Mi sembra che ci sia qui già tutto l’essenziale per un metodo missionario ‘nuovo’ (ricordiamo che siamo nel pieno delle crociate!), che sembra già più compatibile, non solo con il Vaticano II, ma anche con il Vangelo!

2. IL LENTO CAMMINO DI INCARNAZIONE MISSIONARIA DEL RICCI IN CINA

Più elaborato, e soprattutto collaudato ‘in vivo’, ma finalmente perfettamente coincidente nell’essenziale con quello francescano, il metodo missionario, ‘inventato’ faticosamente e applicato in Cina, nell’ultimo ventennio del 1500.

Mi riferisco ad un grande genio della missione ad gentes, Matteo Ricci sj, di Macerata, che, sulle tracce del confratello gesuita Ruggeri (pugliese) e soprattutto con il consiglio e il sostegno morale del suo intelligente Visitatore, p. Valignano (di Chieti), non solo ‘inventò’ ma anche ‘sperimentò dal vivo’, passo passo, un metodo missionario che riuscì finalmente  a far saltare (per qualche secolo almeno) il terribile chiavistello che chiudeva e isolava allora ermeticamente ‘l’Impero proibito’ della  Cina da tutto il resto del mondo (contro cui si era infranto anche l’ultimo grande sogno missionario di Francesco Saverio).

Cerco di identificare i momenti essenziali del metodo missionario del p. Matteo Ricci servendomi della sintesi che, della missione ‘Nella Cina dei Ming’ del Ricci, ci da p. A. Luca, nell’ultima parte del suo sostanzioso lavoro su: Alessandro Valignano. La missione come dialogo con i popoli e le culture, ed. EMI 2005, cfr. pp. 257ss.

Il pregio particolare di queste pagine di p. Luca è non solo quello di identificare bene il nucleo centrale e le motivazioni ultime del metodo missionario del Ricci, ma di rilevare anche il grande influsso di pensiero e il sostegno umano e spirituale del Valignano stesso, che accompagnò dal di fuori, ma da vicino, il Ricci in questa grande e eroica ‘impresa missionaria’ in Cina.

Riassumerei in 5 momenti essenziali, il metodo o cammino missionario del Ricci in Cina:

1° Bussare alla porta e chiedere gentilmente il permesso di entrare; accettando anche umilmente di dover aspettare molto, o magari di non esser accolto e di dover ritornare indietro (cfr. ib. i primi difficili approcci del Ruggeri e del Ricci: A. Luca, ib.259-267; 275ss).

2° Sentirsi ‘ospiti’, in casa d’altri. Quindi rispetto, adattamento nel cibo, vestito, costumi, gusti; stima-studio-conoscenza profonda della lingua, cultura… del nuovo popolo (cfr. ib. pg 167-68 il ‘galateo’ scritto dal Valignano già per il Giappone; cfr ib. 260s: le difficoltà e l’importanza dello studio serio della lingua; cfr 265s l’ostilità e la diffidenza iniziale; gli sbagli, e lo studio attento dei luoghi e dei costumi, che li porterà alla decisione capitale di cambiare l’abito dei bonzi con quello dei letterati …).

3° Abitare nel villaggio, ‘restare, vivere, camminare con loro’, incontrare la gente, farsi conoscere, dialogare in modo affabile, schietto e sincero, … fino a tessere delle vere amicizie!

A Nanchang, Ricci aveva alcune conoscenze. Si presentò nel nuovo vestito di letterato e poté così entrare più facilmente in contatto con molti studiosi interessati alla chimica, alla fisica e alla matematica. (…) Favorito da questa fama, poté comperare una casa all’interno della città, vicino al palazzo del gover-natore: ormai non era più obbligato ad abitare fuori dalla città come i bonzi.  Non adibì alcuna stanza a cappella (come avevano sempre fatto precedentemente, cfr pg. 265s ndr) perché si era reso conto che, nella fase iniziale, la cosa più importante era creare simpatie e amicizie: ‘dissodare il terreno’, come ebbe ad esprimersi (Luca, ib.276).

 L’annuncio indiretto, per osmosi e amicizia, con la testimonianza di vita, per ‘attrazione’:

 (Per mezzo del suo amico Chang Huang), uno studioso molto stimato per scienza e per virtù morali, Ricci venne a contatto con tutta l’intellighenzia della città. (…) Il prestigio di cui godeva il missionario per la sua scienza gli offriva l’opportunità di rispondere a domande di carattere spirituale su Dio e la vita cristiana (Luca, ib.277; cfr 286; 288 lo stesso a Pechino).

 L’annuncio diretto: “Quando vedranno che piace al Signore, annuncino la parola di Dio”, diceva già San Francesco ai suoi frati che andavano tra ‘gli infedeli’.

Così, sul letto di morte Ricci poteva ben dire ai compagni di quella grande avventura cinese:

Vi lascio una porta aperta, ad acquistar gran merito, ma non senza molti pericoli e fatiche.

Commenta p. Luca: “E’ un testamento e fu anche una profezia”. E ci fa sapere che alla morte del Ricci, c’erano già un Cina più di 2000 cristiani, la più parte venuti dalle classi nobili o intellettuali, e che circa due secoli dopo, si calcola che i cristiani cinesi erano più di un milione …   E aggiunge: “Narrare l’epopea gloriosa degli apostoli del Vangelo che per due secoli lavorarono in  Cina sulle tracce di Matteo Ricci richiederebbe un altro volume” (ib. 283).  

Appare così evidente che il metodo missionario ‘per attrazione, e non per proselitismo’, come ci dice anche l’esperienza di Ricci e compagni in Cina, e di tutti i missionari autentici della storia, è un ‘metodo’ o ‘un cammino’ molto più lungo, lento, sofferto di quello ‘tradizionale’…

Notiamo comunque che l’annuncio diretto del Vangelo può esser fatto solo dopo tutto un lungo ‘cammino’ di inserimento, di lenta integrazione e condivisione di vita, di empatia e di solidarietà con la gente, nel ‘nuovo mondo’ che ti accoglie e ti ospita cordialmente.

Ma non è poi questo lo stesso ‘metodo dell’incarnazione’ che aveva adottato per primo Gesù di Nazareth? 30 anni per inculturarsi nel mondo del giudaismo, e 3 anni scarsi, più la croce, per l’annuncio diretto?

3. IL PRIMO ANNUNCIO IN TAILANDIA, fatto con le mani (di fisioterapista) e col cuore, prima che con la lingua…

Ma veniamo all’oggi della Missione ad gentes! La saveriana Angela Bertelli ci racconta con molta semplicità il suo ‘metodo’ per portare l’annuncio del Vangelo di Gesù, qualche anno fa, sulle colline del nord della Tailandia. C’è anche ‘il primo annuncio’ diretto, e perfino il battesimo, ma ciò arriva alla fine di un lungo e faticoso cammino di fraternità tessuta ‘in incognito’ (cfr Emmaus, Luca 24,13ss). Racconta:

Appena imparata la lingua, ascoltavo più che parlare, perché il dialetto usato al nord non permette di capire tutto. Per fortuna però potevo ugualmente usare le mani per trattare i pazienti. Adulti e bambini disabili mi venivano segnalati dapprima dai catechisti che visitavano i villaggi, poi dalla gente che per curiosità veniva a vedere dalle finestre cosa faceva questa straniera in casa di quelle persone. Lavoravo senza sosta. (…) Venivo a conoscere il loro mondo dal di dentro di case anguste, povere, spoglie di tutto. Ma c’era sempre un bicchiere di evangelica acqua fresca! “Grazie! Arrivederci!”.

È indelebile nel mio cuore il ricordo di un uomo paralizzato da dieci anni, rigido nell’estensione di tutto il corpo, sempre a terra sul pavimento di legno. Dopo tanti incontri, fatica e sudore per permettergli di sedersi su una carrozzella e fare un ponticello di legno per farlo uscire dalla casa-palafitta dove viveva. Mi voleva ringraziare, ma era poverissimo. Solo la moglie poteva lavorare a giornata nelle risaie per vivere; il loro figlio era un giovane monaco buddhista mantenuto dal tempio. Un giorno mi disse: “Sister, io non ho nulla da darti, ma ti chiedo di portarmi una tua fotografia, così la terrò per ricordo e chiederò il bene per te”. La volta dopo gli portai una bella immagine grande di Gesù e una mia foto tessera: “Se non ci fosse stato Lui, Gesù, neanch'io sarei qui per te! Allora ci ricorderai assieme!” Così Gesù ed io siamo finiti sulla loro credenza, assieme all’immagine del Buddha, del figlio monaco e delle altre persone care della famiglia! Così, semplicemente, si sono incrociati e abbracciati i fili di una tela misteriosa tessuta dal Signore (…).

Gesù è la Vita che sboccia anche davanti alla morte imminente di Tanit (buddhista) che, dopo aver accettato la mia preghiera cristiana per lui, mi chiede: “Sister, ma chi è il tuo Dio? Com’è? Perché tu, con quel Dio lì, per me fai quello che neppure mia moglie e i miei figli farebbero!”. “Lui è nostro Padre, T-nit. Un Padre buono, che ama i suoi figli: tutti noi, anche te. E tu, vorresti essere Suo figlio? Desideri questo amore infinito che Lui vuole darti?”. Appena un cenno della testa per dire sì, con quel pudore santo di chi si sente indegno. Ma il desiderio dell’amore del Padre è più forte di tutto e vince anche questa reticenza. L’ac- qua della brocca sul comodino dell’ospedale è perfetta per il battesimo di questo Figlio che ha appena incontrato suo Padre, mai conosciuto prima!

Mi pare si imponga a questo punto una conclusione almeno provvisoria, a livello metodologico: l’annuncio diretto del Vangelo di Gesù non è da “sputare in faccia” al primo venuto (cfr Mt 7,6) né da gridare dai tetti, e non basta nemmeno lanciarlo ‘virtualmente’ dal computer della tua camera. E neanche proclamarlo dalla cattedra, da maestro (cfr Mt 23,8), ma solo condividendolo da fratello, vero amico personale.

L’annuncio della straordinariamente Bella Notizia di Gesù … può nascere solo dalla condivisione gioiosa e cordiale del ‘segreto’ più intimo del tuo cuore, ciò che dona senso a tutta la tua vita, e che tu puoi fare solo immergendoti nel mondo nuovo, condividendo in un clima di vera fraternità, ‘per amicizia’, tutta la vita con i nuovi ‘Fratelli tutti’! (1).

La ‘condivisione del tuo segreto’ esige però il precedente lungo cammino dell’incontro-accoglien-za-conoscenza- incarnazione-amicizia, testimonianza di vita e di fede, cioè tutto il lungo cammino dell’an-nuncio indiretto, se così si può chiamare.   

P. Antonio Trettel, sx Bukavu, 7 Ottobre 2020


(1) IL NUOVO STILE della missione ad gentes può forse essere riassunto anche nel cambio dei ‘verbi’: dai ‘verbi attivi’, il missionario deve oggi passare decisamente ai ‘verbi passivi’, per poter arrivare, ‘se il Signore vuole’, ai ‘verbi reciproci’ Così:

Dall’andare, fare, portare, distribuire, realizzare, dare, costruire, aiutare, curare, dirigere, insegnare …

… dobbiamo passare al lasciarsi accogliere e ricevere: al bussare e aspettare alla porta, chiedere permesso, adattarsi, ascoltare, osservare, imparare, (lingua, cultura, storia del popolo che ti accoglie), inculturarsi

Solo allora possiamo sperare di arrivare progressivamente al condividere, dialogare, comunicare, scambiarsi (idee, valori, speranze, sogni), solidarizzare, camminare insieme. E allora, anche, se ci è concesso, di testimoniare-condividere la Speranza del Mondo, che è in noi, Gesù e il suo Vangelo!

Antonio Trettel sx
22 Novembre 2020
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