Le mie prime Riflessioni sulla Lettera della DG per l’inizio del Giubileo saveriano non mi hanno certo sommerso in un ingorgo di reazioni. Se tuttavia, al gruppetto di corrispondenti che gentilmente mi hanno segnalato almeno il ‘ben ricevuto’, e al gruppetto più solido di quelli che sia pur brevemente si sono espressi anche sui contenuti, aggiungo poi la massa silenziosa di “chi tace acconsente” … potrei allora pensare di aver ottenuto quasi l’unanimità su dette Riflessioni, che qualcun altro ha pensato forse un po’ provocatorie.
Ho detto ‘quasi unanimità’, perché non son proprio sicuro che ‘il silenzio assordante’ di cui sopra sia proprio tutto a mio favore… E anche per il fatto che, contro le mie attese, non l’ho visto apparire sulle pagine Web della DG dei saveriani. Ho poi trovato sulla stessa pagina web, sabato 22 agosto’20, tra le molte altre cose belle, due interventi che mi hanno interessato direttamente perché si pongono, mi pare, lo stesso interrogativo: “Quale stile… della Missione ad Gentes, oggi?”
Mi riferisco a “Les défis du dialogue catholique avec le taoïsme”, di Paulin Batairwa che, partendo da un esempio concreto, pone in rilievo per la nuova missionologia il grosso capitolo dell’incontro-dialogo con le religioni non cristiane. E, in maniera ancor più diretta e globale, ho trovato assai stimolante l’intervento: “Quale missione oggi? La missione dei volti”, di Mario Menin.
In questo intervento molto denso e documentato di Menin, trovo già formulate rapidamente varie delle problematiche e anche delle piste possibili di risposta al nostro interrogativo epocale sulla Missione AG oggi. Problematiche e piste di risposta possibili che andrebbero però, a mio parere, sviscerate una ad una, molto più profondamente. Distinguendo meglio anche quanto va bene per tutta la missione della Chiesa in generale, e quanto può essere più specifico per la missione ad gentes nel mondo d’oggi.
Personalmente è già da qualche mese che rumino in me e scarabocchio fogli per gettare qualche sprazzo di luce su quella che mi sembra la sfida epocale e ‘kairotica’ (anche) per noi saveriani oggi: Dove stiamo andando, e dove vogliamo andare? Al di là dei Testi fondatori molto chiari e perentori, c’è davvero oggi nella Famiglia saveriana un Progetto di vita che ci unisce solidariamente e ci spinge univocamente verso una Meta unica, nella Chiesa per il mondo d’oggi?
Mi ha impressionato, e lo condivido in pieno, il grave monito, addolcito dalla ‘confessione’, che ci ha lanciato Renzo Larcher, citato anche in uno scritto di Ceresoli): “Posso dire invece che tutti i giorni invoco il Fondatore per me e i confratelli, perché ci ottenga una maggiore fedeltà alla ‘grazia delle origini’, al carisma. Mi sembra che la nostra famiglia abbia bisogno di uno scossone, di una conversione profonda alla bellezza e alla radicalità della consacrazione missionaria, soprattutto in questo tempo nel quale sta cambiando pelle, con la riduzione progressiva dei confratelli di origine italiana e il crescere del suo carattere internazionale”. (vedi qui)
Ora, indipendentemente dalle piste aperte da Menin e anche dal monito di Larcher, ma evidentemente in profonda sintonia empatica con loro, tra i vari scarabocchi gettati qua e là in questi mesi, alla ricerca di qualche tratto fondamentale per far emergere il Volto nuovo della Missione AG oggi, mi è venuta fuori alla fine, non so da dove, proprio in questi giorni, la riflessione che vi mando, e che mi sembra davvero ‘previa’ a tanti altri discorsi pur necessari. Spero non sia un buco nell’acqua ma qualcosa di solido che sta proprio bene nelle fondazioni della nuova Misssione AG.
UNA CONDIZIONE PREVIA INDISPENSABILE: la ‘conversione’ psico-culturale del missionario.
Sì, siamo tanto abituati a pensare che il missionario va a ‘convertire i pagani’ che può sembrare una barzelletta parlare di una indispensabile previa vera ‘conversione’ del missionario stesso.
In realtà oggi si sottolinea spesso anche che la missione nasce e deve nascere da un previo incontro personale sconvolgente con Cristo, che implica una vera conversione e trasformazione di tutta la vita: cfr la dinamica vocazione-conversione-missione nella vita dei primi discepoli nei Vangeli. Su questa connessione intrinseca tra vocazione-conversione e missione apostolica non possiamo mai insistere troppo.
Tuttavia oggi, di fronte al nuovo paradigma della Missione ad Gentes, credo fondamentale insistere anche su un particolare aspetto psico-antropologico-culturale di ogni conversione cristiana, ma assolutamente indispensabile, direi, soprattutto per ogni Missionario ad Gentes, non solo occidentale: parlo della necessità assoluta di svestirsi del mantello (e, se possibile, anche della pelle!) antropo-culturale del ‘senso di superiorità’, personale e sociale, sulle ‘altre’ culture, e quindi sugli ‘altri’ uomini. Si tratta di ‘sminare’ e sradicare in noi l’esaltante senso di ‘superiorità’, di grandezza culturale e morale, e quindi di ‘preminenza’ e di ‘supremazia’ sulle altre culture, e quindi sugli ‘altri uomini’!
Da qui nasce istintivamente una voglia interiore di dominio e di ‘conquista’: non certo più con le armi (ma non dimentichiamo comunque le molte crociate e guerre di religione!), e non più nemmeno con la pretesa opera ‘civilizzatrice’ della colonizzazione (che ha lasciato ferite quasi indelebili un po’ ovunque, e anche in noi!), ma almeno con la residua e difficilmente sradicabile pretesa razzista ‘benefattrice’, di dover essere sempre noi i portatori di ‘fede e civiltà’, e gli operatori di tante opere di ‘progresso’ e di ‘bene’ (come li intendiamo noi!)… Pretesa di superiorità benefattrice che si è infiltrata come un virus mortifero anche nell’opera missionaria, specialmente negli ultimi secoli!
La condizione previa indispensabile per un nuovo radicale progetto post-conciliare di Missione ad Gentes è allora, mi sembra, quello di riuscire a ritornare al Vangelo, cioè ad una figura del missionario che, come il sale, si scioglie e si perde pur dando un sapore nuovo a tutto il cibo, o del lievito che scompare, lievitandola, in tutta la massa della farina.
Sì, oggi più che mai, il missionario ‘deve accettare di morire’ anche culturalmente per poter ridar vita e accendere la speranza in un altro popolo. Per poter fare un ‘primo annuncio’ del Vangelo ‘comprensibile’ e ‘accettabile’, cioè vitalmente inculturato, modulato e tradotto nella sensibilità culturale del popolo che lo ha adottato, il missionario deve aver già iniziato lui stesso in sé stesso, un movimento profondo di ‘conversione psico-culturale’ e una profonda trasformazione evangelica, personale e sociale.
Una ‘conversione culturale personale’, che richiede e permette al missionario di ‘uscire’ davvero dalle formule dogmatiche e dalle ‘certezze’ astratte, per restare solo col crocifisso in mano (anzi infilato nel cuore)! Cfr l’esperienza personale fondante del piccolo Conforti, e i suoi ardenti discorsi ai Partenti.
‘Conversione’, cioè ‘metanoia’ e ‘kenosis’, che spinge (urget!) il missionario ad ‘uscire’ anche dal suo mondo-cultura-gusti-attese-programmi… per lasciarsi ‘adottare’ in pieno dal nuovo popolo-cultura mondo, fino a rivestirne i valori, gusti, attese, sofferenze, conquiste, speranze…
Cfr Paolo (1 Cor 9, 19-23: “Libero verso tutti, mi son fatto lo schiavo di tutti (…) : mi son fatto Giudeo con i Giudei (…), mi son fatto un senza legge con i senza legge (…), mi son fatto debole con i deboli (…). E tutto ciò l’ho fatto per il Vangelo, per averne parte anch’io”.
Sì, di suo, al missionario resta solo il Crocifisso, non da brandire come arma scandalosa ma come ‘sacramento’ sul quale il missionario ‘si è lasciato inchiodare insieme a Cristo’, per cui ormai non è più lui che vive, ma è Cristo che vive in lui, in modo che risplenda ormai solo Cristo e il suo Vangelo, e non più te e le tue opinioni (cfr Gal 2,19-20).
Il missionario deve quindi spogliarsi di tutto il resto, per poter entrare nudo e disponibile fino in fondo nel grembo dell''umanità' del popolo nuovo, cui vuol farsi totalmente solidale (= incarnazione), e per poter farsi accogliere in pieno non solo come ospite, ma come membro adottivo ‘naturalizzato’!
Ma a pensarci bene, questa condizione previa unica essenziale, unico metodo valido per la prima (ma anche per la seconda!) evangelizzazione, era già stata chiaramente ‘formulata’, e anzi ‘collaudata’ da tempo! Cfr Fil 2, (1-) 5-11:
Abbiate tra di voi/ in voi gli stessi sentimenti che sono nel Cristo Gesù:
Lui che, pur di condizione divina, non si aggrappò gelosamente al rango
che lo uguagliava a Dio, ma si abbassò lui-stesso, assumendo la condizione di schiavo
e diventando simile agli uomini. (…)
E anche secondo Paolo, come ricordato sopra (Gal 2, 19-20), il cammino della evangelizzazione autentica è solo quello della incarnazione-crocifissione, come e con il Maestro: non sembra proprio che ce ne siano altri di sentieri buoni per arrivare alla meta, cioè al cuore e all’intelligenza della gente!
Ma Lui lo fece solo ‘per pazzia d’amore’; noi dobbiamo farlo invece per ritrovare il comune denominatore della ‘comune umanità’ con ogni popolo e con ogni uomo, togliendoci di dosso gli orpelli e i ‘grigris’, pretese protezioni magiche, inventati nella storia di ogni popolo come autodifesa per sopravvivere e dominare tutti i nemici, secondo la legge della foresta.
Naturalmente questa radicale conversione della psiche oltre che del cuore del missionario implica molti altri cambiamenti esistenziali assai concreti nell’avventura del missionario AG, come per esempio:
lo studio-amore-conoscenza profonda e corrente della lingua della gente; l’acquisizione esperienziale e viva della sensibilità-gusti-interessi-interrogativi-problemi vitali del popolo che ti adotta, fino ad acquisire spontaneamente i suoi parametri di riferimento nei giudizi, nella conversazione e nelle scelte pratiche, e non più quelli della tua nascita-educazione-esperienze precedenti…
E cfr anche, per esempio, RF 7-9; 13-17, ecc.
(Bukavu, RDCongo - Antonio Trettel sx - 25 agosto 2020)
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