La nostra prima volta in Africa: quando la realtà supera ogni immaginazione
Siamo partiti per la Sierra Leone con emozioni, aspettative e immagini che, in qualche modo, ci eravamo costruiti prima ancora di arrivare.
Per tutti e tre è la prima volta in Africa e, fin dal primo momento, ci siamo resi conto che una cosa è immaginare un luogo, un’altra è trovarsi realmente lì, guardarlo, ascoltarlo, respirarlo e viverlo.
Atterrando in Sierra Leone, la prima sensazione è quasi di spaesamento. L’aeroporto ci appare moderno, ordinato, quasi occidentale. Poi usciamo e tutto cambia. Basta il primo tragitto in macchina per capire che, fuori da quelle mura, esiste una realtà completamente diversa da quella che conosciamo.
È come ricevere una sberla improvvisa: in pochi minuti passi da un ambiente che potrebbe sembrare familiare a strade, villaggi, persone e situazioni che mettono immediatamente davanti ai tuoi occhi una realtà che prima conoscevi soltanto attraverso racconti, fotografie o immagini.
Tutti sappiamo che esiste la povertà. Tutti, almeno in teoria, sappiamo che nel mondo ci sono persone che vivono con molto meno di noi. Ma vederla davvero porta inevitabilmente a chiedersi: “È davvero così? È davvero possibile vivere in questo modo?”.
Ed è proprio qui che inizia il vero viaggio.
I nostri sensi vengono messi alla prova fin dai primi giorni. Gli odori, i rumori, il cibo, il caldo, il fango, lo sporco, la confusione e l'affollamento sono elementi ai quali non siamo abituati.
Nei mercati la quantità di persone, i suoni e il movimento creano un ambiente completamente diverso da quello europeo. La musica è praticamente una presenza costante: la senti per strada, nei villaggi, nelle attività quotidiane. Tutto sembra avere un ritmo diverso.
All'inizio anche ciò che per noi è semplicemente “sporco” diventa difficile da ignorare. Ci chiediamo come sia possibile vivere in determinate condizioni e, soprattutto, come le persone riescano a farlo ogni giorno. Poi, lentamente, iniziamo a capire che quella che per noi è un'eccezione, per loro è la normalità. Ci si abitua. Non perché la realtà cambi, ma perché cambia il nostro modo di guardarla.
Uno degli aspetti che più ci ha colpito è il rapporto con le persone. Qui il contatto fisico è molto più presente rispetto a quello a cui siamo abituati. Bambini e adulti che non ci conoscono cercano di avvicinarsi, salutarci, prenderci per mano, toccarci. A volte ci chiamano, ci fanno cenno, cercano di attirare la nostra attenzione. Essere bianchi e stranieri ci rende immediatamente riconoscibili e, in qualche modo, anche curiosi agli occhi degli altri.
Questo approccio può essere caloroso, spontaneo e affettuoso, ma a volte può anche metterci in difficoltà. Ci sono momenti in cui ci sentiamo accolti e altri in cui ci sentiamo quasi respinti o non riusciamo a comprendere il comportamento delle persone che abbiamo davanti. Ci rendiamo conto di quanto sia facile interpretare un gesto attraverso i nostri schemi culturali, attribuendogli un significato che magari, nella cultura locale, non ha affatto.
È uno dei primi insegnamenti che questa esperienza ci sta dando: non tutto ciò che vediamo può essere interpretato con gli occhi con cui siamo abituati a guardare il nostro mondo.
E poi ci sono loro, i bambini.
Forse sono proprio loro ad averci colpito più di tutto. Li vediamo giocare con pochissimo, a volte con un semplice pallone, eppure riescono a trasformare quel poco in qualcosa di enorme. Li vediamo correre nel fango, giocare sotto la pioggia battente, sporcarsi senza preoccuparsene e continuare a divertirsi come se niente fosse.
È impossibile non fare un confronto con i bambini italiani, spesso molto più protetti, circondati da giochi, tecnologia, comodità e attenzioni. Qui, invece, sembra esserci una libertà diversa: la strada diventa un campo da gioco, un luogo di incontro, uno spazio dove stare insieme.
E forse è proprio questo uno degli aspetti che ci ha fatto riflettere maggiormente. In Italia la casa rappresenta spesso un rifugio, un luogo protetto nel quale tornare. Qui abbiamo avuto la sensazione che la casa abbia un significato diverso: è soprattutto un tetto sotto cui dormire, mentre gran parte della vita sembra svolgersi fuori. Le persone si incontrano per strada, i bambini giocano per strada, i villaggi vivono la strada.
Durante gli spostamenti tra un villaggio e l'altro, ci ha colpito vedere quante persone siano sempre fuori dalle proprie case. È una dimensione comunitaria molto forte, che contrasta con la nostra tendenza a vivere sempre più la casa come spazio privato.
Anche la semplicità dei bambini nasconde però una grande capacità di adattamento e, a volte, una sorprendente furbizia. Abbiamo visto bambini che hanno trovato un modo per racimolare qualche soldo riparando le buche delle strade. È una cosa che ci ha fatto sorridere, ma anche riflettere: cresciuti in un contesto completamente diverso dal nostro, riescono a trovare soluzioni che probabilmente un bambino italiano, abituato a tutt'altro tipo di comfort, difficilmente immaginerebbe.
E proprio questo ci porta alla domanda forse più difficile: come fanno a vivere così?
Noi partiamo dalla nostra realtà, fatta di acqua corrente, elettricità, automobili, supermercati, tecnologia, scuole, ospedali e innumerevoli comodità che spesso diamo per scontate. Arriviamo qui e vediamo persone che hanno molto meno. Ci chiediamo come facciano, sapendo che dall'altra parte del mondo esiste una realtà completamente diversa, a non desiderare di cambiare la propria condizione.
Ma forse la risposta è proprio nella parola “abitudine”. Non possiamo pretendere di comprendere una vita intera dopo pochi giorni. Loro sono cresciuti in questa realtà, come noi siamo cresciuti nella nostra. Ciò che per noi è indispensabile, per loro può non esserlo. Ciò che per noi appare come una privazione, per loro può essere semplicemente la vita di tutti i giorni.
Questo non significa che la povertà non esista o che non ci siano difficoltà profonde. Significa semplicemente che dobbiamo imparare a non giudicare una realtà che ancora non conosciamo.
Anche la nostra esperienza di missione ci sta facendo capire quanto sia diversa l'idea di “essere in missione” dal viverla realmente. Prima di partire avevamo un'immagine, un'idea, forse anche un sogno. Poi arrivi e tocchi con mano la povertà, la fatica e le difficoltà. E quella distanza tra ciò che pensavi e ciò che vedi può essere forte.
Allo stesso tempo, però, ci siamo resi conto di essere noi per primi privilegiati. Vivendo all'interno della missione, infatti, siamo comunque inseriti in una realtà relativamente protetta. La vita che vediamo non è necessariamente tutta la vita delle persone che incontriamo. Basta guardare oltre, sbirciare nelle case durante una passeggiata, osservare come vivono le famiglie, per intuire quanto possa essere diversa la quotidianità fuori dal nostro piccolo mondo protetto.
Forse è proprio questo il senso delle prime impressioni che ci portiamo dietro: siamo arrivati pensando di dover dare qualcosa e ci siamo ritrovati, fin dai primi giorni, a ricevere moltissimo.
Abbiamo ricevuto sorrisi, strette di mano, abbracci, curiosità. Abbiamo ricevuto domande, sguardi e gesti che a volte abbiamo compreso e altre volte no. Abbiamo ricevuto la musica, i colori, il rumore delle strade, la confusione dei mercati e la semplicità dei bambini.
Soprattutto, abbiamo ricevuto una realtà che non può essere raccontata soltanto attraverso le parole.
I colori, in particolare, sembrano raccontare molto di questo Paese: sono vivi, intensi, pieni di energia. Sembrano esprimere la gioia, il carattere e la vitalità delle persone che lo abitano. Ma insieme alla gioia ci sono anche emozioni contrastanti: stupore, difficoltà, incomprensione, meraviglia e, a volte, anche un senso di disagio.
Forse è proprio questo lo shock culturale: rendersi conto che il proprio modo di vedere il mondo non è l'unico possibile.
E allora questa prima volta in Africa non è soltanto un viaggio in un altro continente. È anche un viaggio fuori dalle nostre abitudini, dalle nostre certezze e dai nostri schemi. Siamo arrivati in Sierra Leone pensando di conoscere qualcosa dell'Africa e abbiamo capito, invece, che dobbiamo ancora imparare moltissimo.
Perché prima di poter comprendere davvero un luogo, bisogna smettere di guardarlo soltanto con i propri occhi.
Per sostenere le scuole e i vari progetti in Sierra Leone esiste la raccolta fondi “Mission is possible”
INTESTARARIO:
Pia società di San Francesco Saverio per le missioni estere
IBAN:
IT18M0200812705000100471568
CAUSALE:
P. Alex Brai istruzione per Kabala Sierra Leone
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