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Il piccolo seme della missione in Marocco

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«Se noi non fossimo qui, non ci sarebbe Chiesa qui»

L'esperienza missionaria in Marocco insegna anzitutto che la missione non coincide necessariamente con il fare grandi cose.

Il Marocco è un paese musulmano quasi per intero: il proselitismo — cioè l'attività per convincere qualcuno a cambiare religione — è vietato dalla legge, e i cristiani sono un numero molto piccolo, formato in gran parte da stranieri. In un contesto così può sembrare che la Chiesa abbia poche possibilità di generare frutti.

Eppure a una suora missionaria, alla domanda su che cosa facessero concretamente in Marocco e perché fossero lì, è venuta questa risposta: «Se noi non fossimo qui, anche con la semplice presenza, non ci sarebbe Chiesa qui». La frase sintetizza il senso dell'esperienza: esserci, pregare, costruire relazioni di rispetto, fiducia e fraternità è già una forma autentica di missione.

Un'Eucaristia celebrata in una casa musulmana

Un segno concreto di questa presenza è stata la celebrazione dell'Eucaristia in una piccola cappella conservata all'interno di una casa oggi abitata da una famiglia musulmana. La casa era stata abitata in passato dalle suore, che poi avevano dovuto lasciarla per mancanza di forze: le religiose erano diventate troppo poche e troppo anziane per restare. La famiglia che vi abita ha però conservato la cappella e permette ancora ai cristiani che visitano quel luogo di montagna di utilizzarla.

Abbiamo celebrato seduti a terra sui tappeti, usando come altare un minuscolo tavolino. È stato molto significativo celebrare l'Eucaristia proprio in una casa musulmana: uno spazio cristiano custodito da persone che cristiane non sono.

Il presepe che ha trasformato una ferita

In quella cappella le suore preparavano ogni Natale un presepe e invitavano le persone del posto a contemplarlo. Un ragazzo rimase per un'ora davanti alla scena di Gesù nato in una grotta: in quella nascita poverissima riconosceva qualcosa della propria storia, di cui si vergognava. Il presepe aveva così trasformato una ferita in un'occasione di incontro e di speranza.

La goccia di vino e le nove uova

Durante la Messa, dopo la consacrazione, una piccola goccia di vino è uscita dal calice, che aveva un foro, e lentamente si è allargata sulla tovaglia. Mi è sembrata l'immagine di due paragoni usati da Gesù nel Vangelo: il granello di senape, il più piccolo dei semi, che diventa un albero sui cui rami gli uccelli fanno il nido, e il pizzico di lievito che fa fermentare tutta la pasta. Qualcosa di minuscolo che può produrre frutti molto più grandi. Anche la presenza cristiana in Marocco è così: piccola e nascosta, ma affidata alla possibilità che Dio la faccia crescere.

Sotto il tavolino che fungeva da altare c'erano inoltre nove uova deposte da una gallina: un altro piccolo segno, quasi una conferma concreta di quel Vangelo. Quella cappella era davvero come l'albero della parabola, dove gli uccelli trovano posto per il nido.

Fatima Zahra: un dolore diventato vocazione

La stessa dinamica l'ho incontrata in Fatima Zahra, una donna musulmana che non si è mai sposata e che ha sofferto per questo, soprattutto in una società nella quale il matrimonio rappresenta una grande forma di realizzazione umana.

Dopo aver conosciuto le Francescane Missionarie di Maria, una congregazione di suore che organizzava campi estivi per bambini e ragazzi di famiglie seminomadi — famiglie che per una parte dell'anno si spostano con i loro animali —, ha scoperto che una donna poteva scegliere una vita diversa, dedicata al servizio. Il dolore di non aver trovato marito si è trasformato così in una vocazione, pur rimanendo lei musulmana. Oggi Fatima Zahra continua con grande dedizione l'opera delle suore, che non sono più presenti in quel luogo. Che bella la sua generosità!

Con i bambini: giochi, canti e un «grazie»

Con i bambini abbiamo sperimentato una forma semplice e immediata di incontro: giochi, canti, acqua condivisa, abbracci e sorrisi. Ci chiedevano di ripetere le canzoncine e i giochi che avevamo insegnato loro e si affezionavano progressivamente a noi.

Mi ha colpito particolarmente lo «shukran» — «grazie», in arabo — di un bambino al quale avevo dato dell'acqua, e la dolcezza delle bambine più piccole, che cercavano di comunicare con i gesti e chiedevano persino di indossare i nostri occhiali da sole.

Allo stesso tempo abbiamo visto la convivenza, già nei bambini, del bene e del male: dolcezza e innocenza insieme alla capacità di litigare e picchiarsi. È una piccola immagine della condizione umana, in cui — come nella parabola evangelica del grano e della zizzania, che crescono insieme nello stesso campo — siamo chiamati ad affidarci alla misericordia di Dio.

La vita quotidiana: povertà e ospitalità

La quotidianità ci ha messo a confronto con una realtà molto diversa dalla nostra: condizioni igieniche precarie, case semplici, animali che circolano liberamente, pasti condivisi dallo stesso piatto e servizi essenziali spesso molto poveri. Eppure abbiamo incontrato una grande capacità di accogliere. Ogni giorno ci venivano offerti tè, biscotti, noccioline e altro.

Nelle case e nei villaggi più poveri abbiamo visto una vita basata soprattutto sull'allevamento e sull'agricoltura, mentre nelle città emergeva una realtà più moderna. Questa distanza tra i diversi contesti ha fatto emergere quanto siano grandi le esigenze culturali, educative, igieniche, relazionali ed ecologiche da cui potrebbe partire un progetto missionario.

Una notte nella tenda dei pastori nomadi

Tra i momenti più intensi vi è stata l'esperienza nella tenda di una famiglia di pastori nomadi. Dopo circa un'ora di cammino abbiamo raggiunto una zona montuosa dove vivevano piccoli nuclei familiari con i loro animali. Una donna ci ha accolto con tè, pane e marmellata, nonostante la sua povertà. Una tempesta di vento e pioggia ci ha costretto poi a rimanere nella tenda. Si sentivano soltanto i versi delle capre, il vento e la pioggia, fino a quando arrivò il silenzio. Quella povertà e quella solitudine avevano qualcosa di profondamente spirituale.

Nel cuore della crisi migratoria

La seconda parte del viaggio ci ha portati nei luoghi che in quei giorni erano al centro delle cronache mondiali. A Fnideq, città marocchina che si trova a pochi chilometri da Ceuta — enclave spagnola nel nord del Marocco e, quindi, porta d'ingresso all'Europa — la migrazione ha smesso di essere una notizia ed è diventata una realtà fatta di volti e di storie.

Abbiamo incontrato una donna i cui quattro figli su cinque erano emigrati a Ceuta e che aveva vissuto con apprensione i momenti più critici della crisi. Abbiamo visto così che dietro la parola «migrante» ci sono famiglie, madri, figli e persone con desideri e sofferenze concrete.

Il miraggio raccontato dai social

Abbiamo compreso anche il forte ruolo dei social network, capaci di mostrare il mondo ricco come una terra promessa e di alimentare desideri che non sempre corrispondono alla realtà. Chi parte può trovarsi in condizioni molto diverse da quelle immaginate e, talvolta, può arrivare a fingere sui social di stare bene, alimentando a sua volta il desiderio di partire di chi è rimasto.

In questo contesto abbiamo incontrato migranti feriti e abbiamo portato vestiti e beni necessari. La Chiesa può offrire una risposta concreta attraverso la carità, senza trasformarla in proselitismo: accogliere, curare, accompagnare e difendere la dignità della persona.

Pregare accanto ai sufi

Anche l'incontro con i sufi — i musulmani che appartengono alla tradizione mistica dell'islam, quella che privilegia la preghiera interiore e l'esperienza diretta di Dio — e la preghiera per la pace mi hanno aiutato a comprendere che la missione passa dal riconoscimento del bene presente nell'altro.

Un sacerdote che ha vissuto e è morto in Marocco era convinto che ogni persona fosse in qualche modo già «cristificata», cioè già toccata da Cristo e dalla sua salvezza, perché Cristo è morto per ciascuno. Entrando in una moschea mentre un musulmano pregava, mi è venuto spontaneo pregare interiormente il Padre nostro. Ho percepito così che la fede cristiana non mi impediva di riconoscere la ricerca di Dio dell'altro, ma mi invitava a cogliere le somiglianze.

Le caramelle: un piccolo esercizio di giustizia

Anche l'episodio delle caramelle è diventato per me una piccola parabola. Una coppia di genitori poveri, con due bambini, ci chiedeva l'elemosina; abbiamo deciso di condividere con loro delle parole e di dare ai bambini delle caramelle. Il più grande dei due ha preso tutte le caramelle, generando le urla e i pianti di protesta dell'altro.

Davanti al conflitto, padre Dieudonné — uno dei confratelli che erano con me in questo viaggio — ha distribuito le caramelle una alla volta, permettendo a entrambi di scegliere e impedendo che il più grande prendesse tutto. Quello che sembrava un semplice gioco è diventato un piccolo esercizio di giustizia e di pace. È la stessa logica con cui abbiamo pregato insieme ai sufi: la pace non si proclama soltanto, ma si costruisce attraverso azioni concrete.

Gesù nell'islam: una porta per il dialogo

Anche la concezione musulmana di Cristo mi ha aiutato a comprendere l'importanza del dialogo. Per i musulmani Gesù è vivo ed è stato assunto da Dio in cielo; cristiani, musulmani ed ebrei condividono inoltre, pur in modi diversi, l'attesa del Messia. In un contesto simile il dialogo richiede soprattutto rispetto, ascolto e capacità di costruire relazioni.

Accettare la propria apparente inutilità

Il missionario deve accettare anche la propria apparente inutilità. Non possiamo pretendere di vedere subito i frutti del nostro lavoro. Se un pulcino ha bisogno di tre settimane per nascere e un'oca di quattro, quanto tempo può servire a una persona o a una comunità per maturare un cuore nuovo? Ogni realtà ha il proprio tempo, che è anche il tempo di Dio.

Possiamo cantare una canzone insieme, giocare, dare dell'acqua a un bambino, ascoltare una storia, entrare in una tenda, condividere un pasto, pregare per la pace, portare un vestito a una persona ferita. Così si dà avvio alla missione.

Seminare senza pretendere di vedere l'albero

Rimane l'immagine del piccolo seme: una goccia di vino che si allarga, nove uova nascoste sotto un altare, un bambino che dice «shukran», una donna musulmana che trasforma una sofferenza in vocazione, una famiglia che custodisce una cappella cristiana, un tè offerto in una tenda poverissima, una preghiera condivisa con persone di un'altra religione.

Sono piccoli segni, ma capaci di rivelare qualcosa di molto più grande. La missione, forse, consiste proprio nel seminare senza pretendere di vedere immediatamente l'albero. A noi spetta esserci, pregare, amare e testimoniare; sarà poi lo Spirito Santo, nel tempo di Dio, a far crescere il seme.

La pequeña semilla de la misión en Marruecos

«Si nosotras no estuviéramos aquí, no habría Iglesia aquí»

La experiencia misionera en Marruecos enseña ante todo que la misión no coincide necesariamente con hacer grandes cosas.

Marruecos es un país musulmán casi por completo: el proselitismo —es decir, la actividad para convencer a alguien de que cambie de religión — está prohibido por la ley, y los cristianos son un número muy pequeño, formado en gran parte por extranjeros. En un contexto así puede parecer que la Iglesia tenga pocas posibilidades de generar frutos.

Y sin embargo, a una religiosa misionera, ante la pregunta sobre qué hacían concretamente en Marruecos y por qué estaban allí, le salió esta respuesta: «Si nosotras no estuviéramos aquí, aunque sea con la simple presencia, no habría Iglesia aquí». La frase sintetiza el sentido de la experiencia: estar, rezar, construir relaciones de respeto, confianza y fraternidad es ya una forma auténtica de misión.

Una Eucaristía celebrada en una casa musulmana

Un signo concreto de esta presencia fue la celebración de la Eucaristía en una pequeña capilla conservada dentro de una casa habitada hoy por una familia musulmana. La casa había sido habitada en el pasado por las religiosas, que después tuvieron que dejarla por falta de fuerzas: las hermanas se habían quedado demasiado pocas y demasiado ancianas para permanecer allí. Sin embargo, la familia que vive en ella ha conservado la capilla y permite todavía a los cristianos que visitan aquel lugar de montaña utilizarla.

Celebramos sentados en el suelo sobre las alfombras, usando como altar una mesita minúscula. Fue muy significativo celebrar la Eucaristía precisamente en una casa musulmana: un espacio cristiano custodiado por personas que no son cristianas.

El belén que transformó una herida

En aquella capilla las religiosas preparaban cada Navidad un belén e invitaban a la gente del lugar a contemplarlo. Un muchacho permaneció durante una hora ante la escena de Jesús nacido en una gruta: en aquel nacimiento pobrísimo reconocía algo de su propia historia, de la que se avergonzaba. El belén había transformado así una herida en una ocasión de encuentro y de esperanza.

La gota de vino y los nueve huevos

Durante la Misa, después de la consagración, una pequeña gota de vino salió del cáliz, que tenía un orificio, y lentamente se fue extendiendo sobre el mantel. Me pareció la imagen de dos comparaciones usadas por Jesús en el Evangelio: el grano de mostaza, la más pequeña de las semillas, que se convierte en un árbol en cuyas ramas los pájaros hacen el nido, y la pizca de levadura que hace fermentar toda la masa. Algo minúsculo que puede producir frutos mucho más grandes. También la presencia cristiana en Marruecos es así: pequeña y escondida, pero confiada a la posibilidad de que Dios la haga crecer.

Debajo de la mesita que hacía de altar había además nueve huevos puestos por una gallina: otro pequeño signo, casi una confirmación concreta de aquel Evangelio. Aquella capilla era realmente como el árbol de la parábola, donde los pájaros encuentran sitio para el nido.

Fatima Zahra: un dolor convertido en vocación

La misma dinámica la encontré en Fatima Zahra, una mujer musulmana que nunca se casó y que ha sufrido por ello, sobre todo en una sociedad en la que el matrimonio representa una gran forma de realización humana.

Después de conocer a las Franciscanas Misioneras de María, una congregación de religiosas que organizaba campamentos de verano para niños y jóvenes de familias seminómadas —familias que durante una parte del año se desplazan con sus animales—, descubrió que una mujer podía elegir una vida distinta, dedicada al servicio. El dolor de no haber encontrado marido se transformó así en una vocación, aun permaneciendo ella musulmana. Hoy Fatima Zahra continúa con gran dedicación la obra de las religiosas, que ya no están presentes en aquel lugar. ¡Qué hermosa su generosidad!

Con los niños: juegos, cantos y un «gracias»

Con los niños experimentamos una forma sencilla e inmediata de encuentro: juegos, cantos, agua compartida, abrazos y sonrisas. Nos pedían que repitiéramos las cancioncillas y los juegos que les habíamos enseñado y progresivamente se encariñaban con nosotros.

Me impresionó particularmente el «shukran» —«gracias», en árabe— de un niño al que había dado agua, y la dulzura de las niñas más pequeñas, que trataban de comunicarse con gestos y pedían incluso ponerse nuestras gafas de sol.

Al mismo tiempo vimos la convivencia, ya en los niños, del bien y del mal: dulzura e inocencia junto a la capacidad de pelearse y golpearse. Es una pequeña imagen de la condición humana, en la que —como en la parábola evangélica del trigo y la cizaña, que crecen juntos en el mismo campo— estamos llamados a confiarnos a la misericordia de Dios.

La vida cotidiana: pobreza y hospitalidad

La vida cotidiana nos puso frente a una realidad muy distinta de la nuestra: condiciones higiénicas precarias, casas sencillas, animales que circulan libremente, comidas compartidas del mismo plato y servicios esenciales a menudo muy pobres. Y sin embargo encontramos una gran capacidad de acoger. Cada día nos ofrecían té, galletas, cacahuetes y otras cosas.

En las casas y en las aldeas más pobres vimos una vida basada sobre todo en la ganadería y en la agricultura, mientras que en las ciudades emergía una realidad más moderna. Esta distancia entre los distintos contextos hizo emerger cuán grandes son las necesidades culturales, educativas, higiénicas, relacionales y ecológicas de las que podría partir un proyecto misionero.

Una noche en la tienda de los pastores nómadas

Entre los momentos más intensos está la experiencia en la tienda de una familia de pastores nómadas. Después de aproximadamente una hora de camino llegamos a una zona montañosa donde vivían pequeños núcleos familiares con sus animales. Una mujer nos acogió con té, pan y mermelada, a pesar de su pobreza. Una tormenta de viento y lluvia nos obligó después a permanecer en la tienda. Solo se oían los balidos de las cabras, el viento y la lluvia, hasta que llegó el silencio. Aquella pobreza y aquella soledad tenían algo profundamente espiritual.

En el corazón de la crisis migratoria

La segunda parte del viaje nos llevó a los lugares que en aquellos días estaban en el centro de las crónicas mundiales. En Fnideq, ciudad marroquí que se encuentra a pocos kilómetros de Ceuta —enclave española al norte de Marruecos y, por tanto, puerta de entrada a Europa— la migración dejó de ser una noticia y se convirtió en una realidad hecha de rostros e historias.

Encontramos a una mujer cuyos cuatro hijos de cinco habían emigrado a Ceuta y que había vivido con angustia los momentos más críticos de la crisis. Vimos así que detrás de la palabra «migrante» hay familias, madres, hijos y personas con deseos y sufrimientos concretos.

El espejismo contado por las redes sociales

Comprendimos también el fuerte papel de las redes sociales, capaces de mostrar el mundo rico como una tierra prometida y de alimentar deseos que no siempre corresponden a la realidad. Quien parte puede encontrarse en condiciones muy distintas de las imaginadas y, a veces, puede llegar a fingir en las redes que está bien, alimentando a su vez el deseo de partir de quien se ha quedado.

En este contexto encontramos a migrantes heridos y llevamos ropa y bienes necesarios. La Iglesia puede ofrecer una respuesta concreta a través de la caridad, sin transformarla en proselitismo: acoger, curar, acompañar y defender la dignidad de la persona.

Rezar junto a los sufíes

También el encuentro con los sufíes — los musulmanes que pertenecen a la tradición mística del islam, la que privilegia la oración interior y la experiencia directa de Dios— y la oración por la paz me ayudaron a comprender que la misión pasa por el reconocimiento del bien presente en el otro.

Un sacerdote que vivió y murió en Marruecos estaba convencido de que cada persona estaba de algún modo ya «cristificada», es decir, ya tocada por Cristo y por su salvación, porque Cristo murió por cada uno. Entrando en una mezquita mientras un musulmán rezaba, me salió espontáneo rezar interiormente el Padrenuestro. Percibí así que la fe cristiana no me impedía reconocer la búsqueda de Dios del otro, sino que me invitaba a captar las semejanzas.

Los caramelos: un pequeño ejercicio de justicia

También el episodio de los caramelos se convirtió para mí en una pequeña parábola. Una pareja de padres pobres, con dos niños, nos pedía limosna; decidimos compartir con ellos algunas palabras y dar caramelos a los niños. El mayor de los dos cogió todos los caramelos, provocando los gritos y el llanto de protesta del otro.

Ante el conflicto, el padre Dieudonné —uno de los hermanos que estaban conmigo en este viaje— distribuyó los caramelos uno a uno, permitiendo a ambos elegir e impidiendo que el mayor lo cogiera todo. Lo que parecía un simple juego se convirtió en un pequeño ejercicio de justicia y de paz. Es la misma lógica con la que rezamos junto a los sufíes: la paz no solo se proclama, sino que se construye a través de acciones concretas.

Jesús en el islam: una puerta para el diálogo

También la concepción musulmana de Cristo me ayudó a comprender la importancia del diálogo. Para los musulmanes Jesús está vivo y fue elevado por Dios al cielo; cristianos, musulmanes y judíos comparten además, aunque de modos distintos, la espera del Mesías. En un contexto semejante el diálogo requiere sobre todo respeto, escucha y capacidad de construir relaciones.

Aceptar la propia aparente inutilidad

El misionero debe aceptar también su propia aparente inutilidad. No podemos pretender ver enseguida los frutos de nuestro trabajo. Si un pollito necesita tres semanas para nacer y un ganso cuatro, ¿cuánto tiempo puede necesitar una persona o una comunidad para madurar un corazón nuevo? Cada realidad tiene su propio tiempo, que es también el tiempo de Dios.

Podemos cantar una canción juntos, jugar, dar agua a un niño, escuchar una historia, entrar en una tienda, compartir una comida, rezar por la paz, llevar un vestido a una persona herida. Así se da inicio a la misión.

Sembrar sin pretender ver el árbol

Queda la imagen de la pequeña semilla: una gota de vino que se extiende, nueve huevos escondidos bajo un altar, un niño que dice «shukran», una mujer musulmana que transforma un sufrimiento en vocación, una familia que custodia una capilla cristiana, un té ofrecido en una tienda pobrísima, una oración compartida con personas de otra religión.

Son pequeños signos, pero capaces de revelar algo mucho más grande. La misión, quizá, consiste precisamente en sembrar sin pretender ver inmediatamente el árbol. A nosotros nos corresponde estar, rezar, amar y dar testimonio; será después el Espíritu Santo, en el tiempo de Dios, quien haga crecer la semilla.

The Small Seed of the Mission in Morocco

“If we were not here, there would be no Church here”

The missionary experience in Morocco teaches, first of all, that mission does not necessarily coincide with doing great things.

Morocco is an almost entirely Muslim country: proselytism — that is, the activity of persuading someone to change religion — is forbidden by law, and Christians are very few in number, made up largely of foreigners. In such a context it may seem that the Church has little chance of bearing fruit.

And yet a missionary sister, when asked what they actually did in Morocco and why they were there, gave this answer: “If we were not here, even simply by being present, there would be no Church here.” The sentence sums up the meaning of the experience: being there, praying, building relationships of respect, trust and fraternity is already an authentic form of mission.

A Eucharist Celebrated in a Muslim Home

A concrete sign of this presence was the celebration of the Eucharist in a small chapel preserved inside a house now inhabited by a Muslim family. The house had once been lived in by the sisters, who then had to leave it for lack of strength: the religious had become too few and too elderly to remain. The family living there, however, has kept the chapel and still allows Christians who visit that mountain place to use it.

We celebrated sitting on the ground on carpets, using a tiny low table as an altar. It was deeply meaningful to celebrate the Eucharist precisely in a Muslim home: a Christian space cared for by people who are not Christian.

The Nativity Scene That Transformed a Wound

In that chapel the sisters used to prepare a nativity scene every Christmas and invite local people to contemplate it. A boy stayed for an hour in front of the scene of Jesus born in a cave: in that utterly poor birth he recognised something of his own story, of which he was ashamed. The nativity scene had thus turned a wound into an occasion of encounter and hope.

The Drop of Wine and the Nine Eggs

During Mass, after the consecration, a small drop of wine came out of the chalice, which had a hole in it, and slowly spread across the cloth. It struck me as the image of two comparisons used by Jesus in the Gospel: the mustard seed, the smallest of seeds, which becomes a tree in whose branches the birds build their nests, and the pinch of yeast that leavens the whole dough. Something tiny that can produce far greater fruit. The Christian presence in Morocco is like this too: small and hidden, yet entrusted to the possibility that God will make it grow.

Under the little table that served as an altar there were also nine eggs laid by a hen: another small sign, almost a concrete confirmation of that Gospel. That chapel was truly like the tree of the parable, where the birds find a place for their nests.

Fatima Zahra: A Sorrow That Became a Vocation

I met the same dynamic in Fatima Zahra, a Muslim woman who never married and who suffered because of it, especially in a society in which marriage represents a great form of human fulfilment.

After coming to know the Franciscan Missionaries of Mary, a congregation of sisters that organised summer camps for children and young people from semi-nomadic families — families who for part of the year move with their animals — she discovered that a woman could choose a different life, dedicated to service. The pain of not having found a husband was thus transformed into a vocation, even while she remained Muslim. Today Fatima Zahra continues with great dedication the work of the sisters, who are no longer present in that place. How beautiful her generosity is!

With the Children: Games, Songs and a “Thank You”

With the children we experienced a simple and immediate form of encounter: games, songs, shared water, hugs and smiles. They asked us to repeat the little songs and games we had taught them, and they gradually grew fond of us.

I was particularly struck by the “shukran” — “thank you” in Arabic — of a child to whom I had given water, and by the gentleness of the smallest girls, who tried to communicate with gestures and even asked to wear our sunglasses.

At the same time we saw the coexistence, already in children, of good and evil: gentleness and innocence together with the capacity to quarrel and hit one another. It is a small image of the human condition, in which — as in the Gospel parable of the wheat and the weeds, which grow together in the same field — we are called to entrust ourselves to God's mercy.

Daily Life: Poverty and Hospitality

Daily life brought us face to face with a reality very different from our own: precarious hygienic conditions, simple houses, animals roaming freely, meals shared from the same plate, and essential services that are often very poor. And yet we found a great capacity for welcome. Every day we were offered tea, biscuits, peanuts and more.

In the poorest houses and villages we saw a life based mainly on livestock and farming, while in the cities a more modern reality emerged. This distance between the different contexts brought out how great the cultural, educational, hygienic, relational and ecological needs are from which a missionary project could begin.

A Night in the Tent of the Nomadic Shepherds

Among the most intense moments was the experience in the tent of a family of nomadic shepherds. After about an hour's walk we reached a mountainous area where small family groups lived with their animals. A woman welcomed us with tea, bread and jam, despite her poverty. A storm of wind and rain then forced us to stay in the tent. All we could hear were the cries of the goats, the wind and the rain, until silence came. That poverty and that solitude had something deeply spiritual about them.

At the Heart of the Migration Crisis

The second part of the journey took us to the places that in those days were at the centre of the world news. In Fnideq, a Moroccan town a few kilometres from Ceuta — a Spanish enclave in northern Morocco and therefore a gateway to Europe — migration stopped being a news story and became a reality made of faces and stories.

We met a woman whose four out of five children had emigrated to Ceuta and who had lived through the most critical moments of the crisis with apprehension. In this way we saw that behind the word “migrant” there are families, mothers, children and people with concrete desires and sufferings.

The Mirage Told by Social Media

We also came to understand the powerful role of social networks, capable of showing the wealthy world as a promised land and of feeding desires that do not always correspond to reality. Those who leave may find themselves in conditions very different from the ones they imagined and may at times end up pretending on social media that they are doing well, thus in turn feeding the desire to leave in those who have stayed behind.

In this context we met wounded migrants and brought clothing and necessary goods. The Church can offer a concrete response through charity, without turning it into proselytism: welcoming, caring for, accompanying and defending the dignity of the person.

Praying Beside the Sufis

The encounter with the Sufis — the Muslims who belong to the mystical tradition of Islam, the one that gives priority to interior prayer and the direct experience of God — and the prayer for peace also helped me understand that mission passes through the recognition of the good present in the other.

A priest who lived and died in Morocco was convinced that every person was in some way already “Christified”, that is, already touched by Christ and by his salvation, because Christ died for each one. Entering a mosque while a Muslim was praying, it came spontaneously to me to pray the Our Father inwardly. In this way I sensed that Christian faith did not prevent me from recognising the other's search for God, but invited me to grasp the similarities.

The Sweets: A Small Exercise in Justice

The episode of the sweets also became a small parable for me. A poor couple, with two children, was asking us for alms; we decided to share some words with them and to give the children sweets. The elder of the two took all the sweets, provoking the other's cries and tears of protest.

Faced with the conflict, Father Dieudonné — one of the confreres who were with me on this journey — handed out the sweets one at a time, allowing both to choose and preventing the elder from taking everything. What seemed a simple game became a small exercise in justice and peace. It is the same logic with which we prayed together with the Sufis: peace is not only proclaimed, it is built through concrete actions.

Jesus in Islam: A Door to Dialogue

The Muslim understanding of Christ also helped me grasp the importance of dialogue. For Muslims, Jesus is alive and was taken up by God into heaven; Christians, Muslims and Jews moreover share, albeit in different ways, the expectation of the Messiah. In such a context dialogue requires above all respect, listening and the ability to build relationships.

Accepting One's Own Apparent Uselessness

The missionary must also accept his own apparent uselessness. We cannot expect to see the fruits of our work straight away. If a chick needs three weeks to hatch and a gosling four, how much time may a person or a community need in order to grow a new heart? Every reality has its own time, which is also God's time.

We can sing a song together, play, give water to a child, listen to a story, enter a tent, share a meal, pray for peace, bring clothing to a wounded person. That is how mission begins.

Sowing Without Expecting to See the Tree

What remains is the image of the small seed: a drop of wine spreading out, nine eggs hidden under an altar, a child saying “shukran”, a Muslim woman who turns suffering into a vocation, a family that safeguards a Christian chapel, a tea offered in a very poor tent, a prayer shared with people of another religion.

They are small signs, yet capable of revealing something far greater. Mission, perhaps, consists precisely in sowing without expecting to see the tree immediately. It is up to us to be there, to pray, to love and to bear witness; it will then be the Holy Spirit, in God's time, who makes the seed grow.

La petite semence de la mission au Maroc

« Si nous n'étions pas ici, il n'y aurait pas d'Église ici »

L'expérience missionnaire au Maroc enseigne avant tout que la mission ne coïncide pas nécessairement avec le fait d'accomplir de grandes choses.

Le Maroc est un pays presque entièrement musulman : le prosélytisme — c'est-à-dire l'activité qui vise à convaincre quelqu'un de changer de religion — est interdit par la loi, et les chrétiens sont très peu nombreux, en grande partie des étrangers. Dans un tel contexte, on peut avoir l'impression que l'Église a peu de possibilités de porter du fruit.

Pourtant, à une religieuse missionnaire à qui l'on demandait ce qu'elles faisaient concrètement au Maroc et pourquoi elles étaient là, cette réponse est venue : « Si nous n'étions pas ici, ne serait-ce que par notre simple présence, il n'y aurait pas d'Église ici. » Cette phrase résume le sens de l'expérience : être là, prier, construire des relations de respect, de confiance et de fraternité est déjà une forme authentique de mission.

Une Eucharistie célébrée dans une maison musulmane

Un signe concret de cette présence a été la célébration de l'Eucharistie dans une petite chapelle conservée à l'intérieur d'une maison aujourd'hui habitée par une famille musulmane. La maison avait été habitée autrefois par les religieuses, qui avaient ensuite dû la quitter par manque de forces : les sœurs étaient devenues trop peu nombreuses et trop âgées pour rester. La famille qui y habite a cependant conservé la chapelle et permet encore aux chrétiens qui visitent ce lieu de montagne de l'utiliser.

Nous avons célébré assis par terre sur les tapis, en utilisant comme autel une toute petite table. Il a été très significatif de célébrer l'Eucharistie précisément dans une maison musulmane : un espace chrétien gardé par des personnes qui ne sont pas chrétiennes.

La crèche qui a transformé une blessure

Dans cette chapelle, les sœurs préparaient chaque Noël une crèche et invitaient les gens du lieu à la contempler. Un garçon est resté une heure devant la scène de Jésus né dans une grotte : dans cette naissance si pauvre, il reconnaissait quelque chose de sa propre histoire, dont il avait honte. La crèche avait ainsi transformé une blessure en une occasion de rencontre et d'espérance.

La goutte de vin et les neuf œufs

Pendant la Messe, après la consécration, une petite goutte de vin est sortie du calice, qui avait un trou, et s'est lentement étendue sur la nappe. Elle m'a semblé être l'image de deux comparaisons employées par Jésus dans l'Évangile : le grain de sénevé, la plus petite des semences, qui devient un arbre sur les branches duquel les oiseaux font leur nid, et la pincée de levain qui fait fermenter toute la pâte. Quelque chose de minuscule qui peut produire des fruits bien plus grands. La présence chrétienne au Maroc est elle aussi ainsi : petite et cachée, mais confiée à la possibilité que Dieu la fasse grandir.

Sous la petite table qui servait d'autel se trouvaient en outre neuf œufs pondus par une poule : un autre petit signe, presque une confirmation concrète de cet Évangile. Cette chapelle était vraiment comme l'arbre de la parabole, où les oiseaux trouvent une place pour leur nid.

Fatima Zahra : une douleur devenue vocation

J'ai rencontré la même dynamique chez Fatima Zahra, une femme musulmane qui ne s'est jamais mariée et qui en a souffert, surtout dans une société où le mariage représente une grande forme de réalisation humaine.

Après avoir connu les Franciscaines Missionnaires de Marie, une congrégation de sœurs qui organisait des camps d'été pour les enfants et les jeunes de familles semi-nomades — des familles qui, pendant une partie de l'année, se déplacent avec leurs animaux —, elle a découvert qu'une femme pouvait choisir une vie différente, consacrée au service. La douleur de n'avoir pas trouvé de mari s'est ainsi transformée en vocation, tout en restant elle-même musulmane. Aujourd'hui, Fatima Zahra poursuit avec un grand dévouement l'œuvre des sœurs, qui ne sont plus présentes en ce lieu. Quelle belle générosité !

Avec les enfants : jeux, chants et un « merci »

Avec les enfants, nous avons expérimenté une forme simple et immédiate de rencontre : jeux, chants, eau partagée, embrassades et sourires. Ils nous demandaient de répéter les petites chansons et les jeux que nous leur avions appris et s'attachaient progressivement à nous.

J'ai été particulièrement frappé par le « shukran » — « merci », en arabe — d'un enfant à qui j'avais donné de l'eau, et par la douceur des plus petites filles, qui cherchaient à communiquer par gestes et demandaient même à porter nos lunettes de soleil.

En même temps, nous avons vu la coexistence, déjà chez les enfants, du bien et du mal : douceur et innocence en même temps que la capacité de se disputer et de se frapper. C'est une petite image de la condition humaine, dans laquelle — comme dans la parabole évangélique du bon grain et de l'ivraie, qui croissent ensemble dans le même champ — nous sommes appelés à nous confier à la miséricorde de Dieu.

La vie quotidienne : pauvreté et hospitalité

Le quotidien nous a confrontés à une réalité très différente de la nôtre : des conditions d'hygiène précaires, des maisons simples, des animaux qui circulent librement, des repas partagés dans le même plat et des services essentiels souvent très pauvres. Et pourtant, nous avons rencontré une grande capacité d'accueil. Chaque jour, on nous offrait du thé, des biscuits, des cacahuètes et bien d'autres choses.

Dans les maisons et les villages les plus pauvres, nous avons vu une vie fondée surtout sur l'élevage et l'agriculture, tandis que dans les villes émergeait une réalité plus moderne. Cette distance entre les différents contextes a fait apparaître combien sont grands les besoins culturels, éducatifs, sanitaires, relationnels et écologiques à partir desquels un projet missionnaire pourrait naître.

Une nuit sous la tente des bergers nomades

Parmi les moments les plus intenses, il y a eu l'expérience sous la tente d'une famille de bergers nomades. Après environ une heure de marche, nous avons atteint une zone montagneuse où vivaient de petits noyaux familiaux avec leurs animaux. Une femme nous a accueillis avec du thé, du pain et de la confiture, malgré sa pauvreté. Une tempête de vent et de pluie nous a ensuite contraints à rester sous la tente. On n'entendait que les cris des chèvres, le vent et la pluie, jusqu'à ce que vienne le silence. Cette pauvreté et cette solitude avaient quelque chose de profondément spirituel.

Au cœur de la crise migratoire

La deuxième partie du voyage nous a conduits dans les lieux qui, en ces jours-là, étaient au centre de l'actualité mondiale. À Fnideq, ville marocaine située à quelques kilomètres de Ceuta — enclave espagnole au nord du Maroc et, par conséquent, porte d'entrée de l'Europe — la migration a cessé d'être une nouvelle pour devenir une réalité faite de visages et d'histoires.

Nous avons rencontré une femme dont quatre enfants sur cinq avaient émigré à Ceuta et qui avait vécu avec appréhension les moments les plus critiques de la crise. Nous avons ainsi vu que derrière le mot « migrant » il y a des familles, des mères, des enfants et des personnes avec des désirs et des souffrances concrètes.

Le mirage raconté par les réseaux sociaux

Nous avons également compris le rôle puissant des réseaux sociaux, capables de présenter le monde riche comme une terre promise et d'alimenter des désirs qui ne correspondent pas toujours à la réalité. Celui qui part peut se retrouver dans des conditions très différentes de celles qu'il avait imaginées et peut parfois en venir à faire croire sur les réseaux que tout va bien, alimentant à son tour le désir de partir de ceux qui sont restés.

Dans ce contexte, nous avons rencontré des migrants blessés et nous avons apporté des vêtements et des biens nécessaires. L'Église peut offrir une réponse concrète à travers la charité, sans la transformer en prosélytisme : accueillir, soigner, accompagner et défendre la dignité de la personne.

Prier aux côtés des soufis

La rencontre avec les soufis — les musulmans qui appartiennent à la tradition mystique de l'islam, celle qui privilégie la prière intérieure et l'expérience directe de Dieu — et la prière pour la paix m'ont aidé, elles aussi, à comprendre que la mission passe par la reconnaissance du bien présent chez l'autre.

Un prêtre qui a vécu et est mort au Maroc était convaincu que toute personne était en quelque sorte déjà « christifiée », c'est-à-dire déjà touchée par le Christ et par son salut, parce que le Christ est mort pour chacun. En entrant dans une mosquée alors qu'un musulman priait, il m'est venu spontanément de prier intérieurement le Notre Père. J'ai ainsi perçu que la foi chrétienne ne m'empêchait pas de reconnaître la recherche de Dieu de l'autre, mais m'invitait à en saisir les ressemblances.

Les bonbons : un petit exercice de justice

L'épisode des bonbons est lui aussi devenu pour moi une petite parabole. Un couple de parents pauvres, avec deux enfants, nous demandait l'aumône ; nous avons décidé de partager avec eux quelques paroles et de donner des bonbons aux enfants. L'aîné des deux a pris tous les bonbons, provoquant les cris et les pleurs de protestation de l'autre.

Face au conflit, le père Dieudonné — l'un des confrères qui étaient avec moi durant ce voyage — a distribué les bonbons un par un, permettant à tous deux de choisir et empêchant l'aîné de tout prendre. Ce qui semblait un simple jeu est devenu un petit exercice de justice et de paix. C'est la même logique avec laquelle nous avons prié avec les soufis : la paix ne se proclame pas seulement, elle se construit par des actions concrètes.

Jésus dans l'islam : une porte pour le dialogue

La conception musulmane du Christ m'a également aidé à comprendre l'importance du dialogue. Pour les musulmans, Jésus est vivant et a été élevé par Dieu au ciel ; chrétiens, musulmans et juifs partagent en outre, quoique de manières différentes, l'attente du Messie. Dans un tel contexte, le dialogue exige avant tout le respect, l'écoute et la capacité de construire des relations.

Accepter sa propre apparente inutilité

Le missionnaire doit aussi accepter sa propre apparente inutilité. Nous ne pouvons pas prétendre voir tout de suite les fruits de notre travail. Si un poussin a besoin de trois semaines pour naître et un oison de quatre, combien de temps peut-il falloir à une personne ou à une communauté pour faire mûrir un cœur nouveau ? Chaque réalité a son propre temps, qui est aussi le temps de Dieu.

Nous pouvons chanter une chanson ensemble, jouer, donner de l'eau à un enfant, écouter une histoire, entrer sous une tente, partager un repas, prier pour la paix, apporter un vêtement à une personne blessée. C'est ainsi que commence la mission.

Semer sans prétendre voir l'arbre

Il reste l'image de la petite semence : une goutte de vin qui s'élargit, neuf œufs cachés sous un autel, un enfant qui dit « shukran », une femme musulmane qui transforme une souffrance en vocation, une famille qui garde une chapelle chrétienne, un thé offert sous une tente très pauvre, une prière partagée avec des personnes d'une autre religion.

Ce sont de petits signes, mais capables de révéler quelque chose de bien plus grand. La mission consiste peut-être précisément à semer sans prétendre voir immédiatement l'arbre. À nous d'être là, de prier, d'aimer et de témoigner ; ce sera ensuite l'Esprit Saint qui, au temps de Dieu, fera grandir la semence.

 

Raffaele Esposito
26 Agosto 2026
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